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questo talvolta portava all’adulterio, al divorzio o alla fuga in monastero (MONASTERO:

soprattutto nei casi di mariti violenti. ADULTERIO: severamente condannato da diritto civile ed

ecclesiastico; nei primi secoli dell’impero era prevista la pena capitale, in seguito si adottò la

mutilazione per entrambi le parti e la donna veniva mandata in un monastero per punizione.

Tuttavia nel diritto civile l’uomo veniva punito solo se intratteneva relazioni con una donna

sposata, mentre la donna veniva punita in ogni caso. Il diritto canonico puniva l’adulterio con la

scomunica e la penitenza. DIVORZIO: sotto Giustiniano il marito poteva chiedere il divorzio solo se

la moglie era rea d’adulterio o se il suo atteggiamento era sconveniente. Altre cause di divorzio

erano la pazzia e l’impotenza del marito. Un’alternativa al divorzio era la separazione della coppia

per abbracciare la vita monastica).

Nonostante le donne avevano una speranza di vita inferiore agli uomini, la vedovanza era

abbastanza comune, questo perché i mariti erano più anziani delle mogli e partecipavano alle

battaglie. La legge permetteva le seconde nozze, ma dal punto di vista morale venivano

condannate. L’immagine tradizionale della vedova era quella di una donna inerme e bisognosa di

aiuto (al pari di orfani e poveri), così vennero fondate numerose istituzioni con lo scopo di aiutare

le vedove indigenti. Molte vedove entrarono nella vita monastica per trovare sostegno fisico e

psicologico.

La vedovanza era lo stadio della vita in cui molte donne potevano giungere al culmine della loro

reputazione e del loro potere: dato che le vedove solitamente erano donne mature, non le si

considerava più veicoli di tentazione sessuale, bensì persone affidabili e degne di rispetto. Inoltre

ritornavano in pieno possesso della loro dote, e questo permetteva loro di raggiungere una

situazione di agio economico. (se c’erano dei figli la dote veniva spartita con loro).

Le donne bizantina passavano la maggior parte del loro tempo recluse in casa (soprattutto le

giovani per preservare la loro purezza e la loro reputazione). Ma in alcuni casi potevano uscire,

solitamente accompagnate da qualcuno. Le si trovava fuori casa per lavoro (come le contadine),

per fare la spesa, per svago (andando ai bagni pubblici), per le processioni religiose, per assistere

alle funzioni ecclesiastiche (le donne delle classi alte invece avevano cappelle private annesse alle

loro case), per visitare santuari o per la sepoltura dei defunti, oppure per le feste familiari (nascite

e matrimoni). Era considerato poco decoroso che le donne assistessero alle corse dei carri o ad

altri spettacoli dell’Ippodromo (in età giustinianea questa era una delle cause di divorzio). In

tempo di guerra – soprattutto durante gli assedi – le donne contribuivano alla difesa della città

(portando viveri ai soldati e accudendo i feriti). Capitò anche che qualche donna giunse ad

assumere comandi militari: come quando Irene – moglie di Giovanni VI Cantacuzeno – nella corso

della guerra civile del 1341-1347, fu posta a capo della guarnigione di Didymoteichon, e nel 1348 –

in assenza del marito – fu responsabile della difesa di Costantinopoli.

I lavori che le donne svolgevano fuori casa erano un prolungamento delle loro occupazioni

domestiche: erano impiegate ad esempio come cuoche, fornaie, lavandaie per altre famiglie. Le

donne erano attive anche nel commercio al dettaglio (soprattutto vendita di alimenti), non solo

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come salariate, a volte infatti erano proprietarie delle botteghe. Altre professioni riguardavano il

contatto diretto con altre donne o con i bambini come: mediatrice matrimoniale, ginecologa,

infermiera nel reparto femminile degli ospedali, levatrice, balia, bambinaia, domestica,

parrucchiera, addetta al reparto femminile dei bagni pubblici [le donne medico o levatrici

potevano essere chiamate a testimoniare nei processi in merito alla verginità di una novella

sposa, potevano accertare se una donna era incinta o se aveva partorito]. Infine vi erano le

occupazioni infamanti, come quelle di prostituta, tenutaria di taverne, attrici e ballerine (ad

esempio Teodora, futura moglie di Giustiniano).

Escluse dalla vita politica, molte donne si lasciarono appassionare dalle controversie religiose della

loro epoca. Nei secoli VIII e IX – quando gli imperatori adottarono posizioni iconoclastiche,

vietando la venerazione delle immagini – le donne furono in prima linea dalla parte degli

oppositori. Infatti le donne bizantine erano molto legate alle icone [Dalle fonti sappiamo che

all’inizio del periodo iconoclastico (sotto Leone III) si inviò un soldato a distruggere l’immagine del

Cristo che sovrastava la porta del Palazzo di Costantinopoli; ma un gruppo di monache tirò giù la

scala del soldato. Queste donne divennero le prime martiri iconolunde, in quanto Leone III le

condannò alla pena capitale]. Molte donne della famiglia imperiale si opposero alla politica dei

loro mariti e padri e continuarono a venerare le icone in segreto. Furono due imperatrici a

restaurare il culto delle immagini dopo la morte dei rispettivi mariti: nel 787 Irene convocò il

Secondo Concilio di Nicea che riabilitò – sia pure per breve tempo – le icone; nell’843 Teodora,

vedova di Teofilo imperatore iconoclasta, fu a capo della restaurazione permanente del culto delle

immagini. Nel XIII secolo le donne ebbero un ruolo importante nell’opposizione a Michele VIII

Paleologo per la sua riunificazione tra la Chiesa di Costantinopoli e quella di Roma (l’Unificazione

fu sancita dal Concilio di Lione del 1274. Molte sue partenti vennero mandate in esilio).

Le donne erano escluse dal clero, ad eccezione dell’ordine delle diaconesse che sopravvisse fino al

XII secolo. Le diaconesse svolgevano opere pie in qualità di infermiere a domicilio. Le laiche erano

coinvolte nell’insegnamento religioso privato: trasmetteva ai figli la loro fede religiosa,

insegnavano i Salmi e raccontavano storie di Santi.

Un’attività socialmente accettata che le donne potevano svolgere fuori di casa erano le opere pie.

Le donne più ricche potevano effettuare donazioni a orfanotrofi, ricoveri, ospizi, ospedali,

monasteri. Altre entravano in contatto diretto con gli ammalati e i poveri, prestando servizio

volontario negli ospedali (aiutando a dar da mangiare e a lavare i pazienti) oppure visitando le

prigioni (consolando i reclusi) o perlustrando le strade alla ricerca di mendicanti e profughi da

aiutare.

Un ruolo importante le donne lo rivestivano in occasione della nascita di un bambino (in qualità di

levatrici o balie) oppure quando un membro della famiglia moriva (aiutavano a preparare il corpo

per la sepoltura, durante la veglia funebre erano a capo delle lamentazioni – tuttavia la Chiesa

pretendeva dei comportamenti più dignitosi e solenni). 26

Le donne appartenenti alle famiglie imperiali e aristocratiche svolsero un ruolo importante nella

vita culturale di Bisanzio nella loro veste di patronesse delle arti. Non si limitarono a

commissionare manoscritti di lusso e suppellettili liturgiche, ma fondarono chiese e monasteri –

soprattutto femminili, dove un giorno risiedere con le proprie figlie (nel XII secolo l’imperatrice

Irene Ducas, moglie di Alessio I Comneno, fondò il monastero della Kecharitomene. Teodora,

moglie di Giustiniano, fondò il Monastero del Pentimento per accogliere le ex prostitute). Nel

campo della produzione letteraria vi erano molte donne con una profonda cultura e che o erano

scrittici esse stesse o sostenevano i letterati per via economica oppure ammettendoli a

frequentare i loro salotti letterari. La più importante opera della letteratura bizantina al femminile

è l’Alessiade della principessa Anna Comnena, figlia di Alessio I Comneno: è un’opera che fornisce

importanti informazioni sul regno di Alessio, la Prima Crociata e su tre donne imperiali molto

influenti: Anna Dalassena madre di Alessio, Irene Ducas sua moglie, Anna stessa. [ Alessio fu, fino

alla fine, estremamente sensibile all’influsso delle donne della sua famiglia. Egli in un primo

momento fu sottoposto all’influenza dell’imperatrice madre Maria, moglie dei suoi due

predecessori – Michele VII Ducas e Niceforo Botaniate – e madre dell’erede al trono Costantino

Ducas. Poi fu Anna Dalassena, la madre di Alessio I, ad esercitare una grande influenza su di lui,

essa giunse persino ad assumere la reggenza nei periodi di lontananza del figlio dalla corte. E negli

ultimi anni anche l’imperatrice Irene guadagnò grande influenza su di lui. Nella questione della

successione al trono ella si pronunciò contro suo figlio Giovanni e a favore della sua diletta figlia

Anna e di suo marito, il cesare Niceforo Briennio]. Vi furono anche donne che si cimentarono con

la poesia e l’innografia (come la poetessa Cassia che nel IX secolo andò in sposa all’erede al trono

Teofilo), oppure che divennero patronesse di scrittori e filologi (Irene, moglie di Andronico

Comneno e cognata di Manuele I, incoraggiò l’opera di molti poeti).

Vita monastica

I monasteri per le donne afflitte da problemi familiari, malattia o vecchiaia rappresentavano un

rifugio sicuro; alle povere offrivano cibo e vestiti, a volte anche cure mediche. Inoltre nei

monasteri le donne potevano raggiungere un certo livello di istruzione e detenere posizioni di

responsabilità [come ad esempio la madre superiora-badessa che non si limitava ad essere la

guida spirituale della comunità, ma sovrintendeva anche alla manutenzione del complesso

monastico e all’amministrazione delle sue risorse finanziarie. Tuttavia poteva accadere che la

badessa venisse esautorata dal suo incarico da un’autorità maschile. Anche le altre monache

potevano assumere maggiori responsabilità ma erano fortemente limitate dalla loro dipendenza

dagli uomini: infatti le donne non potevano celebrare messa così era necessario che affluisse

dall’esterno clero maschile, maschi erano anche il confessore e il medico].

Per le giovani i monasteri erano la principale alternativa al matrimonio (le ragazze potevano

entrare in monastero sia per autentica devozione sia per necessità: per esempio la si considerava

inadatta al matrimonio perché era rimasta segnata dal vaiolo o perché era pazza). La consuetudine

voleva che presa la decisione di entrare in monastero, la famiglia donasse una somma di denaro

alla comunità monastica in cambio dell’affidamento della figlia alle loro cure. Era sconsigliato che

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le ragazze entrassero in monastero prima dei dieci anni, tuttavia in alcuni casi vennero ammesse

ragazze molto giovani. Il voto monastico si prendeva dopo un noviziato di tre anni.

Il monastero rappresentava un rifugio sicuro anche per le orfanelle, che una volta accolte vi

restavano fino alla maggiore età (qui ricevevano un’istruzione elementare, imparando a leggere e

a scrivere), dopodiché potevano decidere se rimanervi prendendo i voti o rifarsi una vita

sposandosi.

Diversi erano i motivi che potevano portare le donne alle soglie di un monastero: la vedovanza era

il principale (nel contesto monastico la vedova poteva trovare consolazione spirituale, compagnia

e sostegno per la vecchiaia), ma non erano solo le vedove ad optare per l’abito monastico in tarda

età, infatti una volta adulti i figli, marito e moglie potevano decidere di mettere fine alla loro

unione e ritirarsi in monastero. Il monastero veniva visto come un vero e proprio rifugio per le

mogli infelici oppure percosse dai mariti, per le donne che avevano dovuto fuggire di fronte alle

invasioni nemiche e per le donne con disturbi mentali. Per altre invece il monastero era una

prigione o un esilio: ad esempio per le mogli di imperatori deposti, per le donne accusate di

adulterio, per le eretiche condannate dal sinodo a prendere i voti monastici per espiare i loro

peccati.

L’estrazione sociale delle monache era di norma medio-alta ma nei monasteri vivevano e

lavoravano anche donne delle classi inferiori, in qualità sia di domestiche, sia di addette alle pulizie

e ai lavori più umili.

La vita quotidiana delle monache si incentrava sul canto dell’uffizio, sulla preghiera solitaria, sullo

studio delle Scritture, sul lavoro manuale (filare, tessere e lavori manuali, accudire vigna e orto).

Diversamente dai monasteri maschili dove i monaci a volte si impegnavano in attività di tipo

intellettuale o artistico (come calligrafia, composizione musicale, stesure di Cronache e Vite di

santi), i monasteri femminili offrivano poche opportunità di espressione artistica.

Vi erano anche altre differenze tra i monasteri femminili e maschili: i primi erano più piccoli, le

sovvenzioni di cui godevano erano minori, erano ubicati in città (mentre quelli maschili in

campagna). Inoltre mentre i monaci si muovevano spesso da un monastero all’altro, le monache

rimanevano fino alla morte nello stesso monastero (anche perché la maggioranza delle monache

rispettava le regole della clausura monastica). Era comunque permesso alle monache di far visita

alle loro famiglie in alcune occasioni. Però le monache più giovani dovevano essere accompagnate

da monache mature sia se uscivano dal monastero sia se ricevevano dei visitatori maschi.

Donne della famiglia imperiale

Per molti aspetti le vite di mogli, madri, sorelle e figlie degli imperatori assomigliavano a quelle di

altre donne: passavano la maggior parte del tempo nei loro appartamenti privati, erano devote e

frequentatrici della chiesa, si dedicavano all’attività filantropica nei confronti dei bisognosi,

elargivano generose donazioni agli enti ecclesiastici, ai monasteri e agli istituti di carità, oppure

finanziavano la produzione di manoscritti o di altre opere d’arte. 28

Ciò che caratterizza maggiormente le imperatrici bizantine è che furono le uniche donne coinvolte

in vario modo nella politica: a volte svolgevano un ruolo chiave nella perpetuazione di una

dinastia, altre volte esercitavano di fatto l’autorità imperiale (o come reggenti o come sovrane a

tutti gli effetti), inoltre potevano influenzare mariti, figli o fratelli.

Nel caso in cui non ci fossero eredi maschi al trono, le imperatrici o le principesse potevano

trasmettere il potere imperiale per via matrimoniale. Esempi:

 Ariadne, figlia di Leone I, sposò il comandante isaurico Zenone (474-491). Quando Zenone

morì senza lasciare figli, Ariadne sposò Anastasio I (491-518).

 La principessa Zoe, figlia di Costantino VIII, prolungò la dinastia macedone con una serie di

matrimoni: Romano III Argiro (1028-1034), Michele IV Plafagone (1034-1041), Costantino

IX Monomaco (1042-1055). Inoltre adottò Michele V Calafato (1041-1042).

Imperatrici rimaste vedove (per esempio Irene nell’VIII secolo e Teodora nel IX) ebbero funzione di

reggenza durante la minore età dei loro figli. Ad Anna Dalassena venne affidata la reggenza dal

figlio, Alessio I Comneno, quando questi lasciò Costantinopoli per una lunga campagna militare.

Vi furono anche casi in cui l’imperatrice si rifiutava di farsi da parte una volta che il figlio

conseguisse la maggiore età; oppure l’imperatrice non voleva prendere marito e per brevi periodi

manteneva da sola il potere. Esempi:

 Dopo una reggenza di 10 anni, Irene si mostrò riluttante a cedere il potere al figlio

Costantino VI, la lotta per il potere la portò ad ordine l’arresto e l’accecamento del figlio

nel 797. Irene regnò per i successivi 5 anni, dopodiché venne deposta e divenne nuovo

imperatore Niceforo I.

 Nel 1042 l’imperatrice Zoe – dopo il tentativo del figlio adottivo Michele V Calafatore di

sbarazzarsi di lei relegandola in un monastero (tentativo sventato da una ribellione

popolare) – regnò per pochi mesi insieme alla sorella Teodora. Zoe venne poi persuasa a

contrarre un nuovo matrimonio con Costantino IX Monomaco.

 A seguito della morte prima di Zoe e poi di Costantino IX, Teodora – terza figlia di

Costantino VIII (l’altra sorella si era fatta suora) – ascese al trono nel 1055 e regnò da sola

per alcuni mesi. Prima di morire (1056) trasmise il potere imperiale a Michele VI

Stratiotico, che regnò un solo anno. Giunse così alla totale estinzione la dinastia macedone

[da Basilio I (867-886) a Basilio II (976-1025), dopo serie di imperatori minori e infine

Teodora], ma le sorelle Zoe e Teodora erano riuscite a prolungarne la vita di circa un

trentennio, dal 1028 al 1056 (dalla morte di Costantino VIII, fratello di Basilio II, alla morte

di Teodora).

Che una donna potesse sedere sul trono era legale, ma il fatto che regnasse da sola era

considerata cosa inopportuna. La posizione di un’imperatrice regnante era ambigua: Irene infatti

firmava i suoi documenti in qualità di “imperatore dei Romani” dato che non esisteva una formula

al femminile. [Gli storici criticarono spesso il ruolo delle donne al potere, Michele Psello criticò

l’incompetenza di Zoe e Teodora, mentre un’altro storico, Ducas, attaccò la reggenza di Anna di

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Savoia [moglie di Andronico II Paleologo e madre di Giovanni V; ella si scontrò con Giovanni VI

Cantacuzeno (reggente, insieme ad Anna, di Giovanni V; successivamente Cantacuzeno ottenne

dall’imperatrice madre di poter governare insieme a Giovanni V)].

Furono solo 3 le donne che governarono da sole a Bisanzio (Irene, madre di Costantino VI; Zoe e

Teodora, le due sorelle); più numerose furono le reggenti, che molto spesso giocarono un ruolo

decisivo (Esempio: sia Irene – madre di Costantino VI - sia Teodora - madre di Michele III

l’Ubriacone – erano reggenti in nome dei figli minorenni quando rovesciarono la politica

iconoclastica dei mariti defunti (Leone IV e Teofilo), restaurando la venerazione delle immagini

[Irene con il Concilio di Nicea del 787 che dichiarò l’iconoclastia un’eresia; Teodora nell’843 pose

fine al Secondo Iconoclasmo riaffermando il Concilio di Nicea del 787).

Altre imperatrici ebbero un ruolo indiretto ma significativo sugli avvenimenti, persuadendo i loro

mariti (Esempio: durante la Rivolta “Nika” (532) Teodora persuase Giustiniano a non fuggire e a

non abdicare al trono, bensì a resistere e a piegare la ribellione popolare. Riuscì in tal modo a

mantenere il trono e a governare per altri 33 anni).

Le imperatrici erano anche coinvolte nelle trattative riguardati i matrimoni dei figli, si

interessavano agli affari religiosi, a volte accompagnavano i mariti in campagna militare. 30

CAPITOLO 6 - L’uomo d’affari

A Bisanzio è frequente confondere il mercante e l’artigiano. In base alla tradizione romana,

entrambi fanno parte dei collegia (organizzazioni che raggruppano e controllano i membri di

ciascun mestiere). Nel mondo bizantino i collegia vengono trasformati e in uni primo momento

denominati somateia oppure systemata. I loro membri sono definiti “coloro che hanno bottega”,

indipendentemente dal mestiere che nelle botteghe viene esercitato. Poi, nell’XI secolo (epoca

della vera fioritura del mondo degli affari a Bisanzio) verrà espressa chiaramente la distinzione tra

coloro che prestano lavoro manuale (es: conciatori, salumieri, calzolai, sarti), le cui organizzazioni

professionali sono denominate somateia ; e coloro che non lavorano (es: importatori di stoffe;

cioè coloro che esercitano il mestieri meno fatico e più pulito), che appartengono ai systemata.

Quindi la seconda categoria sono i mercanti (la prima gli artigiani). Nell’XI secolo i mestieri che

escludevano il lavoro manuale godevano di maggior prestigio sociale (anche perché avevano

maggiori disponibilità economiche). Tuttavia il profitto derivante dalla rivendita di beni si poneva

in contraddizione rispetto alla tradizione romana che non vedeva con favore il guadagno ottenuto

senza produzione di beni (guadagno considerato immorale, soprattutto nel caso del prestito a

interesse, malvisto anche dalla religione cristiana). Così coloro che praticavano questi mestieri non

potevano accedere al Senato (equiparati in questo ai liberi, agli eretici, agli attori).

La sopravvivenza di un’economia di mercato tra VII e IX secolo

L’uomo d’affari bizantino trae le sue origini dal passato ellenistico e romano, dai grandi centri

urbani d’Oriente, dalle grandi città dell’Asia Minore e dei Balcani (città che fino al VII secolo non

avevano conosciuto invasioni e che erano continuatrici di una tradizione urbana consolidata nel

corso dei secoli).In Oriente vi era la continuazione della tradizione antica dei mercanti che

circolavano per tutto il Mediterraneo, mentre in Occidente questa tradizione era crollata a causa

delle invasioni barbariche. In Oriente non vi fu nessun crollo formale e, almeno all’inizio, nessuna

minaccia da parte dei barbari. Tuttavia anche l’Oriente conobbe la decadenza e cadde prima delle

grandi invasioni di VI-VII secolo. Le sue città erano grandi ma in declino, così nel VI e VII secolo –

contemporaneamente agli attacchi di Persiani e Slavi e ai terremoti – vi fu la caduta del mondo

antico. Le grandi città furono abbandonate, gli abitanti andarono ad installarsi sulle colline per

creare agglomerati fortificati di modeste dimensioni: erano così definitivamente scomparsi gli

splendori del passato. Per i mercanti tutto ciò fu l’inizio di una grave crisi.

Per Bisanzio l’inizio del medioevo può essere situato nel VII secolo (anche se iniziò molto prima):

questa data segna il momento in cui il cambiamento diviene evidente, quando la civiltà urbana del

passato sparisce definitivamente, ad eccezione di Costantinopoli e poche grandi città d’Oriente

(passate sotto il dominio arabo).

Anche a Bisanzio si afferma un’ economia chiusa, su base autarchica, che caratterizza il medioevo.

Soltanto Costantinopoli (unica grande città) costituisce un importante mercato di consumo

dell’Impero. Per questo motivo la capitale bizantina e i suoi immediati dintorni costituisco un’area

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economica a sé: per accedervi il mercante (bizantino e straniero) deve pagare speciali dazi in due

stazioni istituite da Giustiniano nel VI secolo (dalla parte dei Dardanelli e dalla parte del Bosforo).

Fin dal VI secolo l’Impero viene diviso così in due zone economicamente diverse per funzione: la

zona economica di consumo (la capitale) e la zona dell’economia chiusa (tutte le province).

L’arrivo degli Arabi lungo le sponde del Mediterraneo rende questo mare – che era stato in

precedenza elemento di unificazione delle province romane – frontiera aspramente contesa tra le

due religioni (musulmana e cristiana). Questo però non portò all’arresto degli scambi, neppure tra

i paesi belligeranti. Portò piuttosto ad una diminuzione degli scambi, passati ad agenti dello Stato

anziché a privati.

Compaiono ora a Bisanzio individui assai ricchi che organizzano associazioni per prendere in

appalto alcune attività economiche a nome dello Stato. Sono spesso legati alla lavorazione e al

commercio della seta (una merce di lusso). La seta imperiale aveva il ruolo di moneta spicciola,

consentendo al sovrano di pagare parte dei salari in stoffe di seta. Queste stoffe, soprattutto se

purpuree costituivano prodotti assai richiesti nell’Impero e all’estero. Da questi scambi con

l’estero (seta, prodotti agricoli, schiavi ecc) venivano agli agenti dello Stato altre mercanzie da

rivendere. Questi uomini d’affari (solitamente aristocratici) in quanto lavoravano per lo Stato, non

erano colpiti dal carattere disonorevole del loro mestiere, legato al maneggio del denaro.

Esistevano anche i mercanti e gli artigiani del mercato di Costantinopoli che avevano le loro

botteghe nei portici della città. Le loro merci erano gravate da vari dazi. A volte venivano

escogitate sovrattasse speciali per rimpinguare le finanze dell’impero, mentre gli imperatori

“populisti” le sospendevano temporaneamente (es: l’imperatrice Irene nell’800). [C’erano anche le

fiere nelle province].

Il trasporto delle merci via terra era piuttosto costoso; più efficiente era il trasporto marittimo ma

molto pericoloso: ai rischi del mare si aggiunsero ben presto i corsari arabi che infestavano tutto il

litorale. Il governò favorì la dissoluzione della marina mercantile di provincia – troppo esposta ai

rischi – e impiegò il potenziale umano per rafforzare la marina militare. Ma nel IX secolo il governo

decise di investire nella marina mercantile della capitale, fornendo ai proprietari delle navi di

Costantinopoli i mezzi finanziari per meglio armare le loro navi e utilizzarle in operazioni

economiche vantaggiose.

Per disporre dei capitali necessari alla sua attività, il mercante bizantino poteva ricorrere a prestiti

oppure ad associazioni d’affari. Nel primo caso l’uomo d’affari si assumeva in prima persona tutti i

rischi dell’impresa, nel secondo li condivideva con i suoi soci.

Nonostante la condanna religiosa del prestito ad interesse, gli imperatori non lo proibirono mai,

anzi lo autorizzarono per poterlo meglio controllare (attraverso dei “massimali”). La situazione fu

anche accettata dalla Chiesa, che in Oriente non provò mai a vietare ai laici la pratica del prestito a

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interesse. Lo vietò agli ecclesiastici, da una parte per il carattere immorale dell’interesse, dall’altra

parte per il divieto agli ecclesiastici di svolgete mansioni profane.

Nelle associazioni d’affari erano previsti due o più partecipanti e i fondi potevano provenire da

uomini d’affari di professione oppure da privati. L’associazione durava solitamente per un periodo

di tempo limitato (ad es un unico viaggio), durante il quale vigeva la responsabilità collettiva. I

profitti o le perdite venivano poi divisi tra i soci.

[Una particolarità bizantina è l’uso ininterrotto della moneta, in base al sistema trimetallico

stabilito da Costantino il Grande. La moneta era utilizzata per pagare i salari, soprattutto quelli dei

soldati; poi tornava all’erario attraverso le tasse. Le imposte percepite in natura si fecero sempre

più rare (con Anastasio I) e già nel IX secolo l’imposta di base era completamente monetaria].

Un capitalismo frenato dallo Stato (IX-XI secolo)

Si assiste ora all’espansione della vita cittadina all’interno dell’impero. I mercanti divenivano

sempre più attivi. Le città di provincia acquistavano sempre maggiore importanza, questo portava i

mercanti a stabilirvisi [es: Tessalonica nei secoli IX-XII era un’importante mercato, fungeva da

sbocco per il suo retroterra balcanico ed era un nodo importante della principale strada balcanica

dell’Impero. La città era dunque situata all’incrocio delle arterie fluviali nord-sud e dell’arteria

terreste est-ovest. Tessalonica era la seconda città dell’impero, qui vi erano due mercati

permanenti e – in occasione della festa di San Demetrio, santo patrono della città – vi si svolgeva

una fiera molto importante (XII secolo)]. Nelle città di provincia inoltre si erano moltiplicati anche i

mercati stabili.

Il mercante di provincia si recava anche a Costantinopoli per vendere le sue merci. A tal fine egli si

organizzava in “cartello”: tutti i mercanti di un medesimo prodotto si associavano ed andavano a

trattari affari con i loro colleghi della capitale, anche quest’ultimi organizzati in cartello. Il principio

di base che regge questi rapporti è la divisione dell’Impero in due regioni economiche: quella

sviluppata della capitale e quella meno sviluppata delle province. Si cercava di evitare forme di

concorrenza dura all’interno dell’una e dell’altra regione.

Questo sviluppo economico coincise con l’espansione geografica di Bisanzio a partire dalla metà

del IX secolo e soprattutto tra la metà del X e la metà dell’XI secolo. Le conquiste di Giovanni

Curcuas (sotto Romano I Lecapeno, Giovanni Curcuas spazzò via l’Emirato di Melitene e liberò

l’Armenia meridionale), di Niceforo II Foca (conquistò l’Emirato di Tarso, qui vi fondò il Tema di

Cilicia e più ad est i Temi dell’Armenia; inoltre conquistò Cipro), di Giovanni Zimisce (conquistò

l’Emirato di Aleppo, attaccò l’Emirato di Musul sconfiggendo il Califfato dei Fatimidi) e di Basilio II

(sconfisse la Bulgaria, Serbi e Croati divennero vassalli bizantini; in oriente ampliò i territorio in

Armenia e Georgia) aggiunsero nuove città all’Impero, e quindi nuove fonti di materie prime e di

prodotti manifatturieri e nuovi mercati dove confluire le merci. Inoltre la riconquista bizantina di

Creta (961, sotto Romano II grazie al generale Niceforo Foca, poi imperatore) – unita alla

supremazia marittima dell’Impero – ristabilì la sicurezza sui mari e sulle coste. Questo portò ad

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una fioritura delle città costiere e dei porti. Tutto questo porta all’espansione della borghesia

(soprattutto a Costantinopoli).

Le botteghe di Costantinopoli si trovavano soprattutto lungo la strada centrale della città che

conduceva dalla Porta d’Oro al Palazzo (vi erano panettieri, gioiellieri, mercanti di schiavi, setaioli,

cambiavalute). A partire dall’XI secolo si aggiungeranno i quartieri degli stranieri (soprattutto dei

Veneziani), così moltissimi artigiani occidentali si installeranno a Costantinopoli e apriranno le loro

botteghe.

La capitale bizantina era una città molto grande con un mercato di notevole rilevanza, pertanto i

mestieri erano organizzati in corporazioni dotate di un’organizzazione interna sorvegliata dallo

Stato. Da questo punto di vista la vita economica della capitale – rigidamente regolamentata – si

distingueva nettamente da quella delle province, affidata all’iniziativa personale degli uomini

d’affari.

Il funzionamento dei mestieri a Costantinopoli nel X secolo si presenta come una mescolanza di

libera iniziativa e di intervento statale. Conosciamo questo funzionamento grazie al Libro del

Prefetto, un’ordinanza emessa nel 911-912 (periodo di Leone VI, figlio di Basilio I) al fine di

regolamentare le associazioni di mestiere di Costantinopoli. Da un lato tutti erano liberi di disporre

del proprio denaro a piacimento, dall’altro lo Stato controllava ogni azione economica, con

obiettivi precisi:

1. L’uomo d’affari non può entrare in concorrenza con altri membri del suo mestiere; se devo

acquistare merci o materie prime deve agitare congiuntamente agli altri, in un cartello;

2. Il mercante è sottoposto a controlli per proteggere il consumatore (l’amministrazione

statale verifica la qualità delle merci e che il loro prezzo non sia troppo altro);

3. Vi sono beni la cui vendita ed esportazione è soggetta a controlli e divieti particolari, si

tratta soprattutto dei metalli preziosi e delle stoffe di seta di alta qualità o di color porpora;

4. La partecipazione ai mestieri non è ereditaria, per entrare a far parte di un mestiere

bisogna avere delle raccomandazioni e superare un sorta di esame d’ammissione.

La pace sociale garantita dal divieto di concorrenza tra i membri di un mestiere – pur in un

contesto di libera economia – limitava le possibilità di creare grandi capitali e grandi imprese

(mancava quell’aggressività economica indispensabile per progredire negli affari). Lo Stato vigilava

in molti modi per non far comparire i super-ricchi nel mondo degli affari; per esempio era vietato

far parte di più di un’associazione di mestiere (ad esempio sia produttori di seta sia tintori della

seta stessa).

I fornitori stranieri

A Costantinopoli giungevano anche mercanti che provenivano o dalle province o dall’estero. Dal

momento del loro arrivo nella capitale essi si poneva automaticamente sotto l’autorità del

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prefetto. Dovevano dichiarare alle autorità le merci che desideravano vendere e acquistare, per

completare tutte le loro transazioni avevano un periodo assai limitato (3 mesi), dopodiché

dovevano lasciare la capitale. [L’esportazione in provincia di metalli preziosi e della seta era

controllata e limitata].

Lo sviluppo delle attività commerciali a Costantinopoli si inserisce nel quadro dello sviluppo

economico europeo avviatosi dal X secolo. Costantinopoli all’epoca commerciava con i vicini (il

Califfato, con un’economia sviluppata, e i Bulgari che avevano un’economia primitiva) e con

l’Estremo Oriente, sia grazie all’intermediazione araba, sia direttamente grazie all’arteria che da

Trebisonda permetteva di recarsi in Asia Centrale. Questi scambi erano molti attivi ma si

arrestavano a Costantinopoli. Inoltre la capitale bizantina intratteneva rapporti commerciali con

l’area del Mar Nero settentrionale, che costituiva un’altra porta d’accesso all’Estremo Oriente

(questo forniva l’approvvigionamento di materie prime, a questo fine il governo venne in aiuto agli

uomini d’affari installando un governatorato militare – thema – in Crimea, che divenne il centro

degli scambi con i popoli del nord, prima Cazari e poi Russi).

L’apertura di Costantinopoli al mondo esterno si manifesta in modo più evidente nel corso del X

secolo, quando si stabilirono per la prima volta contatti con i Russi, che ci sono noti attraverso due

trattati del 911 e le 944. Contatti commerciali si stabilirono anche tra Bisanzio e l’Occidente,

soprattutto con l’Italia. I prodotti bizantini apparvero per primo a Roma, ma furono soprattutto gli

Amalfitani a creare a Costantinopoli la prima importante colonia occidentale e a inserirsi nel

commercio con Bisanzio. Gli Amalfitani partecipavano anche alla vita spirituale dell’Impero

creandosi un monastero sul monte Athos prima dello scisma tra le due Chiese (del 1054).

Anche i Veneziani iniziarono a frequentare l’Impero. Essi nel 992 ottennero privilegi molto

importanti, che ponevano i Veneziani in vantaggio rispetto a tutti gli altri non bizantini che

visitavano Costantinopoli (nel 992, sotto Basilio II, furono ridotti i dazi alle navi Veneziane che

partivano o arrivavano a Costantinopoli. Questo è il primo dei numerosi trattati commerciali

veneto-bizantini). Fino a quel momento gli accordi avevano riguardato le visite degli stranieri nella

zona economica della capitale, verso la fine del X secolo invece alcuni Veneziani si insediarono

nelle province dell’Impero per svolgere attività commerciali.

L’ascesa economica e sociale dell’uomo d’affari

Il risveglio economico dell’Europa occidentale si manifestò anche a Bisanzio. Nell’XI secolo

aumentò il volume d’affari e la potenza economica degli uomini d’affari di Costantinopoli. In

questo periodo gli uomini d’affari presero coscienza della loro potenza economica, così iniziarono

a partecipare attivamente alla vita politica dell’Impero. Nel 1042 uno di costoro – Michele V detto

il Calafato – divenne imperatore essendosi fatto adottare dall’imperatrice Zoe. [La “gente del

mercato” gli mostrò segno d’adorazione, ma gli uomo della folla cambiarono velocemente.

Quando si apprese che Michele V aveva operato un colpo di stato mandando in esilio ma madre

adottiva, cioè l’imperatrice legittima Zoe, quella stessa folla che lo adorava si sollevò contro di lui.

L’attaccamento alla dinastia macedone prevalse su ogni aspirazione d’azione di classe o di gruppo.

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Era da molto tempo che la popolazione di Costantinopoli non provocava più da sola un

mutamento politico così radicale. Nei secoli precedenti si trattava di sollevazioni guidate da

aristocratici che si verificavano quando un’armata ribelle si presentava dinanzi a Costantinopoli.

Ma nel 1042 furono gli uomini del mercato a prendere l’iniziativa (rivendicarono un ruolo nella vita

politica dell’Impero)].

Questo cambiamento degli uomini d’affari dipendeva anche dalla potenza economica che nel

frattempo avevano assunto (questo spinse gli imperatori ad assicurarsene i favori). Di lì a poco gli

uomini d’affari verranno ammessi al rango senatorio (questa riforma è attribuibile a Costantino IX

Monomaco). Nella Bisanzio dell’XI secolo per diventare membri del Senato bisognava avere già

ottenuto una dignità imperiale, ottenibile con l’assenso dell’imperatore e con il versamento di una

somma di denaro considerevole.

Fino all’XI secolo gli uomini d’affari non ebbero mai il diritto di partecipare alla vita politica a causa

del pregiudizio contro il loro disonorevole mestiere. Ma nell’XI secolo la situazione era mutata; gli

uomini d’affari erano divenuti elementi importanti della vita politica. Aprendo loro le porte del

Senato, gli imperatori attiravano nelle casse dello Stato – allora in crisi d’espansione – notevoli

quantità di denari.

Ottenendo questi nuovi titoli onorifici gli uomini d’affari si assicuravano una posizione sociale di

rilievo. Questo è il punto culminante dell’ascesa economica e sociale degli uomini d’affari bizantini

(inizio seconda metà dell’XI secolo). Essi si affermarono economicamente, politicamente e

socialmente.

Tutto questo terminò nel 1071, quando i Normanni cacciarono definitivamente i bizantini

dall’Italia del sud, conquistando Bari; e i Turchi – vincitori della battaglia di Mantzikert (sultano

selgiuchide Alp Arslan vs Romano IV Diogene)– inondarono l’Asia Minore. I successivi 10 anni di

guerra completarono il disfacimento dell’Impero. Una ripresa si ebbe nel 1081 (sotto la guida delle

grandi famiglie dell’aristocrazia terriera e militare delle province) quando prese avviò la dinastia

dei Comneni alleata alla famiglia dei Ducas. Bisanzio smise di essere un grande impero

sovrapersonale per assumere l’aspetto di uno Stato di tipo feudale, dove i rapporti familiari

prevalevano sui meriti individuali (era la grande aristocrazia a regnare).

Una delle prime misure prese dal nuovo governo fu l’abolizione di tutti i privilegi appena acquisiti

dagli uomini d’affari. Alessio I Comneno escluse alcuni personaggi dal Senato; inventò una nuova

gerarchia onorifica, riservata ai soli aristocratici, mentre gli antichi titoli ottenuti dagli uomini

d’affari caddero in disuso.

La libera concorrenza (XI-XII secolo)

Inoltre Alessio – costretto a far fronte alla minaccia normanna nei Balcani – si volse verso Venezia,

ottenendo l’aiuto della sua flotta; in cambio diede ai Veneziani privilegi commerciali senza

precedenti (1082): il diritto di commerciale liberamente in tutto l’Impero (ad eccezione dei porti

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sul Mar del Nord e di Creta e Cipro) senza pagare alcun dazio; inoltre ottennero magazzini e un

porto nella stessa Costantinopoli e la possibilità di aprire proprie botteghe. In questo modo i

veneziani vennero a trovarsi in una posizione privilegiata rispetto ai mercanti bizantini (che

dovevano pagare i dazi). Venezia pose così le basi della sua potenza commerciale in Oriente.

Alcuni privilegi i Veneziani li avevano ottenuti già nel X secolo (nel 992, sotto Basilio II, furono

ridotti i dazi alle navi Veneziane che partivano o arrivavano a Costantinopoli), ma nel 1082

ottennero per la prima volta il diritto di fare concorrenza diretta e in condizione di privilegio ai

commercianti bizantino della capitale. Così insieme ai Veneziani veniva ad affacciarsi la libera

concorrenza e terminava la sicurezza degli uomini d’affari di Costantinopoli.

Il trattato del 1082 venne concluso in un momento di necessità, mentre l’impero era minacciato su

più fronti (Normanni nei Balcani, Peceneghi sul fronte danubiano, Turchi Selgiuchidi in Asia

Minore). Gli imperatori successivi cercarono di revocare i privilegi dei Veneziani ma non erano più

in grado di resistere alla loro flotta. Così dovettero adeguarsi alla situazione ed estendere alcuni

privilegi ad altri occidentali, come Pisani e Genovesi.

A partire dal 1082 Venezia acquisì una posizione di dominio nelle acque bizantine, e con un

trattato del 1111 Alessio concesse importanti privilegi anche a Pisa. Giovanni II, figlio di Alessio I,

nel 1119 tentò di non rinnovare il trattato con Venezia, ma i veneziani risposero con le armi

assediando l’isola di Corfù e saccheggiarono le isole bizantine dell’Egeo e dello Ionio (questo

avvenne quando i crociati di Antiochia chiesero aiuto all’Occidente contro i Turchi, così i veneziani

risposero alla chiamata e sfruttarono l’occasione per fare una rappresaglia contro i bizantini). Così

nel 1126 Giovanni II fu costretto a rinnovare i privilegi commerciali ai Veneziani.

Successivamente i rapporti con Venezia divennero difficili. La posizione privilegiata che i mercanti

veneziani avevano nell’impero rappresentava un onere insostenibile. Venezia inoltre, nel 1167,

rifiutò di consegnare la propria flotta a Manuele I Comneno contro i Serbi e i Croati; l’imperatore

bizantino, per ottenere la flotta, fu costretto a rivolgersi alle altre due repubbliche marinare

italiane: Pisa e Genova, nemiche di Venezia. I rapporti oramai si avviavano alla rottura e nel 1171,

in un solo giorno, Manuele (cogliendo tutti di sorpresa) fece arrestare tutti i veneziani presenti

nell’impero, confiscando i loro beni e le loro merci. I Veneziani reagirono con una rappresaglia

nell’Egeo, saccheggiando alcune isole, senza però ottenere grandi successi. Per ben dieci anni i

rapporti tra Bisanzio e Venezia rimasero interrotti. Verso la fine del suo regno Manuele liberò i

prigionieri veneziani e prese nuovi accordi con la città.

Ma ci volle la politica spiccatamente antioccidentale di Andronico I Comneno (che fece massacrare

tutti gli occidentali presenti a Costantinopoli) perché i mercanti italiani decidessero di

abbandonare la capitale bizantina; ma solo per poco tempo. Lui fu l’ultimo esponente della

dinastia dei Comneni.

Il successore, Isacco II Angelo, strinse un’alleanza con i Veneziani e versò loro la prima rata

dell’indennizzo per gli eventi del 1171. Il fratello, Alessio III Angelo, smise di pagare le rate

dell’indennizzo ai Veneziani, gli eventi così precipitano e portano al dirottamento della Quarta

Crociata direttamente su Costantinopoli, conquistata dai latini nel 1204. Così i Veneziani oltre al

controllo economico acquisirono anche il controllo politico della capitale. Da quel momento sparì il

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concetto di area economica protetta (la capitale bizantina) e con esso svanirono tutti i vantaggi

che gli uomini d’affari bizantini avevano fino ad allora. Sulle sponde del Bosforo venne ad

insediarsi in via definitiva il capitalismo.

Condizione di dipendenza del mondo bizantino degli affari (XIII-XV secolo)

La Quarta Crociata aprì le porte alla creazione di due grandi impero coloniali: l’impero veneziano e

l’impero genovese, oltre agli Stati latini in Grecia [Impero Latino di Costantinopoli; Principato

d’Acacia nel Peloponneso sotto i Villehardouin; Ducato d’Atene sotto i De la Roche; il doge Enrico

Dandolo divenne signore di quasi metà dell’Impero, tra cui molte isole nell’Egeo, Creta, Rodi, due

porti nel Peloponneso e un veneziano divenne il nuovo Patriarca di Costantinopoli].

Costantinopoli continuava ad essere un importante mercato ma altre città di superiore potenza

economica si erano affermate in Occidente (Firenze, Venezia, Genova). Già sotto la dominazione

latina, ma anche dopo la riconquista da parte dei Bizantini (1261, Michele VIII Paleologo)

Costantinopoli non riusciva a tenere il passo.

Già all’indomani del 1261 (sempre sotto Michele VIII) Bisanzio dovette nuovamente riconoscere i

privilegi commerciali ( e le esenzioni) ai mercanti occidentali (quindi: libertà di commercio) e a

permetterne l’insediamento nell’Impero: i Genovesi ottennero una base commerciale a Galata sul

Corno d’Oro e i Veneziani tornarono a stabilirsi nella capitale bizantina. [Il contemporaneo legame

con Genova e Venezia rappresentò un vantaggio per l’impero perché diminuiva il pericolo di

un’alleanza della flotta veneziana o di quella genovese con le potenze antibizantine

dell’Occidente]. A questa concorrenza i mercanti greci avevano difficoltà a farvi fronte.

Da molto tempo (soprattutto dal 1204) i Greci nutrivano una certa ostilità nei confronti dei Latini,

che si imponevano economicamente e che volevano imporsi anche spiritualmente

sottomettendoli alla Chiesa di Roma (la Chiesa d’Oriente e d’Occidente erano divise da lungo

tempo). Lo spirito antilatino dei bizantini erano anche motivano dal risentimento che ispirava

l’imperialismo economico dei mercanti occidentali che si insediavano in Oriente e si arricchivano a

spese dei bizantini. Contro quell’imperialismo i bizantini non avevano modo di reagire. Ci fu solo

un tentativo in tal senso: nel 1348 l’imperatore Giovanni VI Cantacuzeno abbassò la tassa che i

mercanti bizantini dovevano pagare e cercò di imporre tariffe sul commercio degli Occidentali, i

quali reagirono con la forza e l’obbligarono a revocare quest’ultima misura. Giovanni fu anche

costretto a rinunciare al suo progetto di ricostruire una potente flotte militare e dovette

riconoscere che i mercanti greci non potevano fare concorrenza ai Genovesi nel commercio dei

prodotti provenienti dall’Asia Centrale.

Gli uomini d’affari greci dovettero adottare i nuovi metodi e le nuove tecniche utilizzate nei

mercati internazioni: largo uso del prestito ad interesse, uso di assegni o polizze di debito.

[Nell’Impero e a Costantinopoli erano presenti numerosi banchieri greci. Erano in strettissimo

contatto con i loro colleghi italiani, insieme ai quali sovente costituivano delle associazioni,

nonostante i rari divieti degli imperatori. I Greci nutrivano ancora un certo risentimento verso gli

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Italiani, ma quando si presentavano possibilità per aumentare gli utili, ogni ostilità veniva meno

(prima di dichiarare guerra ai Genovesi di Galata, l’imperatore bizantino accordò ai suoi sudditi

qualche giorno di proroga per sistemare i conti con quei loro associati che di lì a poco sarebbero

diventati nemici sul campo di battaglia)].

I mercanti bizantini nell’ultimo periodo commerciavano solo nel bacino orientale del Mediterraneo

e in tutto il Mar Nero; i mercati dell’Europa Occidentale invece erano riservati agli Italiani. Il

commercio bizantino a distanza era limitato e subordinato a quello degli Italiani: i bizantini

trasportavano materie prime di modesto valore che servivano all’approvvigionamento di

Costantinopoli e delle flotte italiane, le quali invece commerciavano prodotti di lusso.

Invece il commercio al dettaglio e l’artigianato di Costantinopoli erano dominati dai Greci. In

questo periodo la maggior parte dei trasporti avveniva via mare, dato che le campagne erano state

occupate gradualmente dai Turchi. A Costantinopoli venivano esercitati tutti i mestieri, ma la

produzione dei tessuti e del vetro era scomparsa (a causa della concorrenza delle ben più

sviluppate industrie dell’Europa occidentale). Inoltre ogni professione era organizzata in

corporazioni del modello occidentale.

A partire dall’XI secolo gli uomini d’affari si trovavano di nuovo esclusi dal Senato e dalle dignità

imperiali, dal punto di vista sociale erano annoverati tra la “plebe”. Nonostante questo nel XII e

nella prima metà del XIV secolo gli uomini d’affari – divenuti un gruppo consistente – si

riaffermarono all’interno della vita politica e sociale dell’Impero; vennero così ad assumere la

qualifica di “medi”, distinti dall’aristocrazia e dal popolo. Durante le guerre civili e i conflitti sociali

de XIV secolo questi “uomini medi” si schierarono contro gli aristocratici (grandi proprietari

terrieri) che – dal canto loro – disprezzavano quella classe.

Con i rovesci politici subiti da Bisanzio verso la metà del XIV secolo – che portarono alla perdita di

molte terre coltivabili – gli aristocratici dimenticarono le antiche restrizioni e destinarono i loro

capitali agli affari commerciali (l’unico settore che poteva garantire benefici rilevanti). Così gli

aristocratici fecero sparire la caratteristica fondamentale che distingueva gli “uomini medi” da

loro. [I grandi aristocratici di questo periodo – compresa la dinastia regnante, i Paleologi –

risultano sempre più frequentemente legati ad attività d’affari]. 39

CAPITOLO 7 - Il vescovo

Il magistero vescovile e la cultura profana

Il compito principale del vescovo bizantino era la diffusione e la conservazione della dottrina

cristiana ortodossa all’interno e all’esterno dell’Impero, questo sia per evitare spaccature politiche

sia per civilizzare i barbari. [Con la diffusione del cristianesimo nell’area del Mediterraneo

orientale i giovani più attivi sul piano intellettuale e letterario entrarono al servizio della Chiesa.

Molto importante per la letteratura greca tardo antica fu il contributo di vescovi come Basilio di

Cesarea in Cappadocia, Giovanni Crisostomo, Eusebio di Cesarea in Palestina, Atanasio di

Alessandria]. Per ricoprire la carica vescovile bisognava a vere una buona cultura sia per vigilare

sulla purezza dell’ortodossia sia per poterla difendere dai pagani e dagli eretici. Proprio questo

portò il clero bizantino – e soprattutto i vescovi – ad elaborare definizioni sempre più sottili in

materia teologica e cristologica. Queste definizioni venivano poi discusse nei sinodi e nei concili

che le accettavano come vere o le condannavano come eretiche. [Anche gli imperatori si

occuparono di speculazioni religiose, ad esempio Giustiniano I e Manuele II Paleologo (1391-

1425)].

I Padri della Chiesa e i vescovi del IV-V secolo (che provenivano dalla classe medio-alta) avevano

fruito di un’istruzione classica-pagana, così come coloro che militavano nell’amministrazione civile.

Il pari grado culturale dell’elite ecclesiastica e secolare permetteva ai laici il passaggio dal servizio

civile ad una sede vescovile o metropolitana, oppure al trono patriarcale. [Ad esempio

l’imperatore Teofilo (ultimo imperatore del secondo iconoclasmo)nominò metropolita di

Tessalonica un celebre matematico, Leone il Filosofo, che per le sue ampie conoscenze fu

chiamato anche alla corte del califfo di Bagdad. Altri esempi sono i patriarchi Niceforo I (806-815)

e Nicola I Mistico (901-907) che interruppero la carriera secolare per sedere sul trono patriarcale].

Tanto più colti erano i metropoliti di fresca ordinazione, tanto meno volentieri accettavano di

dover risiedere in provincia (in una nuova diocesi), perché dopo gli splendori e gli stimoli

intellettuali della capitale, la vita in provincia appariva barbara. [Michele Coniata, metropolita di

Atene tra il 1184 e il 1204, disprezzava profondamente la sua città: estremamente povera e

povera di libri e di uomini colti]. Tuttavia i vescovi non si preoccuparono di levare culturalmente le

loro città, ad esempio nel settore scolastico; tra le loro competenze infatti non era compresa

l’istruzione.

Inoltre per la maggior parte dei vescovi e dei metropoliti ogni pretesto era buono per recarsi a

Costantinopoli, ad esempio: partecipare a sinodi, sistemare gli affari della diocesi presso gli uffici

statali o patriarcali, intervenire a favore dei diocesani presso l’imperatore. Una volta giunti nella

capitale cercavano di posticipare la partenza il più possibile, tant’è che venne promulgato un

decreto che stabiliva che i vescovi non potevano assentarsi dalla diocesi per più di sei mesi.

Tuttavia tutte le disposizioni in merito si rivelarono inutile. Inoltre con la progressiva conquista

delle province dell’Asia Minore da parte dei Turchi (a partire dal XII secolo), sempre più vescovi si

stabilirono a Costantinopoli con il pretesto di non poter raggiungere la loro diocesi a causa della

situazione bellica (oppure perché già conquistata dal nemico). 40

Opere di carità ed impegni pastorali

Già in età tardo antica (con il venir meno dell’amministrazione statale) l’assistenza ai poveri

rientrò sempre più nelle competenze della Chiesa [ad esempio: Giovanni Crisostomo (397-404)

costruì una serie di ospedali nella capitale, tra cui un lebbrosario; Atanasio (patriarca di

Costantinopoli, 1289-1293 e 1303-1309) creò mense per i poveri e i fuggiaschi che affluivano nella

capitale dopo la conquista Turca delle province dell’Impero].

Un altro compito del vescovo era che tutelasse i deboli dai potenti e che, in caso di guerra,

difendesse il suo gregge dai nemici. Dato che il vescovo non poteva combattere né uccidere, la sua

arma principale era la parola dinanzi ai potenti (i potenti potevano essere imperatori, capi degli

eserciti nemici, esattori delle tasse, giudici locali, militari, aristocratici locali).

Nel rapporto con le autorità statali si dimostrò sempre vantaggioso che il vescovo provenisse

dall’elite sociale, perché poteva così contare su legami influenti a Costantinopoli. In questo modo

poteva presentare le sue lamentele direttamente all’imperatore e poteva disporre di un’efficace

copertura nei confronti di eventuali minacce da parte dei potenti locali.

La libertà di parola era però rischiosa, soprattutto quando era diretta contro l’imperatore. Ad

esempio il patriarca Arsenio venne rimosso dal suo incarico ed esiliato per aver scomunicato

l’imperatore Michele VIII Paleologo, dopo che questi aveva eliminato il suo giovano coimperatore,

Giovanni IV Lascaris.

I vescovi dopo la morte potevano conseguire la santità, un esempio è san Nicola di Mira. Egli

rispecchia il prototipo del santo vescovo: portò aiuto ai poveri, cibo agli affamati, difese i

perseguitati, combatté i culti pagani (una volta divenuto santo respinse anche gli assalti delle flotte

arabe). Il suo culto rimase vivo a Bisanzio anche dopo che alcuni marinai baresi ne rapirono il

corpo per trasportarlo in Italia (1087).

Ufficio vescovile ed impegni politici

In genere i vescovi bizantini rispettarono la disposizione che proibiva agli ecclesiastici sia il servizio

militare sia l’assunzione di uffici statali. Questo non significa che i vescovi erano estranei alla vita

politica. I vescovi –specie in tempo di guerra – erano necessariamente coinvolti nelle vicende

politiche delle loro diocesi. Inoltre, dato la ricchezza delle loro chiese, i vescovi appartenevano ai

“potenti” delle province. I vescovi avevano una buona conoscenza della loro diocesi, proprio per

questo – in caso di conflitto tra amministrazione imperiale e popolazione locale – assumevano il

ruolo di mediatori.

Proprio per questo gli imperatori erano interessati a controllare le elezioni dei vescovi (non solo le

cariche dello Stato ma anche le sedi ecclesiastiche dovevano essere occupate da persone di loro

fiducia). Anche nell’elezione dei metropoliti era rilevante la decisione dell’imperatore (i nipoti dei

metropoliti spesso seguivano la strada degli zii che li avevano educati, oppure capitava che il

nipote venisse scelto come erede alla successione dello zio). Se un metropolita non corrispondeva

alle aspettative dell’imperatore poteva essere sostituito. Se invece si mostrava affidabile poteva

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ricevere compiti che esulavano dalle immediate competenze vescovili. (Spesso ai metropoliti si

affidavano ambascerie internazionali poiché essi avevano una carica eminente che veniva

rispettata anche nei paesi lontani, soprattutto nell’Europa occidentale; inoltre avevano una buona

istruzione ed erano più disponibili rispetti ai governatori di provincia).

[Il vescovo veniva eletto dal clero e dai notabili della sua diocesi e confermato dal metropolita

competente. Il metropolita era eletto dal patriarca dietro proposta del sinodo. Il patriarca era

eletto inizialmente dal clero, dal popolo e dai metropoliti ma notevole influenza esercitava

l’imperatore. Se però l’imperatore aveva un candidato di sua preferenza poteva procedere

autonomamente].

Nell’elezione del patriarca di Costantinopoli l’imperatore faceva un uso più autoritario del suo

diritto di nomina. Negli altri patriarcati, soprattutto a Roma, accadeva spesso che il candidato

eletto localmente venisse poi confermato dall’imperatore (ovviamente doveva essere ortodosso e

affidabile). A Costantinopoli invece nessuno poteva diventare patriarca senza il volere

dell’imperatore. (molti patriarchi della capitale furono deposti).

Nella prospettiva imperiale il patriarca di Costantinopoli doveva essere ortodosso, leale e

ubbidiente. Il primo requisito per essere eletto patriarca era che il candidato fosse noto

all’imperatore e godesse della sua fiducia [Solo due principi imperiali – figli cioè di un imperatore –

giunsero al soglio patriarcale: Stefano II fratello di Leone VI (figlio di Basilio I) e Teofilatto figlio

minore di Romano I Lecapeno].

Quando si presentavano situazioni di politica ecclesiastica particolarmente delicate si decideva di

ricorrere a candidati che fossero dotati di esperienza politica e di sensibilità diplomatica [es:

Costantino Licude – dopo esser stato il primo ministro di Costantino IX Monomaco – venne eletto

patriarca di Costantinopoli per ristabilire, dopo gli eccessi di Michele Cerulario (responsabile dello

scisma del 1054), il consueto rapporto tra imperatore e la Chiesa a lui subordinata].

I motivi che portavano alla deposizione o all’abdicazione corrispondevano a quelli che motivavano

la nomina del patriarca. Nella maggior parte dei casi si trattava di divergenze tra imperatore e

patriarca in questione di fede (es: patriarchi Antino ed Eutichio deposti da Giustiniano; Germano I

e Niceforo I costretti all’abdicazione dagli imperatori iconoclasti); un altro motivo poteva essere

l’avvicendamento sul trono imperiale. Se sul trono imperiale sedeva una nuova dinastia che aveva

violentemente eliminato quella precedente, il nuovo imperatore – ancora insicuro della sua carica

– poteva decidere di appoggiarsi all’autorità patriarcale (es: Giovanni I Zimisce dopo l’assassinio

del suo predecessore Niceforo II Foca).

Se invece non si fidava di lui, ne sceglieva uno nuovo tra gli esponenti religiosi della sua cerchia. Un

esempio è la carriera di Fozio, pervenuto al soglio patriarcale da laico; l’elezione era seguita alla

rimozione del patriarca Ignazio da parte di Michele III l’Ubriacone in merito ad una divergenza

d’opinione sulla politica ecclesiastica ed anche perché non intendeva relegare l’imperatrice madre,

Teodora, in un monastero. L’ordinazione di Fozio aumentò le tensioni tra Roma e Costantinopoli

perché il nuovo patriarca era un laico (le tensioni portarono allo Scisma Foziano dell’867, che a

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livello dottrinale ruotava intorno alla figura dello Spirito Santo – nella Chiesa Orientale procedeva

solo dal Padre, mentre nella Chiesa Occidentale sia dal Padre che dal Figlio, Filioque – e si basava

anche sull’Eucarestia –pane non lievitato in Occidente ma lievitato in Oriente. Un altro tema dello

Scisma era il controllo della Chiesa di Moravia e della Chiesa di Bulgaria, che al momento

dipendevano da Roma). Perciò Basilio I, quando ascese al trono dopo aver assassinato Michele III,

depose Fozio e reinsediò Ignazio (in questo modo l’imperatore sperava di riottenere il favore di

Roma. Ma subito dopo il re dei bulgari, Boris, decise di sottrarsi all’influenza di Roma e rivolgersi a

Bisanzio per ottenere l’autonomia della Chiesa Bulgara). Alla morte di Ignazio, Basilio richiamò

Fozio (forse perché non voleva rinunciare ai servigi di un uomo tanto colto) che divenne istitutore

dei figli dell’imperatore. Ma non appena Basilio I morì (886), il figlio Leone VI spedì in esilio il

patriarca (che era stato suo maestro), forse perché era divenuto troppo potente.

Anche il patriarca Michele Cerulario si era arrogato molte prerogative ed era divenuto troppo

potente, così alla fine anche lui venne deposto. Da giovane Michele aveva preso parte a una

congiura contro l’imperatore Michele IV Plafagone, fallita la quale dovette ritirarsi in monastero.

Quando salì al trono Costantino IX Monomaco (uno dei congiuranti di un tempo) Michele ottenne

il patriarcato di Costantinopoli, che cercò di politicizzare il più possibile. Contro il volere

dell’imperatore – durante le trattative con Roma (con legato papale: vescovo Umberto di

Silavacandida) – Michele provocò lo Scisma tra le due Chiese (1054. I motivi erano ancora

l’Eucarestia e il Filioque). Successivamente, durante una rivolta di generali contro l’imperatore

Michele VI Bringas (detto lo Stratiotico), il patriarca si eresse ad arbitro dell’impero, ma rimase

deluso quando Isacco I Comneno – che proprio lui aveva contribuito ad eleggere – lo depose

(sostituito con Costantino Licude). Anche dall’esilio l’influsso di Michele sulla popolazione di

Costantinopoli restava forte (gli animi si infiammarono ancor di più dopo la morte dell’ex

patriarca), così Isacco Comneno – dietro consiglio di Psello, divenuto Primo Ministro – abdicò a

favore di un parente acquisito del patriarca deposto, Costantino X Ducas (che aveva sposato

Eudocia Macrembolitissa, la nipote di Michele Cerulario). [Michele restò – con la sua bramosia di

potere secolare e con le sue notevoli capacità politiche – più un imperatore mancato che un tipico

patriarca].

Quindi i patriarchi di Costantinopoli prendevano parte alla vita politica più da vittime che da

protagonisti. Ma alcuni patriarchi riuscirono ad imporsi sull’imperatore. Esempi: il patriarca Sergio

I fu il più importante consigliere politico ed ecclesiastico dell’imperatore Eraclio e, durante la

lunga assenza del sovrano da Costantinopoli per la guerra contro i Persiani, fu il suo

rappresentante nella capitale.

Durante la minore età di Costantino VII Porfirogenito fu il patriarca Nicola Mistico ad assumere la

reggenza per alcuni anni (Nicola Mistico fu nominato reggente per il piccolo Costantino VII

dall’imperatore Alessandro. Durante la sua reggenza dovette affrontare un attacco da parte dei

bulgari, che riuscì a fermare riconoscendo il titolo di imperatore al sovrano bulgaro Simeone.

Questa mossa non fu gradita alla popolazione, così Nicola Mistico venne allontanato e la reggenza

passò all’imperatrice madre Zoe). 43

Negli ultimi secoli anche i vescovi poterono far sentire la loro influenza sulla politica bizantina,

perché facevano parte del sinodo permanente: formato da tutti i metropoliti e gli arcivescovi che

si trovavano nella capitale. Qui si discuteva di questioni teologiche e canoniche, dei problemi

relativi al rapporto tra Chiesa e Imperatore e delle ordinazioni o deposizioni di patriarchi-

metropoliti-arcivescovi. In quanto sinodo i metropoliti potevano fare pressioni sia sui patriarchi

che sull’imperatore.

Autorità vescovile e ideale monastico

La maggior parte dei vescovi bizantini aveva iniziato la propria carriera ecclesiastica in veste

monacale. Il fatto che tanti vescovi siano venuti dalle fila monastiche non si basava su un

imperativo di carattere canonico ma sulla concezione bizantina che la via che conduceva a Dio

passava attraverso l’ascesi monastica. Quindi l’esperienza monastica conferiva autorità spirituale

al vescovo. Inoltre la carica vescovile richiedeva il celibato: il basso clero bizantino era di norma

sposato, quindi i candidati ideali erano i monaci.

Tuttavia molti monaci – convinti della loro vocazione monastica – rifiutavano la carica vescovile

quando veniva loro offerta (il rifiuto del vescovado divenne un topos della letteratura agiografica

bizantina).

Il monachesimo prevedeva un totale rifiuto delle gioie e degli agi del mondo per condurre una vita

contemplativa e consacrata a Dio (es: vita ascetica nel deserto). Questo portò i monaci a nutrire un

senso di superiorità spirituale nei confronti dei vescovi che vivevano circondati dagli agi. Inoltre i

vescovi avevano la giurisdizione sui monasteri e amministravano le proprietà monastiche. Quindi

vi era un forte antagonismo tra monachesimo ed episcopato. [Giovanni Crisostomo – che era stato

monaco in gioventù – disse che gli asceti erano inadatti alla carica vescovile perché avevano

vissuto a lungo al di fuori del mondo].

Un altro aspetto della carica vescovile a Bisanzio compare durante il declino dell’impero. Quando

infatti – durante la conquista prima araba (Egitto, Palestina e Siria) e poi turca (Asia Minore) – i

militari fuggirono e l’amministrazione civile andò in pezzi, furono i vescovi l’ultima autorità

bizantina che continuava ad opporsi ai nemici, che negoziava la resa della città, che proteggeva i

“diritti” della popolazione locale e che cercava di mantenere i contatti con la capitale. 44

CAPITOLO 8 - Il funzionario

L’impero bizantino è stato l’unico Stato che prima del XIII secolo ha prese tanto un sistema

amministrativo centralizzato, in cui l’iniziativa proveniente dal centro raggiungeva tutte le

province. Lo Stato era rappresentato nelle province da governatori civili o militare e da prelati

(anche gli ecclesiastici dipendevano dallo Stato).

L’imperatore deteneva tutto il potere politico. Egli risiedeva nel Palazzo imperiale (che era anche

la sede del governo), il cui personale aveva un ruolo dominante tra tutti gli agenti dello Stato.

Il reclutamento del funzionario

Solitamente per ottenere un posto da funzionario bisognava far affidamento sulle

raccomandazioni. Tuttavia le raccomandazioni a pagamento andavano a scapito dei candidati di

origine modesta. Ai candidati che competenze tecniche, si richiedevano conoscenze di carattere

generale tali da spaziare dall’arte epistolare alla retorica e soprattutto le conoscenze giuridiche.

L’esame di ammissione alla funzione pubblica era molto difficile, ne conseguì che gli alti funzionari

erano prevalentemente letterati (es: il patriarca Fozio nel IX secolo; il grande filosofo e uomo di

Stato Michele Psello nell’XI secolo). La formazione di questi letterati si era compiuta presso

l’Università di Costantinopoli (che non esistette sempre durante la millenaria storia dell’Impero)

oppure frequentando insegnanti privati.

L’entrata in servizio era preceduta da una cerimonia rituale che si basava sul giuramento di fedeltà

all’imperatore. Al giuramento erano tenuti, a partire dall’VIII secolo, anche il Patriarca di

Costantinopoli e i prelati della Chiesa nella loro veste di funzionari dello Stato. Nel corso della

cerimonia rituale di “promozione” il nuovo funzionario riceveva le sue vesti da parata.

Di norma l’accesso alle più alte funzioni era aperto a tutti i sudditi dell’Impero. Le persone di

modeste origini potevano entrare negli uffici come impiegati semplici e di qui raggiungere i vertici

della gerarchia (es: nel VI secolo Giovanni di Cappadocia – ministro di Giustiniano – iniziò la sua

carriera negli uffici del magister militum. Così come nell’XI secolo Psello, Xifilino e Licude salirono

la scala del potere).

Fin dall’inizio le potenti famiglie dei grandi proprietari si accaparrarono le alte funzioni

amministrative dell’Impero; dopo il XII secolo i posti più elevati furono occupati dai parenti e dagli

alleati della dinastia regnante (a partire dai Comneni). Venne così a crearsi una vera e propria

casta chiusa di funzionari che accolse nelle sue fila anche principi stranieri e in età paleologa

monaci e chierici (che occuparono posti civili e militari).

Ruolo e competenze dei funzionari

Nel IV secolo Costantino riformò il sistema instaurato da Diocleziano che, nel secolo precedente,

aveva militarizzato le funzioni civili. Oramai i poteri civili e quelli militari erano separati. Con

45

l’eccezione del prefetto del pretorio d’Oriente, gli antichi prefetti del pretorio divennero funzionari

regionali, perdendo le loro attribuzioni militari.

Le loro funzioni: il magister officiorum dirigeva il Palazzo imperiale ed era a capo della Guardia

Palatina; il quaestor sacri palatii rappresentava il potere giudiziario dell’imperatore ed era addetto

alla preparazione delle costituzioni imperiali; anche l’amministrazione finanziaria (cioè la gestione

della cassa pubblica e privata) era retta da due funzionari; infine vi era l’eunuco che era a capo

degli appartamenti imperiali.

Negli ultimi anni del IV secolo l’amministrazione provinciale era organizzata in quattro prefetture:

Oriente, Illirco, Italia e Gallie. Nel territorio da loro amministrato i prefetti godevano di pieni poteri

(potevano legiferare, amministrare la giustizia, dirigere i lavori pubblici e reclutare i soldati). Con

Costantino le attribuzioni militari dei prefetti vennero trasferite ai magistri militum, comandanti

reclutati tra i soldati di carriera che avevano ai loro ordini i duchi (comandanti delle truppe di una

data provincia).

Nel VI secolo avvenne la riorganizzazione amministrativa dell’impero [la diocesi d’Egitto venne

soppressa, l’augustale d’Alessandria divenne un semplice governatore, le cinque province

indipendenti sottoposte al prefetto del pretorio d’Oriente furono dirette sia in campo civile che

militare da un duca (scelto tra la nobiltà palatina; le cui truppe assicuravano funzioni di difesa, di

polizia e di riscossione delle imposte].

La preoccupazione di dover difendere dai Longobardi e dai Berberi i territori di recente riconquista

in Italia e in Africa portò il potere bizantino a trasformare definitivamente queste due province in

comandi militari, noti come Esarcati. A partire dalla fine del VI secolo agli esarchi erano assegnate

tutte le responsabilità: finanze, giustizia, opere pubbliche, difesa del territorio. Gli esarchi erano

dunque una sorta di sovrani (così come i duchi nei loro ducati. Mentre la Sicilia conservava un

governo indipendente sotto l’autorità di un patrizio).

La riduzione del territorio e delle ricchezze subita dall’Impero in seguito alle invasioni avaro-slave,

bulgare e arabe, portò a nuove riforme amministrative tra il VII e l’XI secolo.

Sotto la dinastia di Eraclio (Costante II, 660) il territorio dell’Impero venne diviso in themi. Il Tema

inizialmente (VIII secolo) indicava un corpo di soldati acquartierato in una provincia ma ben presto

il Tema rappresentò una circoscrizione militare, amministrativa e fiscale in cui era stanziato un

corpo d’amata. Il Tema era governato a un comandante civile e militare, lo Stratego. In ogni Tema

erano stanziati dei contadini-soldati (Stratioti) che nello stesso tempo coltivavano i loro terreni e

difendevano il territorio dagli attacchi nemici (così non c’era più bisogno di pagare i soldati). I

primi Temi furono: Anatolico, Opsikion, Armeniaco, Tracesico e Carabisiano.

A partire dall’XI secolo venne profondamente modificato il vecchio ordinamento dei temi che

dominava l’amministrazione provinciale. In questo periodo avviene la centralizzazione

dell’organizzazione militare, avviata con la creazione del grande comando dell’esercito d’Oriente e

poi con l’esercito d’Occidente, entrambi affidati a domestikoi. 46

L’esercito provinciale dei Temi venne progressivamente sostituito da un esercito di mestiere

(Tagmata) composto da indigeni e stranieri al servizio dell’Impero. I Tagmata erano sottoposti al

comando dei duchi (o catepani) e stazionavano in diverse regioni dell’Impero. Lo Stratego, antico

governatore dei Temi, era divenuto un ufficiale sottoposto ai duchi. I Temi provinciali comunque

continuarono ad esistere, gestiti da un pretore che deteneva solo i poteri civili e non più militari.

I successi riportati dalle invasioni turche in Asia Minore sovvertirono completamente

l’amministrazione di questa regione. La riorganizzazione dei territori riconquistati ebbe inizio con

Alessio I Comneno (1081-1118) e si attuò soprattutto sotto il regno di Manuele I Comneno (1143-

1180). Il Tema (circoscrizione amministrativa) venne di nuovo posto sotto il controllo di un militare

di grado elevato (non più lo Statego, che scompare, ma il Duca che assume anche alcuni funzioni

civili). Solo il Tema di Peloponneso-Ellade continuò a essere amministrato da un governatore civile

(il pretore) fino all’occupazione latina del 1204.

I funzionari ecclesiastici

L’amministrazione della Chiesa dipendeva dall’imperatore.

In origine il patriarca, come gli altri vescovi, era eletto dal clero e dal popolo. In seguito la sua

elezione veniva approvata dall’imperatore. A partire dal IX secolo solo i metropoliti partecipavano

all’elezione del patriarca. Essi presentavano un lista di tre nomi, tra i quali il sovrano sceglieva

quello di suo gradimento. (Alcuni imperatori designarono direttamente il patriarca: dal suo letto di

morte Basilio II nel 1025 nominò Alessio). L’investitura del patriarca avveniva nel Palazzo così

come per i dignitari laici.

Vi erano cinque funzionari che affiancano il patriarca nell’amministrazione ecclesiastica. (es: vi era

colui che gestiva il patrimonio temporale del patriarca, colui che controllava l’ordine e la disciplina

dei monasteri, colui che custodiva il tesoro patriarcale, ma anche il bibliotecario, il giurista ecc).

In provincia l’amministrazione ecclesiastica era riposta nelle mani di metropoliti (a capo di

metropoli) e vescovi (a capo di vescovati suffraganei, cioè che dipendevano da metropoliti). I

vescovi dipendevano dai metropoliti, salvo il caso degli arcivescovi autocefali le cui cariche

dipendevano dal patriarca. Metropoliti e vescovi amministravano le chiese e i loro beni, con l’aiuto

di ausiliari.

Statuto dei funzionari

SALARIO. Nel IV secolo i salari erano versati in natura. A partire dal V secolo iniziarono ad essere

versati in oro. La riorganizzazione delle dignità e delle cariche nel IX secolo ebbe ripercussioni sui

salari. I pagamenti presero il carattere di “grazia” concessa non in base all’importanza dei servigi

resi, bensì in base al fasto della dignità. Il pagamento dei salari avveniva attraverso una cerimonia

aulica.

CARRIERA. Tutti i funzionari avanzavano in carriera in base all’anzianità. 47

DOVERI E RESPONSABILIT À. I funzionari erano agenti dell’Imperatore, per questo erano tenuti ad

essergli fedeli, ad eseguire i suoi ordini e dei suoi rappresentanti ed ad applicare le leggi in vigore.

A partire dal VI secolo i funzionari furono obbligati a rimanere in sede per 50 giorni dopo la

cessazione delle loro funzioni, per poter rispondere ai cittadini che avessero voluto intentargli

causa.

Giustiniano vietò ai funzionari di Costantinopoli di acquistare beni mobili o immobili, di erigere

costruzioni e di ricevere donazioni durante l’esercizio delle loro funzioni.

All’inizio del X secolo – quando vennero promulgati nuovi testi relativi alla responsabilità dei

funzionari – tutti i regolamenti vennero inseriti nel corpus dei Basilici. (Una legge proibiva ai

funzionari di dare in matrimonio i loro figli nella provincia soggetta alla loro amministrazione, per

impedire ai funzionari di costituire legami di parentela nelle province, che avrebbe favorito lo

sviluppo di favoritismi). Leone VI (figlio di Basilio I) abrogò queste restrizioni, così molti funzionari

acquistarono beni fondiari e costruirono grandi proprietà a scapito soprattutto dei piccoli

proprietari.

PUNIZIONI. A partire dalla riforma legislativa di Leone VI il Saggio le sanzioni pensali

precedentemente previste contro i funzionari colpevoli di non aver eseguito gli ordini vennero

mitigate. Precedentemente i funzionari colpevoli di furto o di vendita di beni dello Stato erano

passibili di pensa capitale; Leone VI invece stabilì che ogni funzionario colpevole di questi crimini

doveva pagare una multa e perdeva il lavoro.

Leone VI ribadì anche il divieto di praticare la castrazione, pratica già proibita in epoca romana.

Tuttavia a partire dal V secolo la famiglia regnante e poi l’amministrazione centrale utilizzavano

numerosi eunuchi (che rivestivano importanti cariche. Esempi: eunuco era il ciambellano Narsete

sotto Giustino II, così come il comandante militare Stauracio sotto Irene e quasi tutti i capi degli

eserciti di Costantino X Monomaco). Nella cerchia dell’imperatore gli eunuchi ebbero spesso un

ruolo assai importante fino al XIII secolo.

Sotto Michele IV il Plafagone furono proprio gli eunuchi a dirigere l’impero, così come sotto

Michele VI Bringas (detto lo Stratiotico), Michele VII Ducas, Alessio III Angelo (imperatore poco

prima della conquista latina). Gli eunuchi di Palazzo – la cui fortuna dipendeva forse dal fatto che

non potevano aspirare alla porpora imperiale – persero ogni importanza durante la seconda metà

del XIII secolo, dopo il ritorno dei Paleologi (la causa era l’influsso dei pregiudizi occidentali che

portavano a considerarli essere inferiori).

La legislazione, riducendo le sanzioni contro i funzionari colpevoli – mostrò l’allentamento

dell’allentamento dell’autorità esercita su di loro dal potere centrale.

CONTROLLI. La legislazione giustinianea incaricò i vescovi di controllare tutta l’attività dei

governatori di provincia e di comunicare all’imperatore gli errori e le malefatte dei governatori che

avessero prevaricato la legge.

Questo controllo della gestione dei funzionari da parte dell’amministrazione ecclesiastica non

poteva bastare. Così Giustiniano riservò all’imperatore il diritto di inviare nelle province dei

commissari (logoteti) per controllare la gestione finanziaria delle città. (Esempio: Alessandro

all’epoca di Giustiniano venne inviato in Italia (540) per rimettere in sesto le finanze del paese che,

dopo un quinquennio di guerre, non era ancora stato completamente pacificato). 48

PENSIONE. A fine carriera il funzionario riceveva un’indennità speciale derivante o dalla vendita

della carica o da una buonuscita. Questi introiti facevano le vedi della pensione. Se un funzionario

moriva pochi anni prima che la sua carriera giungesse a compimento, la vedova e i figli potevano

ricevere la ricompensa finale per il servizio che egli aveva prestato.

Qualche carriera significativa

Fozio, patriarca di Costantinopoli (858-867 e 877-886) fu un erudito e un uomo di Stato, aveva una

profonda conoscenza teologica e delle scienze profane. La sua formazione l’avrebbe destinato a

una carriera di tipo laico. Tuttavia egli era un grande amico di Barda, zio dell’imperatore. Così

nell’856 quando Barda divenne cesare a fianco del nipote Michele III (dopo aver estromesso il

potente eunuco Teoctiso, consigliere dell’imperatrice madre Teodora), Fozio ne divenne il

consigliere di fiducia. Dopo l’allontanamento del patriarca Ignazio (che si scontrò con Michele III e

Barda), Fozio salì sul seggio patriarcale (proprio sotto di lui avviene lo scisma con la chiesa

d’occidente dell’856). L’uccisione del cesare Barda – protettore di Fozio – e dell’imperatore

Michele III comportò la caduta di Fozio, che il nuovo imperatore Basilio I relegò in monastero

(sostituendolo con Ignazio). Una volta compreso che il mutamento di politica ecclesiastica non

aveva migliorato i rapporti con Roma e dopo la morte di Ignazio, Basilio I richiamò Fozio a

Costantinopoli, lo reinsediò sul seggio patriarcale e gli affidò l’istruzione dei figli. Il nuovo

imperatore Leone VI (figlio di Basilio I) allontanò definitivamente Fozio, sostituito da Stefano, che

morì in esilio.

Michele Psello, scrittore-statista-filosofo, insegnò in una scuola pubblica per un lungo periodo.

Insegnava l’ortografia, le materie del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica), il

diritto, la retorica e la filosofia. Le sue qualità lo misero ben presto il luce a Costantinopoli.

Successivamente si specializzò nell’insegnamento superiore e divenne un celebre professore

nell’Università di Costantinopoli, dove era a capo della scuola filosofica ed ottenne il titolo di “capo

dei filosofi” (sotto Costantino IX Monomaco). In questo periodo avvenne anche la sua scalata

politica: segretario di Stato, gran ciambellano e primo ministro (sotto Isacco Comneno). Ben presto

favorì anche l’ascesa al trono di alcuni imperatori: l’abdicazione di Isacco Comneno e l’ascesa al

trono di Costantino X Ducas furono opera di Psello. Egli divenne primo consigliere dell’imperatore

e maestro del figlio (Michele VII Ducas), in questo modo aveva nelle sue mani la politica dello

Stato. Ma sotto il regno del suo discepolo (di Michele) Psello assistette al crollo della sua carriera

(dato che l’imperatore si affidò completamente al logoteta Niceforitze, che assunse il timone dello

Stato). 49

CAPITOLO 9 - L’imperatore

“Il sole è come un imperatore” Come il sole era preposto all’universo fisico dei bizantini, così

l’imperatore appare come la vetta e il supremo principio organizzativo della società.

L’aspetto dell’imperatore più visibile all’uomo bizantino è legata alla simbologia del potere.

I simboli del potere

La porpora era il colore imperiale per antonomasia (le loro vesti erano in porpora, così i documenti

imperiali ecc).

Gli imperatori cristiani di Bisanzio erano gli eredi diretti dei signori del mondo romano. Nella lingua

comune, gli imperatori cristiani continuavano ad essere imperatori dei romani. La legge bizantina

era legge romana, le due grandi codificazioni di diritto “romano” furono entrambe emanate a

Costantinopoli, dagli imperatori Teodosio II (Codex Teodosianus, 438) e Giustiniano (Corupus Iuris

Civilis, 529).

Il titolo greco “basileus”, portato dal tempo dei successori di Alessandro il Macedone, passò a

designare gli imperatori bizantini a partire dal VII secolo, con Eraclio (in sostituzione del termine

latino “augusto”); e il termine latino “rex” venne a designare una forma inferiore di sovranità,

usata ai confini dell’impero.

L’imperatore, munito del favore divino, continuava ad essere eletto comandante in capo

dall’esercito, dal Senato di Costantinopoli e dal popolo. Era il successo – soprattutto di natura

militare – a legittimare l’imperatore, il cui erede doveva essere designato co-imperatore quando il

titolare era ancora in vita, in modo da assicurare una tranquilla trasmissione del potere.

Quest’uomo provvidenziale era scelto da Dio. Il basileus era il rappresentante di Dio sulla terra, ed

aveva ereditato il culto della divinità imperiale dai suoi predecessori pagani di Roma. La sua

persona era sacra, ma questo non bastava a proteggerlo dal rischio di essere assassinato.

Ogni imperatore veniva indirettamente santificato dal culto ufficiale tributato dalla chiesa

ortodossa orientale all’imperatore Costantino I. Ogni anno le date di morte degli imperatori

venivano ricordate con anniversari liturgici; stessa cosa valeva per le loro vittorie, i loro avventi al

trono ecc.

Le strutture del potere

Il Palazzo era la sede dell’Imperatore. Scudo e spada appesi ai portali del Palazzo stavano a

significare che la guerra era imminente e che il basileus avrebbe condotto gli eserciti in battaglia.

La presenza o meno di un mosaico della Vergine o del Cristo al di sopra dell’ingresso del Palazzo

costituiva una dichiarazione delle opinioni teologiche dell’imperatore in carica (intervenire su

questo mosaico poteva dare avvio a tumulti, come sotto Leone III).

Fin dal V secolo la nuova capitale si era sviluppata notevolmente, fino a diventare uno dei grandi

centri urbani della metà orientale dell’impero romano, ed era anche la più avanzata

economicamente. 50

Il Palazzo (noto come “Grande” per la sua magnificenza) era stato voluto da Costantino il Grande

all’estremità sudorientale della penisola su cui venne costruita la nuova Roma, nel cuore del

centro cittadino, vicino Santa Sofia e l’Ippodromo. L’Ippodromo fu scenario di eventi sportivi e

politici nei primi secoli dell’impero (es: Rivolta Nika 532). Al suo interno una loggia protetta

consentiva all’imperatore di assistere alle corse del circo e di mostrarsi alla popolazione della città

senza temere per la propria incolumità; questo recinto imperiale era collegato al Palazzo da un

passaggio di sicurezza. Nelle vicinanze del Grande Palazzo si trovava una piazza monumentale che

serviva da sfondo alle processioni imperiali che si recavano alle funzioni liturgiche in Santa Sofia

per le grandi festività religiose.

Il Grande Palazzo giunse al suo massimo splendore nel V-VI secolo. La dinastia dei Comneni trasferì

la residenza principale nei confini nordoccidentali di Costantinopoli (Palazzo Blacherne). Di qui si

dominava il Corno d’Oro e la pianura al di là delle mura (così il Grande Palazzo cadde in disuso).

Lo stile di vita adottato dalla corte prevedeva la villeggiatura (nei sobborghi asiatici ed europei

della capitale), già tipica della società romana.

Il Grande Palazzo costituiva una sorta di città dentro la città e le sue strutture ne riflettevano le

molte funzioni. Fin dall’età anticha vi erano delle mura che separavano il Palazzo dalla città che lo

circondava. Gli imperatori successivi (Giustiniano II e Niceforo II Foca) le rafforzarono. La sicurezza

dell’imperatore era ulteriormente garantita da unità militari scelte, acquartierate all’interno del

Palazzo. C’era anche un porto privato che consentiva ad un imperatore minacciato di fuggire dal

Grande Palazzo. Dopo la rivolta detta “Nika” Giustiniano I fece costruire granai, forni e cisterne per

garantire l’autosufficienza in casi di emergenza.

Un certo numero di chiese e di cappelle all’interno del complesso soddisfacendo le necessità

religiose del Palazzo (vi era anche un personale permanente). Le riserve di monete erano custodite

dall’imperatore all’interno del palazzo, Basilio II fece costruire speciali gallerie a spirale. Le grandi

sale che fungevano da scenario a solenni atti di governo:lettura delle nuove leggi, concessioni di

udienze, promozione di ufficiali di alto rango. La vera e propria residenza dell’imperatore era

separata dal resto e tenuta isolata, i sacri recinti erano sorvegliati dagli eunuchi di palazzo. Inoltre

il palazzo era popolato da burocrati e guardie imperiali, oltre che dall’imperatore e dalla sua

famiglia.

La supervisione sulle attività quotidiane del palazzo spettava agli eunuchi. I membri di più alto

rango del personale domestico erano i ciambellani, eunuchi addetti all’appartamento imperiali.

Asessuati e senza discendenza, gli eunuchi erano gli esclusi per antonomasia, eppure la loro

collaborazione era indispensabile per chiunque volesse conferire con l’imperatore. [Il diritto

romano proibiva la castrazione dei cittadini, infatti la maggior parte degli eunuchi provenivano da

regioni poste al di là delle frontiere nordorientali dell’impero]. Il potere degli eunuchi crebbe a tal

punto che nel X secolo il loro capo presiedeva all’organizzazione delle cerimonie imperiali. Gli

eunuchi erano presenti anche nell’educazione dei figli dell’imperatore. 51

Sotto la dinastia dei Comneni si affermò il vincolo di parentela nell’organizzazione della vita

pubblica e ciò comportò la riduzione del potere degli eunuchi, ma prima di allora si potevano

trovare eunuchi anche al comando di eserciti imperiali.

La corte era un vero e proprio crogiuolo di etnie. Nei primi secoli dell’Impero era possibile trovare

nel Palazzo guardie del corpo Goti, eunuchi di Persia, burocrati d’Italia e dell’Africa Settentrionale.

Ugualmente nel XII secolo comandanti turchi e normanni vigilavano alla sicurezza imperiale;

inoltre imperatrici venute dalla Francia o dall’Ungheria con il loro seguito di dame dominavano la

vita sociale della corte.

Fino al VI secolo la corte di Costantinopoli rappresentava un’importante sacca latinofona

nell’Oriente greco (il bilinguismo si notava soprattutto nella burocrazia, Giustiniano aveva redatto

la sua raccolta di leggi in latino). A partire da Eraclio si ha la perdita del bilinguismo, il latino venne

abbandonato come lingua ufficiale dell’amministrazione.

Nel XII secolo l’entusiasmo di Manuele I Comneno per i costumi dell’Occidente feudale favorì la

diffusione di uno stile di vita occidentale nei ceti alti di Bisanzio (giostre e tornei andarono a

sostituire le antiche corse con i carri).

L’esercizio del potere

Nel corso del millennio bizantino il reclutamento degli imperatori e i modi di trasmissione del

potere cambiarono. Si ebbe un declino dell’elezione da parte del Senato e dell’esercito ed alcune

usurpazioni interruppero il regno di imperatori incapaci. Nelle ultime sette dinastie bizantine

crebbe l’importanza della successione ereditaria.

Fino all’inizio del VII secolo fu l’esercito a fornire la più elevata percentuale di imperatori, seguiva

la famiglia imperiale (dalla burocrazia proveniva solo Anastasio I).

Da Eraclio (610) alla conquista veneziana di Costantinopoli nel 1204 furono la burocrazia e

l’ambiente di palazzo a prevalere sull’esercito; dopo la riconquista bizantina infine si affermo la

dinastia paleologa.

Fino a Tibero II – con la sola eccezione di Zenone – tutti i sovrani provenivano dalle province

europee dell’Impero. Dopo Foca – e fino agli ultimi secoli – la maggior parte degli imperatori nati

al di fuori della capitale, proveniva dall’Asia Minore (riflettendo così l’accresciuta importanza

politica e sociale dell’Anatolia).

Fu l’aristocrazia a fornire il maggior numero di imperatori.

L’elaborazione giuridica bizantina giunse ad espandere le prerogative imperiali riconosciute dal

diritto romano: l’imperatore bizantino era la fonte del diritto e non ne era vincolato.

Diversamente da qualsiasi altro sovrano europeo anteriore al XIII secolo, gli imperatori bizantini

erano a capo di un esercito professionale e di una burocrazia altamente organizzata.

Questo sistema di governo era strutturato in modo tale che i compiti di carattere gestionale

fossero suddivisi tra un vasto numero di burocrazie indipendenti e tali autonome linee di potere

convergevano tutte nelle mani dell’imperatore (potere centralizzato), come l’economia monetaria.

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