Il gioco come tecnica pedagogica di animazione
L’idea dell’autrice nel scrivere il libro nasce dall’analisi dei giochi che la società propone ai bambini e ai ragazzi, giochi per lo più violenti, razzisti, sadici come lo sono i video giochi ma anche quelli proposti ai ragazzi più grandi o agli adulti come il video-poker che creano dipendenza. Di fronte a una società che distorce l’uso del gioco, l'autrice evidenzia il suo grande valore formativo, rendendosi conto che accanto a una ludicità che diventa fonte di alienazione c’è anche una ludicità formativa che è fonte di sviluppo, crescita, autonomia e creatività per il bambino e che è quindi quella che il mondo adulto (educatori, insegnanti, genitori e tutti coloro che sono a contatto con bambini e ragazzi), deve portare avanti e promuovere.
Questo sarà possibile solo se il mondo adulto e in particolare gli educatori, animatori, insegnanti saranno disposti a credere al gioco come vera forza educante e che saranno anche in grado di utilizzare nel modo più adeguato questo gioco e lo potranno fare solo se conosceranno le modalità più appropriate. L’intento del libro quindi è proprio quello di fornire a educatori, animatori, insegnanti gli strumenti che gli serviranno per fare del gioco un’efficace tecnica pedagogica di animazione.
L'animazione come strategia educativa
L’animazione non riguarda soltanto l’ambito scolastico ma anche aree come cultura, divertimento, turismo, disabilità, imprenditorialità, ecc. e non soltanto i bambini, ma anche ragazzi, giovani, adulti e anziani. Il termine “animazione” è composto da due parole chiave in educazione: “anima, animare” nel senso di infondere l’anima, dare vita, vivacità, energia e “azione” cioè capacità di modificare il reale e produrre determinati effetti. Perciò l’animazione è una pratica il cui fine è la trasformazione del soggetto nella sua globalità.
Tuttavia, spesso l’uomo tende a rifiutare e a resistere al cambiamento perché esso porta con sé ansia in quanto la situazione attuale in cui l’uomo si può trovare è da lui conosciuta, mentre il futuro è incerto e sconosciuto. Inoltre, ogni trasformazione è vissuta come una minaccia all’identità, costruita con fatica e sofferenza, e ciascuno tenta di evitare fatiche e sofferenze, anche se talvolta utili e necessarie. Quindi il cambiamento risulta essere per l’uomo insieme voluto e rifiutato, allettante e nel contempo minaccioso. Pertanto l’animazione da un lato aiuta l’individuo a prendere coscienza e a ridurre le difese e dall’altro stimola il desiderio e la volontà di cambiare.
L'animazione come mediazione
Come abbiamo detto, l’animazione è educazione, e poiché questa è sempre una mediazione tra l’educando e l’elemento di educazione, anche l’animazione risulta essere “mediazione”. Di conseguenza l’educatore (o l’animatore) diventa il medium, cioè lo strumento che si pone fra l’educando e un fatto di vita, facilitando nell’educando la lettura, la riflessione e la comprensione di quest’ultimo. Nello stesso tempo tale mediazione sollecita anche l’educatore/animatore in una riflessione continua sul proprio modo di agire, su quello che vuole fare e sul modo in cui vuole farlo.
In generale, quindi, l’animazione risulta essere un’occasione importantissima per mediare conflitti, facilitare i processi relazionali, risolvere situazioni difficili, aiutare a leggere e a interpretare i comportamenti e gli stati d’animo. Tutto ciò è richiesto ancora di più nel caso in cui l’animazione avviene con persone straniere in quanto in questo caso si tratta di mediazione nel senso di un’opera di traduzione, trasposizione e interpretazione degli elementi della propria cultura che risultano per lo straniero estranei e incomprensibili.
Il mediatore (in questo caso l’educatore o animatore) dovrà trasmettere alcuni valori (meta valori), alcuni dei quali sono:
- L’educazione rende l’uomo un essere libero
- L’educazione crede incondizionatamente nelle possibilità di ognuno e nel fatto che può cambiare, riscattarsi dal passato, maturare
- Crede nel fatto che ogni essere umano ha diritto di generare, comporre, creare nuove idee, fare nuove scoperte
- Deve tendere a insegnare ad apprendere cioè alla metacognizione (le ricerche infatti dimostrano che le conoscenze sull’apprendimento migliorano di gran lunga la nostra qualità dell’apprendimento e la modalità di imparare)
- Crede nella valorizzazione del singolo ma anche nell’importanza del gruppo
L'animazione è ascolto e comunicazione
L’animazione oltre che mediazione è anche ascolto e comunicazione, pertanto l’animatore deve essere in grado di ascoltare e di comunicare nel modo più appropriato. Per quanto riguarda l’ascolto, l’animatore deve essere in grado non solo di sentire ma anche di ascoltare, in quanto sentire ed ascoltare sono due cose ben diverse. Ascoltare infatti è un’abilità che deve essere appresa, richiede energia, impegno, allenamento e che ha il vantaggio di permettere di comprendere meglio se stessi e gli altri.
L’ascolto può avvenire a tre livelli:
- Ascolto “empatico”: che significa mettersi nei panni degli altri, tenere in considerazione i sentimenti, sospendere i propri sentimenti per concentrarsi sull’ascolto e sul messaggio di colui che parla.
- “Delle parole”: si sente ciò che l’altro dice, si crede di aver capito ma in realtà ci si è fermati al semplice contenuto senza considerare tutto quello che c’è dietro, perché ci si è fermati in superficie.
- “Di se stessi”: in questo caso si presta attenzione principalmente a se stessi, si segue il discorso dell’altro a tratti, fantasticando, lo si interrompe criticandolo o giudicandolo ancora prima che completi il suo messaggio, si finge di ascoltarlo, ecc.
La nostra capacità di ascolto è stata da noi acquisita principalmente attraverso l’educazione, è appresa attraverso i modelli genitoriali (perciò bambini che hanno avuto un genitore che era poco attento alle necessità dell’altro, incapace di comunicare, che tendeva più a parlare che ad ascoltare sarà sicuramente un adulto con scarse abilità di comunicazione) ma ha influito su questa anche la cultura. Collegato al discorso dell’ascolto è quello del silenzio, che è molto importante e che deve essere un silenzio di approvazione, di incoraggiamento, di rimprovero costruttivo, di stima, di fiducia.
Riguardo invece alla comunicazione essa avviene su tre livelli:
- Linguistico: che riguarda le parole, il discorso, proprio ciò che si dice.
- Paralinguistico: cioè la qualità della voce (timbro, volume, ritmo, cadenza, velocità, ecc.).
- Metalinguistico: è l’aspetto non verbale quindi l’atteggiamento del corpo, la postura, i movimenti, le espressioni del viso, ecc.
Saper comunicare significa saper stabilire una certa congruenza fra i tre livelli. L’educatore/animatore quindi deve tenere bene a mente che quando comunica non lo fa solo con le parole ma anche con il tono della voce e con la postura o il movimento del corpo. E questo non solo nel momento in cui è lui che parla ma anche quando lo fanno gli altri, perché solo così può andare oltre il significato superficiale delle parole.
Molto importante per l’educatore/animatore è rendersi poi conto che quando si comunica non tutti danno lo stesso significato alle parole, cioè che ognuno interpreta la realtà e le cose in modo soggettivo perché ognuno ha una predisposizione a percepire le cose privilegiando uno o più canali sensoriali e che è assolutamente individuale (essa dipende principalmente dall’educazione ricevuta, dagli strumenti avuti a disposizione nella prima infanzia, dalla propria storia personale, ecc.). E questo va tenuto in considerazione proprio nel momento in cui si comunica, perché conoscere lo stile rappresentativo di una persona può rivelarci qualcosa sul suo stile di pensiero e può quindi rendere più efficace la nostra comunicazione perché si realizza una sintonizzazione più rapida con l’interlocutore.
Come si fa a conoscerlo? Basta fare attenzione alla struttura del suo linguaggio, cioè alle parole, agli aggettivi e ai verbi che usa e che saranno riferiti al canale sensoriale da lui privilegiato (quindi chi è visivo userà spesso: illuminarsi, immenso, scrutare, ecc. tutte cose che si riferiscono alla vista, l’auditivo invece tutto ciò che si collega con l’udito e così via). Dopo che l’animatore ha conosciuto il tipo di rappresentazione per potersi mettere in connessione con l’altro deve cercare di utilizzare il suo stesso sistema rappresentativo cioè usare il suo stesso modo di parlare, i suoi stessi termini, aggettivi e verbi. Tale sistema viene detto “rispecchiamento” e può essere appunto verbale come detto ma anche para verbale e non verbale. In questo modo l’altro percepirà che l’educatore/animatore ha capito i suoi sentimenti, quello che sta provando e non si sentirà giudicato ma al contrario capito e la comunicazione risulterà più facile.
Le competenze e i compiti dell'animatore
Come già detto l’animatore deve possedere alcune competenze che sono:
- La comprensione empatica dell’altro: il che vuol dire svolgere un lavoro su se stessi per riuscire a immedesimarsi nell’altro, mettersi nei suoi panni, capire che so prova o cosa ha provato, i suoi vissuti, ecc.
- La flessibilità nello stabilire regole, obiettivi, modalità di gioco, ecc. Quindi i partecipanti devono sì capire l’autorità dell’animatore ma devono vedere anche in lui una persona flessibile.
- Saper dare incoraggiamento agli altri, sostegno, simpatia, gratificazione, ecc. in modo che l’altro si senta così accettato e ben accolto.
- Essere sinceri, mostrarsi per quello che si è, mettersi in gioco, saper giocare con se stessi, farsi coinvolgere. Perché l’animatore riesca a fare questo deve fare un lavoro su se stesso, allenarsi cioè ad esprimere anche i propri sentimenti negativi, i propri disagi, le proprie sensazioni. (In questo modo poi anche i partecipanti si sentiranno più pronti ad esprimersi perché saranno colpiti dalla sincerità dell’animatore)
La soluzione di un conflitto Fra i compiti dell’animatore c’è anche quello come abbiamo già detto di saper fare da mediatore, aiutare cioè due o più individui ad esprimere quello che provano o pensano in modo da risolvere pacificamente qualsiasi incomprensione e farne un'occasione di crescita e maturazione.
Per fare ciò risulta molto utile conoscere “l’arte della buona distanza”, ovvero la capacità di distaccarsi dalla situazione e porsi in modo da vedere la cosa da altri punti di vista, perché nel momento in cui noi guardiamo la cosa tutto dipende dal punto di vista da cui guardo la cosa stessa. Di solito con i ragazzi non è necessario fare da mediatori in un loro conflitto perché il più delle volte risolvono la cosa da soli, ma può essere utile l’intervento dell’animatore quando la discussione arriva a un punto morto o quando sono i contendenti stessi a richiedere il suo aiuto.
In ogni caso la mediazione di un conflitto comporta tre fasi:
- Fase preliminare: è la fase in cui uno dei due contendenti richiede l’intervento dell’animatore.
-
Riassunto esame Ludoteconomia, prof. De Angelis, libro consigliato Homo Ludens, Huizinga
-
Riassunto esame Ludoteconomia, prof. De Angelis, libro consigliato Ludoteca e creatività, De Angelis
-
Riassunto esame Ludoteconomia, prof. De Angelis, libro consigliato Il museo del giocattolo di Sezze, De Angelis
-
Riassunto esame Strategie educativo-didattiche, prof. De Angelis, libro consigliato Progettualità educativa e quali…