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Homo Ludens

Johan Huizinga : grande storico olandese, nacque a Groninga nel 1872 da un’agiata

famiglia. Compì i suoi studi nella città natale e qui fu anche insegnante presso la cattedra

di storia universale. Dai suoi primi interessi verso le civiltà orientali passò poi allo studio

soprattutto dell’Occidente medievale e scrisse anche un’opera molto importante

“L’Autunno del Medio Evo” dove descrive la società borgognana tra il XIV e il XV secolo, e

da cui già si può notare la sua concezione della civiltà come gioco che si innalza al di

sopra della vita ordinaria in un mondo fittizio dalle regole e dai limiti inviolabili, che però

trova la sua espressione completa in “Homo Ludens” (apparso per la prima volta nel 1939

ma pubblicato in Italia nel 1946). Altra opera importante fu la “Crisi della civiltà” in cui

esprime la sua grande preoccupazione per il nazismo, in quanto pericolo per l’Europa e la

civiltà, che rappresentò un grido d’allarme per ricordare il valore irrinunciabile della libertà

e della dignità umana. All’invasione tedesca della sua terra egli fu imprigionato dai nazisti

e morì a Arnhem, dove fu portato come ostaggio, nel 1945.

Definizione e caratteristiche del gioco :

in questo primo capitolo Huizinga cerca di spiegare cos’è il gioco e quindi cosa è gioco e

cosa non lo è. Egli vede nel gioco una creazione di un mondo immaginario accanto a

quello reale, che riguarda sia l’uomo che gli animali.

L’idea che il gioco sia un prodotto della cultura è largamente diffuso, Huizinga però

sovverte questa idea dicendoci invece che la cultura è un prodotto del gioco.

Per l’autore il gioco è preculturale, ovvero è più antico della cultura,nasce prima della

cultura perché il concetto di cultura presuppone convivenza umana e gli animali non

hanno aspettato che l’uomo insegnasse loro a giocare. Gli animali giocano proprio come

gli uomini. Pertanto è il gioco che crea la cultura. La cultura sorge in forma ludica

(giocando un popolo sviluppa la sua cultura).

Ma l’unico gioco che per H. è fertile per la cultura è il “gioco sociale” (il gioco solitario

non è fertile per la cultura che in misura ristretta), in cui vi è l’azione ordinata di un gruppo

o di due gruppi in opposizione (la gara, la competizione).

Come poter ricondurre le tante forme culturali che oggi vediamo a una sola radice quale il

gioco?Si può ricondurre perché giocando avviene un’assimilazione e un accomodamento

del mondo (dagli studi di Piaget), delle cose del mondo e perciò attraverso il gioco l’uomo

interpreta il mondo (con i giochi la collettività esprime la sua interpretazione della vita e del

mondo). Tutte le grandi attività dell’uomo nel passato ci dicono questo: ad esempio

prendiamo il linguaggio, l’uomo crea il linguaggio con il quale nomina, classifica, definisce,

stabilisce tutte cose che già esistono. Egli perciò ricrea attraverso il linguaggio un secondo

mondo immaginato (quindi gioca) accanto a quello già esistente della natura. Allo stesso

modo il mito, l’uomo primitivo attraverso il mito cerca di interpretare, di spiegare le cose

*

terrene fondando tutto su una base divina. Allo stesso modo il culto . Pertanto il gioco è

una un tipo speciale di conoscenza (una funzione perenne della mente per fronteggiare le

novità esercitando la nostra capacità di ideazione), che perdura anche nell’adulto in forme

diverse. Ed è dalla capacità di ideazione del singolo che, su larga scala, sorge la cultura.

( L’idea che il gioco sia una conseguenza della cultura è l’idea più diffusa, è la nozione comune. Lo sforzo di

Huizinga è diretto proprio a sovvertire questa idea. Ci si potrebbe chiedere perchè è così importante

stabilire una gerarchia di “nascita” fra gioco e cultura. Benché la risposta appaia chiaramente nel

proseguimento della riflessione, è bene rilevare il concetto in sintesi: l’origine viene prima della

conseguenza (le radici prima della chioma) ed in generale l’origine vivifica la propria conseguenza.

Sbagliando si finirebbe a innaffiare la chioma e lasciare aride le radici. E sbagliare, nel campo del

rapporto gioco-cultura, significa fare proprio quello che la nostra società sta facendo: restringe gli spazi

dedicati al vero gioco anche se mantiene in alta considerazione la cultura (beh, data certa politica, non

sempre). l’errore è deleterio e dannoso: non diamo acqua alle radici della società, non diamo energia

(fondi, laboratori, progetti, studiosi e competenze..) alla dimensione del gioco, quindi anche la vera cultura

finisce per avvizzire. Perciò lo sforzo teorico di Huizinga è più che giustificato: è un medico che cerca di

curare una grave malattia della nostra società e, se continueremo a non ascoltare questa voce, presto

vedremo le nefaste conseguenze di una società che ha finito per far seccare la propria radice.)

Per poter supportare questa sua idea egli ci indica quali sono le caratteristiche del gioco:

- può essere serio (il bambino quando gioca è molto serio in quello che fa) e non

serio : perciò egli elimina la comune e falsa opinione secondo cui il concetto di

gioco si oppone a quello di serietà

- si fissa subito come forma di cultura , perché una volta fatto viene ricordato e può

essere tramandato

- è un atto libero : il gioco comandato non è più gioco. E’ un atto che viene fatto

liberamente per il solo piacere che provoca nell’individuo (quindi non deriva da una

necessità fisica)

- non è vita ordinaria o vera, ma è la creazione di un mondo immaginario (di cui il

creatore ad esempio il bambino che gioca è perfettamente consapevole)

- si svolge entro certi limiti di tempo e di spazio (che sono delimitati in anticipo da chi

gioca)

- ha delle regole sue proprie (che sono create dai giocatori stessi e che vanno

rispettate altrimenti il mondo del gioco crolla, non esiste più gioco)

Egli poi riprende il discorso del gioco quale elemento di interpretazione del mondo e

conseguentemente creatore di cultura. In particolare ci fa capire come una tra le

*

espressioni antiche dell’uomo quale il Culto , il rito (le sacre rappresentazioni del culto) è

esso stesso un gioco usato dagli uomini per interpretare il mondo e i suoi fenomeni

(spiegazione dei fenomeni del mondo attraverso l’esistenza di divinità che vanno onorate).

Pertanto il rito sacro presenta le stesse caratteristiche del gioco: serve per rappresentare,

per riprodurre qualcosa che già esiste (esempio: si possono mostrare il variare delle

stagioni raffigurando levate e tramonti di stelle, crescita e maturazione dei prodotti

campestri, nascita,vita e morte tanto dell’uomo quanto dell’animale), ad esempio gli uomini

primitivi dopo essere diventati coscienti dei fenomeni della vita vegetale e animale hanno

rappresentato tali fenomeni contribuendo così a mantenere l’ordine del mondo ; avviene in

un luogo limitato come nel gioco, che in questo caso è la festa o il luogo consacrato;

avviene in un luogo e in un tempo prestabiliti, in cui si arresta la vita ordinaria (quindi un

luogo parallelo a quello reale come avviene nel gioco); i partecipanti al rito come nel gioco

sono consapevoli di agire “come se, fare solo un po’ così, per gioco”, come i bambini

quando giocano, infatti anche nei riti antichi in cui i partecipanti pare non abbiano paura ed

esempio degli spiriti invocati che si aggirano per la festa è perché essi stessi sono coloro

che hanno la regia di tutta la cerimonia: hanno fatto loro stessi le maschere che indossano

e che nascondono poi alle donne dopo averle usate, sono loro che producono il fruscio

annunziante l’apparizione dello spirito, sono loro che suonano riproducendo le voci dei

propri antenati (la loro posizione somiglia tale e quale a quella dei genitori che fanno la

Befana), neanche le donne poi credono ciecamente, sanno perfettamente chi c’è dietro la

maschera che le insegue però scappano lo stesso strillando e in confusione. E gli uomini e

le donne fanno questo in parte in modo assolutamente spontaneo e in parte per rispettare

la tradizione; una volta finito prosegue perché si irradia sul mondo ordinario originando

sicurezza, ordine, benessere per il gruppo che lo celebra.

Lo stesso vale per le religione successive a quelle primitive. Nel considerare il rito per

molti suoi aspetti nella categoria del gioco non si deve però perdere nulla della sua

sacralità.

Il culto però si è innestato nel gioco (ovvero nel gioco si è andato a mano a mano

inserendosi il senso di un atto sacro), ma il fatto primario è stato il gioco. Quindi l’uomo

inizialmente, come tutti gli altri animali, ha giocato, perché questo era nella sua natura, poi

pian piano ha inserito in questo gioco il concetto di sacralità, ed è nato così il culto.

Da questa forma di gioco-culto è sorto poi l’ordine della società stessa.

Nel secondo capitolo Huizinga cerca di dare una definizione precisa di cos’è il gioco:

“Gioco è un’azione, o un’occupazione volontaria, compiuta entro certi limiti di

tempo e di spazio, secondo una regola volontariamente assunta, e che tuttavia

impegna in maniera assoluta, che ha un fine in se stessa; accompagnata da un

senso di tensione e di gioia, e dalla coscienza di essere diversi dalla vita ordinaria ”

E con questa definizione ci si riferisce al gioco dei bambini, come a quello degli adulti e

degli animali (giochi d’abilità, di forza, d’intelligenza, d’azzardo, rappresentazioni ed

esecuzioni).

Tuttavia ci fa notare come la lingua non ha affatto distinto dappertutto e sin dall’inizio il

concetto generale di gioco in un’unica parola.

Tutti i popoli infatti giocano (e in modo curiosamente simile) però non tutti racchiudono

l’idea del gioco in un’unica parola. Secondo H. i popoli che hanno distribuito l’espressione

di tale attività in più parole diverse sono quelli che da sempre hanno avuto varie forme di

gioco: ad esempio il greco, il cinese, l’indiano e l’inglese.

Le uniche che hanno avuto invece un’unica parola per indicare il fenomeno generale del

gioco sono state : il giapponese, almeno una delle lingue semitiche, le lingue germaniche

e il latino (in particolare il latino con ludus,ludere per indicare giocare con accanto

iocus,iocari con il significato però di scherzo, burla. Ma è quest’ultimo termine che si è poi

imposto per designare il concetto di gioco, di giocare sopprimendo completamente ludus).

In particolare è con le lingue europee moderne che la parola gioco ha esteso il suo

significato, andando a comprendere anche nozioni di movimento e azione che non hanno

nulla a che vedere col gioco in senso più stretto.

A partire dal terzo capitolo Huizinga inizia ad analizzare vari elementi culturali che a partire

dalle società primitive hanno generato cultura e che rientrano nella sfera del gioco.

Il primo elemento che va ad analizzare è la Gara.

Per H. la gara presenta tutte le caratteristiche del gioco:

- ha le sue regole e un luogo ben delimitato in cui si svolge

- provoca tensione e incertezza (ci si domanda:; chi vincerà? Quindi c’è tensione e

incertezza sull’esito)

- è essenzialmente inutile, cioè ha un fine in se stessa. L’esito infatti è importante

solo per i partecipanti e per gli spettatori

- la vittoria crea soddisfazione e piacere (come la riuscita di un gioco)

- fa ottenere qualcosa: questo qualcosa può essere simbolico, spirituale o materiale

- la vittoria rappresenta per i vincitori la vittoria delle forze benigne su quelle maligne

(c’è quindi sempre l’elemento sacro)

In sintesi quindi per H. la gara è un gioco, in particolare è un gioco di competizione per

soddisfare un bisogno naturale dell’uomo che è quello di superiorità ed onore (uno degli

stimoli più forti alla perfezione di sé e del proprio gruppo), di sentirsi e di dimostrare di

essere i primi in qualcosa, di superare gli altri, di eccellere a livello fisico, sociale, morale o

intellettuale. Nelle società primitive questo essere superiori era la virtù e possederla

rendeva l’uomo degno d’onore. Ma a mano a mano che la società avanza e si sviluppa,

l’uomo non dimostra la sua virtù più solo con prove di forza e di coraggio o d’intelligenza

ma anche con lo sfoggio della ricchezza e della nobiltà. Il bisogno che vuole soddisfare

però resta sempre quello. Esiste poi un altro tipo di gare che venivano svolte dagli uomini

nel passato ed erano le gare di insulti.

Prendendo poi in considerazione l’aspetto culturale della gara, si può notare da vari studi

come la vita sociale delle civiltà nel passato era basata su una struttura antagonistica della

società stessa (dappertutto infatti troviamo come le tribù erano infatti suddivise in due

metà in continua lotta e rivalità) quindi su continue gare e competizioni al suo interno e

come sulla base di questa dualità e contrasto si andava a ordinare su tutto il suo sistema

di idee e di valori.


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maxedeb

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher maxedeb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Ludoteconomia e programmazione delle attività e tecniche educative e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof De Angelis Umberto.

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