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susseguirsi di campagne militari riconquistò tutta la parte orientale della penisola balcanica. Samuele era ora alle prese

con un nemico che sapeva muoversi con velocità, tra boschi, pianure e monti. Le truppe romane non soffrivano ne il

caldo ne il freddo, combattevano su tutti i terreni, colpivano e fuggivano. L'avanzata romana fu lenta fino alla battaglia

di Cimbalongo, nell'angusta gola che dal Serrai conduce alla valle dell'alto Struma. Più che una battaglia campale fu

un'imboscata, caddero nella trappola quindicimila bulgari che furono presi prigionieri. Qui tutta la rabbia repressa,

esplose e Basilio poté vendicarsi e mantenere la sua promessa. Di ogni centuria, accecò novantanove uomini, e al

centesimo risparmiò un occhio perché potesse condurre i compagni alla presenza del loro Re. Ai primi di ottobre la

triste processione si trascinò fin dentro la fortezza dello zar a Prespa: vedendo i miseri resti della sua gloriosa armata,

Samuele già ammalato morì. La guerra continuò fino al 1018 quando Basilico espugnò la loro capitale. Per la prima

volta dalla caduta degli slavi, tutta la penisola balcanica era tornata sotto il controllo di Bisanzio.

Epilogo

Basilio oltre che essere spietato e brutale in guerra, era anche un ottimo amministratore e si dimostrò molto

compassionevole con i suoi nuovi sudditi.

Pretese contributi modesti pagabili anche in natura, ridusse il patriarcato ad arcivescovado, ma lasciò la chiesa bulgara

autonoma. La Bosnia e la Croazia furono amministrate dai principi locali sotto la protezione imperiale. L'aristocrazia

bulgara si integrò presto in quella romana, ricoprì importanti incarichi e divenne parte integrante della società imperiale.

Ad Oriente dopo l'ultima spedizione attuata nel 1023, Basilio II istituì otto nuovi temi, disposti in un grande arco che,

partendo da Antiochia si dispiegava verso est. Era il sovrano assoluto di domini che andavano dall'Adriatico

all'Azerbajan. Si sentiva ancora pieno di forze quando progettava l'invasione della Sicilia

allorché nel 1025 una decina prima di natale morì all'età di sessantasette anni. Basilio era stato un imperatore

eccezionale, primo tra i generali, sicuramente brillante nel campo amministrativo, governo con saggezza Stato e Chiesa.

Le sue campagne non erano esaltanti ed epiche ma come un fiume di lava in piena che tutto sommerge. Basilio era

brutto, sporco, rozzo, goffo ,incolto e di un'avarizia quasi patologica. L’Unica cosa che gli stava a cuore era la

grandezza di Bisanzio. Non meraviglia dunque che sotto di lui Bisanzio abbia raggiunto l'apogeo. In una cosi fallì: non

lascio eredi. Ancora nel XIII Secolo uno scrittore chiamerà Eraclio e Basilio II i più grandi imperatori di Bisanzio. In

effetti questi due nomi, i più grandi della storia bizantina, simbolizzano l'età eroica di Bisanzio, che l'uno dei due

inaugurò e l'altro la concluse.

Basilio chiuse gli occhi il 15 Dicembre 1025 . Il 16 il declino era già cominciato.

V Cap: IL DOMINIO DELL’ARISTOCRAZIA BUROCRATICA DELLA CAPITALE

1 il dissolvimento del sistema statale del periodo bizantino di mezzo

La morte di Basilio II segna una svolta nella storia bizantina . Essa fu seguita da un “epoca in cui , mentre nella politica

estera l’impero vive del prestigio acquistato nel periodi precedente , all’interno lascia via libera al processo di

dissolvimento . Dopo le grandi gesta degli ultimo tre imperatori Bisanzio sembrava invincibile , ed ebbe inizio un

periodo di relativa pace quale l’impero non aveva quasi mai vissuto . Questo periodo di pace non fu però per Bisanzio

un' epoca di raccoglimento e consolidamento , bensì un' epoca di rilassamento interno . Ha inizio la dissoluzione del

sistema che Eraclio aveva creato e che Basilio II aveva per ultimo mantenuto . I deboli successor di Basilio II non

avevano la capacità di portare avanti la lotta contro i signori feudali. Lo sgretolamento delle proprietà dei contadini e

dei soldati procede a passi da gigante e porta alla decadenza della forza militare e del sistema tributario dello Stato

bizantino . Il potere imperiale di Bisanzio rinuncia non solo alla lotta contro l’aristocrazia feudale , ma diventa esso

stesso il rappresentante di questa classe sempre più forte . L’aristocrazia fondiaria ha vinto la partita e ci si domanda

solo quale parte di questo settore conquisterà il predominio : l’aristocrazia burocratica o quella militare .

COSTANTINO VIII (1025-28)

L’erede al trono di Basilio II è Costantino VIII , il vecchio fratello dell’imperatore , che non si era mai interessato al

governo quando era co – imperatore , perché schiacciato dalla potenza del fratello .

Non gli mancavano le capacità , bensì il carattere e il senso di responsabilità . Lasciava ad altri la cura dello Stato e

trascorreva più tempo tra banchetti e spettacoli dell’ippodromo , dilapitando spensieratamente i tesori dello Stato

accumulate sotto Basilio II . Il problema più importante era che il vecchio imperatore non aveva eredi maschi .

E memorabile il fatto che solo sul letto di morte Costantino VIII si sia ricordato di maritare e di designare un marito

degno per sua moglie e la scelta cadde su Romano Argiro .

ROMANO III ARGIRO (1028-1034)

Costui era un burocrate di rango senatorio, già sessantenne, nato da famiglia di proprietari terrieri anatolici, e ricopriva

l'altissimo incarico di Eparca della Città. Era questa una altissima dignità che permetteva al suo detentore di gestire la

polizia urbana, i mercati, l'esercizio di talune professioni quali quelle dei banchieri, dei notai o degli avvocati, i servizi

giudiziari delle quattordici regioni, l'illuminazione, la rete idrica, l'annona, gli accessi degli stranieri. Era, insomma, il

padrone di Costantinopoli, e a lui spettava l'onore di sposare Zoe figlia di Costantino VIII. Il 15 novembre del 1028

Romano III e Zoe venivano incoronati.

Il nuovo Imperatore non era affatto uno sciocco, ma aveva senz'altro una eccessiva considerazione di se stesso. Egli

tendeva a ritenersi un grande condottiero, presentandosi come un novello Traiano o Adriano, se non un redivivo

Alessandro Magno, e così cominciò a concepire piani d'aggressione verso ogni popolo confinante.

Contro l'opinione dei suoi generali attaccò dunque Aleppo con gran spiegamento di forze. Ad Antiochia, ricevette gli

ambasciatori dell'emiro che ribadivano la loro volontà di proseguire la pace, ma ne respinse le proposte, e si mise in

marcia con l'esercito verso Aleppo. Il 2 di agosto del 1030 un distaccamento di cavalleria aleppina attaccò le truppe

romane: l'effetto sorpresa fu sconvolgente, la Guardia imperiale si mise in fuga e con quella l'intero esercito, che venne

annientato. L'Imperatore si salvò a stento. Fu l'ultima campagna che condusse: saggiamente affidò ad altri il compito di

guidare gli eserciti imperiali, ed ebbe il merito di individuare un giovane generale, Giorgio Maniace, ed inviarlo in

oriente. Maniace riscattò la sconfitta del 1030, nel 1031 invase l'emirato di Aleppo, ne batté gli eserciti e lo costrinse ad

accettare nuovamente la sovranità romana. L'anno successivo, spingendosi più oltre, conquistò la città confinaria di

Edessa, che non apparteneva all'Impero dai tempi di Basilio II. Inoltre fondò una nuova città che, quale celebrazione del

nome del sovrano, venne battezzata Romanopolis, a difesa ulteriore dei territori sottomessi.

La situazione confinaria non mutò più finché visse Romano: l'Impero aveva probabilmente raggiunto le sue frontiere

naturali, e, ad Oriente, risolti i problemi di Aleppo ed Edessa, non aveva più senso cercare altre avventure militari, che

avrebbero posto enormi problemi gestionali; e del resto anche in Italia la dominazione imperiale restava apparentemente

stabile, mantenendo un atteggiamento offensivo.

L'Impero dei burocrati

Pareva dunque che la realtà statuale bizantina proseguisse senza scossoni, nella gloria e nella potenza lasciate da Basilio

II: la moneta era forte come prima, l'economia in piena fioritura, l'esercito potente, i confini sicuri. In realtà non era per

caso che Romano Argiro fosse salito al trono: a coloro che avevano avuto l'opportunità di imporre un loro candidato

parve evidentemente giunto il momento di risolvere a loro favore l'annoso conflitto che contrapponeva il potere

imperiale all'aristocrazia fondiaria. Con Romano, potente possidente anatolico e burocrate, parve fondersi il potere di

questa con la forza nascente dell'alta burocrazia della Città.

Pareva, comunque, che a Costantinopoli si ritenesse di essere giunti ad una nuova era di pace e prosperità tale da

permettere lo smantellamento di quanto approntato precedentemente per l'emergenza. Lo stesso Romano, come già il

suo predecessore, si diede a dilapidare il patrimonio accumulato dai Macedoni, e lo fece per opere pie. Era in effetti

molto interessato alla religiosità, discuteva di argomento sacri e si mostrava

molto pio, come del resto la sorella, Pulcheria, fondatrice del monastero di Esfigmenou, sul monte Athos. La sua più

grande – e dispendiosa- opera fu la costruzione dell'enorme chiesa della Madre di Dio di Peribleptos, presto affiancata

da un gigantesco monastero.

Il tradimento

In fin dei conti Romano Argiro, pur non essendo riuscito a dar vita ad una sua dinastia, non aveva motivi per temere per

il futuro suo e dell'Impero: in effetti il pericolo era molto più vicino di quanto potesse immaginare, ed era rappresentato

da colei cui doveva il trono, Zoe Porfirogenita. Lui sperava in un erede, ma, oltre alla sua età, c'era da fare i conti con

l'età della moglie, giunta, al momento del matrimonio, a 48 anni. La coppia si sottopose a pratiche d'ogni genere,

giungendo al punto di utilizzare arti magiche, ma senza esito di alcun tipo. Quando comprese la verità, Romano

s'allontanò da Zoe, anche fisicamente, e l'allontanò anche dalle stanze del potere e soprattutto dal Tesoro, concedendole

nulla più d'un appannaggio fisso. Zoe, frustrata e furiosa, cominciò a meditare vendetta, e questa giunse nei panni e

nell'astuzia d'un monaco eunuco, Giovanni l'Orfanotrofo.

Costui era un uomo d'umile origine, proveniente dalla Paflagonia, e di famiglia dedita a commerci non propriamente

ortodossi. Sotto Basilio II era giunto all'incarico di protonotario, e successivamente, con abilità mista a totale assenza di

scrupoli, s'era fatto strada nelle stanze del potere, occupandosi tra l'altro d'opere pie, giungendo ad una certa confidenza

con l'Imperatore. La crisi della coppia imperiale non passò certo inosservata alla sua mente, che elucubrò un piano

diabolico. L'occasione fu, nel 1033, la presentazione di suo fratello all'Imperatore: Michele era un gran bel ragazzo, e

Zoe ne restò fulminata. La matura innamorata non visse più che per il suo giovane Michele: cercò in ogni modo di

frequentare l'Orfanotrofo, per incontrare il fratello, e quando aveva l'occasione diveniva sempre più pressante,

incoraggiandolo a cedere. Ben ammaestrato dall'eunuco, Michele cedette alla passione dell'Imperatrice, poiché si

rendeva conto che questa era la via per giungere alla gloria, ed in breve la tresca giunse ad esser nota a tutti. Meno che a

Romano, che fu l'ultimo a sapere e comunque, anche quando ne venne a conoscenza, non volle prestarvi credito. E non

volle neppure prestar fede anche a chi, come Pulcheria sorella di Zoe, lo metteva in guardia: prima o poi la moglie

infedele e l'amante avrebbero cercato di eliminarlo.

Cominciarono con il veleno, lentamente. Romano cominciò a deperire, la sua pelle si ricoprì di ulcere, cominciò a

perdere i capelli, non dormiva più, il suo umore diveniva sempre più instabile, perdeva appetito, gonfiava senza alcuna

ragione apparente. Tuttavia l'azione del veleno appariva evidentemente troppo lenta, e l'Imperatore affidandosi a medici

resisteva, ragion per cui Michele ed i suoi compari concepirono l'assassinio: mentre Romano si riposava in una delle

piscine vicino ai quartieri imperiali del Palazzo, preparandosi alle cerimonie del Venerdì santo, alcuni uomini lo

assalirono e lo annegarono. Estratto dalla piscina agonizzante, l'Imperatore si spense l'11 aprile del 1034. Il giorno dopo

il Patriarca Alessio I Studita era costretto da Zoe ad unirla in matrimonio con Michele. Romano, secondo le sue volontà,

venne sepolto nella chiesa della Peribleptos.

MICHELE IV IL PAFLAGONE (1034 – 1041)

All’età di cinquantasei anni Zoe si sposò per la seconda volta con un ragazzo epilettico di quasi quarant’anni più

giovane. Zoe pensava di aver trovato un marito remissivo, invece, dopo pochi mesi, Michele cessò d’interessarsi a lei;

inoltre, l Orfanotrofo, memore della fine di Romano, la pose sotto stretta sorveglianza nel gineceo del Palazzo. Michele

intanto era agitato dai rimorsi di coscienza (per la fine di Romano e il trattamento riservato a sua moglie), così si dedicò

incessantemente alla preghiera e alla fondazione di chiese e conventi. Michele scoprì di essere un buon sovrano, affidò

la gestione delle finanze al fratello l Orfanotrofo, e lui si dedicò alla politica estera e alla guerra. Nel 1038, sotto il

comando di Giorgio Maniace e di Stefano il Calafato (parente del sovrano), partì la grande spedizione che doveva

riconquistare la Sicilia. Messina e Siracusa furono prese poi però Maniace fu arrestato per contrasti con il Calafato, e in

breve la Sicilia fu perduta (tranne Messina).

Intanto l' Orfanotrofo aumentò le tasse e i gravami fiscali, questo spinse gli Slavi alla rivolta, Michele partì per domare

l’insurrezione e ci riuscì; tornò a casa in trionfo ma gravemente malato agli inizi del 1041. Prevedendo la fine, l'

Orfanotrofo si mise in azione per garantire alla sua famiglia il trono: introdusse a Palazzo suo nipote Michele, figlio di

Stefano il Calafato, e lo fece adottare da Zoe che gli diede il titolo di cesare. Il 10 Dicembre, Michele IV si fece

trasportare nel monastero dei Santi Cosma e Damiano, che lui aveva fondato, e si fece monaco; quella sera morì.

MICHELE V IL CALAFATO (1041 – 1042) ; ZOE , TEODORA (1042)

Dopo poco tempo anche Michele V iniziò a compiere iniziative autonome e per prima cosa fece esiliare lo zio

Orfanotrofo e sistemò i cortigiani che lo avevano osteggiato. Michele pensò di essere abbastanza forte da sbarazzarsi di

Zoe e mandarla in esilio; il 18 Aprile del 1042, giorno di Pasqua, la vecchia sovrana fu messa agli arresti con l’accusa di

tentato regicidio. Con l’appoggio di falsi testimoni, Zoe fu condannata e le furono tagliati i capelli, quindi, quella stessa

notte, fu condotta in un monastero sull’isola del Principe nel mar di Marmara.

Il 19 Aprile Michele convocò il Senato che, per paura, approvò l’esilio della basilissa. Quindi il prefetto della Città

comunicò al popolo riunito nel foro di Costantino che l’imperatrice Zoe era stata bandita per aver tentato ripetutamente

di uccidere il suo collega basileus. Allora accadde una cosa imprevista, il popolo iniziò a gridare che Zoe doveva essere

rimessa sul trono e Michele cacciato; la Città insorse per difendere la nipote del Bulgaroctono, discendente della

dinastia dei Macedoni che aveva riportato l’Impero agli antichi splendori. Per prima cosa la folla distrusse i palazzi

della famiglia di Michele, poi puntò sul Gran Palazzo; qui si trovava l’imperatore che, terrorizzato, ordinò di riportare

Zoe in Città. Mentre una nave andava all’isola del Principe, il basileus e i suoi uomini si asserragliarono nel Palazzo

difendendolo dagli assalitori. Quando la difesa era ormai al limite ecco tornare Zoe; la basilissa era provata ma

acconsentì a riprendere il suo posto e ad apparire nell’ippodromo al fianco di Michele. La mossa però non ottenne il

risultato sperato: vedendo la vecchia sovrana affacciata dal Kathisma, il popolo pensò che fosse prigioniera di Michele e

divenne ancor più rabbioso, Michele doveva essere esiliato. Sembrava che per Michele la fine fosse prossima: i capi

della rivolta temevano, però, che, con al suo fianco Zoe, Michele sarebbe riuscito a domare la folla, quindi pensarono di

procurarsi anche loro un vessillo per aizzare le masse. Visto che Eudocia era ormai morta da tempo, si pensò di

incoronare Teodora (che viveva ancora nel monastero dove era stata rinchiusa quindici anni prima) imperatrice per

usarla contro Michele ormai visto come un usurpatore. Quel pomeriggio una delegazione si recò al convento per

prelevare la donna, Teodora non voleva saperne e fu necessario farla uscire con la forza; quindi fu rivestita degli abiti

imperiali e condotta a S. Sofia, dove la sera di quel Lunedì, 19 Aprile, fu incoronata imperatrice dal patriarca Alessio

Studita.

A Palazzo la situazione era andata peggiorando, per ore Michele e suo zio Costantino cercarono di far ragionare la folla

usando anche Zoe, ma quando iniziarono a volare sassi e frecce, dovettero desistere; rientrati a Palazzo furono raggiunti

dalla notizia dell’incoronazione di Teodora.

Martedì 20 Aprile, la Città fu sconvolta per tutto il giorno da violenze e stragi, si contarono 3.000 vittime; prima

dell’alba del 21 Aprile Michele e suo zio, il gran domestico Costantino, vista l’impossibilità di recuperare la situazione,

si fecero trasportare da una barca al monastero di S. Giovanni in Studio e si fecero monaci.

Nelle prime ore di Mercoledì 21, la folla ruppe i portoni del Gran Palazzo e dilagò al suo interno devastando e

saccheggiando tutto col proposito di trovare Michele e ucciderlo. Gli insorti trovarono invece Zoe terrorizzata, la

sollevarono in alto e la posero sul trono, la sua gioia durò poco: quando seppe che Teodora era stata incoronata ebbe

l’impulso di rispedirla in convento ma fu dissuasa dai consiglieri che le spiegarono che la folla adorava Teodora, così la

vecchia sovrana dovette rassegnarsi a condividere il trono con l’odiata sorella.

Michele e Costantino pensavano di avere scampato l’ira della folla, ma si sbagliarono; i due furono accecati e ricondotti

in convento.

La situazione era instabile, l’odio che le due donne provavano reciprocamente, iniziò a dividere i cortigiani in due

schieramenti, era necessaria una forte figura maschile che prendesse in mano la situazione; era necessario che una delle

due basilisse si sposasse. Teodora, dopo cinquant’anni di castità, inorridiva solo all’idea, al contrario Zoe, nonostante i

suoi sessantaquattro anni e l’incertezza della Chiesa davanti un terzo matrimonio (cosa vista molto male dalle autorità

ecclesiastiche) era ben felice di sposarsi di nuovo. Si vagliarono i pretendenti, fu convocato a corte Costantino

Dalasseno (che già una volta era stato pensato come sposo di Zoe, e che poi era finito relegato in un convento); questi

però non parve adatto per il suo modo di fare e per le idee che professava e fu scartato. Fu scelto allora Costantino

Artocline (ex segretario di Romano III) che fu introdotto a Palazzo per fare la conoscenza della sua promessa sposa;

dopo qualche tempo però Costantino si ammalò e repentinamente morì (alcuni dissero che sua moglie, memore della

sorte toccata alla prima sposa di Romano III, lo avvelenò). Alla fine la scelta cadde su un nobile aristocratico della Città,

Costantino Monomaco, di quarant’anni, che era stato esiliato a Lesbo dall' Orfanotrofo. Ai primi di Giugno, Costantino

giunse a Costantinopoli; l 11 di quel mese, nella chiesa palatina della Nea Ekklesia, Costantino e Zoe furono uniti in

matrimonio. Il patriarca Alessio, però, per protestare contro queste terze nozze (non solo di Zoe, ma anche di

Costantino) non partecipò alla funzione e diede il suo abbraccio agli sposi solo dopo l’incoronazione.

COSTANTINO IX MONOMACO (1042 – 1055)

Il 12 Giugno, Costantino IX Monomaco fu incoronato imperatore dei Romei. Il nuovo sovrano non solo era

assolutamente inetto nelle questioni militari (l’Impero cominciò a perdere parte dell’Italia per mano normanna), ma era

un uomo gaudente, spendaccione e donnaiolo. Iniziò a spendere a piene mani il denaro del tesoro imperiale, Zoe, non

solo fu molto comprensiva su questo fronte (aiutandolo nelle spese folli), ma chiuse gli occhi anche sulla tresca che il

marito aveva con Maria Sclerena, donna affascinante che era stata sua amante anche durante il matrimonio precedente.

Intanto l’Impero scivolava nel baratro: il denaro, accumulato da Basilio II, spariva in acquisti folli e insensati; nel 1043,

spinto dalle calunnie del fratello della Sclerena, Giorgio Maniace si era ribellato e causò vari lutti all’Impero; in Sicilia

restava solo la città di Messina in mano imperiale, mentre i Normanni avanzavano speditamente nell’Italia meridionale.

Il 17 Luglio di quell’anno i Russi, rotto il vassallaggio che la dinastia Macedone aveva imposto loro, attaccarono per

l’ultima volta Costantinopoli; nelle acque del Bosforo si svolse una grande battaglia navale che vide i Bizantini

vincitori. Di tutto ciò la corte non si curava, l’evento che maggiormente colpì la Città avvenne nel 1045. In quell’anno

Maria Sclerena morì di un male incurabile, Costantino ne soffrì fortemente (forse sperava, un giorno, di sposarla).

Il 1047 vide la rivolta di Leone Tornicio che dopo aver vinto gli Imperiali il 21 Settembre sotto le mura della Città, non

sfruttò la vittoria e fu sconfitto. Il regno di Costantino era salvo. Nel Giugno del 1050, l’imperatrice porfirogenita Zoe

morì all’età di settantadue anni, dopo aver dominato la vita di corte per ventidue anni.

Gli anni seguenti furono segnati da un fallito attentato perpetrato da Romano Boila (1051); e da vari eventi luttuosi per

l’Impero. Il 16 Luglio 1054, vide anche il Grande Scisma d’Oriente che, nato per piccole beghe tra gli inviati papali e il

patriarca Michele Cerulario (succeduto, il 20 Febbraio 1043, ad Alessio I Studita), dividerà per sempre la Chiesa

d’Oriente da quella d’Occidente. Saliti al soglio patriarcale di Costantinopoli Michele Cerulario

(1043) e a quello pontificio Leone IX (1049), le divergenze investirono quasi subito il terreno dogmatico e liturgico, sul

quale entrambe le parti non erano disposte a venire a patti. Si trattava di vecchie questioni che avevano già diviso gli

animi ai tempi di Fozio (IX secolo): la dottrina occidentale della duplice processione dello Spirito santo, il digiuno

romano del sabato e il divieto del matrimonio dei preti, l'uso del pane lievitato o di quello azzimo e in ultimo , la più

importante riguardava l'autorità papale: il papa romano reclamava la propria autorità sui quattro patriarcati orientali

(Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, che con Roma formavano la cosiddetta pentarchia), disposti a

concedere al patriarca di Roma un primato solo onorario e a lasciare che la sua autorità si estendesse solo sui cristiani

d'Occidente. La situazione precipitò con l'arrivo a Costantinopoli della legazione papale guidata dal cardinale Umbero

di Silvacandida che, il 16 luglio 1054, consegnò la bolla di scomunica per il patriarca. Michele rifiutò di sottomettersi e

convocò un concilio di capi della Chiesa orientale (da allora proclamatasi ortodossa) che scomunicarono i legati

pontifici. L 11 Gennaio del 1055 Costantino IX Monomaco si spense nel palazzo dei Mangani e fu poi sepolto accanto

a Maria Sclerena. Prima della morte il basileus aveva scelto come suo successore Niceforo Proteuon, governatore della

Bulgaria, ma i cortigiani, fedeli alla dinastia Macedone, non attesero che il sovrano morisse, richiamarono Teodora, che

era stata messa in ombra dall’incoronazione di Costantino, e la fecero proclamare basileus autokrator dalla guardia

variaga.

TEODORA (1055 – 1056)

Per la prima volta Teodora era unica sovrana assoluta dell’Impero; la corte la spingeva affinché si sposasse e desse un

sovrano al suo popolo, ma la basilissa si rifiutò e decise di governare da sola con l’aiuto del nuovo primo ministro, il

protosincello Leone Paraspondila. Nei primi tempi ebbe al suo fianco anche Michele Psello (a cui era legata da antica

amicizia) che poi, per le calunnie di cortigiani invidiosi, fu costretto ad allontanarsi dalla basilissa. La sua attività non fu

negativa: promulgò leggi; si dedicò con assiduità alle nomine ecclesiastiche, inserendo uomini di sua fiducia nelle

cariche più importanti (anche se di questa attività non sappiamo molto, tranne un breve e negativo accenno in Psello);

ricevette ambascerie (tra cui una dal papa Vittore II, che però non conseguì i risultati sperati) e sempre respinse i

tentativi del patriarca di prendere in mano il governo dello stato. Anzi, nei confronti di Michele Cerulario (che pure in

passato aveva avuto in simpatia) cominciò a nutrire un forte astio e forse lo avrebbe pure sostituito se la morte non l'

avesse colta prima (probabilmente la mutata situazione religiosa, dovuta allo Scisma, aveva reso più intraprendente il

patriarca, che, secondo Psello, aveva preso il titolo di Patriarca dell’ecumene tutta, portandolo a cozzare con la volontà

dell’imperatrice).

Restava ancora il problema della successione che, praticamente, si trascinava da quando Basilio II era morto senza figli

maschi; Teodora aveva ormai settantasette anni, a chi lasciare il trono? Nei primi tempi nessuno si curò di questo

problema, si iniziò quasi a pensare che la sovrana, ultima rappresentante dei Macedoni, sarebbe vissuta in eterno (di ciò

Psello accusa degli individui che, sebbene monaci, facevano il male piuttosto che il bene e che avevano convinto la

sovrana della sua immortalità); invece non fu così, nell’estate del 1056: “la coglie una malattia davvero crudele:

essendosi degradata la funzione defecatoria, l’appetenza fu compromessa ed ella andava sgravandosi per via orale. Poi,

colta da diarrea improvvisa, tale che per poco non espulse tutte le viscere, ella fu ridotta allo stremo” . Davanti

all’aggravarsi della situazione, i consiglieri si riunirono per decidere a chi affidare il regno; la scelta cadde su un

anziano patrizio, Michele Bringa, che era detto lo Stratiotico (aveva diretto, infatti, l’amministrazione militare); Psello

(che lo considera un inetto) sostiene che fu scelto perché “rimanesse legato loro e non mutasse animo e garantisse loro

immutata l’attuale situazione di privilegio” .

Quando ebbero deciso si presentarono alla sovrana moribonda e le chiesero di dare il suo assenso, Teodora accettò con

il solo cenno delle ciglia e così facendo adottò Michele come figlio. Secondo alcuni il patriarca (secondo Psello la stessa

Teodora) pose la corona sulla testa di Michele VI Stratiotico che divenne il nuovo imperatore dei Romei, poche ore

dopo la porfirogenita Teodora morì, era il 31 Agosto del 1056, vigilia della nuova indizione: la dinastia dei Macedoni si

era estinta.

MICHELE VI BRINGA (1056-1057)

Dovette far fronte all'avanzata dei Turchi ed all’opposizione interna propugnata dal patriarca di Costantinopoli Michele

Cerulario.

I primi giorni di regno furono difficili: nel Settembre del 1056 i Normanni vinsero i Bizantini a Taranto annettendo tutto

il territorio tra questa città e Otranto; da questo momento Roberto il Guiscardo iniziò a occupare stabilmente sempre più

ampie fette di territorio imperiale senza che i Bizantini facessero nulla; poco dopo Teodosio Monomaco, cugino del

defunto imperatore, si ribellò pretendendo il trono ma, grazie anche all’energico intervento del patriarca Michele

Cerulario, la rivolta fu ben presto domata. I mesi seguenti trascorsero senza alcun evento degno di rilievo; nel corso di

quell’anno il cugino dell’imperatore, Michele Urano, sostituì il generale Cecaumeno al comando ad Antiochia.

A causa del suo favoritismo verso i burocrati di corte, a spese dell'esercito, fra il giugno e l'agosto del 1057 fu dichiarato

decaduto e quindi costretto a rinunciare al trono da una rivolta militare che proclamò imperatore Isacco I Comneno,

rappresentante dell’aristocrazia bizantina. Risparmiato dal suo successore, assunse la tonaca e morì poco dopo, intorno

al 1059.

ISACCO I COMNENO (1057-1059)

Quando Isacco Comneno si trovò di fronte i Senatori della Città per la prima volta, poco dopo aver preso possesso della

Capitale, molti di loro furono presi da gran timore, di fronte alla freddezza con cui vennero accolti. In realtà tutto era

stato ben combinato da coloro che già da tempo gestivano il potere nell'Impero, ma era pur vero che da decenni un

soldato non vestiva la porpora. E poteva rivelarsi foriero di sorprese sgradite a quel Senato che si godeva quanto

accumulato dalle vittorie precedenti.

L'Imperatore ed il Patriarca

Pareva che si realizzasse l'ambizione di quella combinazione tra aristocrazia civile e la Chiesa che aveva agevolato

l'ascesa al trono di Isacco: costui avrebbe tenuto a bada l'aristocrazia terriera militare ma avrebbe dovuto tenere in

debito conto chi gli aveva assicurato la corona. Ed in effetti il basileus inizialmente si mosse con discrezione: trattò

alquanto freddamente il Senato, verso il quale non aveva alcun rispetto, ma senza gli eccessi che il suo predecessore

aveva avuto nei suoi confronti, Psello venne insignito dell'alta dignità senatoriale di proedro e Licude riottenne la carica

di mesazon , ed inoltre concedette molto al Patriarca: l'amministrazione di Santa Sofia venne ceduta al Patriarcato, e per

la prima volta il suo Grande economo non fu più di nomina imperiale. Tuttavia Isacco si rendeva conto che i suoi

progetti necessitavano di un giro di vite deciso, e che la salvezza dell'Impero doveva necessariamente prevedere lo

scontro con i poteri che lo avevano accettato.

Non era del resto uomo che poteva essere manipolato con semplicità. Infaticabile, lavorava ininterrottamente, senza

prender riposo. L'unico suo svago era la caccia, e ciò gli sarà fatale. Risolse diplomaticamente i contrasti con i

Selgiuchidi, intimoriti dalle dimostrazioni di forza romane, ed i Magiari; tuttavia in Italia, dove oramai anche la

Calabria stava cadendo nelle mani del Guiscardo, Reggio venne rafforzata e per la prima volta da anni si sentì

l'intervento imperiale, e, soprattutto, non appena fu possibile Isacco dispiegò l'esercito contro i barbari Peceneghi, che

traversando costantemente il Danubio creavano enormi problemi all'Impero. La campagna si risolse con il

dissolvimento dell'orda pecenega, che in pratica non accettò neppure lo scontro, ma lungo la strada per il ritorno

l'armata imperiale venne investita da una tempesta di inusitata violenza, che causò non poche vittime.

Una politica di rafforzamento militare presupponeva comunque denaro, ed Isacco non esitò a reperirlo rompendo con le

tradizioni ormai invalse da anni. Soppresse i donativi in denaro, sospese ed abrogò le molte esenzioni fiscali, aumentò la

tassazione e, soprattutto, assicurò la certa riscossione delle entrate. Abrogando le esenzioni, richiese la restituzione di

molte delle terre imperiali a suo tempo concesse a nobili e clero, rendendo nulli provvedimenti antecedenti la sua

incoronazione, e con tale provvedimento confiscò molte proprietà agli aristocratici, alla Chiesa, ai monasteri, suscitando

ovviamente l'ira dei soggetti colpiti. Comunque tutto ciò creò un grave clima di insoddisfazione da parte di chi, dopo

aver agevolato l'ascesa al trono di Isacco, si aspettava da lui gratitudine, ed in particolare si aprì una situazione

particolarmente conflittuale con il Patriarca, Michele Cerulario, che non esitò ad accusare il basileus di ingratitudine,

minacciando di deporlo, giungendo persino a calzare i pedila purpurei all'Imperatore riservati, sostenendo che era ben

poca la differenza tra il sacerdozio e la sovranità, avendo già probabilmente in mente di farli calzare, quegli stivaletti, al

suo parente Costantino Ducas.

In effetti raggiungeva in questi anni il suo apice l'annoso conflitto tra le due autorità, le due spade, quella temporale e

quella spirituale, che da Basilio I e da Leone VI si stava risolvendo lentamente a favore della seconda. Scomparsa la

dottrina della homoiosis , della assimilazione divina del basileus, oramai si sosteneva con sempre maggior forza che , è

la Legge il vero basileus che sta sopra i basileis, e che è il Patriarca la vera immagine vivente ed animata di Dio. Il clero

–insieme all'aristocrazia- limitarono sempre più la basileia, e si giunse ad una netta separazione delle funzioni, dove il

Patriarca era il signore delle anime ed il basileus il signore dei corpi. Ma a Michele Cerulario ciò non bastava, ed il suo

tentativo di prevaricare la potestà imperiale, come già in parte gli era riuscito con Costantino Monomaco, si scontrò con

la ferrea volontà di Isacco Comneno, che della basileia aveva un altissimo concetto, quello che poi porterà i suoi

discendenti a riportarne la visione ai pristini splendori, tanto che Eustazio di Tessalonica potrà dire di Manuele

Comneno che “regna con Dio come un dio in terra”.

Il conflitto tra l'Imperatore ed il Patriarca scoppiò violento, ed il secondo ebbe la peggio. Isacco l'8 novembre del 1058

depose ed esiliò Cerulario, che però rifiutò di abdicare alle sue funzioni. L'Imperatore a questo punto convocò un sinodo

per accusare il Patriarca d'eresia, ed incaricò Psello di redigere l'atto d'accusa. Il sinodo venne convocato fuori dalla

Città per evitare tumulti popolari, ma non servì: l'indomito Michele Cerulario nel frattempo si spense, da una parte

liberando Isacco da un pericoloso avversario, dall'altro lasciando l'alone del martirio, che sull'Imperatore venne a pesare

come un macigno. Il raffinato, astuto ed accorto Costantino Licude venne eletto al soglio patriarcale, dimostrando in tal

modo quello che sarebbe stato il futuro.

La riscossa della nobiltà

Il basileus aveva ottenuto una vittoria importante, con la sconfitta del Cerulario. Ora era del tutto solo, osteggiato dalla

Chiesa, aborrito dai dynatoi , abbandonato dal popolo, che non gli perdonava quello che riteneva un attacco alle

istituzioni religiose. Il suo regno non poteva non avere le ore contate, e Chiesa e poteri civili si allearono nuovamente

per affrettare un doveroso cambio di timoniere. L'occasione giunse dopo una lunga giornata di caccia, nel novembre del

1059, al termine della quale Isacco risentì d'una forte e perniciosa infreddatura. In breve tale malanno si aggravò,

portando con sé febbre e tremiti convulsi, tali da far pensare al basileus di trovarsi in pericolo di vita. L'Imperatrice, la

combattiva e volitiva Caterina, figlia di Ivan Vladislav di Bulgaria, cercò in ogni modo di dissuadere il marito da tale

volontà, invano, e venne deciso che il successore sarebbe stato il nobilissimo e vacuo Costantino Ducas, presidente del

Senato, con gran gioia dei dynatoi costantinopolitani, poiché Isacco non aveva figli, al di là di Manuele, oramai morto

da tempo, e di Maria, che sarebbe entrata in convento con la madre di lì a poco, ed il fratello, Giovanni, aveva

manifestato di non avere alcuna aspirazione al trono. Tuttavia la salute di Isacco parve migliorare, causando grave

preoccupazione nell'Imperatore designato e nell'aristocrazia, che partì all'attacco, cercando di costringere all'abdicazione

con le buone e con le cattive il Comneno, la cui malattia del resto riprese, tanto che, solo e pieno di sconforto, in

dicembre vestì definitivamente l'abito monacale e si ritirò nel monastero di San Giovanni in Studio, ove trascinò la sua

esistenza ancora per un paio di anni, fino al 1061.

2 la decadenza in politica interna ed estera

COSTANTINO X DUCAS (1059-1067)

Costantino Ducas non era certo un homo novus. Nato nel 1007, proveniva da una famiglia che vantava un albero

genealogico incredibilmente illustre. I Ducas provenivano certamente dall'Anatolia, e, come solitamente accadeva alle

famiglie originarie di quell'area, si erano contraddistinti nell'attività militare.

Eppure cotanta stirpe, pur da lui vantata, non produsse in Costantino Ducas alcuna attitudine militare, ed egli preferì

seguire le sue tendenze, che erano quelle dell'uomo di lettere. Fu parte integrante di quei circoli intellettuali e filosofici

che rendevano illustre Costantinopoli e, insieme a Costantino -poi Michele- Psello, Costantino Licude e Giovanni

Xifilino, rappresentò quel “governo dei filosofi” che giunse ad avere un peso preponderante nel governo di Bisanzio. La

sua preminenza nell'aristocrazia civile e senatoriale ed il suo stretto collegamento con il potente clero bizantino venne

simboleggiata dall'incarico di presidente del Senato che a Costantino venne affidato e dal suo matrimonio con la

bellissima, intelligente e nobile Eudocia Macrembolitissa, nipote del Patriarca Michele Cerulario. E fu proprio il potente

Patriarca a ipotizzare il trono per Costantino Ducas. L'insurrezione dei militari che portò Isacco Comneno a cingere la

corona parve bloccare sul nascere questa ambizione, ma Michele Cerulario aveva in mente il suo pupillo, quando

minacciava Isacco di scalzarlo dal trono ed indossava lui stesso i pedila purpurei al basileus riservati.

L'occasione giusta coincise con la malattia di Isacco Comneno che, per l'Imperatore, si aggiungeva ad un crollo psichico

frutto della solitudine e dell'ostilità comune di chi lo circondava. Nel novembre del 1059 Isacco decise l'abdicazione e

optò per la pace del monastero, non senza pensare al futuro dell'Impero che, certo su insistenza di consiglieri tutt'altro

che disinteressati, mise nelle mani di Costantino Ducas. La momentanea ripresa dalla malattia parve far mutare

opinione al basileus che, comunque, venne posto di fronte al fatto compiuto. Psello racconta: “Feci sedere (Costantino

Ducas) sul trono imperiale, calzando ai suoi piedi i sandali di porpora... ed il Senato gli concesse la sua approvazione

unanime”. Tanto bastò a far comprendere ad Isacco che una ulteriore dilazione avrebbe posto a rischio non solo il trono

ma la vita stessa, sua e dei suoi cari, e Costantino, il 26 dicembre, venne acclamato Imperatore. Isacco, ottenuta sicurtà

per la moglie, la figlia, il fratello ed i nipoti, si ritirò tra le mura dello Studio.

Il regno dei filosofi

La basileia di Isacco Comneno venne all'istante cancellata nella sua interezza, e Costantino X si collegò direttamente al

regno di Costantino Monomaco. Il nuovo imperatore non era uno sciocco, ma era quanto di più lontano ci si potesse

aspettare in quel momento. Era fondamentalmente un amministratore, un burocrate, ed il continuatore di Scilitze, legato

agli ambienti della nobiltà militare, ci dice che egli stesso ammetteva apertamente di preferire d'esser conosciuto come

buon retore piuttosto che come grande Imperatore. Ed in effetti piuttosto che alle cure dell'Impero volle dedicarsi alle

sue due grandi passioni, l'oratoria e gli studi giuridici, una passione che accomunava l'Imperatore a colui cui era stata

affidata la cattedra della nuova facoltà di giurisprudenza sotto Costantino Monomaco, Giovanni Xifilino, e che,

divenuto nel frattempo abate a Trebisonda, lo stesso Costantino X Ducas vorrà quale successore di Costantino III

Licude sul seggio patriarcale, perpetuando così la tradizione dei Patriarchi potenti ed espressione della nuova ed

influente classe colta.

Con tutto ciò, e proprio per l'ambiente da cui proveniva, la situazione dello Stato continuò lungo la via che i successori

di Basilio II aveva tracciato. Gli uomini che assunsero la guida dell'Impero erano gli stessi che l'avevano retto fino ad

allora, i rappresentanti della nobiltà civile e del clero come Psello, Licude e Xifilino. Michele Psello giunse ai vertici del

potere in virtù dell'amicizia intima che lo legava al basileus, e che lui stesso vanta con grande intensità: “diventammo

così intimi l'uno con l'altro”, scrive, “che ci scambiavamo visita frequentemente, rivelando in ciò una dilettevole

amicizia”. Ritornarono in auge gli eunuchi, ed iniziò la sua ascesa politica quell'eunuco Niceforo, più conosciuto col

soprannome di Nicefotitze che gli fu attribuito per la sua bassa statura, che diverrà onnipotente sotto Michele VII

Ducas, dopo esser stato cacciato in prigione alla fine del regno di Costantino X per il suo inetto e corrotto governo di

Antiochia. Le impopolari riforme di Isacco vennero abrogate e si riprese ad elargire donativi ed immunità alla nobiltà

civile ed al clero. Divenne sempre più appariscente il fenomeno dell'espansione dell'aristocrazia burocratica, che si

impinguava con l'ingresso nei suoi ranghi della nuova borghesia mercantile, il Senato si espanse a dismisura ed ebbe la

tendenza a democraticizzarsi: si assisteva alla fusione tra l'aristocrazia civile e la classe media, fenomeno che arricchiva

la prima ma che andava, ovviamente, a discapito della seconda, bloccandola sul nascere. La compravendita delle vuote

ma prestigiose cariche onorifiche, è logico, divenne la norma, come lo divenne nuovamente la concessione in appalto

dell'esazione fiscale.

Per coprire i costi derivanti dalle molte prebende connesse alla smisurata espansione delle cariche concesse e per

ovviare al crollo delle entrate nelle casse dello stato vennero tagliati in modo allarmante gli effettivi militari, e ciò in

connessione con l'ostilità del basileus e dei suoi sostenitori alla nobiltà militare ed alla stessa parsimonia naturale

dell'Imperatore. Ovviamente la dissoluzione dell'esercito rese necessario l'utilizzo di forze mercenarie, riempiendo

l'armata imperiale di Uzi, Peceneghi, Variaghi, Normanni, Franchi, che pesavano non poco sulle casse statali, insieme ai

tributi che sempre più spesso divenivano necessari per allontanare il pericolo dalle frontiere.

Frontiere che divenivano sempre più insicure, tanto sui Balcani, quanto ad Oriente, quanto in Italia, lasciate sguarnite e

prive d'adeguata difesa.

La presenza imperiale in Italia era prossima alla scomparsa, ridotta pressoché alla sola città di Bari, ed il colpo finale lo

diede papa Niccolò II concedendo a Roberto il Guiscardo il titolo di Duca di Puglia, Calabria e Sicilia. Costantinopoli

tuttavia non accettò passivamente la scomparsa della sua secolare permanenza in Italia, e nel 1060 inviò truppe che

riuscirono a liberare Taranto, Brindisi ed Otranto; nel frattempo Costantino X avviava trattative con l'imperatore tedesco

Enrico IV e con l'allora antipapa. Tutto vano. L'anno successivo le città appena riconquistate tornavano sotto il dominio

normanno, ed un ulteriore invio di truppe, nel 1066, servì solo a ritardare il crollo definitivo, favorendo la temporanea

ripresa di Taranto e Brindisi.

I Balcani, già tormentati da quei Peceneghi che Isacco aveva ricacciato oltre il Danubio, videro l'affacciarsi dell'orda

degli Uzi, spinti dai Cumani a valicare, in numero di ben 600.000, le frontiere imperiali. Le truppe romane e bulgare

vennero distrutte dall'assalto barbaro, e gli stessi comandanti, Basilio Apocapa e Niceforo Briennio, caddero nelle mani

dei nemici, che dilagarono senza alcun freno, saccheggiando Tracia, macedonia e Grecia. Costantino, del tutto alieno

alle armi, decise di intervenire con un ritardo che lo stesso Psello stigmatizza, approntando un esercito di 150.000

uomini, ma venne prevenuto da una terribile pestilenza che infuriò tra i barbari, decimandoli e costringendoli a valicare

nuovamente il Danubio, nel 1065. Quelli tra gli Uzi ed i Peceneghi che non erano tornati sui loro passi entrarono al

servizio di Bisanzio.

Il fronte più drammatico era quello orientale. I Turchi Selguchidi di Togrul Beg con velocità impressionante avevano

invaso i paesi arabi e, con la conquista di Baghdad, si erano posti quali strenui difensori dell'ortodossia sannita,

dilagando, con altrettanta rapidità, verso le terre dei Fatimidi egiziani e dei Romani. I quali, con chiaro istinto suicida,

avevano appena eliminato l'unico stato cuscinetto, il regno armeno di Ani, ed avevano smobilitato le truppe tematiche

confinarie d'Armenia, terra che storicamente era stata un reale baluardo per l'Impero, per forza, per lealtà e per uomini.

Costantino X Ducas non fece altro che rendere più grave la situazione, continuando la politica di repressione della

Chiesa armena che aveva iniziato il Patriarca Michele Cerulario, mentre i Selgiuchidi attuarono una politica di grande

liberalità religiosa, tanto che Matteo di Edessa si produrrà in grandi elogi per Malik Shah, successore di Alp Arslan. Il

risultato fu che i Selgiuchidi di Alp Arslan conquistarono Ani nel 1064 e, senza incontrare resistenza apprezzabile, si

spinsero fino a saccheggiare Cesarea nel 1067, attestandosi a poco più di cento km da Ancyra. Costantinopoli, che fino

ad allora non si era resa conto del pericolo, cominciò a tremare.

Epilogo

L'Imperatore non fece in tempo ad assumere altre iniziative perniciose: nell'ottobre del 1066 aveva cominciato ad

accusare i primi sintomi di quella malattia che entro pochi mesi l'avrebbe portato alla tomba. Certo della sua volontà di

creare una dinastia duratura, fin dal comparire del male volle assicurare la sua discendenza, ed affidò al fratello

Giovanni, in cui riponeva grande fiducia e che aveva nominato Cesare, i suoi figli, Costantino e Michele, proclamati co-

imperatori fin dal 1060, Andronico, scomparso presto, la bella Zoe, che sposerà Adriano, fratello di Alessio Comneno, e

Teodora, che entrerà in convento con il nome di Arete. In effetti tali precauzioni apparivano necessarie, a causa della

situazione politica e militare fortemente compromessa: già nel 1060 era stato scoperto e sventato un complotto, di cui

faceva parte anche l'Eparca della Città, destinato a rovesciare Costantino mentre rientrava a palazzo, cui del resto non

seguirono atrocità, poiché i ribelli vennero solamente privati dei beni ed esiliati. Era comunque un segnale di debolezza

del potere imperiale che seguiva i complotti che avevano contrassegnato il regno di Costantino Monomaco, in

particolare.

Il male che colpì l'Imperatore attraversò fasi alterne, che, talora, parvero concedergli speranza, ed in una di queste

Costantino cambiò le sue ultime disposizioni, affidando, certo non senza più o meno velate pressioni, la sua

discendenza al Patriarca Giovanni VIII Xifilino ed alla moglie Eudocia, la quale dovette sottostare al voto di non

contrarre più matrimonio. Tale decisione fu, comunque, quella definitiva, poiché il 21 maggio del 1067 Costantino X si

spense. Venne sepolto nel monastero di Molibotos, nei pressi della Porta d'Oro.

Eudocia assunse la reggenza per i figli, ma ben presto le drammatiche notizie provenienti da Cesarea spinsero lei ed il

Patriarca ad infrangere il voto fatto al morente Costantino: giungeva il momento di Romano IV Diogene.

ROMANO IV DIOGENE (1068-1071)

Romano Diogene era il figlio di Costantino Diogene e un componente di una famiglia molto in vista della Cappadocia.

S'era messo in mostra all'interno dell'esercito bizantino, fin quando nel 1067 non fu convinto da membri del senato e del

"partito civile" e, forse, dai figli di Costantino X Ducas a partecipare a una fallita cospirazione mirante a impadronirsi

del trono imperiale. Mentre attendeva la sua esecuzione, fu portato alla presenza dell'Imperatrice reggente, Eudocia

Macrembolitissa, e sembra che egli l'affascinasse a tal punto che la reggente gli garantì la grazia e - dopo la morte di

Costantino X suo marito, che l'aveva indicata come reggente - la mano il 1o gennaio 1068, nonostante l'opposizione del

figlio maggiore di Eudocia, Michele Ducas, e del fratello dell'Imperatore, il Cesare Giovanni Ducas.

Durante il suo regno il potere dell'esercito aumentò, anche se questo lo fece entrare in contrasto con Eudocia e il senato,

entrambi ostili alla sua politica militaristica. Raccolse un esercito mercenario di Franchi, Normanni, Uzi e Peceneghi e

con queste armate ottenne due vittorie contro i Turchi selgiuchidi tra il 1068 ed il 1070, riuscendo a contenere l'avanzata

di quelle popolazioni in Anatolia. Nel frattempo però l'impero bizantino perdeva l'ultima roccaforte in Italia: Bari

nell'aprile del 1071 veniva conquistata dai Normanni.

La sua sconfitta più grave fu tuttavia quella subita nella battaglia di Manzicerta (contro i Selgiuchidi del Sultano Alp

Arslan), maturata a causa del tradimento sul campo di battaglia di Andronico Ducas e delle truppe mercenarie franche

guidate da Roussel di Bailleul (26 agosto 1071). Fu fatto prigioniero ma il Sultano selgiuchide - preoccupato da quello

che ai suoi occhi rappresentava un pericolo imminente e assai maggiore, quello dei Fatimidi in Siria - gli concesse

condizioni di pace incredibilmente lievi, che prevedevano lo smantellamento della fortezza di Mantzikert e l'abbandono

della regione da parte delle truppe imperiali.

Tornato in patria per convincere aristocrazia e clero ad addivenire all'accordo impostogli da Alp Arslan, fu accolto

invece dal fedifrago Andronico Ducas che lo aveva nel frattempo detronizzato, appoggiato dalle sue

truppe, scampate al disastro. Nel confronto le truppe di Romano IV, raccolte in tutta fretta tra la popolazione indigena

vennero facilmente sconfitte e Romano si arrese, dietro la promessa che gli sarebbe stata risparmiata la vita.

Andronico non mantenne invece la parola data e sull'isola di Proti lo fece accecare. Morì nell'estate per le torture

ricevute.

MICHELE VII DUCAS (1071-1078)

Michele Ducas fu acclamato Imperatore dopo la sconfitta nella battaglia di Manzikert di Romano IV contro i Turchi

nell'agosto del 1071. Durante il suo regno, Romano IV tentò di rovesciarlo per riprendersi il trono ma dopo vari tentativi

dovette arrendersi e fu fatto uccidere.

Michele non era un condottiero, infatti delegò il controllo dell'esercito ai suoi generali. Gli Slavi avanzarono sulla costa

adriatica orientale e i Bulgari irruppero oltre il confine danubiano. Vi fu inoltre la rivolta dei mercenari Normanni,

guidati da Roussel di Ballieul che minacciò Costantinopoli giungendo ad incendiare Crisopoli (l'odierna Uskudar), dopo

aver battuto un esercito comandato da Alessio Comneno (il futuro Alessio I), e che vennero sbaragliati solo dopo

l'intervento di truppe turche, corrotte dallo stesso Alessio. Anche i Turchi Selgiuchidi avanzarono in Anatolia.

Michele VII fu il primo a ricevere, dopo lo Scisma d'Oriente, un delegato papale inviatogli da Papa Alessandro II nel

1071 per tentare una riconciliazione fra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, tentativo che non ebbe tuttavia successo.

Gli succedette Niceforo III, mentre Michele VII dopo aver abdicato si dedicò alla vita monastica, giungendo dopo

alcuni anni ed esclusivamente per merito alla carica di vescovo.

Michele VII sposò Maria d'Alania, figlia del re di Georgia Bagrat IV, da questo matrimonio nacque almeno un figlio,

Costantino Ducas, co-imperatore dal 1075 al 1078 e dal 1081 al 1087; Michele morì nel 1090.

NICEFORO III BOTANIATE (1078-1081)

Di nobile famiglia che pretendeva di discendere dalla gens Fabia romana e dalla famiglia bizantina Focas, Niceforo

servì come generale sotto Costantino IX Monomaco e Romano IV Diogene. Durante il regno di Michele VII Ducas

(1071-1078) fu nominato governatore del tema dell'Anatolikon e comandante (Domestikos) delle forze militari

bizantine in Asia Minore.

Nel 1078 si ribellò a Michele VII e al suo ministro delle finanze, Nikephoritzes, e con la connivenza dei turchi

selgiuchidi, marciò su Nicea, dove proclamò se stesso Imperatore. Di fronte all'altro generale ribelle, Niceforo Briennio

(padre o nonno dell'omonimo Cesare), la sua azione fu ratificata dall'aristocrazia e dal clero, mentre Michele VII

abdicava e diventava monaco. Nel marzo o nel giugno del 1078, Niceforo III Botoniate entrò trionfalmente a

Costantinopoli e fu incoronato dal Cosma I. Con l'aiuto del suo generale Alessio I Comneno, sbaragliò Briennio e altri

rivali ma non riuscì a impedire che i Turchi invadessero l'Anatolia né che gli Armeni s'insediassero al di là del Tauro, in

Cilicia.

Per rafforzare la sua posizione, Niceforo III pensò di sposare Eudocia Macrembolitissa, madre di Michele VII e vedova

di Costantino X e di Romano IV. Il piano fu fatto fallire dal Cesare Giovanni Ducas e Niceforo sposò invece Maria

d'Alania, vedova di Michele VII, contravvenendo alle norme della Chiesa. Ciò nonostante Niceforo non riconobbe i

diritti successori del figlio di Maria, Costantino Ducas, cosa che lo espose al sospetto e ai complotti di parti superstiti

della fazione di corte favorevole ai Ducas. L'amministrazione di Niceforo non lo aiutò molto, dal momento che i suoi

cortigiani contavano assai meno della vecchia burocrazia di corte, e fallì quindi nell'arrestare la svalutazione della

moneta bizantina.

Niceforo divenne sempre più dipendente da Alessio Comneno, che ebbe successo nello sconfiggere la ribellione di

Niceforo Basilakes nei Balcani (1079) e che fu incaricato di frenare quella di Niceforo Melisseno in Anatolia (1080).

L'Impero Bizantino fronteggiò anche invasioni straniere, come quella del normanno Roberto il Guiscardo, duca di

Puglia che gli aveva mosso guerra col pretesto di difendere i diritti del giovane Costantino Ducas, e che era stato

ingaggiato dalla sorella di Roberto, Elena. Visto che ad Alessio erano state affidati sostanziosi contingenti armati per

combattere la minaccia dell'invasione normanna, la fazione dei Ducas, guidata dal Cesare Giovanni, cospirò per

rovesciare Niceforo e rimpiazzarlo con Alessio. Non riuscendo ad assicurarsi l'aiuto né dei Selgiuchidi, né di Niceforo

Melisseno (entrambi suoi tradizionali nemici), Niceforo III fu forzato ad abdicare da un colpo di mano incruento nel

1081. L'Imperatore deposto si ritirò in un monastero che egli stesso aveva provvisto di donativi e morì più tardi, nel

corso di quello stesso anno.

VI CAP: IL DOMINIO DELL’ARISTOCRAZIA MILITARE (1081-1204)

1 rinascita dell’impero bizantino : Alessio I Comneno (1081-1118)

Il 4 aprile del 1081, giorno di Pasqua, Alessio Comneno veniva solennemente incoronato basileus a Costantinopoli. Non

sappiamo quanti avrebbero scommesso sulla permanenza al trono di questo giovane generale -forse solo chi lo

conosceva bene-, né forse sulla sopravvivenza fisica stessa dell'Impero. Ma gli eventi avrebbero dimostrato che

quell'uomo sarebbe stato in grado di guidare la nave romea in acque che per molti altri sarebbero state fatali.

LA FAMIGLIA E LA GIOVINEZZA

Alessio non era un uomo nuovo. La sua famiglia era originaria del villaggio di Komne, in Tracia, o nei dintorni di

Kastamonu, in Asia Minore, e dall'epoca di Basilio II questi agiati proprietari terrieri ricoprivano cariche militari di

sempre maggiore importanza, legandosi a importanti famiglie aristocratiche, fino a raggiungere il trono imperale con

Isacco, nel 1057, sia pur brevemente. Il di lui fratello, Giovanni, assunse la carica di domestikos delle scholai ed un suo

figlio, Manuele, sotto Romano IV Diogene fu kuropalates e protostrator. Alessio stesso, probabilmente nato intorno al

1054, figlio del domestikos Giovanni e della nobile Anna Dalassena, combatté sotto Romano e proseguì la scalata ai

vertici militari al servizio di Michele VII Ducas, facendosi notare per le capacità militari ed organizzative.

Il suo momento giunse nel 1078, in occasione delle rivolte che portarono alla caduta di Michele VII. Postosi al servizio

dello stratega del tema anatolico, Niceforo Botaniate, Alessio eliminò sul campo gli altri pretendenti al trono, il doux di

Durazzo Niceforo Briennio e Niceforo Basilacio, ed agevolò l'abdicazione di Michele e l'intronizzazione del Botaniate.

Durante il tormentato regno dell'anziano Niceforo III Alessio preparò la sua scalata, con quell'astuzia e quella pazienza

che erano tra le sue principali qualità. Proclamatosi basileus a Nicea alla fine del 1080 Niceforo Melisseno, che tra

l'altro dell'ambizioso generale era cognato, avendone sposato la sorella Eudocia, Alessio non prese accortamente

posizione, e nel contempo in una riunione a Tzurullon stipulò un accordo di potere con la potente famiglia Ducas,

siglato tramite le sue nozze con Irene, nipote del cesare Giovanni Ducas e di Costantino X, con l'adozione da parte di

Maria d'Alania, moglie di Michele VII e poi di Niceforo III, e con l'assicurazione della salvaguardia della posizione

d'erede imperiale del di lei figlio Costantino Ducas. Tale alleanza, insieme all'uscita di scena del Melisseno, abilmente

convinto a mettersi da parte in cambio del titolo di cesare, aprì ad Alessio la via per il trono.

Nella primavera del 1081 gli uomini di Alessio s'attestarono di fronte alla capitale e, grazie all'avidità del capo dei

mercenari tedeschi di guardia ad una delle porte, Costantinopoli poté essere occupata dalle truppe del Comneno, le

quali, per lo più composte di mercenari difficilmente governabili, si diedero ad un feroce saccheggio, durato ben tre

giorni. Lo stesso Alessio, racconterà la figlia Anna, volle espiare tale misfatto con digiuni e penitenze. L'obiettivo era

comunque raggiunto: Niceforo III Botaniate fu costretto ad abdicare e a ritirarsi nel monastero della Peribleptos, ed

Alessio I venne incoronato.

LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA. I NORMANNI

Lo scenario che si parava di fronte ad Alessio era quanto mai tetro. L'Impero era esausto, e la situazione era aggravata

dal crollo militare, economico ed amministrativo. Il sistema tematico non funzionava più, e Alessio si vedeva circondato

da ogni parte da potenze in attesa di buttarsi sulle terre romee per contendersele, Turchi, Peceneghi, Normanni. L'Asia

minore era ormai persa, Suleiman aveva creato il sultanato di Rum ed altri emiri turchi occupavano isole e città costiere,

ed ad occidente i Normanni, che solo dieci anni prima avevano definitivamente eliminato ogni presenza romea in Italia,

guardavano a Costantinopoli, irritati tra l’altro dalla forzata monacazione di Olimpia, figlia del Guiscardo, promessa a

quel Costantino Ducas che del destituito Michele VII era figlio ed erede.

Non appena giunto al trono Alessio si trovò scomunicato da Gregorio VII e sotto la minaccia del normanno Roberto il

Guiscardo, che, sventolando un falso Michele VII Ducas quale pretendente ed i diritti sovrani della figlia e spalleggiato

dalla scomunica papale , non perse tempo nell’attaccare le romee Corfù e Durazzo. Alessio corse subito ai ripari,

intavolò trattative ad oriente con i Selgiuchidi, legittimandone il dominio, prese contatti con l’imperatore occidentale

Enrico IV, acerrimo nemico del Guiscardo, e s'assicurò l'alleanza con quella potenza navale, a Costantinopoli legata

storicamente, che gli poteva assicurare la lotta ai Normanni sul mare, Venezia. Quest'ultima svolse bene il suo compito,

davanti a Durazzo la flotta normanna venne distrutta, ma sulla terraferma le ancora deboli ed eterogenee forze bizantine

vennero annientate e, dopo un lungo assedio, nel febbraio 1082 Durazzo cadde. Le armate normanne avanzarono

velocemente in Epiro, in Macedonia ed in Tessaglia, fino a quando l'abilità diplomatica del Comneno raggiunse il suo

scopo ed il Guiscardo dovette tornare in Italia, ove il suo regno era scosso da rivolte e minacciato dall'avanzata di

Enrico IV, lasciando il comando delle truppe al figlio Boemondo. Costui si trovò a dover fronteggiare la riscossa romea

e di conseguenza a ripiegare, mentre la flotta veneziana, nonostante perdite tali da costringere all'abdicazione il doge,

riprendeva Durazzo. Il ritorno sulla scena del Guiscardo, carico di vittorie e stragi accumulate in Italia, parve ridar fiato

all'offensiva normanna, ma la sua morte nel luglio del 1095 determinò la fine dell'attacco.

L'impero s'era salvato dalla minaccia più micidiale degli ultimi tempi, ma il necessario aiuto veneziano ad Alessio, del

tutto inerme sul mare, era costato caro, anche se gli effetti della crisobolla in favore di Venezia da lui emanata

probabilmente nel maggio del 1082 si sarebbero fatti sentire nella loro interezza solo ben più tardi. Alessio comunque

concedeva al doge ed ai suoi successori il titolo e gli onori di protosebasto; a Venezia spettò in Costantinopoli : case,

magazzini, botteghe a Pera e tre moli; libero commercio ed esenzione totale da dazî nella Città ed in località, soprattutto

portuali, scelte con oculatezza nei territori imperiali in base agli interessi commerciali della Repubblica, particolarmente

nell’Egeo e nei Balcani. Il solo Mar Nero era escluso dalle trattative. Si è soliti sostenere che Alessio, sia pure spinto da

eventi di gravità tale da non poter offrire alternative, con quella crisobolla svendette all’estero gli interessi e, in

prospettiva, il futuro stesso dell’Impero. Senz’altro tale incremento produttivo fu di gran giovamento a quelle regioni,

situate in particolar modo nei Balcani, che gravitavano sulle rotte commerciali, oltre ovviamente alla stessa

Costantinopoli, ed in prospettiva anche alle casse imperiali, tanto da ovviare ampiamente ai mancati introiti derivanti

dagli abbattimenti o dalle riduzioni dei dazî.

Liberatosi dell'incubo normanno, il basileus dovette far fronte a ben altra minaccia, che questa volta era rappresentata

dall'orda di stirpe turca dei Peceneghi. Costoro devastavano da anni le frontiere imperiali, s'erano spinti entro i territori

romei ed erano alle porte di Costantinopoli. Il fattore di maggiore gravità era dato dalla loro alleanza con l'emiro di

Smirne Chaka, la cui flotta giunse ad assediare la capitale. L'esercito romeo si mosse contro i barbari ed Alessio ebbe

buon gioco nello spingere contro di loro un altro popolo di lingua turca, quello dei Cumani. Il 29 aprile del 1091, alle

pendici del monte Levunion, sulla Maritza, le forze congiunte dei Romei e dei Cumani annientarono letteralmente i

Peceneghi. Nel contempo l'emiro di Smirne veniva attaccato dall'emiro di Nicea, su istigazione dello stesso Alessio,

determinando la sconfitta della residua flotta turca di stanza a Costantinopoli.

I recenti successi avevano galvanizzato il morale romeo, ed Alessio spinse le sue truppe in Rascia, con lo scopo di

sottomettere i Serbi ribelli di quella regione. Si dovette accontentare della sola dichiarazione di fedeltà del re Vukan,

poiché all'improvviso fu necessario fronteggiare una pericolosa incursione dei già alleati Cumani, guidati da un

pretendente al trono romeo. Eliminato il pretendente, i Cumani vennero facilmente sconfitti.

I CROCIATI

A questo punto il rafforzamento delle posizioni imperiali pareva indiscutibile, ed Alessio ben poteva guardare alla

riscossa in Asia minore, tanto più che il sultanato selgiuchide era scosso al suo interno. In tale ottica aprì trattative con il

nuovo vescovo di Roma, Urbano II, ed inviò legati al concilio di Piacenza per riaprire i colloquî con la Chiesa e

chiedere un aiuto fattivo nella sua lotta contro gli Infedeli. La risposta fu del tutto inattesa, tanto più che il basileus

aveva limitato la sua richiesta a delle truppe mercenarie, e giunse dopo gli appelli papali del 18 di novembre del 1095 a

Clermont, nella forma della torma indisciplinata di Pietro l'Eremita e dei suoi seguaci, contadini, donne, bambini, "un

movimento di tutti i barbari compresi tra Adriatico e le colonne d'Ercole", testimonia Anna Comnena. Dal momento che

secondo le intenzioni degli organizzatori l incontro delle truppe crociate avrebbe dovuto avvenire a Costantinopoli,

Alessio s'affrettò a trasportarli in Asia Minore, una volta che questa folla fu giunta in territorio imperiale, ed i Turchi

ebbero facile gioco nello sterminarli.

Il problema fu quando a Costantinopoli giunsero i grandi capi feudali franchi con i loro seguaci, a partire dalla fine del

1096. L'impero li accolse con timore e diffidenza, conscio delle intenzioni di molti di loro, "un popolo che alla prima

occasione infrangeva disinvoltamente i trattati", sottolinea Anna. L’abile ed accorto basileus, consapevole di dover

garantire i diritti e la protezione dell’Impero e, nel contempo, di non potersi in alcun modo scontrarsi con i Crociati e

l’Occidente, pretese che i capi crociati gli facessero giuramento di fedeltà e si dichiarassero suoi vassalli, offrendo in

cambio vettovagliamento, armi, le guide necessarie in un territorio che alcun Franco conosceva ed una successiva

partecipazione bizantina alla spedizione, ma pretendendo la cessione delle città e dei territori già appartenuti all'Impero.

Giurarono tutti ad eccezione di Raimondo di Tolosa e del nipote del normanno Boemondo, Tancredi, perché al momento

non presente.

La spedizione ebbe un buon inizio, le armate crociate, accompagnate da un contingente romeo, s’impadronirono di

Nicea, permettendo ad Alessio di riportare all'Impero Smirne, Efeso, l'intera Lidia, quindi la marcia proseguì in Anatolia

verso la Cilicia e quindi Antiochia. In breve, tuttavia, i dissidi tra i Romei ed i Franchi si palesarono, già dal momento in

cui Nicea s’era arresa ad Alessio e non ai Crociati, che dunque s’erano visti sfuggire il frutto d’un ricco e sicuro

saccheggio, per giungere al momento in cui Baldovino, fratello di Goffredo di Buglione, ed il normanno Tancredi si

separarono dalle armate crociate e s'insediarono in Edessa e nella già romea Cilicia. Ma la crisi definitiva si ebbe al

momento della caduta di Antiochia, dopo lungo e drammatico assedio, il 3 giugno del 1098, quando Boemondo,

proclamatosi principe della città, si rifiutò di cederla ad Alessio, in spregio agli accordi, che del resto egli riteneva non

più validi, dal momento che il basileus non era mai giunto a dar man forte ai Crociati. In effetti Alessio ben

difficilmente avrebbe affrontato personalmente un così lungo periodo di tempo lontano dalla sua capitale, sia per motivi

politici che per l’impossibilità di poter mantenere il controllo su un così ampio scacchiere, stante la ancora relativa

debolezza delle forze imperiali, tuttavia all’imperatore erano giunte da fonti sicure, quali Stefano di Blois, notizie

secondo cui ad Antiochia tutto per i Crociati era perduto. Quale ulteriore dimostrazione di distacco, le armate superstiti

franche proseguirono verso la Città santa senza attendere l'arrivo degli alleati romei. Il basileus ritenne inaccettabile

l'affronto e, con l'insperato aiuto di Raimondo di Tolosa, defraudato prima d'Antiochia e poi di Gerusalemme, s’impose

di rendere il più difficile possibile l'esistenza a Boemondo, impadronendosi delle città costiere siriane fino a Tripoli, tra

le quali l'attuale Lattakia, nel 1104, e di importanti fortezze cilice quali Tarso ed Adana. Antiochia rimase una spina nel

fianco d' Alessio finché fu in vita, e l’imperatore finché poté non lasciò nulla d’intentato, tuttavia si rendeva

perfettamente conto che non era assolutamente possibile recidere ogni legame con i Crociati, perché ciò avrebbe

significato rendere ancor più tesi i già difficili rapporti con un Occidente con il quale oramai era necessario fare i conti.

Resosi conto di non poter combattere sia Bisanzio che i Turchi, Boemondo lasciò Antiochia al figlio Tancredi e partì per

l'occidente in cerca d'aiuto, contribuendo a scatenare un'ondata di odio verso Costantinopoli che avrebbe generato frutti

avvelenati per lungo tempo. L'obiettivo primario era l'attacco diretto all'Impero, e Boemondo sbarcò in forze a Valona

nel 1107, seguendo le orme del padre Roberto. Ma la condizione era molto diversa, ed Alessio costrinse alla resa presso

Durazzo le forze Normanne: Boemondo fu costretto a giurar fedeltà al basileus, del quale divenne “vassallo ligio”, ed in

un trattato stipulato a Deabolis, o Devol, in Albania, il cui testo è riportato da Anna Comnena, il normanno si impegnò a

cedere Antiochia, che gli sarebbe stata lasciata quale feudo fino alla morte, quando sarebbe tornata all’Impero. Agli

eredi erano serbati il resto del principato. Ovviamente al momento il vero padrone della città era Tancredi, che si

riteneva svincolato dal giuramento paterno, perciò la vittoria bizantina parve risolversi in un reale insuccesso, tuttavia

l’orgoglio normanno era calpestato ed Alessio nella sua magnanimità si riscattava di fronte all’Occidente, dimostrando

di non essere affatto ostile agli stati crociati.

LO STATO

Il crollo organizzativo e burocratico dello stato che Alessio dovette affrontare rese necessaria una profonda riforma del

sistema, che spesso divenne una vera ricostruzione. Per giungere al potere ma, soprattutto, per restarvi saldo e,

possibilmente, per lasciarlo agli eredi, dovette fare il possibile per unire tra di loro e a sé le fazioni aristocratiche in lotta

tra loro, e vi riuscì, oltre che in virtù della propria impressionante abilità politica e diplomatica, grazie ad una accorta e

sagace politica matrimoniale che unì ai Comneni le principali famiglie aristocratiche romee. Alessio non distrusse né

bloccò la realtà sociale romea, semplicemente la mutò: invece di porsi in contrapposizione o al di sopra delle fazioni o

delle famiglie magnatizie, il basileus entrò a farne parte e ne divenne il capo, in modo che ogni grande famiglia era

parte e partecipe del genos imperiale. La necessità di provvedere a soddisfare l'allargamento delle sfere del potere alle

grandi famiglie aristocratiche provinciali e civili legate alla casa imperiale provocò l'inflazione dei titoli e la creazione

di nuovi. Nacquero moltissimi titoli derivati dalla combinazione di titoli più antichi ma svalutati, innovazione che Anna

Comnena loda alquanto: sopravvissero il cesare ed il kuropalates, ma superati dal più importante sebastokrator,

concesso ad Isacco, fratello prediletto di Alessio, derivante dallo svalutato sebastos, che del resto originò anche altri

titoli quali protosebastos, pansebastos hypersebastos, concesso, ad esempio, al cognato Michele Taronita. Ridotti

d'importanza e di dimensione i temi, sparì lo stratego e si svalutò il titolo di doux.

L'esercito -che, detto per inciso, Alessio amava guidare personalmente- ora è comandato dal megas domestikos,

affiancato da altri comandanti militari; la flotta, cui l'imperatore, con la lungimiranza che lo contraddistingueva, aveva

dato grande importanza, cercando di riportarla agli antichi fasti, era comandata dal megas doux, successore del

drungario della flotta.

A riguardo, la necessità di dover fronte al massiccio impiego di truppe mercenarie richiese l'aumento della tassazione,

con i conseguenti disagi, gli arbitrî degli esattori, la svalutazione della moneta (che da allora verrà chiamata iperpero). A

quel punto, allo scopo di ricostituire forze locali, visto che l'antico sistema delle piccole proprietà dei soldati era

pressoché scomparso, la proprietà fondiaria della pronoia divenne la base dell'organizzazione militare. Il sistema è noto,

e si basava sul concetto che ogni pronoiario doveva provvedere al proprio equipaggiamento militare ed impegnarsi a

fornire truppe. Così come furono costretti a farlo anche le proprietà ecclesiastiche. La pronoia inizialmente non era

ereditaria e non poteva essere alienata, tanto più che dipendeva dal favore imperiale, in un sistema che anticipava di

molto la Versailles del Re Sole e dove un’aristocrazia centralizzata non doveva mai restare troppo lontano dalla corte.

E non solo di questo Alessio volle o dovette occuparsi. Venne ristrutturata l'antica università della Capitale e,

approfittando della caduta in disgrazia del suo responsabile, Giovanni Italo, condannato per empietà, l'istruzione venne

affidata alla Chiesa. E proprio alla Chiesa il basileus prestò molta attenzione, appoggiando l'ascetismo monastico e

dando grande valore alle istituzioni dell'Athos. Dopo un lungo periodo di confronto anche duro tra i poteri, Alessio

riuscì a stabilire un controllo tanto forte sulla Chiesa da indurre il potente Patriarca Cosma alle dimissioni e a giungere a

modifiche durature. Volle e seppe gestire e guidare sinodi, nomine e riforme interne alla Chiesa, trattando direttamente

con Roma e con le comunità armene. Tanto derivava, oltre che da esigenze politiche, dalle sue tendenze religiose, che si

estrinsecarono nella creazione di opere monastiche e nella realizzazione di opere pie, quali l' Orfanotrofio di

Costantinopoli, che ristrutturò in grande stile, come del resto suo fratello Adriano eresse il monastero della Vergine

Pammakaristos e sua madre Anna Dalassena quello del Cristo Pantepoptes, sempre nella Città.

Uomo ambizioso, abile, astuto, lungimirante, profondo conoscitore dell’animo umano, compì per lo più per necessità

errori fatali, che ebbero ripercussioni successive forse inattese; tuttavia lasciò ai successori uno Stato forte, sicuro,

rispettato, e grazie alla sua opera, alla sua pazienza, alla sua brillante intelligenza ed alle sue lotte estenuanti, l'Impero

poté vivere una stagione di gloria -l'ultima- quale da tempo non godeva.

GLI ULTIMI ANNI

Ormai carico di gloria, allontanata la tempesta latina, ad Alessio gli ultimi problemi vennero da Ungheresi, Pisani e

Turchi. I primi vennero vinti, ed Alessio siglò la pace sposando il figlio ed erede Giovanni con Piroska, ribattezzata

Irene, figlia di re Coloman. Con i secondi concluse nel 1111 un trattato nel quale concedeva alla repubblica marinara

benefici a Costantinopoli simili nella forma a quelli a suo tempo concessi a Venezia, seppur inferiori e con dazi doganali

ridotti dal 10 al 4 per cento. I terzi attaccarono le frontiere imperiali nello stesso anno, rimediando prima una sconfitta a

Nicea e poi a Filomelion, nel 1116, disfatte che li convinsero a deporre le armi.

Ormai anziano ed afflitto dalla malattia che l'avrebbe portato alla morte, dedicò gli ultimi tempi allo sradicamento delle

eresie che a suo parere minavano l'Impero. Già aveva combattuto una dura lotta contro i manichei; nei suoi ultimi giorni

si dedicò alla lotta contro l'eresia bogomila, erede di quei pauliciani che già dal X secolo erano presenti in oriente. La

lotta avvenne tramite conversioni più o meno sincere e non senza l'uso delle armi, ed il loro capo, Basilio, nel 1118 finì

sul rogo, nell'Ippodromo della Capitale.

LA SUCCESSIONE

Dopo una vita spesa a lottare contro i nemici che l'assediavano da ogni parte, ad Alessio toccò ancora lottare nelle

ultime ore di vita per assicurare al figlio la successione imperiale. In effetti il suo primo erede era stato Costantino

Ducas, figlio di Michele VII e di Maria d'Alania, e l'unione tra il principe e la porfirogenita Maria Comnena aveva

sancito tale scelta. Ma la nascita di un figlio maschio, Giovanni, aveva mutato tale situazione, risolta del resto dalla

scomparsa prematura di Costantino, e la sua incoronazione nel 1092 a co-imperatore aveva tolto ogni dubbio. Né Anna,

che aveva sposato Niceforo Briennio, poi nominato cesare, né tanto meno la madre Irene accettarono mai questa scelta,

e fino alla fine si schierarono a favore del cesare, fino al punto di tormentare Alessio sul letto di morte. E l'ostinazione

dell'anziano basileus a favore del porfirogenito Giovanni fu forse uno dei doni più preziosi che lasciò al suo Impero.

Alessio I morì il 15 agosto del 1118, e venne sepolto nel monastero del Cristo Filantropos, fondato dalla moglie.

2 nuova espansione dell’impero bizantino Giovanni II Comneno (1118-1143)

IL RAFFORZAMENTO DELL'IMPERO, TRA ORIENTE E OCCIDENTE

Se non invidiabile, l'eredità di Giovanni II era potenzialmente positiva, e nella scelta del suo custode Alessio I dimostrò

grande acume, compiendo la mossa migliore che potesse fare. La situazione era discreta: Alessio aveva riorganizzato e

dato nuova linfa all'esercito, le sue riforme economiche avevano dato frutti, e le frontiere erano meno minacciate d'un

tempo. A est i Selgiuchidi di Iconio erano in crisi, come ad Ovest lo erano i Normanni. Inoltre gli Ungheresi erano

occupati in Dalmazia, e Papa ed Imperatore di Germania erano impegnati nella lotta per le investiture. A questo punto

Giovanni pensò di rafforzarsi ulteriormente in Asia Minore, dove era il suo maggiore interesse e, già tra il 1119 ed il

1120, con due campagne contro la potenza emergente del tempo, i Danishmenditi di Melitene, recuperò Laodicea,

presso l'attuale Denizli, e Sozopoli, ora Uluborlu. Ma una serie di problemi lo distolse dall'Asia Minore e lo riportò ad

Occidente.

Nel 1119 il doge di Venezia, Domenico Michiel, salutando il nuovo basileus aveva richiesto il rinnovo della crysobolla

di Alessio Comneno. A tale richiesta Giovanni oppose un rifiuto, non tanto per motivi economici, quanto perché i

Veneziani avevano creato, a Costantinopoli, problemi d'ordine pubblico. Secondo lui una crysobolla non era vincolante

per il successore. Venezia se la prese, tanto che, approfittando d'una provvidenziale richiesta d'aiuto da parte degli stati

crociati in Levante, approntò una flotta di un centinaio di navi che, però, invece di salpare per la Siria, fecero vela per la

romana Corfù, che fu posta sotto assedio. La resistenza dell'isola fu superiore alle aspettative, perciò i Veneziani furono

costretti a levar l'assedio ed a compiere il loro dovere verso i regni latini, ma al ritorno, saccheggiarono Rodi, Chios,

Kos, Samo, Lesbo, Andros e Modone! Quando saccheggiarono Cefalonia, piuttosto vicina alla capitale, Giovanni

infastidito ritenne di dover cedere, e nell'agosto del 1126 emanò una crysobolla che ricalcava quella del padre, senza

ulteriori concessioni, dal momento che se un accordo per Costantinopoli risultava necessario, lo era ancor più per

Venezia, tagliata fuori dalle rotte e dai mercati bizantini. Certamente la crisi mise in luce un errore che, tuttavia, fu una

costante nella storia bizantina, e che fu rappresentato dallo storno in favore dell erario delle somme destinate allo

sviluppo ed al mantenimento della flotta voluta da Alessio, ritenuta superflua ed eccessivamente onerosa .

Nel frattempo un altro pericolo si profilava. A distanza di oltre trent'anni dal massacro loro inflitto da Alessio, i

Peceneghi, nuovamente ai confini dell'impero, avevano sconfinato e devastato Macedonia e Tracia. Giovanni, radunato

l'esercito, intervenne e sconfisse abilmente, con una tattica ben narrata da Niceta Coniate, il nemico, nel 1122, dalle

parti di Stara Zagora. Molti Peceneghi vennero inquadrati nell'esercito romano ed altri deportati come coloni, ed il

basileus volle che venisse istituita una "Festa pecenega".

Pochi anni dopo, secondo Niceta Coniate nel 1123, al sovrano toccò intervenire contro i Serbi di Rascia, che furono

battuti, costretti a cedere un ricco bottino, a riconoscere l'autorità romana e a trasferirsi in buon numero in Asia Minore,

dalle parti dell'odierna Izmit. Quindi toccò agli Ungheresi, nonostante Giovanni avesse preso in moglie una figlia di re

Ladislao d'Ungheria, tal Piroska, ovviamente ribattezzata Irene. Stefano II d'Ungheria, in barba ai trattati con i romani,

invase i territori dell'impero e rase al suolo alcune città. Giovanni dovette intervenire trasportando truppe per terra e, dal

Mar Nero, sul Danubio, attaccò il ribelle che, sconfitto, si arrese e riconobbe l'autorità romana.

IL SOGNO: L'ORIENTE

Risolti i problemi di confine ad Occidente Giovanni poté finalmente dedicarsi anima e corpo -e non è un modo di dire-

al suo sogno di restaurazione imperiale in Oriente. Prima, però, gli premeva ancora tenersi le spalle coperte

dall'avversario peggiore che l'Impero potesse avere, i Normanni, tanto più che, dopo un periodo di crisi, a Palermo nel

1130 era stato incoronato un re forte, Ruggero II(nasceva il Regno di Sicilia), e, cosa di non poco conto, cugino di

Boemondo II di Antiochia e figlio di Adelaide, moglie di Baldovino I di Gerusalemme, seppur ripudiata. Contro costui

Giovanni dispiegò la sua attività diplomatica, accordandosi con Lotario II di Germania e con Pisa. Era il momento

atteso, e Giovanni attaccò in forze l'emirato danishmendita, conquistando l'importante città di Kastamonu. L'impresa

meritò un trionfo che Giovanni celebrò nel 1133 in una giornata memorabile. Il carattere di crociata impresso dal

basileus era testimoniato dal fatto che sul carro d'argento non troneggiava Giovanni, bensì l'icona della Madre di Dio.

L'anno successivo, dopo la morte della madre, Giovanni era di nuovo sul fronte, deciso a sconfiggere l'emiro

Muhammad, successore di Ghazi III di Danishmend. Nonostante il tradimento di Masud di Iconio, con il quale il

basileus s'era alleato, la campagna fu vittoriosa.

Era ora la volta, sistemati i Danishmenditi al nord dell'Asia Minore, di puntare al sud, verso la Cilicia, ed alla fine del

1136 l'esercito romano puntò verso la Piccola Armenia, dove, arroccata sulle loro fortezze sul Tauro, era insediata una

dinastia, quella dei Rupenidi, il cui sovrano, Leone, s'era espanso ai danni di territori dell'Impero. L'esercito imperiale,

con l'aiuto della flotta, occupò Adana, Tarso, Mopsuestia, Vihka e Anazarbo, Leone fuggì sulle montagne e Giovanni,

con un obiettivo ben preciso, decise di interrompere l'offensiva e di puntare a sud, verso la Siria.

Lungo la via caddero altre città, tra cui Alessandretta, ed il 29 agosto del 1137 le forze romane erano davanti

all'obiettivo, Antiochia. La città, secondo gli accordi a suo tempo presi, era dell'Impero, ma tale accordo non era stato

rispettato. Inoltre, morto Boemondo II, la vedova, Alice, figlia di Baldovino di Gerusalemme, aveva proposto l'unione

tra la figlia, Costanza, e Manuele, figlio quartogenito di Giovanni. Ovviamente i Franchi avevano rigettato la proposta,

Alice era stata deposta e la reggenza era stata affidata prima a re Baldovino stesso e poi al suo successore, Folco

d'Angiò, che aveva chiamato a reggere Antiochia Raimondo di Poitiers, cadetto di Guglielmo d'Acquitania. La

situazione ora era resa ancora più pericolosa dalla presenza oppressiva dell'atabek di Mosul e Aleppo, Imadaddin Zengi.

Giovanni, davanti ad Antiochia, ne chiese la resa incondizionata. Raimondo oppose un netto rifiuto ma, demandata a lui

la decisione, re Folco accettò la resa della città e la cessione all'impero se l'esercito romano, affiancando le truppe latine,

avesse conquistato le città siriane in mano musulmana, cedendole ad Antiochia. Giovanni accettò le condizioni, entrò ad

Antiochia ove Raimondo fece atto di vassallaggio e ripartì in breve, ma non per la campagna in Siria, bensì nuovamente

in Cilicia ove, questa volta, catturò Leone d'Armenia ed i suoi e li spedì a Costantinopoli. Rientrato ad Antiochia,

organizzò l'esercito con l'ingresso di truppe templari, di Raimondo e del conte d'Edessa, Jocelin de Courtenay e, in

ottemperanza ai patti, nel marzo del 1138 si diresse a sud. Dopo brevi assedi caddero in mano cristiana villaggi e città

ma, in breve, la totale inaffidabilità degli alleati, principalmente di Jocelin, se non addirittura l'ostilità marcata,

provocarono il rallentamento delle operazioni militari, situazione aggravata dall'avvicinarsi delle forze dell'atabek

Zengi. Aleppo fu solo sfiorata dalle truppe imperiali, e Giovanni preferì assicurarsi il controllo dell'area circostante,

occupando centri minori. Posto l'assedio a Shaizar, importante fortezza sull'Oronte, di fronte alla sempre maggiore

ostilità latina ed all'approssimarsi delle forze musulmane, Giovanni si accontentò di riceverne la resa, accompagnata da

ricchi doni offerti dai dignitari, tra cui spiccava una preziosissima croce che, secondo Coniate, era quella che Romano

IV Diogene portava a Manzicerta, mentre, secondo Cinnamo, essa risaliva addirittura a Costantino I. Il ritorno

dell'esercito, lungo l'Oronte, fu tormentato da continui attacchi alle retroguardie e, ad Antiochia, Giovanni, di fronte

all'esplodere di tumulti popolari fomentati da alcuni capi latini, si dovette accontentare del semplice giuramento di

fedeltà dai principi della città, per poi riprendere la via per Costantinopoli.

Ovviamente, per Giovanni, non era che il principio. L'Imperatore non scordò di assicurare tranquillità ad Occidente

rinnovando gli accordi con l’impero tedesco, retto da Corrado III, successore di Lotario II, ed intavolando trattative con

il Vescovo di Roma, cui scrisse in maniera molto conciliante, né scordò le Repubbliche marinare, sempre in funzione

antinormanna. Con lo scopo di rafforzare l’alleanza germanica promise al quartogenito Manuele la sorella della moglie

di Corrado, Bertha di Sulzbach, che giunse a Costantinopoli nel 1142. Quindi, dopo una relativamente infruttuosa

campagna contro i Danishmenditi ed il ribelle dux di Trebisonda, Costantino Gabras, Giovanni, accompagnato come al

solito dai suoi quattro figli, nella primavera del 1142 si diresse alla volta di Attalia, che oramai era un'isola romana

circondata da un mare turco. Condotte incursioni vittoriose, a pochi chilometri da Iconio, il basileus riprese la marcia

verso la Cilicia. Ora l'obiettivo era molto chiaro: si trattava di prendere definitivamente Antiochia e farne una base

d'operazioni per il totale controllo degli stati crociati e della Terra Santa. La creazione di un protettorato bizantino

contiguo ai regni crociati, autonomo ma sostenuto dall’Impero, retto da un giovane principe ai Latini non ostile, avrebbe

da una parte permesso a Giovanni di atteggiarsi a protettore del fulcro della Cristianità, dall’altra avrebbe svuotato

d’ogni senso qualsiasi intervento occidentale in Oriente. Ma l'impresa non partì sotto buoni auspici. Nell'agosto del

1142 moriva di malattia Alessio, primogenito del basileus, il quale incaricò gli altri due figli, Andronico ed Isacco, di

accompagnare a Costantinopoli il feretro. Purtroppo lungo la strada anche Andronico venne a mancare. Giovanni non si

perse d'animo, e continuò il suo compito, con a fianco Manuele. Giunto in Cilicia, posto il campo tra Anazarbo e

Mopsuestia, il basileus inviò messaggeri ad Antiochia con l'ordine di consegnare a lui la città, creando il panico in una

comunità già preoccupata per la presenza di Zengi. Comunque, ovviamente, Raimondo rispose con un secco no.

L'esercito romano si preparò all'attacco, ma, poiché l'inverno si approssimava, Giovanni decise di attendere una

stagione più propizia all'attacco. E qui avvenne l'inatteso. Agli inizi della primavera del 1143 il basileus era impegnato

nel suo sport preferito, la caccia al cinghiale -attività nella quale, in effetti, erano già malamente incappati Teodosio II e

Basilio I-, quando, per un brusco movimento, la sua faretra si rovesciò ed una freccia avvelenata lo ferì ad una mano.

L'infezione, mal curata, si propagò rapidamente, e Giovanni il 4 aprile del 1143 proclamò Manuele suo erede,

rivestendolo della porpora, preferendolo all'altro, figlio, Isacco. Il giorno 8 spirò.

EPILOGO

Giovanni fu un sovrano molto amato, i cronisti che descrissero il suo regno hanno scritto parole di lode e ammirazione,

e furono -e sono- tutti concordi a definirlo il migliore dei Comneni. Non era bello di aspetto, a differenza del padre e del

figlio, ma i contemporanei gli affibbiarono l'appellativo, con cui è passato alla storia, di Giovanni il Bello, Kalojannis,

perché bello lo era dentro. Fu giusto, mite, generoso, prudente, moderato e -cosa rara all'epoca- assai temperato e di

retta moralità, e nel contempo fu energico, inflessibile, forte. Fu un grande politico, un abile diplomatico ed un valoroso

soldato. Lasciò un impero potente e rispettato a Manuele .

6.3) MANUELE I COMNENO (1143-80) : I PRIMI CONTRACCOLPI

Manuele I si rivelò un sovrano brillante , versatile e dotato . Era un generale nato e un guerriero coraggioso che non

temeva nessun pericolo personale : ma soprattutto era un diplomatico geniale e un uomo di stato dai programmi

ambiziosi e coraggiosi. Era inoltre un vero bizantino , pervaso dall’idea dell’universalità dell’impero e posseduto dalla

passione per le discussioni teologiche . Il suo stile di vita era quello di un cavaliere di tipo occidentale e da questo punto

di vista egli rappresenta un nuovo tipo di sovrano nella storia bizantina . In lui si può vedere quanto profondamente il

contatto con I crociati abbia influito sul mondo bizantino .

La campagna d'Antiochia

Agli inizi del 1144 Manuele I Comneno riuscì ad espugnare i castelli e saccheggiò le campagne intorno ad Antiochia.

La marina bizantina distrusse tutte le navi nemiche e prese gli abitanti che vivevano nei pressi della città, deportandoli

nell'Impero.

A Natale del 1144 l'atabeg turco Zengi ibn Aq Sunqur al-Hajib accorpò la contea crociata di Edessa al suo Sultanato,

̄

causando la reazione di tutti gli Stati crociati. Raimondo d'Antiochia fu costretto a chiedere perdono a Manuele;

quest'ultimo gli elargì un sussidio regolare, acconsentendo a concedergli soldati solo dopo che Raimondo si fu

inginocchiato sulla tomba di Giovanni II Comneno.

LA SECONDA CROCIATA

I problemi per Bisanzio, però, si acuirono ben presto; nello stesso Natale del 1145 Luigi VII di Francia, di appena

venticinque anni, annunciò che sarebbe partito alla testa della seconda crociata. La sera del 31 marzo del 1146 egli partì

da Vézelay verso Oriente. Manuele I Comneno sapeva benissimo quali problemi avesse avuto suo nonno, Alessio I

Comneno, cinquant'anni prima, con la prima crociata. Per non rischiare la guerra si comportò quindi allo stesso modo

del suo avo, riempiendo i depositi imperiali di vettovaglie per l'esercito crociato che stava sopraggiungendo, evitando

così l'esplodere di rivalità con i contadini che, in genere, venivano sottoposti a sequestri di cibo senza alcun

risarcimento da parte dei crociati latini.

La prima armata che arrivò fu quella tedesca, guidata da Corrado III, che era partita da Ratisbona nel maggio del 1147.

Di quella armata facevano parte tra gli altri fanatici religiosi, soldati senza scrupoli e criminali, convinti all'impresa

anche dalle assicurazioni dal papa che chiunque fosse partito per la Terra Santa avrebbe ricevuto il perdono di ogni suo

peccato.

Manuele chiese a Corrado III di giuragli fedeltà e che ogni città che avrebbe conquistato doveva tornare all'impero

bizantino, Corrado III acconsentì alle richieste di Manuele. Il 4 ottobre arrivò anche Luigi VII con la sua armata, ben

più esperta ed ordinata di quella tedesca. Manuele chiese anche a Luigi VII di giurargli fedeltà; quest'ultimo, dopo un

iniziale rifiuto, accettò. Manuele affrontò tutti questi problemi con grande astuzia, tanto più necessaria in quanto i

crociati rappresentavano una minaccia peggiore dei turchi, essendo in grado di spodestarlo in qualunque momento

coalizzando le loro forze. Manuele fece in modo che i crociati fossero riforniti di viveri, poi consigliò loro di tenersi in

prossimità della costa anatolica, dal momento che quelle zone dell'Asia Minore erano ancora sotto controllo bizantino, e

di stare attenti a non sprecare acqua perché in quelle zone sarebbe stato difficile trovarne dell'altra.

Dopo qualche giorno Manuele ricevette due rapporti. Il primo lo informava che l'esercito crociato tedesco era stato

affrontato dai turchi, il 25 ottobre 1147 nei pressi di Dorileo, e sterminato. L'altro diceva che la flotta del re Ruggero II

di Sicilia, stava per arrivare a Costantinopoli. La flotta siciliana era comandata da Giorgio d'Antiochia, un bizantino che

era stato al servizio degli Arabi prima di passare sotto il comando di Ruggero II. Egli era riuscito a salire, nella corte

palermitana, alla suprema carica di generalissimo, ed era di fatto il primo ministro del regno.

In pochissimo tempo i siciliani espugnarono Corfù (1147)e là lasciarono una guarnigione, così da poter difendere l'isola

da attacchi bizantini e in seguito razziarono Atene e Corinto, giungendo fino a Tebe, centro dell'industria serica

bizantina. In tale città, oltre a rubare pezze e broccati, furono rapite tutte le migliori tessitrici dell'impero, in seguito

obbligate a lavorare per la nascente industria serica del regno Normanno. Quando Giorgio d'Antiochia tornò a Palermo

da trionfatore, Manuele si adirò enormemente e, capendo di aver urgente bisogno di alleati, pensò di rivolgersi ai

veneziani. Nel mese di marzo del 1148 Venezia promise di prestare aiuto a Bisanzio con la sua marina per sei mesi, in

cambio di più privilegi commerciali. In aprile Manuele era pronto per la spedizione, ma la situazione precipitò

all'improvviso: i cumani (popolazione turcica residente nella regione balcanica) entrarono in territorio bizantino e le

navi veneziane furono fermate a causa della morte del doge e di una violenta tempesta che aveva spezzato gran parte dei

remi della flotta. Soltanto in autunno le marine bizantina e veneziana riuscirono a effettuare il blocco marittimo di

Corfù. Nello stesso periodo Manuele dovette andare da solo a Tessalonica, per incontrare un ospite molto importante,

Corrado III di Hohenstaufen, che stava tornando dalla Terra Santa. Si era appena conclusa la seconda crociata (che era

stata un totale fallimento tattico e, ancor più, strategico), quando l'imperatore germanico Corrado si ammalò ad Efeso.

Manuele portò con sé Corrado a Costantinopoli e lo fece curare, tanto che nel marzo del 1148, Manuele gli fornì le navi

per raggiungere la Palestina.

I francesi riuscirono, con continui scontri armati, ad attraversare l'Anatolia. Luigi ormai odiava i bizantini e non tenne

conto del consiglio di Manuele di tenersi vicino alle coste, cosicché fu varie volte attaccato da scorrerie turche. Luigi ne

attribuì invece la colpa ai bizantini, che a suo dire lo avevano tradito a causa del trattato di pace stipulato in precedenza

coi turchi. Si vide costretto pertanto ad abbandonare i crociati suoi compatrioti al loro destino e ad imbarcarsi in Attalia.

I resti di quella grande armata raggiunsero Antiochia nei giorni di Pasqua del 1148.

I preparativi per la campagna in Italia

Manuele e Corrado erano da tempo diventati buoni amici. In quel giorno di Natale Teodora, nipote di Manuele, sposò il

duca Enrico II d'Austria, fratello di Corrado; dopo questo matrimonio i due imperatori si accordarono per compiere una

campagna in Italia. Tale campagna sarebbe iniziata in breve tempo.

Dopo la partenza di Corrado da Costantinopoli Manuele si spostò a Corfù. L'assedio alla città, in mano normanna, era

durato per tutto l'inverno e si concluse con la resa degli assediati solamente nel settembre del 1149.

Dopo questa vittoria Manuele si fermò, aspettando l'arrivo del bel tempo per iniziare la campagna in Italia insieme a

Corrado. Poco tempo dopo la vittoria a Corfù, però, egli ebbe la notizia che i serbi erano in rivolta. Dopo pochissimo

tempo, ricevette anche un altro rapporto con cui gli veniva comunicato che quaranta navi normanne guidate da Giorgio

d'Antiochia - considerato dai bizantini un traditore - erano arrivate sotto le mura marittime di Costantinopoli ed avevano

saccheggiato numerose ville patrizie lungo la costa del Bosforo, lanciando a mo' di provocazione diverse frecce sull'area

del Grande Palazzo imperiale.

Manuele non dimenticò questo oltraggio (il secondo che riceveva) ma prima di tutto dovette occuparsi della rivolta in

Serbia, anche perché pensava (giustamente) che dietro ad essa vi fosse l'opera di Ruggero II di Sicilia. Quest'ultimo fra

l'altro bloccò lo stesso Corrado in Germania, fornendo aiuti ai bavaresi, a quell'epoca in rivolta contro l'Imperatore

germanico, per impedirgli di intraprendere la campagna in Italia.

Luigi e Ruggero formarono una lega contro l'Impero Bizantino, il cui scopo era di minare il potere di Manuele. Il

sovrano francese riteneva Manuele responsabile del fallimento della seconda crociata, sostenendo l'accusa (falsa) che

l'imperatore bizantino avesse fornito informazioni cruciali ai turchi.

Ruggero rivendicò Antiochia e Gerusalemme, ma i serbi ed i bavaresi furono nel frattempo sconfitti, cosicché la

campagna in Italia di Corrado poté iniziare.

Venezia aveva promesso il suo appoggio marittimo all'Impero bizantino, e anche il Papa, Eugenio III sarebbe stato

pronto ad appoggiare la missione (probabilmente per timore di un attacco allo Stato pontificio). Per fortuna di Ruggero

si affacciò un nuovo problema: il 15 febbraio del 1152 Corrado III morì a Bamberga all'età di cinquantacinque anni. A

Corrado succedette il nipote Federico I di Svevia, poi soprannominato Federico Barbarossa, il quale ricevette dal padre

morente la raccomandazione di rispettare il patto con Manuele.

Federico intendeva non perdere ulteriore tempo per iniziare la campagna in Italia ma dovette invece rinviarne l'inizio a

causa di problemi in Germania, dove ancora doveva essere riconosciuto Imperatore dai suoi sudditi. Egli però non

desiderava combattere a fianco dei bizantini e tanto meno accordarsi con essi per la spartizione dei territori

eventualmente conquistati, non accettando che potesse esistere un altro Imperatore oltre a lui. Dopo un solo anno

Federico firmò un trattato col Papa, che sanciva la comune spartizione delle terre conquistate dell'Italia meridionale.

In un anno gran parte dei protagonisti dell'epoca morirono. L'8 luglio del 1153 papa Eugenio III morì a Tivoli e gli

succedette papa Anastasio IV; sei mesi dopo morì Bernardo di Chiaravalle, fautore della Seconda crociata. Il 26

febbraio del 1154 morì a Palermo Re Ruggero e il suo successore fu Guglielmo il Malo. Infine morì lo stesso Anastasio

IV e gli succedette papa Adriano IV (l'unico Papa inglese nella storia). Federico iniziò una campagna punitiva contro i

comuni italiani del nord e, dopo aver superato altri problemi, fu incoronato Imperatore a Roma dal Pontefice.

La campagna in Italia

Manuele si trovò in una situazione delicata: sapeva di non potersi più considerare alleato del Sacro Romano Impero e

che l'Italia avrebbe potuto essere ripresa dall'Impero solo con la guerra.

Se Federico avesse attaccato il Regno di Sicilia, occorreva che l'Impero bizantino fosse rappresentato per far valere i

propri diritti sulle terre dell'Italia del sud. Se invece Federico non fosse entrato in azione, il farlo sarebbe toccato allo

stesso Impero bizantino.

Poco tempo dopo a Manuele arrivò una notizia importante: i baroni di Puglia, che non avevano mai visto di buon occhio

gli Altavilla, avevano intenzione di ribellarsi e di tornare sotto la protezione dell'aquila bizantina.

Quindi l'imperatore nel 1155 spedì in Italia i suoi due migliori generali: Michele Paleologo e Giovanni Ducas. La loro

missione era mettersi in contatto con i baroni pugliesi e, se Federico fosse stato ancora in Italia, cercare di incontrarlo e

chiedergli se avrebbe appoggiato l'impero bizantino contro il regno di Sicilia. Appena i due generali arrivarono in Italia

vennero a sapere che Federico si trovava ad Ancona ed era pronto a riceverli.

L'Imperatore germanico era disposto a schierarsi coi bizantini, ma i suoi baroni si rifiutavano di continuare la campagna

in Italia. Il clima assai caldo aveva fiaccato le truppe, afflitti da un gran numero di insetti cui non erano abituati e da

varie malattie che le avevano colpite. Federico con rammarico si vide costretto a dire di no ai due inviati bizantini.

Manuele non si disperò. La rivolta contro gli Altavilla si stava allargando a tutto il sud Italia. Verso la fine dell'estate del

1155 il conte Roberto di Loritello, a capo della rivolta, incontrò a Vieste Michele Paleologo. I due strinsero un rapido

accordo: i nobili che si erano rivoltati agli Altavilla avrebbero goduto di vantaggi economici e di potere a

Costantinopoli, e il Regno di Sicilia sarebbe tornato a far parte dell'Impero bizantino. Dopo questo accordo i bizantini si

unirono agli eserciti dei baroni pugliesi, pronti ad attaccare. La prima tappa fu Bari che si arrese velocemente, avvezza

com'era alla presenza greca, cui apparteneva del resto la maggioranza dei suoi abitanti. L'esercito siciliano di Guglielmo

I di Sicilia fu decimato nei pressi di Andria.

Papa Adriano IV seguiva soddisfatto il procedere dei bizantini nel Regno di Sicilia. Il Papa preferiva assai più come

confinanti i bizantini piuttosto che gli Altavilla, pensando di poter estendere più facilmente i confini dello Stato

Pontificio. Le trattative per unirsi in guerra ai bizantini contro il Regno di Sicilia furono avviate verso la fine dell'estate

del 1155; il Papa arruolò a tal fine mercenari campani.

Il 29 settembre 1155 il Papa si mise in marcia col suo esercito. Questo fu un momento storico perché, un secolo dopo lo

scisma d'Oriente, un Imperatore bizantino aveva formato una lega con il Papa. I vassalli pugliesi promettevano fedeltà

all'Imperatore di Bisanzio con gioia, e lo ringraziavano per gli aiuti che avevano ricevuto. In pochissimo tempo i

bizantini ed il Papa conquistarono tutta la Puglia e la Campania.

Se la campagna in Italia fosse continuata con tale intensità, i bizantini avrebbero annientato gli Altavilla e riconquistato

tutto il sud Italia. Il Papa avrebbe avuto la dimostrazione che i bizantini erano riusciti dove l'Impero germanico aveva

mancato e Manuele avrebbe realizzato il suo sogno: essere incoronato dal Papa Imperatore di tutto l'Impero Romano,

svuotando di significato in questo modo la corona imperiale di Federico Barbarossa.

Ma Guglielmo non si era ancora rassegnato: aveva perso le prime battaglie ma non la guerra, e riorganizzò il suo

esercito. Ai primi del 1156 egli attraversò lo stretto con le sue forze terrestri e la sua marina che puntò su Brindisi, dove

i bizantini stavano assediando la città.

Quando si sparse la notizia che Guglielmo stava avanzando, qualche barone della Puglia scappò con i suoi uomini e i

mercenari campani scelsero il momento più difficile della campagna per chiedere il raddoppio dello stipendio. Quando

questi ultimi ricevettero una risposta negativa disertarono in massa. Anche Roberto di Loritello disertò, mentre Michele

Paleologo era già morto in battaglia. Giovanni Ducas si trovò, con un esercito drasticamente ridotto, ad affrontare un

esercito molto più numeroso del suo. Fu sconfitto e fatto prigioniero con i suoi bizantini e i ribelli normanni che non

avevano disertato.

La basilica di San Nicola fu l'unica costruzione che rimase in piedi a Bari dopo il 1156.

Le navi dei bizantini furono catturate con le grandi quantità d'oro ed argento conquistate. Con una sola battaglia persa

per i bizantini (28 maggio 1156), tutto

quello che era stato fatto in un anno fu vanificato. Guglielmo ebbe pietà dei prigionieri bizantini ma non dei suoi sudditi

ribelli. I mercenari normanni furono uccisi perché avevano tradito la loro patria, Brindisi fu risparmiata per la sua

efficace resistenza e Bari fu rasa al suolo compresa la cattedrale. Fu risparmiata solo la Basilica di San Nicola e gli

abitanti ebbero in tutto due giorni per mettersi in salvo con i propri averi. Le altre città della Puglia furono punite

duramente, anche se non con l'asprezza di Bari.

Manuele aveva capito che bisognava cambiare strategia. Sebbene l'Impero bizantino ed il Sacro Romano Impero non

fossero riusciti a conquistare il Regno di Sicilia, era convinto che Federico Barbarossa avrebbe ritentato l'impresa. Se

ciò fosse avvenuto, il Barbarossa avrebbe potuto mirare alla conquista dell'Impero bizantino, per riunificare l'antico

impero romano. Manuele si convinse che erano molto meglio gli Altavilla nel sud Italia di Federico, e per questo

doveva trovare un modo per accordarsi con il Re di Sicilia.

Egli inviò alla corte di Guglielmo, Alessio Axuch, figlio del suo Gran Domestico Giovanni Axuch. Ufficialmente aveva

l'incarico, come prima di lui Michele Paleologo, di prendere contatto con eventuali ribelli, di reclutare mercenari e di

soffiare sul fuoco dei tumulti. Contemporaneamente i suoi ordini erano di contrattare la pace con Gugliemo. I due

comandi sembrano contraddittori ma non lo erano, perché quanto maggiori fossero state le difficoltà per Guglielmo,

tanto più Bisanzio sarebbe stata avvantaggiata nelle trattative.

Alessio portò in porto le sue due missioni facilmente. Due mesi dopo il suo arrivo, Roberto di Loritello saccheggiò la

Sicilia, mentre una grossa banda di briganti conquistava Capua per poi arrivare a Montecassino. Il 6 gennaio del 1158 i

briganti riuscirono a sconfiggere un esercito degli Altavilla in uno scontro corpo a corpo. All'inizio della primavera del

1158 l'Impero bizantino concluse una pace segreta con il Regno di Sicilia.

I baroni normanni ribelli, che di punto in bianco si trovavano senza più finanziamenti da parte dell'Impero bizantino, si

videro costretti ad abbandonare le conquiste fatte e a cercare un signore più affidabile.

La riconquista di Antiochia

Manuele Comneno era Imperatore bizantino ormai da quindici anni e aveva combattuto in tutte le parti dell'Impero

bizantino, tranne che in Cilicia. Nell'autunno del 1158, Manuele I si incamminò quindi verso questa regione con un

grande esercito.

Manuele era furibondo, perché un certo Thoros II d'Armenia (Teodoro) figlio di Leone I d'Armenia, era evaso dalla

prigione di Costantinopoli nel 1143, e nel 1151 aveva assassinato il governatore imperiale di Mamistra/Mopsuestia, e

sette anni dopo quel delitto era ancora impunito. Ma il problema principale di Manuele era Rinaldo di Chatillon, che era

principe d'Antiochia.

Rinaldo era secondogenito di un nobile francese, si era arruolato nella seconda crociata nell'esercito di Raimondo

d'Antiochia e aveva deciso di crearsi un feudo in Oriente, e lo aveva ritrovato in Antiochia. Nel 1153 Rinaldo sposò

Costanza d'Antiochia, vedova di Raimondo. Rinaldo aveva promesso a Manuele, in cambio del suo riconoscimento

come Principe d'Antiochia, di consegnare Thoros alla giustizia, e invece dopo essere stato riconosciuto principe,

Rinaldo insieme a Thoros attaccò Cipro dove francesi e armeni si abbandonarono a devastanti saccheggi. Quindi non

c'era da meravigliarsi che Manuele partisse con un esercito desideroso di vendetta.

Thoros intanto fu costretto a ripararsi tra le montagne, per salvarsi dai bizantini, che avevano sconfitto i suoi eserciti più

volte, e avevano riassoggettato tutta la Cilicia sotto l'Impero. Thoros si riappacificherà con l'imperatore, solo grazie alla

mediazione del re Baldovino III di Gerusalemme.

Rinaldo era in preda al panico. L'esercito bizantino era molto forte e non poteva minimamente pensare di resistere, con

la prospettiva di essere spazzato via, insieme ad Antiochia, dai nemici. L'unica speranza di salvezza per lui era la

sottomissione. Quando Manuele lo ricevette nella sua fastosa tenda imperiale, l'Imperatore pose tre condizioni a

Rinaldo, accettando le quali egli avrebbe avuto salva la vita: Antiochia doveva arrendersi immediatamente, doveva

diventare un tema dell'impero bizantino e fornire una guarnigione a Bisanzio. Antiochia doveva inoltre mandare via il

suo patriarca latino e insediarne uno ortodosso. Soltanto quando Rinaldo giurò di accettare tutto ciò, il conte fu

congedato da Manuele.

LA PACE FRUTTUOSA CON NORANDINO

Quando Manuele partì da Antiochia, i rapporti tra Bisanzio e i crociati erano buoni come non mai, e sarebbero rimasti

tali se Manuele avesse attaccato Aleppo. Quando invece Manuele arrivò col suo esercito alla frontiera tra Impero

bizantino e il mondo musulmano, gli vennero incontro gli ambasciatori dell'Emiro Norandino che offriva la pace,

impegnandosi nel caso a liberare tutti i prigionieri cristiani in sua mano - il cui numero assommava a circa seimila - e ad

avviare una campagna contro i turchi selgiuchidi. Manuele accettò l'offerta e ripartì con il suo esercito, per tornare a

Costantinopoli. I crociati presero l'accaduto molto male, perché avevano accolto Manuele Comneno come un salvatore,

mentre egli aveva percorso tutta l'Asia minore con un grande esercito, senza però combattere, concludendo invece la

pace con i musulmani, lasciando i crociati in balìa della loro sorte. La situazione vista da Manuele era però assai

diversa. La Siria per i crociati era una terra importante, mentre per i bizantini sarebbe stata solo una regione lontana, e

Manuele non si poteva permettere di rimanere così tanto tempo lontano dalla sua capitale, perché nel palazzo imperiale

si parlava già di una sua possibile deposizione, e si affacciavano problemi tutt'altro che lievi alle frontiere europee.

Il trattato con Norandino era a tutto favore di Bisanzio, perché i crociati di Antiochia si sottomettevano all'Impero

bizantino solo quando erano in grave pericolo e il pericolo costituito da Norandino li avrebbe mantenuti perciò fedeli

all'Impero. Grazie infatti a questo patto con Norandino del 1161, il sultano selgiuchide di Rum, Qilij Arslan II, dovette

̄

firmare un trattato che prevedeva che, in cambio della pace con Norandino, avrebbe restituito all'Impero bizantino tutte

le città di popolazione greca da lui conquistate in precedenza, la fine delle incursioni delle bande di turcomanni

nell'Impero bizantino e l'impegno di fornire un contingente di soldati ogni volta che Bisanzio lo avesse richiesto.

L'accordo fu suggellato nella capitale bizantina.

LA PACE CON QILIJ ARSLAN II

Nella zona orientale dell'Impero bizantino, Bisanzio era al massimo della sua potenza, dopo la catastrofica battaglia di

Manzicerta del 1071. Il sultano aveva firmato la pace con Bisanzio e gli versava tributi annuali, come pure l'atabeg di

Aleppo. La via verso la Terra Santa per i pellegrini era di nuovo aperta. Gli unici cristiani scontenti erano i crociati, a

causa del mancato impegno bellico di Manuele contro i musulmani.

All'inizio 1160 era intanto morta l'imperatrice Irene, lasciando soltanto due figlie a Manuele che voleva a tutti i costi un

erede maschio che un giorno potesse reggere l'Impero. A Natale del 1161, Manuele sposò allora la bellissima figlia che

Costanza d'Antiochia aveva avuto da Raimondo di Poitiers. Sei mesi dopo morì Baldovino III di Gerusalemme a Beirut

e, quando la notizia arrivò a Costantinopoli, Manuele pianse sinceramente l'amico defunto.

LA RIAPPACIFICAZIONE TRA IL PAPA E FEDERICO BARBAROSSA

Il 24 luglio 1177 il nuovo Doge di Venezia, Sebastiano Ziani, organizzò la riconciliazione tra papa Alessandro III e

Federico Barbarossa; il disaccordo dei due, nato nel 1160 per l'intenzione di Federico di dominare i comuni del nord

Italia, era sfociato in seguito in guerra aperta.

Il Papa chiese appoggio economico a Manuele e questi fu ben felice di accordarglielo. In seguito, nel 1166, Manuele

propose al Papa di porre fine allo Scisma d'Oriente in cambio della corona romana riunificata ma si rese conto che il

progetto era inattuabile per via del parere fortemente contrario dei suoi sudditi e, inoltre, per la sua cattiva fama in

Occidente.

LA GUERRA CONTRO I VENEZIANI

Il 31 maggio del 1162 morì il re di Ungheria, Geza II, non lasciando alcun erede; la guerra per la successione durò fino

al 1167, anno in cui Manuele mosse contro la Dalmazia, la Bosnia e la Croazia, conquistandole, andando così poi in

trionfo a Costantinopoli l'8 luglio del 1167. Di ciò pagò le conseguenze Venezia, che reagì con forza, sentendosi

trascurata in campo commerciale dalle buone relazioni che Bisanzio intratteneva con Genova, Pisa e Amalfi.

Manuele aveva però le sue ragioni a tenere Venezia fuori dai suoi ultimi affari. A Costantinopoli ormai vivevano 80.000

latini che godevano di grandi privilegi, e di questi i veneziani erano la comunità più numerosa e la più ricca, infatti il

commercio bizantino era ormai un monopolio dei mercanti delle tre grandi repubbliche marinare che si stavano

contendendo il monopolio del Mediterraneo Orientale, contesa che alla fine vinsero i Veneziani. L'imperatore decise di

punirli all'inizio del 1171, quando il quartiere genovese vicino a Costantinopoli, a Galata, fu attaccato e in gran parte

incendiato da alcuni cittadini veneziani e dalla malavita di Costantinopoli. Ordinò infatti di imprigionare tutti i

veneziani che si trovavano in territorio bizantino, confiscandone le navi, i beni e le proprietà. Soltanto a Costantinopoli

furono imprigionati 10.000 veneziani.

Il Doge si infuriò, pensando che l'accaduto e la susseguente punizione fossero stati organizzati a bella posta dai

bizantini. Chiese perciò a tutti i veneziani all'estero di rimpatriare e li arruolò nell'esercito. Nel settembre del 1171

salparono da Venezia 150 navi, comandate dal doge stesso, Vitale II Michiel. In Eubea questi trovò ambasciatori

bizantini che offrivano la riconsegna dei beni e degli antichi privilegi ai veneziani, a patto che si recassero nella

capitale. Vitale Michiel acconsentì alla proposta degli ambasciatori recandosi a Costantinopoli, mentre la marina

veneziana aspettava a Chio. Durante il viaggio però sulle navi veneziane scoppiò la peste e a primavera i morti erano

migliaia. Poco tempo dopo ritornarono gli ambasciatori veneziani con la notizia che l'Impero bizantino non aveva fatto

loro alcuna concessione. A Vitale Michiel non restò altro che tornare a Venezia, dove però portò con sé anche la peste e

venne perciò linciato dalla popolazione, in quanto considerato colpevole della fallita spedizione punitiva contro

Bisanzio.

LA BATTAGLIA DI MIRIOCEFALO

Il 15 maggio 1174 Norandino morì e i turchi danishmendidi rimasero senza un protettore, esposti alla potenza dei turchi

selgiuchidi. Il Sultano selgiuchide di Rum, Qilij Arslan II aveva conquistato già molti territori prima della morte di

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Norandino e così due principi danishmendidi si recarono a Costantinopoli per chiedere la protezione di Manuele.

Nell'estate del 1176 questi si mise in marcia per raggiungere Iconio, ma fu quasi subito raggiunto dagli inviati del

sultano Qilij Arslan, con proposte di pace vantaggiose per Bisanzio. Nonostante il parere favorevole dei suoi ufficiali,

Manuele si fece convincere da una piccola minoranza di giovani ufficiali smaniosi di coprirsi di gloria e comandò che la

campagna proseguisse.

Dopo la fortezza di Miriocefalo il sentiero proseguiva in una gola lunga e stretta fra i monti, dalle cui sommità i

Selgiuchidi prepararono la loro trappola, bloccando tanto l'uscita quanto l'entrata. Nella stretta vallata si riversarono i

pesanti carriaggi carichi di rifornimenti e le armi d'assedio, intasando il passaggio. A quel punto le forze turche

caricarono con la cavalleria giù sulle inermi truppe bizantine, massacrandole senza quasi incontrare resistenza fin

quando ci fu luce. A nulla valse un tentativo di caricare con truppe fresche effettuato dall'Imperatore. Sebbene la disfatta

di Manuele fosse quasi scontata, il sultano turco offrì la pace a condizioni assai vantaggiose, chiedendo la semplice

distruzione delle fortificazioni di Dorileo e di Subleo (il cui rafforzamento era stato completato nel 1174). Manuele

ovviamente accettò, perdendo però così ogni speranza di riprendere il controllo dell'Asia minore, facendo mestamente

ritorno a Costantinopoli a capo della sua invitta guardia imperiale, recando con sé i miseri resti dell'esercito. Questa

sconfitta può essere considerata, assieme alla battaglia di Manzicerta, una delle più gravose per l'impero bizantino.

Sebbene infatti Manuele I poté ancora disporre di truppe sufficienti a guarnire i confini dell'impero ed ottenere ancora in

seguito successi minori, la macchina bellica creata da suo nonno e rafforzata dal padre era praticamente andata in fumo,

non potendo più in alcun modo le perdite subite essere compensate, anche a seguito dello smantellamento del sistema di

reclutamento causato dalle devastazioni turche in Anatolia, che avevano distrutto l'economia agricola della regione,

cardine della struttura amministrativa dell'Impero,

basata sui cosiddetti themata. Ultimi anni e morte

Nel 1180 Manuele colse un ultimo successo diplomatico prima della morte: in quell'anno vennero celebrate le nozze di

suo figlio Alessio II Comneno, di dieci anni, con la principessa francese Agnese di Bisanzio, di nove. Due mesi dopo

Manuele si ammalò gravemente e morì il 24 settembre dello stesso anno.

Manuele, nonostante le sue indiscutibili doti politiche e militari lasciò le casse dell'Impero bizantino a secco. Dopo la

sua morte, venne a mancare la principale guida e il collante che teneva unite e fedeli le potenti famiglie che da secoli

occupavano i quadri di comando dell'impero. Una serie di circostanze sfavorevoli fecero in modo che nessun imperatore

asceso al trono negli anni successivi, mostrasse l'energia necessaria per contenere le spinte centrifughe, solo

apparentemente sopite durante l'epoca Comnena, preparando il terreno all'indebolimento e alla caduta di Costantinopoli

durante la famigerata Quarta crociata del 1204, evento difficilmente immaginabile per i bizantini soltanto una

generazione prima.

4 il tentativo di reazione di Andronico I Comneno (1183-1185)

Le debolezze dello Stato bizantino apparvero con tutta chiarezza quando , dopo la morte di Manuele , salì sul trono suo

figlio dodicenne Alessio II e l’imperatrice madre Maria di Antiochia assunse la reggenza .L’imperatrice concesse la sua

fiducia ad un nipote del defunto imperatore , il protosebastos Alessio Comneno , che assunse il controllo degli affari .

Ma la scelta fu poco felice e la preferenza accordata da Maria a quest’uomo vano e insignificante provocò un vivo

risentimento tra gli altri membri della dinastia dei Comneni. La occidentale Maria e il suo favorite erano ugualmente

odiati dal popolo . Era nella natura delle cose che sotto questa reggenza venisse accentuata la politica filolatina e a

questo fatto il cittadino bizantino attribuiva il rapido deterioramento della situazione interna ed internazionale . Il

risentimento contro I Latini cresceva : sia contro I commercianti italiani che si arricchivano a Bisanzio , sia contro i

mercenari occidentali , che rappresentavano il principale sostegno della reggenza . Più volte gli esponenti della dinastia

dei Comneni , tentarono di abbattere il governo con un colpo di mano . Ma tutti i tentativi fallirono . A costantinopoli

l’opposizione mancava di un capo . Il ruolo decisive venne svolto da Andronico Comneno , un cugino di Manuele , che

allora risiedeva , in qualità di governatore , nel territorio del Ponto .

Andronico Comneno è una delle figure più interessanti della storia bizantina . Giunto ormai 60enne aveva già alle spalle

una vita movimentata .

Ambizioso e scaltro, per salire al trono Andronico si atteggiò a salvatore di Alessio II, dicendo che questi veniva

soggiogato dalla madre e dal di lei amante, il protosebasto Alessio Comneno. Dopo di che cominciò a muoversi in

direzione di Costantinopoli, sicuro dell'appoggio popolare. La Paflagonia ben prestò passò dalla sua parte e, nella

capitale, Andronico trovò subito due alleati nelle persone della kaisarissa Maria, sorellastra di Alessio II, e del marito, il

cesare Ranieri di Monferrato, esclusi dal Consiglio di reggenza. La ribellione popolare scoppiò e, vista l'impossibilità di

pervenire ad una risoluzione pacifica, il protosebasto lanciò l'attacco nel maggio del 1181: si combatté edificio per

edificio, sulle soglie della Chiesa grande, ma alla fine gli Imperiali prevalsero. Il protosebasto decise a questo punto di

attaccare la flotta ribelle ma Andronico Contostefano decise di passare, con tutte le sue navi, dalla parte di Andronico,

che ora aveva davvero vinto e da Calcedonia si preparò la strada per il Palazzo imperiale. Il protosebasto Alessio venne

arrestato ed imprigionato, per esser poi accecato -un vezzo molto caro ad Andronico- e venne scatenata la popolazione,

ben fomentata ed appoggiata da mercenari paflagoni, contro tutti i Latini presenti in città, soprattutto Pisani e Genovesi,

accusati d'esser la rovina del popolo e d'appoggiare il regime dell'imperatrice madre e del protosebasto. Ora Andronico

poteva entrare nella città.

Intanto Andronico, pur impadronendosi delle leve del potere, desiderava porsi come campione della legittimità

imperiale e a maggio del 1182 fece nuovamente incoronare Alessio II a Santa Sofia. Inoltre, al fine di liberarsi

dell'ultimo ostacolo alla sua corsa al potere supremo, allontanò Maria d'Antiochia dal figlio e cominciò contro di lei una

campagna persecutoria, accusandola presso il popolo di voler sottomettere l'Impero ai propri voleri. Alla fine, nel

settembre 1182, Maria fu uccisa.

Uccisa l'imperatrice madre, la strada di Andronico I era spianata: il potere sarebbe stato suo e raggiunto marciando sui

cadaveri della famiglia dell'odiato cugino. Comunque, contro il possibile usurpatore, s'armò una congiura, ma venne

scoperta e duramente punita: alcuni vennero soppressi, altri fuggirono e ad Andronico I Contostefano ed ai quattro figli

vennero tolti gli occhi. Nella primavera del 1183 toccò alla kaisarissa Maria ed al cesare Ranieri, avvelenati entrambi.

Di fronte a tanti eventi il patriarca stesso, Teodosio Boradiota, preferì ritirasi a vita privata. Restava un solo passo da

fare: all'inizio del settembre del 1183 gente a lui fedele fece in modo che Andronico I venisse acclamato Imperatore per

le vie della capitale, ed Alessio II fu tratto fuori dal palazzo affinché lo pregasse di regnare con lui. L'incoronazione

avvenne a Santa Sofia: il nome d'Andronico I venne pronunciato prima del nome dell'autocratore legittimo, Alessio II. Il

quale aveva firmato la sua condanna a morte: non era più necessario, ormai. Pochi giorni dopo infatti il giovane

sovrano, non ancora quattordicenne, fu strangolato mediante una corda d'arco, il suo cadavere dileggiato, decapitato e

buttato in mare chiuso in un vaso.

Su di un Impero che, tuttavia, andava a pezzi. Già da tempo Kilidj Arslan di Iconio, , aveva ripreso ad attaccare le

frontiere imperiali che, sguarnite, non offrivano resistenza, e così erano cadute Sozopoli, l’attuale Uluborlu, Cotieo,

l attuale Kütahya, ed Antalya si trovava in stato d’assedio. Nei Balcani, poi, l’intera costruzione così faticosamente

eretta da Manuele I si sgretolava rapidamente: Stefano Nemanja, prese a devastare periodicamente i territori imperiali,

‟ ‟

saccheggiando Belgrado, Branicevo, Niš e Sofia, insieme a Béla III d Ungheria, che a sua volta, rotta l alleanza con

̌

Bisanzio, aveva conquistato Dalmazia, Croazia e la regione di Sirmio. Ma anche le province davano segni di fermento:

già durante la reggenza d’Andronico il megas domestikos Giovanni Comneno Vatatze, duca dei Tracesi, si era reso

protagonista d'una ribellione che aveva visto l’esercito regolare, comandato da Andronico Laparda, sconfitto davanti a

̧

Filadelfia, l’attuale Alasehir, e che si era esaurita solo dopo la morte del Vatatze, seguita dalla vendetta e dalle

repressioni d’Andronico. Ma questo episodio non era destinato a restare isolato. Nella prima metà del 1184 si

ribellarono Isacco Angelo e Teodoro Cantacuzeno a Nicea, Teodoro Angelo a Prusa, ora Bursa, e Lopadio, attualmente

Ulubad. Andronico non esitò a mettersi in marcia e, mentre Alessio Brana riportava alla ragione Lopadio, strinse

d assedio Nicea. Le operazioni furono lunghe e contraddistinte da episodi di efferata brutalità, ma, ucciso il

Cantacuzeno, Nicea decise di arrendersi: Isacco Angelo venne risparmiato ed inviato a Costantinopoli, ma la città venne

punita ferocemente, come in seguito accadde a Prusa, presa d assalto. Nel frattempo, tuttavia, Costantinopoli perdeva

definitivamente il controllo su Cipro. Le ribellioni non risparmiarono Costantinopoli e videro protagonisti quei settori

dell aristocrazia comnena che avevano inizialmente appoggiato Andronico: venne alla luce una congiura che pareva

ordita dal megas doux Andronico Contostefano e da Andronico Angelo, ed in seguito fallì un tentativo di ribellione

promosso da quell’Andronico Laparda sconfitto dal Vatatze. Tutti soffocati nel sangue, questi complotti erano

comunque spie d’un diffuso malessere cui l’imperatore rispose con l’unica cura che pareva conoscere: il terrore.

L’Impero venne avviluppato in un manto di sangue, in uno scenario degno dei più truculenti racconti dell’orrore. Le

repressioni promosse da Andronico non risparmiarono alcun settore sociale, ed investirono con crudeltà inusitata

oppositori reali o presunti, insieme alle loro famiglie ed ai loro conoscenti.

Tutto quello che Alessio, Giovanni e Manuele avevano creato si stava rovinando, né, del resto, sarebbe stato nelle

possibilità d’Andronico di porre un freno al crollo che investiva l’Impero. Scioltosi il sistema di alleanze e di intrecci

familiari tra l’aristocrazia civile, quella militare ed il clan dominante dei Comneni, drasticamente ridotto in parte a causa

di Miriocefalo ed in parte grazie alle purghe promosse da Andronico; l’Impero si chiuse in un pericolosissimo

isolamento, ribaltando completamente la tradizionale politica comnena.

Ciò che determinò la fine del regime di Andronico e, in ultima analisi, il crollo di Bisanzio fu, molto probabilmente, il

ribaltamento dei principî fino ad allora rispettati in politica estera dai predecessori. Se la reggenza di Maria e del

protosebasto aveva cessato ogni iniziativa politica fuori dai confini imperiali, condannando l’Impero all’isolamento,

Andronico distrusse scientemente tutto il delicato edificio che i predecessori avevano faticosamente costruito con lo

scopo di allontanare i nemici, quando non con quello di passare all’attacco.

Sotto pressione in Asia minore e nei Balcani, Andronico non vide altra soluzione che attuare una politica

esclusivamente difensiva ma, soprattutto, decise di optare per una scelta orientale in quella millenaria lotta tra una

gravitazione verso occidente ed una verso oriente che, come è noto, afflisse Bisanzio lungo tutto l’arco della sua storia.

Nel frattempo si realizzava il peggiore incubo dei basileis, ciò che per tutta la sua vita Manuele aveva cercato, con

successo, di evitare: l’unione tra il regno normanno e l’impero tedesco, realizzatasi tramite le nozze tra Enrico VI, figlio

del Barbarossa, e Costanza, zia ed erede di Guglielmo II. Consapevole del pericolo, Andronico non vide altra strada

percorribile che stringere un’alleanza con il Saladino, un “operazione che, nelle intenzioni delle due parti, avrebbe

lasciato mano libera al sultano nelle sue operazioni contro gli Stati crociati, ed avrebbe dato respiro in Asia minore

all’Impero.

Fu dunque facile per il normanno Guglielmo II accondiscendere alle richieste d’intervento giunte presso la sua corte da

esuli provenienti da Costantinopoli, costretti alla fuga dalle persecuzioni del tiranno. Erano un parente di Manuele I, tal

Alessio Comneno, con il suo seguito, ed un ragazzo, accompagnato da un monaco, che si spacciava per lo stesso

sfortunato Alessio II, cui in effetti somigliava tanto nel fisico quanto nell’atteggiamento. Lo sforzo bellico fu enorme.

Andronico era solo, senza alleati, senza una flotta e senza alcuna capacità difensiva, tanto più che neppure Venezia,

legata ai Normanni da un trattato stipulato nel 1175, sarebbe intervenuta in sua difesa. Nel giugno del 1185 cadde nelle

mani dei Normanni Durazzo. Nel frattempo la flotta occupava senza problemi Corfù, Cefalonia, Zante. L’obiettivo era

la città di Tessalonica, che venne investita per terra e per mare. Non vi fu alcun coordinamento tra i difensori,

decisamente male organizzati dall’incapace governatore della città assediata, Davide Comneno, e le truppe tardivamente

mandate in soccorso da Andronico, e così dopo breve assedio Tessalonica, il 24 agosto del 1185, capitolò e la città fu

devastata e i cittadini massacrati . I Normanni, non appena si sentirono sazi del bottino e del sangue versato, ripresero la

loro marcia lungo la Egnazia, diretti verso Costantinopoli .

Evidentemente confidava nella mitica imprendibilità di Costantinopoli e, perciò, con lo scopo di eliminare qualsiasi

residua opposizione che avrebbe potuto rendere poco sicura la Città, decise la morte di tutti coloro che fossero stati

anche solo sospettati di tradimento. Tra questi vi era Isacco Angelo. Ma dopo aver ucciso il mandante, Isacco cavalcò

euforico verso la Chiesa Grande, dove cercò rifugio. Era l 11 settembre del 1185, ed il giorno successivo Isacco era già

divenuto il simbolo vivente della ribellione contro il regime instaurato da Andronico, fino al punto da essere acclamato

Imperatore. Andronico cercò brevemente d’opporsi, ma valutata la drammaticità della situazione ben presto decise di

cedere la corona e non già al successore designato, Giovanni, ma a quel Manuele che spesso aveva contestato le azioni

paterne. L’abdicazione tardiva, tuttavia, si rivelò del tutto inutile, ed Andronico decise di fuggire dalla Città,

imbarcandosi. Questa volta la fuga all’abile ed astuto Andronico non riuscì: arrestato mentre tentava di raggiungere la

salvezza presso i Turchi dagli uomini di Isacco Angelo, Andronico venne gettato in catene nella prigione di Anema,

donde venne tirato fuori solo per essere sottoposto ai più atroci ed inenarrabili supplizi. Né miglior destino venne

riservato al co-imperatore Giovanni il quale, catturato mentre era alla testa delle truppe che, con scarsi risultati, si

opponevano ai Normanni, venne accecato in modo tanto brutale che morì per le ferite subite. La stessa pena venne

riservata al fratello, Manuele.

Già altre volte un sovrano era stato deposto ed anche massacrato; altre volte una situazione difficile, se non disastrosa,

era stata anche brillantemente superata. Ma mai nel passato Bisanzio si era trovata in un simile clamoroso vuoto di

potere e, soprattutto, nel passato un incapace era stato sostituito da sovrani brillanti e capaci. Ora, quasi per caso,

giungevano al trono Isacco II e Alessio III.

4 il crollo

ISACCO II ANGELO (1185-1195 e 1203-04) ALESSIO III ANGELO (1195-1203) ALESSIO IV ANGELO (1203-04)

ALESSIO V DUCAS (1204)

I primi giorni Isacco li dedicò a consolidare il suo potere: così fece catturare Andronico II, che venne massacrato, ed in

seguito i suoi figli, Giovanni, che s'era proclamato imperatore, e Manuele. Entrambi vennero accecati. Anche il

patriarca, legato al precedente regime, venne defenestrato.

Tuttavia la situazione interna ed esterna era disastrosa: lo Stato era al collasso, ed i Normanni, che già tenevano

Tessalonica e dominavano i mari, erano in marcia verso la Città. Isacco riorganizzò le truppe, e le scagliò contro i

Normanni, sotto l'abile guida di Alessio Branas. Gli invasori vennero battuti presso Mosinopoli e presso Anfipoli,

quindi Branas nel novembre del 1185 li batté definitivamente a Dimitritza, l'attuale Siderocastro. La disfatta normanna

era completa, Tessalonica venne abbandonata ed i superstiti fuggirono. La stessa flotta normanna, che nulla aveva

potuto fare, lasciò le Isole dei Principi dove aveva attraccato. Nella primavera del 1186 Isacco riprese anche il controllo

di Durazzo e di Corfù.

Ovviamente l'impresa aveva necessitato di più ampie alleanze, e così Isacco s'era assicurato la tranquillità delle frontiere

orientali, concludendo un trattato con Kilidj Arslan di Iconio, e chiuse definitivamente le ostilità con Venezia, con

trattative che, nel 1187, sfociarono nella emissione di ben tre crisobolle, testimonianza, comunque, dei nuovi rapporti

tra la Repubblica e l'Impero. Nello stesso tempo Isacco normalizzò i rapporti con l'Ungheria, ed in modo proficuo e

duraturo, con un trattato che, insieme a questioni territoriali, prevedeva le nozze tra il basileus stesso, rimasto vedovo

della prima moglie, Irene Paleologina Comnena, e la figlia di Bela III d'Ungheria, la piccola Margherita, ribattezzata

Maria.

Il matrimonio venne celebrato con gran fasto, e le spese ricaddero, tramite una pesante tassazione aggiuntiva, sulle

provincie, in particolare su alcune aree bulgare (che si ribellarono). Il casus belli sarebbe stata la negata cessione di una

pronoia a due fratelli bulgari, Teodoro -in seguito ribattezzato Pietro- e Asen. Infastiditi da tale rifiuto, i due fratelli

decisero di porsi a capo di quanti tra Bulgari, Cumani e Valacchi intendevano liberarsi del giogo imperale, e presto

crearono una loro enclave attorno a Tarnovo, attaccando i territori romani.

Isacco rispose alla ribellione bulgara marciando personalmente contro i rivoltosi, che si ritirarono oltre il Danubio. Non

essendo stato tuttavia raggiunto alcun risultato duraturo, tra la fine del 1186 e l'inizio dell'anno successivo Isacco tentò

più volte di soggiogare i ribelli, con campagne mai dall'esito risolutivo. Giovanni Ducas conseguì successi; Giovanni

Cantacuzeno si fece battere; Alessio Branas, il vincitore dei Normanni, parve giungere alla vittoria finale, quando decise

di proclamarsi imperatore e di marciare contro Costantinopoli, che nel 1187 venne posta sotto assedio. In questo

frangente Isacco trovò l'appoggio del cesare Corrado, figlio del marchese del Monferrato, che era lì giunto a sposare

Teodora, sorella del basileus: Isacco e Corrado affrontarono l'usurpatore fuori dalla Città e lo sconfissero. Subito dopo

l'imperatore decise di marciare alla testa delle truppe imperiali contro i Bulgari ed i Valacchi. Isacco ottenne rilevanti

successi, ma dovette accontentarsi di stipulare una tregua con Pietro ed Asen, richiedendo quale ostaggio il loro fratello

Kalojan, poiché la rivolta di Teodoro Mancafa, nel 1188, lo costrinse ad accorrere in Asia Minore, a Filadelfia.

Mancafa l'anno dopo venne espulso dalla città assediata e costretto a rifugiarsi presso i Selgiuchidi, che lo

consegneranno a Bisanzio, tuttavia questa rivolta ebbe conseguenze fatali. Costrinse Isacco ad abbandonare la lotta

contro i Bulgari in un momento cruciale, ed essi ne approfittarono per rinforzarsi e costituirsi in Stato, con Asen quale

zar; ed allontanò Isacco dalla capitale proprio quando giungeva il Barbarossa.

L'Impero, tra Crociati e Bulgari

La caduta del Santo sepolcro nelle mani del Saladino, tra l'emozione della Cristianità, aveva portato alla Terza Crociata.

Uno dei suoi duci fu il grande nemico di Manuele Comneno, Federico Barbarossa, che, alla testa di un possente

esercito, nell'estate del 1189 fu in territorio romeo. L'assenza del basileus dalla capitale, i ritardi nelle comunicazioni e

reciproche incomprensioni provocarono gravi tensioni tra i Tedeschi ed i Romei, aggravate dalle fortissime diffidenze

reciproche. Isacco fece arrestare degli ambasciatori crociati, un fatto inaudito, e rinnovò il trattato con il Saladino,

facendo inorridire i Crociati. Che del resto, dal canto loro avevano stipulato un trattato con il sultano di Iconio... Fatto

sta che le truppe romee cercarono in ogni modo, invano, di contrastare l'avanzata crociata, facendosi anche sconfiggere

alle porte di Filippopoli. La decisione del Barbarossa -il cui pensiero, ormai, era quello di occupare la stessa

Costantinopoli- di avanzare su Adrianopoli costrinse Isacco a scendere a patti e, nel febbraio del 1190, venne raggiunta

un'intesa con i Crociati, che a marzo poterono passare in Asia Minore e procedere senza eccessivi problemi da parte

romea verso la loro meta, restata un sogno, poiché a giugno Federico Barbarossa sarebbe annegato nel fiume Göksu.

Le spedizioni di Riccardo Cuor di Leone e di Filippo Augusto non riguardarono Bisanzio, se non per l'occupazione da

parte di Riccardo di Cipro, nel giugno del 1191, e la conseguente prigionia di Isacco Comneno. Cipro non sarebbe

ritornata mai più ai Romei.

L'uscita di scena del Barbarossa per Isacco fu la fine di un incubo, ma non la fine di una serie ininterrotta di sventure,

per questo sovrano davvero sfortunato. L'impero pareva relativamente solido all'apparenza, in realtà la catastrofe era

alle porte, anche per responsabilità di Isacco, dei suoi sperperi, della corruzione imperante per la crisi economica che

costrinse il governo ad una decisa svalutazione, per la tassazione. Ciononostante Isacco si dimostrava un sovrano

religioso e generoso, concedendo donativi ai poveri, costruendo e restaurando chiese, monasteri, ospizi ed ospedali.

Tuttavia il suo problema era la debolezza nel governo, e la cessione di ampie prerogative imperiali a consiglieri

dissennati si rivelò esiziale. Così questi anni videro una serie ininterrotta di ribellioni ed usurpazioni, tra le quali si

segnalarono quelle dei Pseudoalessi: il più pericoloso di costoro, personaggi che sostenevano d'essere il vero Alessio II,

figlio e successore dell'ormai già mitizzato ed indimenticato Manuele Comneno, con l'appoggio di Iconio tenne in

scacco per anni le truppe imperiali fino a quando non venne ucciso a tradimento, nel 1192.

Intanto i Bulgari ed i Valacchi dilagavano. Isacco, passato il Barbarossa, nel 1191 decise di farla finita e si lanciò contro

il nemico, ma la sua armata, cacciatasi in una stretta gola nei pressi di Beroe, l'odierna Stara Zagora, venne annientata e

lui stesso si salvò a stento. Caddero Anchialo, Varna, Sofia, ed i Serbi di Stefano Nemanja insorsero contro Bisanzio.

L'imperatore reagì velocemente e rioccupò e ripristinò le fortezze cadute, mentre concertava l'azione con l'alleata

Ungheria. Sulla Morava Stefano Nemanja venne battuto, ed in seguito i Bulgari vennero contenuti. Tuttavia, nel 1194,

l'esercito romano venne nuovamente annientato ad Arcadiopoli, l'odierna Lüleburgaz, nella Turchia europea, grazie al

tradimento d'uno dei comandanti. L'Imperatore decise di mettersi nuovamente alla testa delle sue truppe e, dopo un

intenso arruolamento, si preparò a marciare, nel marzo del 1195. La campagna non ebbe neppure inizio: a Cipsello,

sulla Maritza, il sebastokrator Alessio, fratello di Isacco, si proclamò Imperatore e l'8 1195 aprile fece arrestare il

congiunto. Ad Isacco vennero cavati gli occhi, e gli venne imposto di dimorare nel monastero di Bera, in Tracia.

L'agonia del secondo impero di Isacco

Il figlio di Isacco riuscì a fuggire e, imbarcato su di una nave pisana, sbarcò ad Ancona nel settembre del 1201, colmo di

desiderio di vendetta. Presto fu in Alsazia, presso Filippo di Svevia, che era suo cognato, e qui incontrò Bonifacio di

Monferrato, appena giunto alla guida della nuova Crociata che in quei giorni andava preparandosi. Per il giovane

Alessio si apriva la strada alla vendetta ed al trono. Papa Innocenzo III non gli offrì aiuto, ma molti Crociati sì, allettati

dalle sue offerte, e nell'aprile del 1203, a Zara, l'accordo tra Alessio Angelo ed i cavalieri era pronto.

Durante le ore convulse del primo assedio a Costantinopoli, nella notte tra il 17 ed il 18 luglio del 1203, Alessio III

fuggì e dalla prigionia in cui languiva venne tratto Isacco II, che, nonostante la sua cecità, venne nuovamente posto sul

trono: si toglieva così ai cavalieri franchi ogni pretesto d'intervento per motivi di legittimità di potere. Ciononostante ad

Isacco venne imposta la coreggenza del figlio, affinché costui onorasse le promesse fatte, ed il primo di agosto Alessio

IV fu incoronato coimperatore. Ovviamente nessuno dei due Imperatori potè pagare interamente il debito ai cavalieri,

nonostante la pressione fiscale, gli espropri di patrimoni, le razzie, che non ebbero altro esito che l'esacerbare

ulteriormente l'animo dei sudditi romei. Si creò inoltre una forte tensione tra i due imperatori, ed Alessio, appoggiandosi

ad alcuni settori della corte, riuscì ad isolare dal potere il padre. Già malato, Isacco crollò mentalmente e si rifugiò in un

mondo tutto suo, occupandosi solo più di pratiche magiche e di astrologia, sperando in tal modo di recuperare il vigore

perduto.

Odiato dal popolo, da gran parte dell'aristocrazia, inviso a gran parte della corte, il 28 di gennaio del 1204 Alessio IV

venne arrestato ed imprigionato dal protovestiario Alessio Ducas Murzuflo, che in seguito l'avrebbe fatto strangolare.

Isacco II, nuovamente deposto, ritornò in prigione, ma pochi giorni dopo morì.

La popolazione di Costantinopoli non appoggiò subito l'usurpatore. Anche i latini in effetti sospettavano che Alessio V

fosse il responsabile della morte di Alessio IV, e lo accusavano di avere usurpato il trono. Dopo essere diventato

imperatore, Alessio V chiuse i negoziati con i crociati e con la Repubblica di Venezia, rifiutandosi di rispettare le

promesse di aiuti e finanziamenti alla spedizione che il suo predecessore aveva fatto ai capi della crociata per ottenerne

l'appoggio al fine di diventare imperatore.

Al contrario, il nuovo sovrano fece rinforzare le mura, e fece alzare la guardia sulle mura di Costantinopoli. Queste

misure, insieme alle posizioni assunte nei confronti dei latini da Alessio, che era contrario alla riunificazione tra la

chiesa ortodossa e quella cattolica promessa dal suo predecessore e considerava i crociati nemici dell'Impero, gli fecero

guadagnare credito tra i suoi sudditi.

Dopo questi avvenimenti, i capi latini, tra cui si distinse per la determinazione soprattutto l'anziano doge di Venezia,

Enrico Dandolo, pianificarono la conquista della città e la spartizione dell'impero. Scoppiò la guerra: lo scontro più

importante fu quello tra Enrico di Fiandra e Alessio V. Enrico aveva armato un esercito per razziare Filea, sul Mar Nero;

mentre i crociati tornavano all'accampamento, lungo la strada furono attaccati in un'imboscata da Alessio V: la

retroguardia comandata direttamente da Enrico fu presa di sorpresa. Fu una battaglia aspra il cui esito fu tuttavia una

sconfitta per i bizantini, che oltre a essere battuti persero anche il vessillo imperiale ed un'icona d'oro della Vergine

portata sempre in battaglia come protezione; l'icona, che era arricchita da pietre preziose incastonate, fu portata a

Citeaux.

Quando Alessio V tornò a Costantinopoli, disse ai suoi sudditi che aveva vinto contro i crociati, e a coloro i quali gli

domandavano dove fosse l'icona e il vessillo, lui rispose che li aveva messi al sicuro. Quando queste voci giunsero al

campo dei crociati, costoro non la presero bene, e caricarono quindi il vessillo e l'icona su una nave veneziana,

l'issarono in modo che gli abitanti di Costantinopoli potessero vederli, in modo da far capire ai bizantini che il loro

imperatore era un bugiardo.

La presa di Costantinopoli (1204)

I crociati attaccarono Costantinopoli il venerdì 9 1204 aprile, non riuscendo a conquistarla; la città fu presa il 13 aprile

successivo, e sottoposta ad un saccheggio di tre giorni. Una commissione composta da tre rappresentanti dei crociati e

tre della Repubblica di Venezia pose sul trono del nuovo Impero Latino d'Oriente Baldovino IX di Fiandra, con il nome

di Baldovino I di Costantinopoli.

Alessio V fuggì da Costantinopoli insieme a Eufrosina, che era la moglie di Alessio III Angelo, e prese con sé anche sua

figlia Eudocia. Andò in Tracia, dove sposò Eudocia, e iniziò ad arruolare truppe per la controffensiva. Ma Alessio III

Angelo che si considerava ancora il vero imperatore bizantino, distrusse l'esercito di Alessio V, mentre questi rimaneva

accecato. Poi fu catturato in Tracia dai crociati, che lo riportarono a Costantinopoli, dove fu fatto scagliare giù

dall'obelisco di Teodosio, per ordine del Doge di Venezia Enrico Dandolo.

Così la città che dai tempi di Costantino il Grande era rimasta sempre inespugnata , che aveva resistito ai poderosi

assalti dei Persiani e degli Arabi , degli Avari e dei Bulgari , era diventata la presa dei crociati e dei Veneziani . Per tre

giorni il saccheggio e la strage regnarono in Costantinopoli . I tesori più preziosi del più grande centro di cultura del


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in storia e critica dell'arte
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2016-2017

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