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Il Sentiero nel

Sunto Pedagogia generale, Prof.ssa Moscato, libro consigliato

Labirinto. Miti e Metafore nel Processo Educativo, Moscato.

Le rappresentazioni archetipiche sono utili alla pedagogia perché dicono

molto intorno al costituirsi dell'oggetto “educazione” nella coscienza. Questa

ricerca intende dimostrare come le figure mitiche abbiano una celata funzione

educativa per il soggetto immaturo, per mezzo di un processo di

identificazione con l'eroe/eroina.

Miti e figure archetipiche nell'archeologia della coscienza

I – – Si

può ipotizzare che l'immagine mentale proceda e anticipi l'idea, e che la

“figura” (nella zona pre-cosciente) conferisca uno spessore emotivo-affettivo a

ciò che non possiede ancora chiarezza.

Le nostre rappresentazioni mentali si situano sempre in una zona intermedia e

mobile tra l'inconscio e il consapevole, con forti differenze individuali dalla

funzione pregiudiziale, che orientano comportamenti individuali e collettivi.

“figura archetipica”

- → una figura rilevabile in differenti riti o

rappresentazioni, che rinvii a un archetipo in sé, di cui essa è la

materializzazione. Essa può quindi nascondersi o manifestarsi in qualsiasi

figura narrativa e drammatica, costituendone il significato implicito in termini

universali.

A differenza dell'archetipo in sé, la “figura” ne è una drammatizzazione o

traduzione. Tuttavia, essi non possono essere riducibili agli stereotipi della

cultura. es. nel caso dei ruoli sociali e sessuali la stereotipizzazione causa la

cristallizzazione di modelli di comportamento in forme predefinite e quindi

(forma formula).

ripetitive vs

All'interno delle culture l'archetipo presenta un dinamismo generative di

figure sempre rinnovate, e tuttavia sempre riconducibili alla stessa forma

archetipica.

Jung l'archetipo in sé contenuti archetipici

- → distinse dai (rappresentazioni,

inconscio collettivo

immagini, elementi simbolici). Inizialmente ipotizzò un

(“contenitore” per le immagini e i simboli archetipici) rintracciabile in termini

identici in culture ed esperienze umane lontanissime tra loro. Per archetipo in

sé, accetta la definizione di Jolande Jacobi, secondo cui esso è un dato

inconscio non percepibile e potenziale portatore di significato. Secondo Jung

esistono archetipi in sé connessi alla struttura inconscia della psiche umana,

quindi “universali”. A contatto con altre culture ed esperienze umane, tali

archetipi in sé generano una serie di “figure archetipiche”.

archetipo

Per l'ultimo Jung quindi l' è una modalità attiva (formalizzante) e

strutturante dell'esperienza umana nella cultura. Ne consegue che quelli che

vengono chiamati “archetipi” da qui in poi, sono di fatto “”figure

archetipiche”, poiché l'archetipo in sé non è individuabile.

Arieti →

- ha elaborato un modello genetico della struttura intrapsichica, in

paleostrutture

cui delle precederebbero la conoscenza concettuale e la

paleostrutture

componente linguistica ad essa legata. Secondo Arieti le

vengono inibite (NON distrutte) dal successivo consolidamento delle strutture

paleostrutture

cognitive più evolute. Le individuabili sono tre:

1. esocetto;

2. endocetto struttura intermedia

= di sfuggente complessità, che non può

essere rappresentata da azioni, parole, immagini o emozioni ben

definite;

3. aggregato primario = contiene immagini ed elementi verbali e può

essere quindi esteriorizzato. In esso possono essere contenute le “figure

archetipiche”;

endocetti esocetti paleostrutture

ed costituiscono le dell'identità dell'Io,

aggregato pimario

poiché coincidono con l'inconscio. Insieme danno vita all' (o

sfera di significato).

l'archetipo l'endocetto

Così come jungiano, è una sorta di orientamento

psichico, un elemento cognitivo ed emotivo che predispone a pensare, parlare

e ad agire.

Endocetto/archetipo aggregato primario/“figure archetipiche”:

VS secondo il

sfere di

modello endocettuale di Arieti, le modalità di aggregazione delle

significato sono pre-determinate dall'orientamento psichico fornito

dall'endocetto/archetipo. aggregato primario

In altre parole, all'origine di un

endocettuale.

c'è sempre un iniziale nucleo

Nonostante le imposizioni della cultura e della lingua, è sempre un residuo

innato e un codice genetico non modificabile a predeterminare le leggi di

organizzazione e di funzionamento dell'apparato psichico umano.

Il tema del pane:

es. In assenza di congelatori, il pane vecchio veniva

conservato per animali domestici o uccelli. Un tale riferimento autobiografico

aggregato primario

dell'autrice è per l'appunto un in cui traspare un forte

endocettuale.

nucleo Si tratta di un gomitolo di mozione e cognizione, che in

paleostruttura,

fasi della vita infantile viene interiorizzato per costituire una

ovvero un pre-orientamento globale dell'Io infantile, capace di dirigere futuri

processi cognitivi.

In tal senso il tema del pane si è riproposto sotto differenti aspetti. Alla

La fanciulla che calpestò il pane

rilettura dell'adulto, una fiaba come è colma

di riferimenti colti e letterari (es.Dante) sovrapposti al tema nordico della

palude. Nella fiaba di Andersen la maggior valenza è di tipo religioso, e la

colpa e la fatica di Hilde divengono archetipo della vita universale. Tale fiaba

non ha solo differente significato da un bambino cattolico a uno musulmano,

ma a seconda della mediazione culturale dell'adulto. È chiaro come un

elemento fisico dell'ambiente (es. pane di frumento nell'area mediterranea)

assume una forte connotazione simbolica nell'intero tessuto socioculturale.

strutture cognitive

Le

- → intervengono su un preesistente tessuto di

aggregati primari, riorganizzati e riordinati secondo nuovi parametri.

L'incorporazione inibitoria spiega in parte la diversità di funzionamento a

seconda delle diverse culture. Secondo Piaget la costruzione di tali strutture

nella mente infantile possono essere trasmesse con l'educazione solo se il

bambino possiede un minimo di strumenti d'assimilazione. Al contempo, è

strutture cognitive sfere di significato

certo che le si evolvono in presenza di

endocettuali,

aggregato intorno a nuclei assorbiti e respirati nell'ambiente

culturale. Ciò porta a supporre la presenza di una predisposizione tendenziale,

di un orientamento psichico, preesistente all'esperienza del soggetto nel suo

ambiente culturale.

Con “universale” l'essere umano intende la predisposizione alla

organizzazione di strutture cognitive che ricevono dalle loro determinanti

inconsce le loro leggi di sviluppo e funzionamento. Tali legge appaiono

“innate” e “universali”, se pur non siano mai identiche.

L'archetipo come “modello separato”

- → la collocazione di un archetipo

può avvenire in 2 prospettive:

1. può appartenere a un mondo trascendente l'esperienza umana, a un

“altrove” qualitativo (es. iperuranio delle Idee);

2. può appartenere a un “altrove” materiale sia di natura storico-

economica (marxiana) sia di natura biologico-istintuale (freudiana);

L'archetipo emerge come risultato di un'operazione archeologica che indaga

la produzione dell'inconscio e le forme dell'immaginario. È il caso della

morfologia della fiaba di Propp, il cui modello analitico ipotizza l'esistenza di

un rituale arcaico di iniziazione, che costituirebbe l'archetipo originario da cui

derivano le figure simboliche celate nella fiaba popolare di magia (eroe,

principessa, strega, aiutante magico, ecc.). La “forma strutturale” del viaggio

dell'eroe costituisce il substrato narrativo pressoché universale della fiaba di

magia e di tutti i suoi derivati letterari. La fiaba rimanderebbe così ad un

“archetipo” materiale arcaico, cui essa rinvia per indizi. Totem e tabù),

Secondo l'ipotesi freudiana del parricidio del padre arcaico (

l'archetipo è costituito da un avvenimento, costume, rito, storicamente e

materialmente esistito. È così che la religione avrebbe avuto origine nella

storia arcaica dell'umanità, dalla divinizzazione del padre dominante, poi

ucciso dai suoi figli maschi, e poi ancora venerato a causa dell'ambivalenza dei

sentimenti dei figli assassini. Jung e Freud sono accomunati dall'implicità della

loro filosofia.

Louis Von Franz legge i miti di creazione come travestimento simbolico del

processo di differenziazione dell'Io. Riferibili quindi sia ad una storia

individuale che collettiva.

L'archetipo come “modello trascendente” (fenomenologia del sacro)

- →

dove si collocano gli archetipi platonici come le forme ideali trascendenti,

collocate in un “altrove” qualitativo. Le Idee secondo Platone sono “archetipi”

in quanto modelli di riferimento utilizzati dal divino Demiurgo nel costruire il

mondo; esse costituiscono quindi l'essenza originaria delle cose materiali.

L'ipotesi platonica spiega così la conoscenza umana come “reminiscenza”,

ricordo di una contemplazione della forma ideale, accaduta nella pre-esistenza

del soggetto. La sua teoria per cui l'esperienza sensibile non è sufficiente a

spiegare la conoscenza, rivela come questa sia possibile proprio per “qualcosa

d'altro” che precede l'esperienza stessa. Ciò fa delle Idee/archetipi il

fondamento della conoscenza. Anche per Mircea Eliade l'archetipo agisce

come una categoria trascendentale inconscia. Per Eliade, la costanza

simbolica delle figure della coscienza religiosa, rinvia implicitamente a un

fondamento esterno alla psiche umana. Anche il sacro è quindi una categoria a

priori. È la nascita delle religione personale e la spiegazione della sua

permanenza.

La prospettiva ermeneutica di Paul Ricoeur Il conflitto delle

- → Ne

interpretazioni opera una nuova collocazione dei simboli (figure archetipiche)

nella coscienza, che per egli costituisce il punto di intersezione dialettica fra

l'archeologica dell'inconscio e la “fenomenologia dello Spirito”.

Per Ricoeur il mondo dei simboli non distingue psicoanalisi freudiana e letture

ontologico-metafisica di Platone. Le analisi di Jung e le riflessioni di Eliade si

integrano fra loro. Per Ricoeur la riflessione umana è infatti lo sforzo per

l'ego dell'ego cogito.

recuperare Esso deve perdersi e ritrovarsi.

Un'interpretazione che inizialmente abbandona il punto di vista della

coscienza, non la elimina, ma ne rinnova radicalmente il senso.

La dualità dell'ermeneutica rende così manifesta una dualità corrispondente

dei simboli stessi, che hanno 2 vettori principali: da una parte ripetono la

nostra infanzia, dall'altra esplorano la vita adulta. I due sistemi sono entrambi

la stessa cosa. In tale visione archetipica c'è dunque un rapporto fra i prodotti

di un incessante attività dell'inconscio umano, e la costante opera di

decifrazione che appare il compito della coscienza umana.

Il limite delle interpretazioni psicoanalitiche è il loro modello interpretativo

unilaterale dovuto all'immanentismo radicale che caratterizza la loro

antropologia.

Oltre a supporre un universale capacità conoscitiva di tipo trascendentale

(Platone) e dare per scontata una soggettività empirica concreta (Freud),

soggettività culturale,

esiste la i cui confini sfumano in entrambe le direzioni.

L'archetipo come pre-categoria mediatrice → la stessa condizione umana

precostituisce una mediazione. La nostra struttura corporea determina gli

schemi motori (alto/basso, indietro/avanti). Esperienza vitale ed esperienza

culturale non possono essere scisse.

L'esperienza del generare (culturale) e l'esperienza del nascere (vitale) sono

in costante dialogo per la ricostruzione simbolica del mondo, attingendo senso

dall'universo circostante e rigenerando e rinnovando lo stesso universo

simbolico. es. La Madre archetipica viene sperimentata da ogni bambino

attraverso un costante ri-conferimento di senso. Gli archetipi condizionano

quindi la nostra esperienza vitale e la rendono significativa per noi.

Le verità “evidenti” non sono altro che un flusso di immagini riflesse in un

gioco di “rispecchiamento” infinito fra Soggetto e Oggetto. Ciò comporta

un'ambiguità dei segni e provoca in noi atteggiamenti pregiudiziali che

operano da pre-categorie.

mago

Il di Borges: un mago approda in un luogo sconosciuto per sognare un

“figlio”. Dopo del tempo un dio gli concede il sogno di dare vita a un figlio, ma

a quel punto il mago scopre d'essere anch'egli creatura del sogno di qualcun

altro. Il mago è la metafora dell'umanità sognatrice e ostinata, in continua

oscillazione fra onnipotenza e delusione, cui un Dio si rivela per mezzo di

sogni e indizi. L'uomo appare come colui destinato a scoprire in sé stesso la

creatura del sogno di qualcun altro, a scoprirsi “segno” dell'esistenza di un

Alto “divino sognatore”. Il mago è metafora infatti anche del divino creatore.

Così Borges ha introdotto nuovi archetipi, come il Demiurgo e l'Adamo di

polvere. Franza ha utilizzato il testo di Borges come metafora pedagogica di

un'“illusione clonativa” del formatore. In tale lettura quindi, la figura

illusoria relazione di potere tra formatore e formato

pedagogica della diventa

la categoria ermeneutica entro la quale si colloca il mito di Borges. La “catena

di sognatori” può rivelarsi una cattiva metafora pedagogica, poiché

l'educazione è data piuttosto da una reciprocità di comunicazione (face to

face), un “rispecchiamento” dialogico e conflittuale. quid

Fra i due specchi è di norma che si collochi un (qualcosa/qualcuno),

smarrimento

affinché il gioco delle immagini abbia inizio. Lo sarebbe

pensatore

rispecchiato da un che colloca idealmente sé stesso tra i due

quid

specchi. In questo caso il pensiero soggettivo non sarebbe il collocato fra

gli specchi, bensì “uno” degli specchi. In questo senso le figure archetipiche

svolgono funzioni di autoconoscenza e auto-orientamento per il soggetto

umano (come i sogni). È così che il successo di un mito e di una fiaba, e il loro

riproporsi a distanza di spazio e tempo, ne rivela la natura archetipica e la

capacità di soddisfare profondi bisogni di autoconoscenza e auto-

orientamento.

L'esigenza di “verità” è un bisogno irriducibile della psiche umana.

L'immagine di Dio è un bisogno complesso riconosciuto di tipo cognitivo ed

emotivo, incarnazione del desiderio universale dell'uomo che qualcuno arrivi a

rispondere a ogni sua domanda. L'ansia inappagata di risposte definitive è alla

base della tragicità dell'esperienza umana, il cui bisogno di Verità non verrà

mai saziato, nemmeno in un canto chiuso.

Gli archetipi nel mito e nella fiaba di magia → chiamiamo “mito” una

narrazione di tipo simbolico-fantastico che tenta di spiegare universalmente

un elemento della realtà umana e naturale. Appare quindi come funzione

originaria del pensiero simbolico-narrativo. Un mito non è costituito da una

sola figura, bensì da una connessione di figure in rapporto fra loro. Tale

connessione si manifesta con una doppia valenza:

1. le figure archetipiche si rivelano soprattutto delle macro-categorie

esplicative della realtà narrata. In questo senso il pensiero mitico-

narrativo è “parallelo”, poiché la sua dimensione fantastica lo sottrae da

ogni possibilità di verifica razionale già a livello intrapsichico. es.

quando un bambino chiede o racconta una “fiaba”, la narrazione viene

collocata consapevolmente su un piano ludico-fantastico. Allo stesso

modo la dimensione ludica permette al bambino ogni tipo di fantasia

senza che alcun adulto lo trovi “illogico” o “irrazionale”. Fiaba e gioco

appartengono così ad un universo simbolico “parallelo”.

Un ordine ludico-fantastico non interferisce dunque con il realismo

dell'Io, quando esso è consapevole.

All'interno delle figure archetipiche, gli eroi e le eroine del mito e della

fiaba sono tipi ideali, e coprono dei ruoli universalmente predefiniti e

limitati numericamente.

2. Le figure archetipiche hanno una forza propositiva, in quanto il

destinatario della narrazione è inconsciamente portato a scegliere il

proprio ruolo nella realtà simbolicamente rappresentata dal mito, e a

fare proprio il destino promesso all'eroe. Tali processi di identificazione

sono messi in moto proprio dalla forza degli archetipi.

L'elemento comune tra il “mito” e la “fiaba” è il nucleo archetipico che essi

condividono.

La natura esplicativa(1) e quella propositiva(2) appaiono inseparabili

all'interno del mito, poiché esso offre un'interpretazione della realtà che

diviene istruttiva. Tale funzione opera al livello inconscio della psiche infantile,

per mezzo di simbolizzazioni cognitive ed emotive. In questo modo un

bambino ben educato dai miti e dalle fiabe non crede realmente alla magia, e

tuttavia è in grado di conoscere e gestire la realtà circostante proprio grazie

agli schemi narrativo-interpretativi insegnatogli dalla fiaba

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fabioscala-votailprof di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Moscato Maria Teresa.
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