Capitolo 1 - Il povero
Periodo tardo antico
Nella società tardo antica i poveri vivevano una situazione precaria: il loro regime alimentare era squilibrato, le loro abitazioni erano precarie, le sepolture erano incerte o collettive. Solitamente erano impiegati come braccianti nelle campagne, custodi, manovali nei cantieri e la retribuzione era scarsa e nella maggioranza dei casi in natura oppure in moneta di bronzo (utilizzata per le piccole transazioni di tutti i giorni). Le condizioni di salute dei poveri erano aggravate dalla malnutrizione e da una maggiore fragilità psichica, oltre che da una maggiore esposizione alle malattie.
L’incremento demografico tra la fine del quarto e la prima metà del quinto secolo portò la popolazione delle campagne a spostarsi in città, questo fenomeno va ad infoltire le fila dei poveri urbani (che non sanno come poter sopravvivere nella nuova realtà urbana). [In questo periodo si assiste anche ad un aumento di abbandoni di neonati e di bambini]. L’incremento demografico diminuisce durante il regno di Giustiniano (527-565) e si arresta completamente dopo il 550 a causa delle guerre, oltre che per gli effetti delle sollevazioni dei Giudei in Palestina, delle devastazioni persiane in Siria e della grande peste del 542-544.
Con l’incremento demografico sorse anche il problema di fronteggiare l’aumento dei poveri. La predicazione cristiana sviluppa così il tema dell’elemosina nei confronti dei bisognosi e degli emarginati, per poter così ottenere la ricompensa celeste; e l’agiografia fornisce come modello la carità di donne sole, agiate e devote alla Chiesa. [Un importante ruolo è svolto dai monaci e dai vescovi: Basilio di Cesarea nel 368 riuscì a risolvere la crisi alimentare che colpì la sua città, e stabilì alle porte di questa un centro di accoglienza per vagabondi e malati. Proprio in questo periodo viene creato l’ospedale che va ad accogliere coloro che hanno bisogno di assistenza cioè coloro che sono impossibilitati a provvedere al proprio mantenimento; mentre i poveri fisicamente idonei al lavoro restano difficilmente classificabili nella città in corso di cristianizzazione].
Nella società bizantina i poveri erano profondamente discriminati. La legge stabiliva che i poveri non potevano testimoniare senza la garanzia di terzi e se tale garanzia mancava, il povero poteva essere interrogato solo sotto tortura (così come lo schiavo). Inoltre vi erano pene diverse in riferimento ad uno stesso crimine, e discriminazioni vi erano anche in materia matrimoniale. La legge proibiva anche l’accattonaggio.
Importante è la distinzione tra poveri “abili” e poveri “inabili”.
- Poveri “abili”: Durante il regno di Giustiniano venne creato un magistrato speciale per poter alleviare la pressione sociale ripulendo Costantinopoli dai disoccupati “abili” che potevano sconfinare nella delinquenza: coloro che erano venuti dalla campagna e dalle province vi furono rispediti, invece coloro che erano già domiciliati in città furono impiegati nei lavori pubblici (settore edile e orticoltura).
- Poveri “abili” della campagne non si spostavano solo verso le città ma anche verso i monasteri, visti come rifugio della povertà (dove i monaci si prendevano cura dei malati e dove i poveri abili al lavoro potevano trovare impieghi temporanei).
- Poveri “inabili”: anche i poveri “inabili” si spostavano verso le città e i grandi monasteri, soprattutto verso Costantinopoli, la Siria settentrionale e la Terra Santa. I poveri “inabili” venivano soccorsi da gruppi di laici devoti (in Egitto vi erano confraternite, mentre ad Antiochia e Costantinopoli l’assistenza ai poveri era legata ad ambienti monofisiti), i quali distribuivano cibo e vestiti e si prendevano cura dei malati, e dalle fondazioni assistenziali (divisi in istituti distinti: per i neonati, per gli orfani, per gli anziani, per i malati, per gli indigenti, per i viandanti poveri, ed anche il monastero fondato da Teodora – moglie di Giustiniano – per le ragazze strappate alla prostituzione).
In questo periodo si vanno anche diffondendo le “case pie” indipendenti o di proprietà di laici – tra cui l’imperatore -, di vescovadi o di monasteri.
In riferimento all’assistenza dei poveri si distinguono anche gli imperatori con le distribuzioni di elemosina, le fondazioni di ospedali e lebbrosari. Questo si lega alla tradizionale virtù imperiale della filantropia (virtù cristiana).
Nel V secolo il vescovo sembra non svolgere più un ruolo fondamentale nell’assistenza ai poveri, che passa nelle mani dei monaci (anche se le iniziative monastiche rimangono subordinate all’autorità vescovile, secondo i dettami sia della legge sia del diritto canonico): i quali, grazie alle donazioni della popolazione, riuscivano a prendersi cura dei poveri.
Dai secoli oscuri al X secolo
L’impero entra, con il VII, in un secolo buio: un secolo di guerre continue e di un primo divieto del culto delle immagini (729-787). Nonostante questo il lavoro giuridico continuò. La legislazione giustinianea tendeva a costituire la povertà in statuto civile, giudiziario e penale. Tale opera fu portata a termine dal codice del 726 (Ekloge, promulgato da Leone III: un trattato di legge dove – rispetto alle precedenti norme di Giustiniano – troviamo un forte inasprimento della morale biblica, con restrizioni sul divorzio, aborto e omosessualità). L’Ekloge sanciva – per alcuni delitti – l’alternativa tra pena finanziaria per il colpevole benestante e pena corporale per il colpevole povero (la discriminazione tra forme di matrimonio viene invece abolita con una legge dell’imperatrice Irene). Le successive codificazioni di Basilio I (il Procheiron e l’Epanagoge, che sono una raccolta di leggi) riprendono queste disposizioni.
In questo periodo (IX-X secolo) l’agiografia non pone più l’accento sulle opere di assistenza ai poveri fornita da monaci e vescovi; la Vita di Teofilatto (che fece costruire a Nicomedia un santuario dei Santi Cosma e Damiano, e lo munì di tutto il necessario per assistere gli indigenti. Quindi si trattava di un monastero-ospedale) è un caso isolato.
Nel 927-928 l’impero deve affrontare un inverno eccezionalmente rigido che nelle campagne accelera un processo di instabilità. L’imperatore Romano I Lecapeno decise allora di distribuire monete d’argento ai poveri che si trovavano nella capitale [Nel frattempo il vecchio modello giustinianeo di “casa pia” rimane attivo, nel 964 Niceforo II Foca notò l’accrescersi del potere temporale dei monaci per le incessanti donazioni, e l’aumento esponenziale delle fondazioni destinate ai malati e anziani; così proibì nuove fondazioni monastiche].
Nel X secolo cresce la carità imperiale: Romano I Lecapeno distribuisce personalmente monete d’oro ai poveri; Costantino VII finanzia un lebbrosario dove presta assistenza egli stesso, così come Giovanni Zimisce; questa pratica diviene in seguito tradizionale significando l’imitazione di Cristo.
Nelle campagne nei secoli IX e X si accentuò la distinzione tra poveri e ricchi, soprattutto in materia fiscale; il povero era tale non tanto per un’insufficienza materiale bensì per una debolezza sociale (i potenti erano i titolari di una dignità o di una carica, senatori, governatori di temi, arcivescovi, metropoliti, curatori di edifici pii o di proprietà imperiali). Nelle campagne i contadini continuavano ad essere proprietari o coloni delle terre che coltivano, il che significava che la rendita fondiaria veniva spartita tra fisco e grandi proprietari terrieri. I contadini in difficoltà venivano così aiutati dai monaci. Inoltre la grande carestia del 927-928 aveva prodotto profondi mutamenti sociali, cui cercava di rimediare la legislazione di questo periodo. Infatti alcuni grandi proprietari terrieri avevano approfittato della carestia per comprare i terreni a minor prezzo dai contadini impoveriti, così si andava estendendo il latifondo ed entrava in crisi la piccola proprietà terriera. L’obiettivo di tali leggi era di preservare i beni contadini – e dunque gli interessi del fisco – dalle mire dei potenti. Il primo ad emanare una legge in tal senso fu Romano I Lecapeno nel 934 (promulgò una legge contro il latifondo, vietò ai potenti di acquistare le terre dei piccoli contadini ed ordinò la restituzione dei poderi fin ad allora acquistati illegalmente). Basilio II nel 996 inasprì i provvedimenti di Romano Lecapeno a favore dei piccoli proprietari terrieri (infatti – nell’intento di ridurre il potere delle famiglie magnatizie bizantine – stabilì che i ricchi proprietari erano tenuti a pagare le tasse per i loro vicini più poveri, nel qual caso quest’ultimi non ne erano in grado. Inoltre ribadì la restituzione delle terre ai veri proprietari). Le pensanti misure di Basilio II vennero poi eliminate da Romano III (egli – essendo un esponente di una famiglia magnatizia – annullò la norma emanata da Basilio II che imponeva ai ricchi di pagare le tasse per i piccoli proprietari terrieri).
Secoli XI e XIII
I secoli XI e XII segnano un nuovo periodo. Durante la prima metà dell’XI secolo il potere imperiale rimarrà nelle mani dei discendenti di Basilio I (dinastia macedone), per poi passare nelle mani dell’aristocrazia provinciale e militare; infine l’ascesa di Alessio I (1081) porta al potere per un secolo la dinastia dei Comneni. In questo periodo la vita urbana ritorna attiva, confermando il movimento avviato nel X secolo, e la misericordia laica continua con le sue fondazioni (per assicurare la salvezza propria e dei propri cari con la mediazione di monaci e l’ausilio dell’elemosine).
La storiografia di questo periodo attesta la pressione del popolo della capitale solo in occasione di gravi turbamenti politici (nel 1042 quando il popolo difende Zoe – sovrana legittima per nascita – contro l’assalto di Michele V; nel 1017 in occasione del tentativo di usurpazione di Leone Tornice; nel 1057 quando Isacco Comneno prende il potere con la collaborazione del patriarca Michele Cerulario; nel 1059 con Costantino Ducas).
Ma la povertà dei lavoratori è sempre in agguato, sopraggiunge non appena le circostanze portano ad aggravamenti della pressione fiscale (come accadde nel 1091). Mentre nelle campagne i Comneni si schierano a fianco dei potenti che i precedenti imperatori avevano combattuto.
Nei secoli XI e XII le fonti tornano a documentare le opere assistenziali: ospitalità ai viandanti poveri o ai poveri malati, distribuzione di cibo alla mensa monastica, distribuzione di cibo nei giorni di festa. Comunque questa assistenza è strettamente subordinata alla liturgia.
In questo periodo continuano anche le cure degli imperatori ai lebbrosi e alcuni provvedimenti di carattere sociale: Michele IV fonda un ospizio e un monastero destinati alle pentite; Alessio I elabora un importante complesso assistenziale (orfanotrofio, ospizio dei poveri, lebbrosario). Tutto ciò si lega all’antica filantropia imperiale.
Ultimi secoli di Bisanzio
Dopo il dominio e la restaurazione del 1261, sotto la dinastia dei Paleologi si verificano nuove tensioni sociali: numerosi disordini in seguito all’ulteriore frantumazione dell’impero (le imprese latine per la riconquista dei territori persi, le rivalità delle repubbliche marinare, le razzie dei mercenari catalani nel XIV secolo), la grande peste del 1347 e la divisione della popolazione in seguito al conflitto tra il patriarca Arsenio (monaco fedele alla dinastia Lascaris rappresentata dal piccolo Giovanni IV e tradita da Michele) e Michele VIII Paleologo. [L’età Paleologa è caratterizzata dalla mancanza d’istruzione, dalla dissidenza religiosa, dall’emarginazione e dalla delinquenza].
Parallelamente nel XIV secolo c’è lo sviluppo economico e mercantile di Bisanzio (ma il grande commercio è tenuto al di fuori della portata dei Greci), tuttavia le tensioni politiche provocano in questo periodo una caduta dei prezzi che riporta in luce i poveri di città e di campagna.
La povertà rurale emerge dalle fonti, un esempio sono i documenti dell’archivio di monte Athos. Mentre la povertà urbana è documentata soprattutto per Costantinopoli e Tessalonica. Tra il 1303 e il 1310 la capitale è colpita da una gravissima carestia (infatti con il maggior afflusso di rifugiati spinti dal pericolo turco, aumentarono anche le speculazioni sul grano e sul pane) che rende ancora più difficile la sopravvivenza della popolazione povera.
Un’opera molto importante del XIV secolo è il “Dialogo dei ricchi e dei poveri” di Alessio Macrembolita, dove l'autore riflette sui problemi economici e sociali presenti nell'impero bizantino. Nel Dialogo c’è lo scontro tra i poveri (lavoratori umili) e i ricchi (accumulatori del superfluo) e l'autore propone delle soluzioni del tutto utopiche per risolvere il problema sociale che si era venuto a creare nell'impero.
Per concludere: il vecchio modello del povero indigente o che lavora e dell’assistenza (quindi il modello giustinianeo delle radici antiche fondato sul concetto cristiano della salvezza) lo vediamo resistere nel corso dei secoli. Tuttavia nell’ultimo secolo di vita di Bisanzio sembra profilarsi una povertà diversa, moderna, come in Occidente.
Capitolo 2 - Il contadino
La società bizantina era composta principalmente da contadini che vivevano nei villaggi. [Possiamo distinguere tre tipi di insediamento rurale: il chorion, l’agridion e il proasteion. Il chorion era un villaggio in piena regola. L’agridion era un casale separato dal nucleo del villaggio madre. Se il proprietario del casale non vi risiedeva ma lasciava la terra al lavoro dei suoi schiavi o salariati, l’agridion diveniva proasteion cioè fondo].
Tutti i villaggi possedevano terre comuni – come foreste, pascoli, boschi di castagno o di noci, torrenti – che si trovavano ai margini del villaggio. Se un bene necessario alla collettività (come la legna) era all’interno di un terreno privato, tutti potevano accedervi anche senza il consenso del legittimo proprietario.
Gli abitanti delle campagne bizantine si sentivano membri della comunità di villaggio. Il villaggio bizantino costituiva un’unità amministrativa e fiscale. Agiva collettivamente in caso di emergenza e ogni abitante partecipava alle opere che richiedevano sforzi congiunti. La più importante tra le necessità comuni era la responsabilità fiscale collettiva: infatti si imponevano tasse al chorion e non alla singola persona e ogni contadino era responsabile per gli arretrati del vicino (specialmente se questi scappava, allora il suo appezzamento poteva essere assegnato ad altri contadini). Nonostante questo stretto legame, la comunità non era di pari grado, vi erano contadini più ricchi e contadini più poveri e moltissime volte, anzi quasi la totalità, chi era più povero pagava in proporzione molto più tasse del suo collega più benestante.
La popolazione del villaggio bizantino era diseguale anche in termini sociali. La struttura sociale infatti era su base piramidale, vi erano in ordine di importanza: signori, contadini, schiavi. I signori del villaggio o dynatoi (“potenti”) potevano essere sia amministratori laici o ecclesiastici che garantivano un continuo gettito fiscale alle casse imperiali sia proprietari terrieri con vasti appezzamenti. [Nell’Impero romano d’Occidente il nobile proprietario terriero esercitava un’influenza maggiore rispetto alla sua controparte orientale; ad Oriente invece era il funzionario imperiale che accumulava potere e che poteva così acquisire grandi distese territoriali. Nel X secolo si affermò maggiormente la grande proprietà (a seguito della grande carestia del 927-928 sotto Romano I Lecapeno, i grandi proprietari terrieri avevano approfittato della crisi per comprare i terreni a minor prezzo dai contadini impoveriti, così si andava estendendo il latifondo ed entrava in crisi la piccola proprietà terriera). Nel XII secolo i grandi proprietari terrieri e i nobili (parenti della casa regnante) iniziarono ad occupare i posti più importanti (quelli militari); così durante gli ultimi secoli dell’Impero il potere diviene una caratteristica della grande proprietà terriera].
Come la sua controparte occidentale, il contadino bizantino viveva del lavoro della terra, le coltivazioni erano innumerevoli e diversificate da zona a zona. Prima della conquista Araba, la primaria fonte si sussistenza era il grano, ed i maggiori produttori erano Egitto, Siria, Sicilia e Africa Settentrionale, successivamente alla perdita dei maggiori granai dell’Impero (Egitto, Africa settentrionale, Sicilia) la quantità di pane diminuì e si cercarono nuove tipologie di sussistenza. Fu introdotto il grano duro, il quale permetteva la coltivazione anche in zone impervie come l’Anatolia. Oltre al grano si coltivava il frumento e l’orzo, in seguito anche la segale (l’avena solo nel Peloponneso durante la dominazione franca). I bizantini coltivavano in modo da poter avere un raccolto sia invernale che estivo. Nella loro dieta i legumi seguivano il grano, frutta e verdure, olive e uova. Si mangiava anche cavolo, cipolla, il porro, la carota, l’aglio, il cocomero, la zucca, il melone; inoltre i bizantini conoscevano una gran varietà di alberi da frutto (limoni, pere, mele, ciliegie) e coltivavano alcune piante a scopo “industriale” (come lino, cotone e seta).
La tecnologia agricola continuava le antiche tradizioni romane: l’aratro era semplice, veniva trainato dai buoi, ma essendo leggero solcava poco il terreno costringendo il contadino a ripetere l’operazione più volte per ottenere una buona resa.
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