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Capitolo 1: Dalle culture alle pratiche

1.1 I rischi del culturalismo

Il mondo dell’educazione oggi vede l’integrazione dei migranti solo come mantenimento/perdita/rivendicazione delle culture di origine. Di conseguenza, molti interventi educativi sull’intercultura sono centrati sulla “scoperta” e valorizzazione delle culture dei migranti. Gli interventi educativi in materia, pur assumendo caratteri diversi in termini di metodologia e tempi, si possono dividere in due grandi categorie: quelli che sottolineano le differenze tra le diverse culture, concentrandosi sulle differenze, e quelli che sottolineano le diverse forme di meticciamento e ibridazione (ovvero le forme di “mescolamento”).

La costruzione di percorsi e interventi didattici sull’intercultura presenta notevoli rischi, soprattutto se fatta in modo troppo semplicistico, perché rischia di dare troppa importanza a una visione schematica delle culture (Africa=capanne) senza considerare invece il reale vissuto del migrante che si trova a metà tra il paese che lo sta accogliendo e il paese che ha lasciato.

Al di sotto di entrambi gli approcci (quello che sottolinea le differenze e quello che sostiene il meticciamento) ci sono quattro equivoci che spesso vengono considerati in modo acritico e rischiano di influenzare pesantemente gli interventi educativi in merito all'intercultura:

  • L’idea di cultura come qualcosa che definisce e limita l’agire sociale delle persone, come una serie di regole rigide a cui gli individui si adeguano, senza margine di azione personale. In realtà, è difficile incontrare questa rigidità nelle culture, esse continuano ad espandersi, a muoversi, a cambiare comportandosi come il “legno fresco” (Augé), anche se coloro che ne fanno parte non si accorgono dei cambiamenti.
  • L’idea che la cultura sia identificata, ovvero che ognuno porti con sé una sola cultura, sempre la stessa per tutta la vita. In realtà, ognuno attraversa, nel corso della vita, una molteplicità di culture diverse, portando qualche elemento di ognuna con sé, tanto che le culture possono essere paragonate a delle reti, che gli uomini tessono nelle interazioni con gli altri e in cui rimangono impigliati.
  • L’idea che le culture diventino plurilingue e multiculturali, quindi non più pure, a causa delle migrazioni, dell’arrivo di persone “da fuori” che portano con sé la loro cultura. Questa idea si basa su un doppio equivoco: che ogni individuo sia sovradeterminato dalla sua cultura (cosa che non è) e che, prima delle migrazioni, le società fossero monoculturali (di per sé è impossibile che una società sia monoculturale, per forza ha dei contatti con altri popoli, che portano elementi del loro modo di vivere).
  • Il rapporto una cultura=una lingua, storicamente, anche a livello letterario, ad ogni cultura si attribuisce una determinata lingua, quando in realtà questa relazione non è affatto scontata, anzi la condizione più frequente è il plurilinguismo.

1.2 Un approccio basato sulle pratiche

Un contributo per il superamento di questi equivoci viene da studiosi extraeuropei che hanno sperimentato sulla loro pelle gli effetti di tali idee. Un esempio sono gli studiosi africani come Appiah, che si riferisce alle culture africane, ma il suo discorso potrebbe essere benissimo ampliato a tutte le culture. Appiah spiega come uno dei luoghi comuni più diffusi sia il considerare l’Africa come un qualcosa di unitario contrapposto all’Occidente, utilizzando il termine Africa per indicare qualcosa che è diverso da noi e, per contrapposizione, per definire cosa siamo ”noi” (questo modo di pensare è legato storicamente ai rapporti di forza coloniali tra Nord e Sud del mondo).

Questo meccanismo non si limita però a qualcosa di teorico, ma si riflette sulle pratiche quotidiane ogni volta che ci rapportiamo con qualcuno che vive o è vissuto (perché migrante) in Africa. Nel rapportarci con l’altro, l’idea generica di Africa e africano supera e ingloba ogni specificità e concretezza dell’esperienza di vita della persona, per cui tendiamo a considerare l’altro sempre all’interno di questa idea generale e stereotipata senza considerare il suo reale vissuto. Per andare oltre questa concezione, Appiah suggerisce di guardare non tanto a un’idea astratta e generale della cultura africana, quanto alle mutevoli pratiche quotidiane della vita culturale africana (ovvero per capire una cultura occorre osservare la sua quotidianità).

Spesso tale concezione si riflette anche nei progetti di integrazione scolastica e di educazione interculturale che contengono rischi, più o meno sottili, di stereotipizzazione e ghettizzazione; è quindi fondamentale andare oltre questo modo di vedere l’altro al fine di evitare tali rischi. Un altro contributo importante su questo tema è quello di Ong, che studia i diversi tipi di pratiche culturali con cui si struttura la vita quotidiana di persone che vivono e si formano in società ad alto tasso di eterogeneità, cercando inoltre di capire come le persone gestiscono e negoziano attivamente queste pratiche. La Ong si ispira al concetto di “governamentalità”, ovvero l’insieme di pratiche educative formali, non formali e informali che concorrono alla formazione dell’identità delle persone.

Secondo la Ong tali pratiche concorrono a formare il soggetto attraverso due meccanismi intrecciati tra loro: le relazioni con gli altri e un percorso di autoformazione (quindi, secondo la Ong, ogni persona si forma attraverso il contatto con gli altri, ma anche attraverso il rapporto con se stesso). Applicando tale concetto a società ad alto tasso di eterogeneità, la Ong nota come la cultura rimanga sempre la stessa nonostante le esperienze di dislocazione, di mobilità e di fratture generazionali vissute dai migranti e che molti degli interventi di integrazione effettuati, mentre tentano di valorizzare le presunte caratteristiche culturali dei migranti, in realtà non fanno che legittimare e sostenere ideologie che attribuiscono caratteri negativi e positivi, successi ed insuccessi a caratteristiche culturali e razziali del soggetto.

1.3 Punti di osservazione cauti e limitati

Lo studio della Ong può essere riassunto come studio delle pratiche quotidiane di apprendimento della cittadinanza. Apparentemente può sembrare un approccio che perde in termini di generalità, però, in realtà, permette di acquisire uno sguardo critico, acuto, accorto sul tema dell’eterogeneità, sguardo fondamentale per ogni progettazione di carattere pedagogico ed educativo-didattico.

Capitolo 2: Implicazioni metodologiche

2.1 Studiare le mobilità contemporanee

L’attenzione alle pratiche quotidiane porta chi fa ricerca a una doppia esigenza metodologica: da un lato contestualizzare l’analisi nel modo più specifico possibile, restringendo il campo di studio a una determinata classe, un determinato plesso, un determinato territorio; dall’altro considerare i molteplici legami che connettono il contesto in questione ad altri contesti (contemporaneamente il ricercatore deve focalizzarsi su qualcosa di molto specifico e ampliare lo sguardo sui collegamenti esterni).

Per cercare di risolvere questa problematica il ricercatore può avvalersi e trarre suggerimenti da quegli ambiti di studio che hanno analizzato più di altri la mobilità che caratterizza le società contemporanee e hanno quindi iniziato per primi ad elaborare approcci e metodi per cogliere, comprendere e descrivere il rapporto locale/globale. È la stessa Ong a dare un quadro generale dei diversi approcci metodologici, distinguendo:

  • Da un lato, approcci che considerano i processi culturali e sociali come delle conseguenze della globalizzazione, dei cambiamenti economici e del fatto che i “centri” condizionano le “periferie” anche dal punto di vista culturale ed educativo.
  • Dall’altro, approcci che studiano le diverse dimensioni locali e il modo in cui queste si articolano con la dimensione globale dando origine a diversi tipi di modernità.

2.2 Una pluralità di approcci possibili

In realtà esiste una grande varietà di approcci allo studio delle mobilità contemporanee, che non rientrano nei due estremi presentati sopra, ma si pongono in una posizione intermedia, considerando sia gli aspetti globali che quelli locali della modernità. Esempi di questi approcci sono:

  • Migration studies, focalizzati sullo studio dei migranti, dei loro progetti, sui percorsi migratori e sulle effettive condizioni di vita nei paesi d’origine e di integrazione nei paesi accoglienti, ponendo il tutto all’interno dei fenomeni di conflitto globale e dell’economia globale. Questi studi hanno però il limite di trascurare le modalità, altrettanto importanti, con cui si trasformano le componenti non migranti della popolazione. Dal punto di vista pedagogico-educativo tale approccio permette di cogliere approfonditamente punti di forza e di debolezza nell’esperienza educativa di migranti e post migranti però rischia di non tenere in considerazione gli elementi in comune tra i diversi soggetti in formazione, siano essi post migranti, migranti o non migranti.
  • Studi che si focalizzano su aspetti a prima vista meno tangibili in ambito di migrazioni, come la formazione dell’identità, le politiche culturali, i modi in cui si sviluppano e circolano le diverse forme di immaginario personale e collettivo. Questi studi si sostituiscono alle modalità tradizionali di studio delle forme di sviluppo dell’identità e di riproduzione culturale, oggi non più adatti a studiare flussi migratori sempre più complessi ed irregolari. Un esempio di questi studi sono i diaspora studies che studiano le forme di spaesamento, di ingiustizia sociale, di ibridazione, partendo spesso da studi classici sulla cultura africana per poi ampliarsi allo studio di tutte le culture che, nel corso del tempo, hanno subito la diaspora. Rischio di questi studi è il restituire un’immagine troppo romantica dei vissuti dei migranti, decontestualizzandone l’esperienza. In ambito educativo questi studi possono portare a ricerche che analizzano le modalità di socializzazione e inculturazione che si attuano nelle famiglie migranti, prendendo in considerazione anche come vengono utilizzati i media e le nuove tecnologie dell’informazione.
  • Studi, di particolare interesse pedagogico, che si focalizzano sui percorsi di integrazione scolastica e sociale delle cosiddette “seconde generazioni” di migranti. Queste ricerche si focalizzano soprattutto su due aspetti: analisi delle diverse forme di assimilazione cui sono andate incontro le diverse generazioni di migranti; analisi delle rivendicazioni culturali avanzati dai vari gruppi di migranti o da minoranze.

2.3 Declinazioni nei contesti educativi

Tenendo conto dei molteplici approcci possibili e dell’invito della Ong a non allontanarsi troppo dalle pratiche quotidiane, è essenziale che la progettazione educativa e didattica tenga conto delle specificità locali senza perdere di vista i collegamenti globali.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alegea di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia interculturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Zoletto Davide.
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