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Riassunto esame Linguistica, prof. Catricalà, libro consigliato Nuovi fondamenti di linguistica, Simone Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di linguistica e comunicazione e della prof.ssa Catricalà, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Nuovi fondamenti di linguistica, Simone. Saranno trattati i seguenti argomenti: le lingue e la linguistica, i suoni delle lingue, la morfologia, la sintassi, i tipi di enunciato, la grammatica, la struttura tematica e la struttura dell'informazione,... Vedi di più

Esame di Linguistica e comunicazione docente Prof. M. Catricalà

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La tipologia sottintende che c’è diversità tra le lingue, ma vi è un numero relativamente ristretto di

meccanismi (strategie), tra i quali le lingue devono scegliere.

I suoni delle lingue

4.1 La voce e il suono

•• Le lingue verbali hanno un’espressione fonico-acustica in quanto vengono prodotte da un apparato

minatorio e ricevute da un apparato uditivo; ciò non è ovvio, ma è il risultato di una complessa storia evolutiva

e lo si intuisce dal fatto che non abbiamo un organo riservato alla sola produzione di suoni (inizialmente

l’apparato fonatorio serviva soltanto alla respirazione e alla masticazione e ingestione di cibo, alla distinzione

dei sapori e alla percezione degli odori).

La fonazione, cioè la capacità di produrre suoni linguistici, è stata acquisita solo successivamente e

gradualmente; non avendo alcun organo specifico per la fonazione, l’uomo deve averla scelta tra le possibili

modalità espressive per ragioni precise.

I vantaggi della voce e della comunicazione verbale:

- la fonazione può funzionare in simultanea con altri comportamenti (permette, per così dire, il multitasking:

possiamo parlare mentre lavoriamo con le mani, mentre non potremmo comunicare con le sole mani e poi

usare queste in altri scopi;

- la voce è facilmente trasmissibile (per esempio, possiamo essere ascoltati al buio) e, modulandone

l’intensità, possiamo farci sentire a distanze crescenti;

- il messaggio fonico può essere ascoltato da più riceventi contemporaneamente;

- possiamo modulare la voce per produrre suoni diversi, differenziando così i messaggi;

- la fonazione è rapida, perché permette di produrre tra i quindici e i venticinque segmenti fonici al secondo,

dunque è prodotta in modo continuo passando rapidamente da un suono all’altro;

- la fonazione è “portatile”, ovvero è “incorporata”: per funzionare non ha bisogno di nient’altro che il corpo.

4.2 Struttura ed evoluzione dell’apparato fonatorio

•• Il sistema fonico può essere diviso in tre parti: la prima è formata dai polmoni e dalla trachea; la seconda

dalla laringe; la terza dalle vie aeree superiori. L’apparato fonatorio è stato soggetto a modificazioni nel corso

dell’evoluzione umana e la fonazione è stata possibile circa 250 mila anni fa, momento in cui è aumentato il

volume della scatola cranica, si sono modificati alcuni meccanismi respiratori, la lingua ha cambiato forma

trovando più spazio per muoversi - favorendo la respirazione sia attraverso il naso sia attraverso la bocca - e

la laringe è discesa verso il basso (anche il neonato umano ha una laringe alta che scende durante i primi

mesi di vita; per le scimmie e, tempo fa, per l’uomo, la laringe aveva la funzione di protezione nei confronti

dei polmoni, per non far entrare acqua o altre sostanze all’interno, funzione che adesso nell’uomo è andata

perduta, dunque l’uomo ha favorito la fonazione a discapito della respirazione). Anche la selezione dei suoni

da usare per fini linguistici non è stata casuale: si sono preferiti quelli di maggiore efficienza acustica

(relativamente semplici da produrre e distinguibili facilmente), come le vocali (i, u, a) e le consonanti (k e g). I

suoni non-nasali sono fondamentali perché più stabili (ovvero meno fraintendibili dall’ascoltatore) di quelli

nasali.

4.3 Schema dell’apparato fonatorio

•• L’apparato fonatorio umano può essere schematizzato da una pompa (i polmoni, che si espande nella

respirazione incamerando aria per poi espellerla contraendosi), da un tubo incurvato (la trachea, il condotto

attraverso cui l’aria entra ed esce e la quale parte terminale è formata da una serie di “passaggi-ostacoli” che

influenzano il flusso dell’aria), e, in cima al tubo, una valvola (la laringe, costituita dalle corde vocali, ovvero

tessuto muscolare che può aprirsi e chiudersi). Nell’emissione dell’aria, le corde vocali possono essere

aperte (respirazione silenziosa) o chiuse, impedendo in questo caso la fuoriuscita dell’aria, la quale preme

sulle corde vocali facendole aprire e chiudere ripetutamente per un tempo brevissimo per ogni apertura-

chiusura (tra i 10 e 2,5 millisecondi): ciò produce vibrazioni udibili e in questo modo la laringe converte l’aria

della respirazione in suono, suono che viene poi modificato dai componenti del tratto vocale sopralaringeo,

dando origine ai suoni linguistici. Le modificazioni del suono sono date con l’apertura e con la chiusura del

tratto vocale in punti specifici del percorso. Questa apertura-chiusura è possibile grazie ad alcuni diaframmi

(valvole) in diversi punti del tubo; il diaframma più importante è quello delle corde vocali (all’interno c’è la

glottide). Se le corde vocali sono chiuse si genera vibrazione e il suono è sonoro; se le corde vocali sono

aperte non si genera vibrazione e il suono è sordo. Le vocali sono tutte sonore e sono prodotte dall’aria che

fa vibrare le corde vocali e poi non incontra più alcun altro diaframma completamente chiuso; le consonanti,

invece, possono essere o sorde o sonore e sono prodotte dall’aria che che incontra diaframmi

completamente o quasi completamente chiusi. Esistono anche suoni intermedi tra vocali e consonanti: le

approssimanti.

4.4 Fonetica

•• I suoni linguistici, ovvero i foni (non starnuti, colpi di tosse, singhiozzi, sbuffi, gridi…) sono oggetto di studio

della fonetica, che li considera nella loro dimensione fisica, cioè senza considerarne la funzione.

La fonetica esamina il modo in cui i suoni sono prodotti (fonetica articolatoria), il modo in cui i suoni si

propagano nell’aria (fonetica acustica) e il modo in cui vengono percepiti dall’apparato uditivo (fonetica

uditiva). Noi esaminiamo soprattutto la fonetica articolatoria (poco quella acustica, affatto quella uditiva).

4.5 Vocali

4.5.1 Trapezio vocalico e tipi

•• A determinare la differenza tra le vocali (che non incontrano alcuna chiusura lungo il tubo fonatorio) sono le

variazioni di posizione e di volume della lingua nella bocca, soprattutto rispetto al palato. Se osserviamo i

movimenti del dorso della lingua ai raggi X, ci accorgiamo che questo si muova entro il perimetro di una sorta

di trapezio: è il trapezio vocalico, che schematizza l’area entro la quale il movimento della lingua crea una o

un’altra vocale (se la lingua esce dal trapezio, si ottengono suoni non vocalici). Per convenzione si

individuano sul trapezio vocalico 12 posizioni. La “u” ha il massimo di posteriorità e di chiusura, la “i” il

massimo di anteriorità e di chiusura, la “a” con il massimo di apertura e di centralità: sono le vocali cardinali

(formano una sorta di triangolo) dalle quali derivano tutte le altre (più chiuse, più aperte o intermedie).

Essendo “agli antipodi” circa la distanza l’una dall’altra, le vocali cardinali difficilmente possono venire

fraintese con altre e sono le più facili da pronunciare: sono infatti le più stabili e compaiono in tutte le lingue

(esistono poi lingue, come l’italiano, l’inglese…, in cui compaiono altre vocali oltre a quelle cardinali).

Le vocali portano l’accento, quindi operano come nucleo sillabico. Anche le consonanti “l”, “r” e “n” possono

portare l’accento (sono dette sonanti).

4.5.2 Criteri di classificazione

•• Le vocali possono essere classificate in base ai seguenti criteri:

- Apertura - chiusura: l’altezza della parte più alta della lingua rispetto al palato che influisce sul passaggio

dell’aria. Le vocali si distinguono in “aperte” (o basse, quando la lingua è alla massima distanza dal

palato), “chiuse” (o alte, quando la lingua è il più possibile vicina al palato) e “semichiuse” / “semiaperte”,

(quando la lingua è in posizione intermedia);

- Anteriorità - posteriorità: punto del palato verso cui la lingua è più vicina, ovvero il punto in cui il passaggio

dell’aria è più difficile. Le vocali allora si distinguono in “anteriori” (vertice della lingua verso la parte

anteriore del palato), “posteriori” (vertice della lingua verso la parte posteriore del palato) e “medie” (o

centrali, con la lingua pressoché distesa);

- Arrotondamento - non arrotondamento: riguarda la posizione delle labbra. Le vocali arrotondate si

pronunciano con le labbra che si protendono in avanti e sono leggermente arrotondate. Le vocali non

arrotondate si pronunciano con le labbra distese.

Alcuni suoni sono prodotti dal passaggio dell’aria attraverso il naso e sono per questo detti suoni nasali

(alcune lingue hanno anche vocali nasali, come il francese, il cinese, il portoghese…). I suoni non-nasali

vengono chiamati suoni orali. Nell’Alfabeto Fonico Internazionale la nasalizzazione è indicata con la tilde,

segno sopra al simbolo: a -> [ã].

4.6 Consonanti

4.6.1 Modi e punti di articolazione

•• La chiusura o la stretta del tratto possono essere attuate in diversi modi e in differenti punti del tratto per

creare le consonanti, che sono appunto classificate secondo il modo di articolazione (tipo di chiusura), il

punto di articolazione (luogo del tratto fonatorio in cui è operata la chiusura) e il comportamento delle corde

vocali durante la loro produzione.

•• Modo di articolazione (tipo di chiusura):

- chiusura totale: occlusive ([p], [t], [k]…);

- chiusura parziale, suono frusciante: fricative (o spiranti; [f], [v], [x]…);

- chiusura mediante vibrazione di un articolatore mobile (lingua o uvula): vibranti ([r], [R]…);

- chiusura parziale mediante pressione della lingua contro gli alveoli o il palato così da lasciar passare l’aria

ai lati: laterali ([l]; vibranti e laterali sono chiamate “liquide”);

- primo momento occlusivo, secondo momento spirante: affricate ([ts] di zeppo, [tf] di cena, [dz] di zelo…);

- abbassamento del valo e conseguente passaggio dell’aria nella cavità nasale: nasali ([m], [n]…).

•• Punto di articolazione (luogo in cui è operata la chiusura):

- chiusura momentanea delle labbra: labiali ([p], [b], [m]…);

- chiusura dei denti superiori con il labbro inferiore: labiodentali ([f], [v]…);

- chiusura della punta della lingua sul retro dei denti superiori: dentali ([t], [d]…);

- articolazioni prodotte dalla lingua classificate in base al punto della lingua che opera la chiusura e dal

punto del palato su cui va a poggiare la lingua;

- uvulari, articolate dall’uvula;

- chiusura determinata dalla glottide: glottidali (tipico il “colpo di glottide”, usato in lingue come l’arabo).

Le consonanti vengono descritte con tre caratterizzazioni: per esempio, [p] è una occlusiva bilabiale sorda. A

volte, vengono descritte con quattro caratterizzazioni (l’ultima è circa la nasalità): per esempio, [b] è una

occlusiva bilabiale sonora orale.

4.6.2 Lunghezza

•• Sia le vocali sia le consonanti possono essere brevi o lunghe. La lunghezza dipende dal contesto in cui un

suono appare; per esempio, la [a] di “fato” è più lunga di quella di “fatto”. In più, la lunghezza a volte ha

anche funzione linguistica: in italiano, per esempio, c’è differenza tra [‘fato] (“fato”) e [‘fat:o] (“fatto”), mentre

possiamo allungare vocali quanto vogliamo senza che ciò comporti una variazione del significato: per

esempio, [‘pino] e [‘pi:no] sono pronunce diverse della parola “pino”, con lo stesso significato (in altre lingue,

non sarà così, infatti in inglese e in tedesco, la lunghezza è soprattutto vocalica).

4.7 Approssimanti

•• Sono suoni intermedi, tra vocali e consonanti, prodotti dall’avvicinamento (non dalla chiusura, come

fossero vocali) di un articolare all’altro, senza produrre turbolenze, ma solo un effetto di fruscio (come fossero

consonanti). Questi suoni sono chiamati anche semivocali (o semiconsonanti). L’italiano ne ha due: i fondi

iniziali di “uovo” [‘wovo] e di “iato” [‘jato], in cui [w] e [j], a differenza di [u] e [j], producono fruscio e non

possono portare l’accento.

4.8 Alfabeto fonetico

•• La pronuncia delle lingue non è rispecchiata coerentemente nella grafia (per esempio, le lingue semitiche

hanno una grafia che indica solo le consonanti e le vocali sono poi “aggiunte” con la lettura). Viceversa,

quindi, una stessa grafia non corrisponde a uguale suono (è il caso di “c-asa”, in cui [k] è una occlusiva

velare sorda e “c-ena”, in cui [therefore] è una affricata palatale sorda, o di “gl-”, o di “h” che non si pronuncia,

ma serve a creare differenze di suono insieme con le altre lettere. Il francese ha molti segni i quali non hanno

alcun suono (“-ent” di “viennent” non si pronuncia). L’inglese possiede numerose incoerenze tra grafia e

pronuncia. L’incoerenza tra grafia e pronuncia si ha perché la grafia è in genere più conservativa della

pronuncia, quindi resta la stessa anche quando la pronuncia si modifica. I linguisti, allora, si servono di

alfabeti fonetici (composti da lettere da segni di dettaglio, chiamati “diacritici”) che indicano tratti particolari

della pronuncia: a ciascun segno corrisponde un’articolazione fonica precisa. Il più usato è l’IPA (International

Phonetic Alphabet), modificato nel corso del tempo. È uno dei migliori, ma nessun alfabeto fonetico può

trascrivere alcune dimensioni essenziali della fonicità (l’intonazione, il “tono della voce”…) né può trascrivere

infinite articolazioni di singole lingue irriproducibili per iscritto. Infatti, le trascrizioni con l’alfabeto fonetico non

sono riproduzioni fedeli della realtà fonica, ma un semplice promemoria di comodo di cui il linguistica si serve

per fissare sulla carta le proprie osservazioni.

4.9 Fonologia

4.9.1 Fonemi e allofoni

•• La fonetica (studio dei suoni) si occupa dei foni solo dal punto di vista fisico, senza indagare la loro

funzione. La semiotica (studio dei segni e del loro senso) invece distingue l’aspetto fisico dei fenomeni dalla

loro funzione. Per esempio, dire [‘kara] e [‘kaRa] ([r] è la “r”, mentre [R] è la “r moscia”) significa cambiare le

parole dal punto di vista fisico, quindi del significante, senza però incidere sul significato: di questo si occupa

la fonologia, che mediante questa prova di commutazione (di “sostituzione” al livello del significante)

identifica unità minime chiamate fonemi. I foni [r] e [R] appartengono alla stessa classe, il fonema /r/, così

come i foni [a], [a:], [æ] e [æ:] appartengono al fonema /a/.

Per fonema si intende quindi una classe di foni commutabili tra loro senza produrre cambiamenti di

significato. I foni intercambiabili di uno stesso fonema si chiamano “varianti” o “allofoni” di quel fonema. Ci

sono poi, tra gli allofoni di uno stesso fonema, quelli che vengono usati più spesso (per esempio, il fono più

usato per il fonema /r/ è proprio [r], mentre [R] è più “particolare”). In più, foni che in una lingue sono allofoni

di un fonema potrebbero rappresentare due diversi fonemi in un’altra lingua.

4.9.2 Varianti combinatorie

•• Quando siamo liberi di decidere quale allofono di un fonema scegliere per pronunciare quel fonema (senza

particolari regole della lingua), gli allofoni sono detti in variazione libera (è il caso di [‘kara] e [‘kaRa].

•• Quando non siamo liberi di decidere quale allofono di un fonema scegliere per pronunciare quel fonema

perché una data lingua impone l’uso di uno invece che di un altro (è il caso del fonema spagnolo /s/ che ha

come allofoni [s] e [z], ma in alcuni contesti può essere usato solo il fono [z], come in [‘mizmo] mismo,

“stesso”), gli allofoni sono detti varianti combinatorie.

4.10 Relazioni di posizione

•• Le lingue cambiano per le prerogative di posizione dei fonemi (che non possono quindi disporsi in

qualunque sequenza - una sequenza di /l/ + /t/ in italiano è ammissibile soltanto a fine parola (alt) o al suo

interno (alto), non in posizione iniziale.

Sono le restrizioni fonotattiche, che possono essere rappresentate sinteticamente con formule fonologiche

che schematizzano le possibilità combinatorie (schemi a pagina 51 e a pagina 52). In italiano, queste sono le

possibilità combinatorie della parte iniziale della parola: (s) + consonante/occlusiva+liquida + vocale.

È da studiare anche la frequenza con cui le sequenze ricorrono nelle diverse posizioni. In questo modo un

parlante è in grado di distinguere (anche non conoscendone il significato) quali parole fanno parte (o

potrebbero far parte) della sua lingua e quali no (per esempio, parole come *pato, *bitotto… potrebbero

essere parole italiane, anche se non significano nulla, come sappiamo che *tlald e *plont non possono essere

parole italiane).

•• Solo gli ideòfoni (sequenze foniche onomatopeiche che riproducono il suono o il rumore di alcune

operazioni) possono violare le restrizioni fonologiche di una lingua: (in italiano) splash, gluglu, uff, puah, zac,

patapunfete… gli ideofoni possono essere usati come nomi (dopo il bang dello sparo, l’assassino è fuggito).

Gli ideofoni in alcune lingue danno vita a veri verbi e a veri nomi, quindi sono molto frequenti e anche molto

produttivi.

4.11 Tratti distintivi

4.11.1 Nozione di tratto distintivo

•• In ogni lingua alcune coppie di parole si distinguono solo perché la prima ha un fonema nella stessa

posizione in cui la seconda ne ha un altro ([‘kara], [‘gara], in cui /k/ è un fonema [occlusivo] [velare] [sordo],

9

mentre /g/ è un fonema [occlusivo] [velare] [sonoro] ): queste coppie sono dette coppie minime, perché i

fonemi che le compongono differiscono per uno o più tratti distintivi (nel caso di /k/ e /g/ il tratto distintivo è

solo uno: sordo per /k/ e sonoro per /g/). Quando si hanno più tratti distintivi bisogna riconoscere tra

funzionali (che effettivamente servono nella distinzione) e ridondanti (che dipendono da altri tratti, quindi non

si considerano, come nel caso dei suoni nasali che sono sempre anche sonori). I tratti che operano nel

sistema fonetico non sono mai più di una quindicina (in ogni lingua), perché si preferisce combinare

diversamente quelli già esistenti piuttosto che crearne sempre di nuovi.

4.11.2 Carattere binario dei tratti

•• Ogni tratto è binario, ovvero si presenta in sole due forme possibili: o c’è o non c’è. O una consonante è

nasale o non è nasale. Alcuni tratti, però, sono binari a livello intrinseco (“n” è più nasale di “b”).

4.11.3 Tratti generali

•• In alcuni casi quindi bisogna servirsi di tratti più generali così da cogliere affinità tra classi specifiche di

suoni. Una distinzione è tra ostruenti (che identifica la classe composta da tutti i suoni prodotti con una

chiusura totale o parziale del canale fonatorio - ovvero occlusive, affricate e fricative) e sonoranti (che

identifica la classe composta, al contrario, da tutti i suoni prodotti con una apertura totale o parziale del

canale fonatorio - ovvero vocali, laterali, vibranti e nasali). Dire +ostruente significa dire -sonorante e

viceversa. L’uso di tratti generali (come +/-ostruente; +/-sonorante serve a creare affinità tra classi di suoni

che altrimenti sarebbero distinte. Un’altra classe generale è formata dalle consonanti coronali (caratterizzate

9 Le “definizioni” dei fonemi, ovvero “occlusivo velare sordo” e “occlusivo velare sonoro” sono detti tratti. I

tratti di un fonema non vengono prodotti in successione, ma simultaneamente, ovvero nello stesso istante.

quindi dal tratto [+coronale] che indica i suoni prodotti con una costrizione fatta dalla parte davanti della

lingua (la “corona”) e riunisce suoni diversi, come le occlusive [t] e [d], le affricate e le liquide. In inglese se la

consonante finale di un verbo è coronale (to convert), se si aggiunge il suffisso -ion viene palatalizzata

(conversion).

4.11.4 Marcato e non-marcato

•• Le opposizioni fonologiche sono indicate con il termine “marcatezza”. L’opposizione tra [t] e [d] si basa sul

fatto che [t] non è prodotto con la vibrazione delle corde vocali (è -sonoro), mentre [d] sì (è +sonoro). Il

membro dell’opposizione che ha quel tratto viene detto marcato (+sonoro), mentre quello che non ha il tratto

viene detto non-marcato (-sonoro). In sintesi: l’elemento marcato ha un tratto in più rispetto a quello non-

marcato. I termini non-marcati sono più frequenti e vengono acquisiti per primi e vari fenomeni di

cambiamento fonologico vanno verso l'elemento non-marcato. A volte e in alcune lingue una opposizione tra

fonemi vale in alcune posizioni e si annulla (si neutralizza) in altre posizioni nella parola: è la neutralizzazione

e il segmento che sopravvive alla neutralizzazione è solitamente quello non-marcato).

4.12 Fenomeni fonologici

•• I fenomeni fonologici sono le modificazioni che i suoni linguistici subiscono quando si uniscono ad altri

suoni linguistici in un ambiente sintagmatico. Queste modificazioni si registrano sia in sincronia ovvero

quando si aggregano suoni, sia in diacronia nel cambiamento delle lingue.

4.12.1 Assimilazione

•• L’assimilazione è il processo che fa assumere a un fono uno più tratti di un altro fono così da farli diventare

parzialmente o totalmente simili tra loro (tutto all’interno della stessa parola). L’assimilazione, frequente sia in

sincronia sia in diacronia, si ha per “pigrizia” degli organi articolatori che evitano di cambiare configurazione

nella transizione da un suono all’altro (nella stessa parola). L’assimilazione è progressiva quando il suono

prende tratti da quello che lo segue e regressiva quando prende tratti da quello che lo precede (è il caso della

forma dialettale di “soltanto” [sol’tando], perché una consonante sorda preceduta da una nasale tende a

sonorizzarsi). Se viene influenzato da entrambi i suoni vicini, l’assimilazione si dice bidirezionale.

L’assimilazione può anche essere totale (quando i due suoni diventano identici: factum -> fatto) o parziale (un

suono prende uno o più tratti dall’altro, ma rimane diverso).

Quando l’assimilazione ricorre tra suoni non vicini, allora si parla di armonia vocalica (tipica del turco).

4.12.2 Cancellazione e inserzione

•• La cancellazione è il fenomeno per cui un suono in alcuni contesti viene soppresso (o “azzerato”), di solito

conseguenza di combinazioni di elementi morfologici (per esempio quando un suffisso si salda alla radice:

libro + -accio -> libraccio). In alcune lingue, come l’italiano e il francese, si cancella la vocale dell’articolo

quando anche il nome seguente comincia con una vocale (avviene soprattutto con il singolare: lo albero ->

l’albero…; lo spagnolo rifiuta questa cancellazione).

Altro uso particolare della cancellazione è il troncamento, con cui si cancella un suono alla fine di una parola

(in italiano questo accade soprattutto con i dialetti del nord e con i verbi se la parola seguente comincia per

consonante, come “vuol fare, son partiti, vorremmo andar via…).

La liason francese è un esempio di cancellazione “al contrario” che non permette la cancellazione di elementi

che di solito si cancellano: in “les ami”, la “-s” si pronuncia come fosse attaccata al nome.

•• L’inserzione invece è il fenomeno per cui si inserisca un segmento aggiuntivo quando si accostano unità

che non possono saldarsi direttamente (solo alcune inserzioni possono essere ricondotte a regole stabili,

come lo spagnolo che non permette l’inizio di una parola con la “s-“ seguita da consonante e allora viene

preceduta dalla “e”: e-scuela). È il caso delle parole che finiscono in sillaba accentata quando unite a suffissi

vari: caffè + -iera -> caffettiera; papà + -ino -> paparino.

4.12.3 Riduzione e rafforzamento

•• La cancellazione e l’inserzione sono l’uno l’inverso dell’altro, perché alcuni suoni in alcune condizioni si

indeboliscono fino a sparire (riduzione) mentre altri si rafforzano (rafforzamento), per esempio

raddoppiandosi. L’indebolimento di solito colpisce la sillaba priva di accento.

•• L’indebolimento segue questo “iter”: l’occlusiva sorda può essere sostituita dall’occlusiva sonora nel

processo di indebolimento, che a sua volta può essere sostituita dalla fricativa sonora, fino alla cancellazione

totale.

•• Il rafforzamento è l’inverso della riduzione e consiste nella risalita di un suono dal basso verso l’alto lungo

la scala di sonorità; tipico caso di rafforzamento è la dittongazione a partire da una vocale (come dal latino

all’italiano: bonu -> buono; leve -> lieve…).

4.12.4 Regole

•• I processi fonologici non si applicano in tutte le posizioni, ma solo in alcune (soprattutto in quella tonica - su

cui poggia l’accento -, quella atona (la atona è sede più frequente di processi fonologici rispetto a quella

tonica) - senza accento -, quella intervocalica - tra vocali - e al confine di morfo o di parole.

•• Per descrivere un processo fonologico non basta dire di quale processo di tratta, ma bisogna indicare in

quale contesto opera e che effetti ha. Per fornire queste informazioni si usano le regole fonologiche, ovvero

grafie simboliche che servono a indicare quali cambiamenti si sono verificati e in quale contesto operano.

Una regola fonologica ha in generale questa forma: “A -> B / ________”, ovvero “il segmento A diventa B nel

contesto indicato da _____”. Il contesto indica la posizione e l’ambiente sintagmatico entro il quale avviene il

cambiamento e può essere a destra di un segmento “X______”, a sinistra “_____Y” oppure tra due segmenti

“X______Y”. Nella descrizione dei processi fonologici bisogna tener conto dei confini di parola (indicato con

#) e di morfo perché molti processi sono sensibili in loro prossimità.

Il confine di parola (#) deve quindi essere indicato nella regola fonologica. Un esempio è dato dal blocco della

liason: “[p, t, z] -> ø_______#C”, ovvero “le ostruenti [p, t, z] alla fine di una parola si cancellano quando la

parola seguente comincia con una consonante” (“trop riches”, “les livres”…).

4.13 Fenomeni soprasegmentali e paralinguistici

4.13.1 Livello soprasegmentale

•• Per segmenti si intendono le unità minime, ovvero i fonemi disposti l’uno dopo l’altro, cioè linearmente nella

catena parlata. Ma se suddividiamo in fonemi le parole “càpito” e “capìto” (con significati diversi), otteniamo in

entrambi i casi: /k/ + /a/ + /p/ + /i/ + /t/ + /o/. Dunque un’analisi esclusivamente segmentale non è sufficiente

per individuare tutti gli aspetti rilevanti della catena parlata. Bisogna quindi specificare la posizione

dell’accento che non è lineare, ma si “ottiene” nello stesso momento in cui si pronuncia “a” di càpito o “i” di

capìto: /k/ + /a/ + /p/ + {/i/ /‘/} + /t/ + /o/ (vedi raffigurazione sul libro più chiara a pagina 62). Ci sono quindi altri

fonemi non lineari (o segmentali), ma simultanei ad altri e questi fonemi si dicono soprasegmentali, perché

sono rappresentati “sovrapposti” ai segmenti. I fatti soprasegmentali più importanti sono l’accento e il torno

(quando si tratta di parole) e l’intonazione (quando si tratta di enunciati).

4.13.2 Accento

•• Una sillaba accentata ci appare più “forte” delle altre perché viene prodotta con maggiore intensità di

suono, è più lunga di una sillaba atona e spesso è anche più acuta. L’accento, che si posa solo su vocali e

sonanti, serve da elemento distintivo di parole (come nel caso di “càpito” e “capìto”). L’accento funziona

anche come segnale demarcativo nelle lingue in cui l’accento è in posizione fissa in quanto indica il confine di

parola. Altre lingue hanno l’accento in posizione mobile (con spostamenti da una sillaba all’altra regolati da

meccanismi rigorosi), come l’italiano, l’inglese…

Alcune parole non hanno accento e si dicono “clitici”, che “si appoggiano” alla parola precedente o a quella

seguente; in italiano i pronomi personali sono atoni: “lo vedi” contiene il clitico “lo” che si attacca a vedi e si

pronunciano come un tutt’uno: [lo’vedi]. Alcune parole lunghe o combinazioni di parole possono avere anche

un accento secondario (come in “esàutoraménto”: [e,zautora’mento].

4.13.3 Fenomeni di giuntura

•• La pronuncia è sensibile alle relazioni sintagmatiche tra parole. L’influenza che una parola ha sull’altra

quando sono vicine si chiama “fenomeno di giuntura”: è il caso di “un posto”, che si pronuncia “umposto”, con

assimilazione [n] -> [m]. I fenomeni di giuntura possono anche trasferire momentaneamente (ovvero solo per

quel tot numero di parole pronunciate più o meno velocemente in quella occasione) anche l’accento: è il caso

delle parole parole fonologiche, che tendono a unirsi e a lasciare soltanto l’accento dell’ultima parola:

“mettere in vendita” -> [met:erin’vendita].

4.13.4 Tono

•• Il tono è un aumento di acutezza sonora (dunque un aumento di frequenza di vibrazione dell’aria emessa

dall’apparato fonatorio) in corrispondenza di vocali e sonanti. Il tono è “unito” quando resta invariato su tutto il

segmento in questione (come in “ciao.”); “ascendente” quando va dal basso verso l’alto (come in “sì?”),

“discendente” quando va dall’alto verso il basso (“sì!”), “ascendente-discendente” quando sale e scende,

“discendente-ascendente” quando scende e sale. In alcune lingue, un diverso tono dà un diverso significato:

sono le lingue a toni, come il cinese che ha quattro toni.

4.13.5 Fenomeni paralinguistici

•• I fenomeni paralinguistici accompagnano ogni enunciato, ma non sono integrati con questo: è il caso del

volume della voce, della velocità dell’esposizione, delle esitazioni, delle pause silenziose, delle pause piene

(trascritte con “mh”, “ehm”…). Le pause di silenzio sono di lunghezza variabile e dividono unità linguistiche,

dunque possono essere considerate un fenomeno soprasegmentale. Ci sono pause occasionali e pause

funzionali, obbligatorie in posizioni specifiche per dare informazioni sulla struttura dell’enunciato: “come

posso fare io da solo?” e “come? posso fare io da solo?” [“ ” indica la pausa].

△ △

4.14 Sillabe

•• Sappiamo intuitivamente che le parole siano composte da sillabe. La fonologia infatti riconosce nella

sillaba una delle sue unità principali. Una sillaba è un’unità composta almeno da un elemento capace di

portare l’accento (vocale o sonante), chiamato nucleo sillabico. Ciò che precede il nucleo nella sillaba è

l’attacco (è una consonante o una vocale). Le sillabe che finiscono in vocale sono aperte. Le sillabe che non

finiscono in vocale sono chiuse. Ciò che segue il nucleo nella sillaba è la coda (di solito una sonorante o la

consonante identica a quella che apre la sillaba seguente). Il nucleo raggiunge il picco di sonorità nella

sillaba, quindi le consonanti vicine al nucleo sono le più sonore. La struttura sillabica per l’italiano è:

[attacco: (ostruente) + (liquida) + (semivocale)] + [nucleo: vocale] + [coda: (sonorante)] (tra parentesi gli

elementi non necessari). Le sillabe sono dette pensati (se contengono una vocale lunga o finiscono in

consonanti) e leggere (tutte le altre).

4.15 Aspetti fonologici dell’intonazione

4.15.1 Nozione

•• Nessun enunciato parlato è prodotto senza intonazione: l’intonazione è infatti un fenomeno

soprasegmentale intrinseco alla produzione di enunciati. Eppure, non è possibile studiare i fenomeni di

intonazione in maniera rigorosa (le lingue si servono della punteggiatura per cercare di rappresentare

l’intonazione, ma non lo fanno affatto in maniera completa). in corrispondenza di alcune sillabe, la frequenza

di vibrazione dell’aria aumenta formando dei picchi; se cambia la frequenza di vibrazione dell’aria, varia

l’acutezza (o l’altezza) della voce: questa consapevolezza sta alla base dell’intonazione.

La successione di picchi e di avvallamenti che costituisce la “melodia” dell’enunciato si dice “curva”

d’intonazione. Oltre a variazioni di altezza vocale, nell’intonazione ci sono anche fenomeni di lunghezza (c’è

differenza tra “vai a casa?” e “vai a caaasa?”, quindi tutto dipende anche da come allunghiamo le sillabe). Ciò

è importante anche dal punto di vista biologico, perché il bambino di poche settimane sa già imitare la curva

in altezza della mamma, mentre dopo tre mesi sa imitare anche quella in lunghezza.

4.15.2 Aspetti funzionali

•• L’intonazione è una essenziale risorsa di modulazione dell’enunciato che serve a segnalare quale tipo di

enunciato stiamo producendo, se stiamo dicendo la verità, se siamo ironici… in più serve a mettere in

evidenza le porzioni di enunciato a cui vogliamo dare più importanza. Quando si parla di intonazione ci si

riferisce in particolare al livello del tono delle sillabe (che vengono quindi prodotte con voce più o meno acuta:

risposta “sì” e risposta “sì?”) e al profilo intenzionale dell’intero enunciato (è il soprasegmentale rappresentato

con una curva e ogni tipo di enunciato avrà una specifica curva intonazionale - “unita” per l’affermazione,

“ascendente” per l’interrogazione e “discendente” per l’esclamazione.

Morfologia

1 - Introduzione

•• La morfologia è la “teoria della forma” delle parole e si occupa della struttura interna delle parole e della

varietà di forme che queste assumono. Le modificazioni formali possono essere di molti tipi, ma per

semplicità si distinguono in due categorie fondamentali: le modificazioni che creano nuove parole rispetto a

quella base (che possono anche appartenere a categorie diverse da quella della parola-base stessa: fare ->

contraffare): è la derivazione; le modificazioni che danno luogo a nuove forme della stessa parola (fare ->

faccio): è la flessione. Il processo di modificazione attraverso cui due o più parole si saldano tra loro creando

una terza parola si dice composizione (porta-finestra, capostazione…)

2 - Morfemi

2.1 - Segmentazione

•• La morfologia analizza le parole per identificare gli elementi che le compongono e la struttura che formano.

Le parole sono scomponibili in unità minime della morfologia, chiamate morfemi, che è l’unità linguistica

minima dotata di significato (i fonemi sono unità minime non dotate di significato, mentre i sintagmi sono unità

non minime dotate di significato): un morfema deve avere sia un significante sia un significato.

Il procedimento che permette di identificare i morfemi (scortesemente: s- (negazione), cortes- -e, -mente) è

detto segmentazione, perché scompone in maniera netta (ovvero senza lasciare “residui”) la catena

sintagmatica in elementi. Capiamo subito che i morfemi di una lingua ricorrono, ossia si ripetono più volte in

combinazioni diverse (le lingue preferiscono usare materiali già disponibili piuttosto che crearne di nuovi); i

morfemi sono (quasi sempre) fonologicamente stabili (a volte possono avere diversi gradi di variabilità

fonologica).

2.2 - Metodo dell’analisi morfologica

•• La segmentazione si serve per la scomposizione e il riconoscimento di fonemi di una semplice procedura

di comparazione a coppie: da due parole che hanno elementi in comune individuiamo gli elementi non in

comune: dividiamo morfologicamente “battere” partendo da “imbattibile”: “batt-“ è elemento in comune,

mentre il resto sono altri morfemi (“-ere”, “im-“ e “-ibile”, anche se, esaminando “-ibile” tra queste due parole

non vediamo che sia composto in realtà da due morfemi: “-ibil-” + “-e”.

Sappiamo che un morfema deve avere un significante e un significato; il primo è semplice da individuare,

mentre il secondo, preso così “incontestualmente”, può essere difficile da stabilire.

2.3 - Difficoltà

•• Non sempre le parole hanno una segmentazione chiara (come avveniva con “imbattibile”), come nel caso

di “migliore”, che sappiamo “nasconda” il significato di “più buono” e non può essere neanche segmentato in

femminile/singolare (come nel caso di “buono”), ma solo in singolare/plurale. Dunque, più significati sono

condensati (o amalgamati) nello stesso significante.

3 - Morfemi lessicali e grammaticali

•• Dai morfemi già analizzati, è possibile trarre una conclusione: i morfemi possono classificarsi in lessicali (i

morfemi che esprimono un significato “pieno”, o lessicale, come “buon-“, “cortes-“…) e grammaticali (i

morfemi che esprimono un significato “grammaticale”, come “s-“, “-e”…).

I morfemi lessicali sono una classe aperta, perché potrebbe contenere sempre nuovi elementi; i morfemi

grammaticali sono una classe chiusa, perché non è possibile aggiungere nuovi elementi.

In più, in molte lingue, i morfemi lessicali e i morfemi grammaticali hanno sempre un ordine prestabilito (in

italiano: morfema lessicale + morfema grammaticale, dunque è una organizzazione morfologica

concatenativa; in arabo, per esempio, un morfema lessicale è costituito da sole consonanti, ma non è una

vera parola e ha bisogno del morfema grammaticale per essere “finita”, ma questo morfema grammaticale

viene “inserito” nel/tra il morfema lessicale, in una specie di “pettine” morfemico, in cui i due tipi di morfemi

si incastrano tra loro per formare la parola; in tedesco il morfema lessicale “s_ng”, cantare, ha bisogno di un

morfema grammaticale composto dalla scelta di una vocale tra “a”, “i” e “u” per essere parola).

4 - Morfemi e morfi

4.1 - Definizione

•• Alcune parole non possono essere ulteriormente segmentate (è il caso di “è”, che contiene significati

condensati nello stesso significanti, ovvero “terza persona singolare dell’indicativo presente di essere”). Una

parola (in quanto sequenza di segmenti fonologici), infatti, non si scompone in morfemi, ma in morfi. La

parola “è” è costituita da un solo morfo, rappresentato fonologicamente da /e/ e che codifica più morfemi

(essere + presente indicativo + 3 persona singolare). Uno stesso morfo (formato da elementi fonologici)

“contiene” uno o più morfemi, che sono costituiti da significati. L’insieme dei significati (morfemi) espressi nei

morfi è detto pacchetto morfermico (uno stesso pacchetto morfemico può trovare espressione in uno o più

morfi).

4.2 - Problemi

•• Eppure, in alcune lingue una stessa sequenza di morfi ammette più di una segmentazione (come in turco

che in base a come si “segmenta” la parola questa significhi o “alle sue mani” o “alle tue mani”. Altre difficoltà:

non è possibile assegnare un significato preciso a un morfo (“ri-“ in “rifare” e in “ritenere” ha significati

diversi). Altre difficoltà riguardano i morfi cranberry in cui con la segmentazione della parola in morfi, alcuni

morfi non sono dotati di apparente significato se non sul piano etimologico (è il caso di “cortigiano”,

scomponibile o in “cort-igian-o” o in “cortigian-o”).

5 - Allomorfia e suppletivismo

•• Alcuni morfemi sono rappresentati da morfi diversi secondo l’ambiente sintagmatico in cui si trovano; i

diversi morfi di uno stesso morfema sono detti allomorfi. È il caso del morfema {negazione} che in italiano,

secondo la consonante che lo segue, si esprime con i morti /in-/, /im-/, /ir-/…; il morfo “bello”, al plurale, ha tre

forme diverse in base all’ambiente sintagmatico: belli (bambini belli), begli (begli occhi), (bei ragazzi).

•• Un caso estremo di allomorfia è dato dal suppletivismo, che, nella flessione di una parola, a un morfo di

base si collega un altro morfo che non ha fonologicamente nulla in comune con il primo (esempi: “essere”,

che ha come participio passato “stato”; “andare”, che ha come forme verbali “vado”, “vai”…; a “esprit” (mente)

corrisponde l’aggettivo “mental” (mentale); a “aveugle” (cieco) corrisponde il nome “cécité” (cecità).

6 - Parole

6.1 - Difficoltà

•• L’uomo occidentale influenzato dalla scrittura crede che la parola sia ciò che graficamente si trovi tra due

spazi bianchi. Ma questa definizione non è sufficiente, dato che non in tutte le lingue funziona così (è il caso

del cinese, o del latino antico in cui non c’è “spazio bianco” tra una “parola” e l’altra: è il lettore a dover capire

dove cominciano e dove finiscono le diverse parole).

•• Esistono parole grafiche che possono comparire solo in specifici contesti (è il caso di: “for the sake of…”)

oppure che si scrivono tre parole o morfi fusi in uno: scrivendoglielo (scrivendo + -glie- + -lo). Ancora, altre

locuzioni come “per lo meno”, “per lo più”, dovrebbero essere scritte come: “per il meno”, “per il più”, per

essere corrette fonologicamente. Le “parole” che compaiono solo in un determinato ambiente sintagmatico e

che non possono essere usate in altri casi, non potrebbero essere definite, neanche genericamente, parole.

6.2 - Il caso delle “parole complesse”

•• In alcuni casi, più “parole” formano in realtà una sola “parola” (sintatticamente parlando), come in “mettere

in moto”, “rimettere in sesto”… a una domanda del genere: “hai messo in moto la macchina?” Non possiamo

rispondere con “Sì, l’ho messa”, ma dobbiamo ripetere l’intera costruzione “Sì, l’ho messa in moto”. Non si

possono fare neanche divisioni della “frase-parola” per inserire al suo interno di un aggettivo (per esempio:

“la messa in moto rapida” e non “la messa rapida in moto”). Queste sono dette parole complesse (o parole

costruzionali). In alcuni casi queste parole complesse (formate da più parole separate da spazi bianchi)

possono essere “fuse graficamente” (è il caso di respublica, paterfamilias…). In più, quando ci si riferisce a

una parola complessa, possiamo anche sostituire l’intero elemento con quello principale a livello sintattico

(esempio: “il ferro si è rotto”, invece di dire “il ferro da stiro si è rotto”).

•• Le parole complesse, composte da più parole morfologiche, formano di solito parole fonologiche.

6.3 Una definizione multifattoriale

•• Definiamo dunque la parola come un elemento che risponde a tutti i seguenti requisiti:

- prima e dopo di questa è virtualmente possibile una pausa (condizione di pausabilità);

- una parola può interporsi tra due parole ma non all’interno di una parola (condizione di non-

interrompibilità);

- date più parole, queste possono modificare la loro posizione nella catena sintagmatica (condizione di

mobilità);

- una parola può costituire anche da sola un enunciato (condizione di isolabilità).

Fanno eccezione le parole complessi che possono subire interposizione di pause (ovvero pause anche

all’interno della “parola complessa”, come “rimettere in sesto”), possono accettare l’intrusione di altre parole

(ho messo immediatamente a moto la macchina), non accettano l’inversione dei componenti (non è corretto

“in moto mettere” né “in mettere moto”). Rispettano solo il criterio di isolabilità. Dobbiamo quindi aggiungere

un criterio che sia universale: in alcuni casi vale la regola della non-sostituibilità del tutto con una parte del

tutto (“mettere in moto” con “mettere”).

7 - Morfi liberi e legati; radici e affissi

•• A proposito di combinabilità, i morfi si distinguono in liberi (che possono comparire da soli e quindi

costituire una parola, come ieri, sopra, no…) e legati (che possono comparire solo in combinazione con

almeno un altro morfo, come “-ini”…).

•• I morfi si suddividono a loro volta in radici (morfi lessicali, in cui in alcune lingue si trovano i morfi minori: la

radice e la vocale tematica) e affissi (morfi grammaticali).

Radice e vocale tematica sono dette tema: in “amare”, segmentato in “am-a-re”, “am” è la radice, “-a-“ è la

vocale tematica e “-re” è il suffisso.

Gli affissi compaiono in posizioni diverse rispetto alla radice: quelli che stanno prima della radice sono detti

prefissi; quelli che si inseriscono in questa si dicono infissi, quelli che stanno dopo si dicono suffissi. Ogni

lingue manifesta le sue preferenze di affissazione (l’italiano ha più prefissi e suffissi: come “sopraelevazione”,

che ha un prefisso “sopra-“, una radice “-elev-“ e due suffissi

“-azion-“ e “-e”; il latino usa più infissi dell’italiano).

8 - Confini di morfo e di parola

•• La morfologia si occupa anche di identificare i confini tra le unità. I confini tra morfi si usano per isolare i

diversi morfi di cui una parola è fatta e si indicano con “+”; i confini tra parole servono a definire il limite delle

parole come frontiera e luogo nel quale possono aver luogo determinati fenomeni morfologici e si indicano

con “#”: # in + adatt + abil + mente #. Le parole possono anche indicarsi con parentesi quadre con etichetta

della categoria lessicale a cui appartiene la parola esaminata: [in+adatt+abil+mente] .

avverbio

9 - Processi morfologici

•• I processi morfologici sono le modificazioni che le parole possono subire nel momento in cui vengono

sottoposte a derivazione, composizione e flessione.

•• I processi morfologici si catalogano in base alla natura (a sua volta distinguibili in processi di aggiunta, di

alternanza e di modulazione) e alla posizione rispetto alla radice.

9.1 - Aggiunta e raddoppiamento

•• I processi di aggiunta addizionano materiale morfologico alla radice (la flessione di “fly” in “flies” deriva

dall’aggiunta di /-z/ a /‘flai/. Al contrario, un processo di aggiunta può essere interpretato come un processo di

cancellazione (pensando che la forma base sia il plurale e non il singolare).

•• Un tipico esempio di aggiunta è il raddoppiamento (o reduplicazione), cioè la ripetizione completa o

parziale della base (serve a intensificare il significato della parola in questione: “passeggiavo calmo

calmo”…). In francese il raddoppiamento è parziale (raddoppia solo la prima sillaba: “pépère” da “père”…). In

inglese a volte il raddoppiamento si ha con parziale modificazione della forma (“singsong”, cantilena…).

Quando il raddoppiamento si cristallizza, si creano nuove unità lessicali (“fuggi fuggi”…). Il raddoppiamento

crea nuovi pronomi indefiniti (come nel latino, quisquis “chiunque”), oppure serve a intensificare un concetto,

a esprimere una ripetizione, una diminuzione… il raddoppiamento, essendo molto iconico, è usato nelle

lingue dei segni per esprimere il plurale, intensificazione quantitativa o temporale.

9.2 - Alternanza

•• L’alternanza vocalica o consonantica comporta modificazioni di una parte della base: questo processo è

comune in inglese con i verbi (s___ng, sing, sang, sung), in greco classico, in spagnolo (vuelo, volo;

volamos, voliamo) e in italiano (buono/bontà, suono/sonoro, piede/pedale…). L’alternanza può essere anche

sia consonantica sia vocalica (l’inglese live/life).

9.3 - Modulazione

•• La modulazione è la modificazione di elementi soprasegmentali (accento, tono…) su una stessa base

segmentale (una parola o una frase, cioè, possono essere pronunciate in modi diversi, come accade con

“càpito”, “capìto”, “capitò”).

9.4 - Sandhi

•• Il sandhi è un processo di assimilazione che opera tra confini di morfo o di parola modificando i segmenti

fonologici ai lati del confine (l’inizio e la fine della parola, quando il sandhi è interno; al confine di due parole,

quando il sandhi è esterno). È sandhi la liaison francese che fa sì che in alcune condizioni determinate

consonanti finali che di solito non si pronunciano (come la -s), vengano pronunciate quando l’altra parola

comincia per vocale (“les amis" è diverso da “les bonnes”). I casi di sandhi opacizzano e a volte annullano il

confine tra morfo: questi sono fenomeni di rianalisi, che porta a errori di segmentazione (che commettono gli

utenti per la scarsa riconoscibilità dei confini), come la fusione di più morfi in uno (per esempio,

originariamente, in inglese il suffisso -dom era un morfo libero, mentre adesso per rianalisi si trova come

morfo legato: è il caso di freedom).

9.5 - Conversione

•• La conversione è il processo morfologico di una data parola che passa da una certa categoria a un’altra

categoria, senza che cambi nulla né fonologicamente né morfologicamente. Alcune lingue hanno molti casi di

conversione (soprattutto le lingue isolanti, come l’inglese che converte nomi in verbi e aggettivi in nomi e il

cinese); l’italiano ne ha qualcuno, come volere (verbo) -> il volere (nome); vecchio (aggettivo) -> il vecchio

(nome).

10 - Regole morfologiche

•• Tutti i fenomeni morfologici descritti possono essere rappresentati con le seguenti notazioni:

- suffissazione: [A] -> {[A] + Suff] , ovvero: “una base A che appartiene alla categoria lessicale x (nome…)

x x y

viene riscritta così: se stessa più (“+” indica un “confine di morfo”) un suffisso; questa operazione produce

una parola che può appartenere a una categoria lessicale diversa da x, cioè y (come un aggettivo…).

Esempio: da “nazione” si ottiene “nazionale”;

- prefissazione: [B] -> {Pref + [B] } , ovvero prevede un’aggiunta a sinistra (“scrivere” -> “inscrivere”…).

x x x

•• Più processi morfologici sono il prodotto di regole più complesse:

{[(rumor + os) + issima] + mente} .

n agg agg avv

•• La composizione segue la regola seguente: [A] [B] -> {[A] + [B] } . Esempio: capostazione; senzatetto.

x y x y z

•• Quando si applicano regole morfologiche, i segmenti possono essere modificati fonologicamente, come in

“rumorosissimamente”, in cui la base “rumore” appare nella forma “rumor-“ e il suffisso “-oso” nella forma “-

os-“… hanno cioè perso la vocale finale per cancellazione: sono le regole di riaggiustamento, di diversa

natura. La più importante in italiano è questa (che si applica a rumorosissimamente): V -> ø / ____ + V,

ovvero: la vocale si elimina quando, dopo lo spazio (il confine di morfo, “+”) è seguita da un’altra vocale.

Altra regola di riaggiustamento in lingua italiana è quella che fa passare da “descritto” a “descrizione”; ovvero

quando sostituisce l’occlusiva dentale sorda “[t]” (o “[t:]”) con “[ts]” quando segue il suffisso “-ione”: [(t)t] ->

] / ___ + ione.

[(t)ts

11 - Matrici morfologiche e matrici semantiche

11.1 - Dalla forma al significato

•• Sappiamo che i morfi sono dotati sia di significante (che abbiamo analizzato) sia di significato. Come

cambia allora il significato quando si modifica il significante? Se aggiungiamo “-mento” alla base verbale

“solleva-“, il significato cambia. È come se si aggiungesse al verbo la notazione: “atto di (___)” (in questo

caso: atto di (sollevare). “Solleva- + -mento = sollevamento” è la matrice morfologica, che descrive i

processi morfologici applicati, mentre “sollevare + atto di (___) = atto di (sollevare)” è la matrice semantica,

che descrive gli effetti che i processi morfologici hanno sul piano del significato.

11.2 - Prevedibilità e imprevedibilità

•• Non esiste una raccolta completa delle matrici semantiche di tutte le parole di una lingua, ma ci sono delle

“generalizzazioni”… per esempio, in latino si differenziano i nomina rei (nomi che indicano “cose”, con

suffisso -men, come “lateamen”, letame) dai nomina attinsi (nomi di “azioni”, con suffisso -ficatio, come

laetificatio, azione dell’allietare) e dai nomina agenti (nomi di “agente”, con suffisso - tor, come imperator,

imperatore).

11.3 - Restrizioni

•• Le combinazioni morfologiche sono possibili solo se “in linea” con un complesso sistema di restrizioni (in

inglese il suffisso -ity si combina solo con radici aggettivali e di origine latina, come prosper + ity). A volte i

processi di derivazioni dipendono dal “senso” della parola nel contesto: in italiano è possibile derivare “casa”

con “casetta”, ma solo per indicare il domicilio. Si può dire: “ho comprato una casetta”, ma non “ho comprato

una *casetta editrice”.

11.4 - Lacune

•• In una lingua si possono trovare delle lacune, ovvero delle parole teoricamente possibili perché rispettano

tutte le restrizioni e le regole della lingua stessa, ma sono inesistenti (come acchiappamento,

dimenticamento, consegnamento…). Alcune volte, invece, a una determinata matrice semantica non

corrisponde alcuna parola e ciò rende più difficile l’apprendimento di una lingua (non esiste “andatore” per

esprimere una persona che va, mentre in inglese esiste “goer”). Le lingue allora usano diversi metodi per

rimediare alle lacune morfologiche: l’italiano usa l’infinito sostantivato per tamponare la mancanza di nomina

actionis adatti a esprimere specifiche matrici semantiche (il torreggiare al posto di torreggiamento, il bere al

posto di bevimento…; l’inglese copre la matrice semantica “fatto di (__)” o “atto di (__)” con la matrice

morfologica verbo + -ing (the showing, il mostrare…).

12 - Morfologia nell’enunciato

•• Le modificazioni morfologiche sono necessarie alla costruzione dell’enunciato perché creano un repertorio

di segnali di collegamento tra gli elementi. Se un elemento A con un pacchetto morfemico (1-2-3) si unisce a

un elemento B, A attiva il pacchetto di B in tutto o in parte. Nel caso in cui A(1-2-3) attivi le unità (1-2-3) di

B(1-2-3-4-5), la relazione tra A e B si dice accordo; nel caso in cui A(1-2-3) attivi l’unità (4) di B, la relazione si

dice reggenza.

12.1 - Accordo

•• L’accordo è la relazione che si ha tra due elementi A e B in cui A, che è il controllore, attiva i morfemi in

comune con B, che è il controllato. Esempio: “una bella casa” ha come controllore “casa” che ha come

pacchetto morfemico i seguenti morfemi: [femminile] + [singolare] + [3sing.] e che trasferisce questi morfemi

a tutta la frase. Se il controllore si trova a influenzare un controllato che ha un pacchetto morfemico diverso

dal proprio, l’accordo si limita ai morfemi che possono subire la modificazione: in “una bella casa fa comodo”,

il verbo “fa” riceve da casa solo i morfemi [singolare] + [3sing.], ma non [femminile].

•• L’accordo può essere morfologico (“la folla si è dispersa”, in cui il singolare è mantenuto sia dal nome sia

dal verbo), semantico (o a senso, come in “sono arrivati una folla di ragazzi”, in cui c’è discordanza di

numero perché “folla” è intesa nel senso di “moltitudine di individui”) o accordo con la realtà (quando un

elemento dell’enunciato non rinvia a un altro elemento dell’enunciato a un qualche oggetto extralinguistico,

come nel caso di “prendo questo”, quando sono in un negozio e indico qualcosa).

12.2 - Fenomeni di accordo

•• Gli accordi non possono instaurarsi tra elementi qualunque. Possono accordarsi:

- i componenti di un sintagma nominale (“una bella casa”…);

- il soggetto con il predicato (“il bambino dorme”);

- il pronome relativo con il nome antecedente (“Mario è una persona della quale mi fido molto”);

- il pronome personale (“Ho parlato con lei e le ho raccontato tutto).

Ogni lingua ha i suoi accordi: l’inglese, per esempio, ne ha pochissimi, mentre il latino tantissimi, così come

l’ungherese, che addirittura fa controllare due volte il verbo, sia dal soggetto sia dal complemento oggetto (è

la cosiddetta costruzione oggettiva). Ci sono invece casi di accordo mancato in russo e in latino (con i

numerali, per cui si ottiene “tre migliaia uomini” per indicare “tremila uomini”).

12.3 - Reggenza

•• La reggenza è la relazione che si ha tra due elementi A e B in cui A, che è il controllore, attiva i morfemi

non in comune con B, che è il controllato. La reggenza (I help you study-ing -> io aiuto te studiare -> ti aiuto a

studiare) si presenta in una estesa varietà di forme (la più diffusa è quella secondo la quale un elemento

“pieno” controlla un altro elemento “pieno (nome, verbo…)… una forma si ha quando l’elemento reggente

(controllore) si collega al controllato attraverso un elemento “vuoto”, come un’adposizione, una classe di

particelle che servono a indicare le relazioni tra le parole, che impone una determinata modificazione del

pacchetto morfemico di un secondo elemento pieno: “sono sensibile alle lusinghe”.

Possiamo distinguere una reggenza libera, in cui il controllore può anche non controllare alcuna parola (“io

sono sensibile”, senza che sensibile sia seguito da nulla), da una obbligatoria, in cui il controllore non può

esistere senza controllato (“fare a meno” è un controllore che esige una reggenza obbligatoria: “non posso

fare a meno di un aiuto”).

13 - Tipi morfologici

•• Dal punto di vista morfologico, le lingue si classificano nei seguenti tipi: isolante, agglutinante, flessivo e

incorporante.

13.1 - Isolante, agglutinante, flessivo

•• Le lingue isolanti (come il vietnamita e il cinese) sono prive di fenomeni morfologici poiché tendono a

“isolare” i segnali morfologici di ciascuna parola, che appunto non si relazionano tra loro. Nelle lingue isolanti

la parola tende a essere formata da un solo morfo libero e il ruolo delle parole nell’enunciato è suggerito dalla

loro posizione. Anche l’inglese in alcuni casi è isolante: “My dog is beautiful” ha come unico segno di accordo

il fatto si essere singolare (“dog” e non “dogs”; “is” e non “are”).

•• Le lingue agglutinanti (come il turco) tendono a “incollare” i morfi alla radice, dunque le parole sono

composte da più morfi, ciascuno dei quali con un solo morfema (il morfema, ricordiamolo, è l’informazione

grammaticale che porta il morfo).

•• Le lingue flessive (come il latino, il greco, il tedesco, il russo, molto meno l’italiano, il francese e lo

spagnolo) hanno pochissime parole formate da morfi liberi (al contrario delle lingue isolanti) e in queste

lingue ogni morfo può “portare” un complesso pacchetto morfemico (al contrario delle lingue agglutinanti). Il

morfo lessicale, quindi, per essere parola deve avere un affisso variabile (in latino, infatti, il morfo “lup-“ non

può comparire da solo, ma ha bisogno di un suffisso per esistere, come “lupus”, in cui compare il morfo “-us”

che è portatore di molti morfemi non scomponibili: maschile + singolare + nominativo + seconda

declinazione).

13.2 - Altri tipi

•• Una sottoclasse delle lingue flessive sono quelle introflessive (come l’arabo e l’ebraico), in cui la flessione

non avviene ai margini della parola, ma nella parte centrale.

•• Le lingue incorporanti (come le lingue del Nord America) incorporano in una sola parola il nome e il verbo

(è il caso italiano di manomettere e mantenere, in cui in entrambi i verbi compare il nome “mano” privo di

qualsiasi autonomia).

13.3 - Implicazioni

•• Ogni tipo morfologico, come abbiamo visto, comporta conseguenze circa la natura della lingua: le lingue

isolanti tendono ad avere molte preposizioni; quelle agglutinanti sono prive di preposizioni, questo perché le

preposizioni “legano le parole” e se quelle isolanti hanno bisogno di “cose esterne” per legare le parole, le

lingue agglutinanti hanno già tutto l’occorrente.

Ma le correlazioni possono essere anche meno evidenti: le lingue isolanti tendono a essere monosillabiche o

bisillabiche (come il cinese) in cui le parole sono costituite da un solo morfo fatto di una sola sillaba. In queste

lingue isolanti, non essendoci molta differenza tra nomi, verbi e aggettivi che possono avere la stessa forma,

è frequente il processo di conversione. Elementi di sintassi

1 - È specifica della specie umana

•• La sintassi (“syntássō”, “ordinare insieme”) studia il modo in cui le parole si combinano tra loro dando luogo

a unità di livello superiore (di vario tipo).

1.1 - Sintassi e codici

•• L’etologia stabilisce che anche nella comunicazione animale appaiono fenomeni considerabili “sintattici”,

poiché comportano la combinazione di elementi semplici in entità complesse (le scimmie per esempio

interpretano i messaggi in modo diverso secondo l’ordine degli elementi che li compongono). La sintassi non

è dunque esclusiva dell’uomo, ma la sintassi dell’uomo è sicuramente la più complessa. In italiano, per

esempio, le parole “Carlo”, “saluta” e “Laura” possono essere combinate ottenendo diversi significanti e

diversi significati: “Carlo saluta Laura”, “Laura saluta Carlo”, “Carlo, saluta Laura!” e “Laura, saluta Carlo!”.

Gli stessi elementi quindi possono essere ordinati in maniera diversa e pronunciati con diversa intonazione. Il

carattere sintattico vale anche per altri codici (come la notazione aritmetica, con gli elementi “5”, “2”, “-“ “=“,

con i quali possiamo creare “5-2=3” o “2-5=-3”). Anche con la lingua dei segni è possibile ottenere con gesti

sia frasi sia combinazioni di frasi (nella LIS la sequenza di gesti che corrisponde a “papà”, “suo” e “radio” in

quest’ordine esprime “la radio di papà”).

1.2 - Funzioni

•• Il più grande vantaggio della sintassi è quello di permettere una maggiore velocità nella trasmissione dei

segnali. La trasmissione è più veloce perché è organizzata (La proposizione “ho bevuto il vino che Luigi mi

ha portato” è più rapida della proposizione analoga “Luigi mi ha portato del vino + ho bevuto il vino di Luigi”.

•• La sintassi permette di indicare connessioni tra eventi altrimenti inespresse (“le persone a cui non piace il

vino non sanno quanto è buono [il vino, soggetto non manifesto di “quanto è buono”]. Se si togliesse la

relativa “a cui non piace il vino”, scomparirebbe anche il soggetto non manifesto di “quanto è buono”, dunque

l’espressione “le persone non sanno quanto è buono” non avrebbe più senso. Infatti, la sintassi codifica stati

di cose “complessi” che senza questa resterebbero senza espressione).

•• La sintassi è uno dei principali canali di codifica della pragmatica delle lingue: “è Carlo che beve troppo

vino” è diversa dalla proposizione “Carlo bene troppo vino”, perché si mette in rilievo che è proprio Carlo (tra

gli altri) a compiere l’operazione descritta, quindi presuppone l’esistenza di altri possibili soggetti (in più, si ha

anche una sottolineatura di “è Carlo” attraverso un cambiamento di intonazione.

2 - Linearità e struttura

•• Alcuni codici articolati contengono indicazioni che permettono di identificare i collegamenti tra gli elementi e

indicano l’ordine delle operazioni da eseguire (è il caso della notazione matematica, in cui si fanno prima i

calcoli nelle parentesi - tonde, quadre, graffe - e poi i prodotti e le somme), nonostante l’espressione sia

lineare (a questo proposito si indicano le proposizioni con gli “alberi”).

•• Nelle lingue verbali, però, la disposizione lineare degli elementi fornisce molte meno informazioni circa le

relazioni tra gli elementi (molte di queste informazioni sono nascoste e devono essere “scoperte” con

adeguate procedure: è il caso di “Enzo dice bugie, Carlo no”, in cui la seconda parte usa una parte della

prima parte senza menzionarla - sarebbe “Carlo non dice bugie”, dunque contiene un verbo che non si vede).

•• Un caso diverso si ha con la frase “Enzo dice bugie, ma Carlo non lo sa”, in cui “lo” si collega alla prima

parte sostituendola, perché sarebbe “Enzo dice bugie, ma Carlo non sa che Enzo dice bugie”.

•• Questi fenomeni ci dicono che gli elementi di una catena linguistica non includono solo i rapporti indicati

dall’ordine lineare, ma anche rapporti non osservabili: la disposizione lineare degli elementi contiene, senza

renderla evidente, una struttura, cioè una rete di vincoli tra gli elementi.

•• Esempio di tipo di struttura è dato dalla frase “ho parlato alla zia del filosofo” (che può essere interpretata

come “ho parlato del filosofo alla zia” (con struttura “[ho parlato del filosofo] [alla zia]”) oppure come “ho

parlato con la donna di cui il filosofo è nipote” (con struttura “[ho parlato] [alla zia del filosofo]”). In questo

caso, la sequenza lineare nasconde due strutture, e ogni struttura comporta una diversa interpretazione.

3 - Analisi sintagmatica

•• Con l’analisi sintattica si individua la struttura incorporata nella sequenza lineare delle parole. Prendiamo

per esempio la frase “Giovanni dorme in camera sua” e riduciamola in parti più semplici dividendo ogni volta

la frase in due componenti distinti affiancati senza nulla in mezzo (le componenti tra le quali si effettua il

taglio vengono dette costituenti immediati - “immediati” come contrario di “mediati”, ovvero “senza nulla in

mezzo”): “Giovanni + dorme in camera sua”, “dorme + in camera sua”, “in + camera sua”, “camera + sua”.

Per esempio, “dorme” e “in camera sua” (nella seconda scomposizione di “Giovanni dorme in camera sua”

sono entrambi costituenti immediati. Ciò si può rappresentare con uno schema “a scatola”, con una

notazione con parentesi o “ad albero” in cui ogni sintagma indica un nodo dell’albero (cioè un punto in cui

viene compiuto un taglio), e il primo nodo domina tutti gli altri, in una specie di “piramide di domini”, rendendo

visibile la struttura dell’enunciato.

Infatti, il principale aspetto della struttura di un enunciato sta nel fatto che questo appare lineare, ma in realtà

incorpora una struttura che contiene costituenti sopraordinati (i nodi che “dominano” qualcosa) e costituenti

sottordinati (i nodi dominati da un altro nodo); si tenga presente che un costituente può essere sia

sottordinato a un altro costituente sia sopraordinato al costituente che lo segue. In più, per analizzare una

struttura gerarchica bisogna seguire un’analisi in più passi (a ogni passo si taglia un nodo dell’albero in due

parti, fino all’esaurimento del materiale). Questa analisi dice ciò che inconsciamente un parlante sa, ovvero

che alcuni gruppi di parole, come “dorme in” non sono plausibili dal punto di vista sintattico come lo sono

"camera sua” o “dorme in camera sua”, cioè un parlante sa che alcune parole “hanno a che fare” l’una con

l’altra più strettamente di altre.

•• Questa analisi ha dei limiti: non ci dice che cosa significano i singoli nodi, cioè le singole parti della frase,

ma ci dà informazioni sui collegamenti (non sulla loro natura, ovvero sul significato); in più, non ci dice la

natura dei singoli componenti della frase (non dice che Giovanni è soggetto, dorme è verbo…).

4 - Sintagmi e dipendenza

4.1 - Sintagmi continui e discontinui

•• Ogni nodo dell’albero rappresenta un sintagma (“dorme in camera sua” è un sintagma, così come è un

sintagma “in camera sua”; allo stesso modo, è sintagma “camera sua”, così come lo è “sua”.

Il sintagma è infatti una unità “a cannocchiale”, poiché può contenere uno o più sintagmi minori e che a sua

volta può essere compreso in un sintagma maggiore. Ma non qualsiasi sequenza di parole può formare un

sintagma. Per esempio “dorme in” non è un sintagma, poiché è una associazione di parole appartenenti a

nodi diversi, dunque di livelli diversi, separate da un confine di sintagma.

Un sintagma è un costituente formato da parole dominate da uno stesso nodo a un solo passo di distanza.

Non è necessario che le parole che formano un sintagma siano successive: un esempio di sintagma con

elementi distanti l’uno dall’altro è offerto dai verbi sintagmatici inglesi, costituiti da un verbo e da una

particella che a volte possono trovarsi distanti “John rang Jane up” (un esempio italiano è: “sono andato

subito via”). In questi casi il sintagma si dice discontinuo. Il latino ha tantissimi sintagmi discontinui (perché

è una lingua a ordine libero di parole).

4.2 - Dipendenza

•• Nelle lingue (soprattutto nel latino), nonostante i sintagmi siano discontinui, si riconosce l’appartenenza

delle singole parole a quel sintagma poiché queste sono accordate (attraverso uguaglianza o tra morfi o tra

morfemi). Ma non è solo in questo modo che si riconosce l’appartenenza di parole divise a un singolo

sintagma… c’è un rapporto tra sintagmi che creano un sintagma più esteso: è la dipendenza, che si identifica

attraverso sostituzione (o commutazione), ovvero: date due parole combinate in sequenza A + B, B dipende

da A se si può sostituire A+B con solo A senza destabilizzare la sequenza, mentre non è possibile sostituire A

+B con solo B, o viceversa (dipendenza unilaterale). In alcuni casi, soprattutto in inglese in cui la frase

minima è “soggetto + verbo” in cui il soggetto non può essere sott’inteso, non è possibile sostituire A+B né da

A né da B, formando un sintagma inscindibile (è la dipendenza bilaterale).

5 - Struttura del sintagma

5.1 - Testa e complemento

•• Il sintagma, dunque, è definito soprattutto dalla dipendenza tra i suoi elementi (c’è un elemento che domina

e gli altri elementi che sono dominati). Si possono però operare altre distinzioni: nella frase “Il calcolatore

funziona bene” ci sono due sintagmi “il calcolatore” e “funziona bene”. Prendiamo in considerazione il

sintagma “funziona bene”. Scopriamo che possiamo sostituirlo con solo “funziona”, ma non solo con “bene”,

quindi abbiamo scoperto una dipendenza unilaterale, in cui “funziona” è la testa e “bene” è il complemento.

La struttura generale di un sintagma infatti è: Testa (+ Complemento), in cui la testa può stare a sinistra o a

destra secondo le lingue, e il complemento è opzionale. I sintagmi che hanno la testa in essi si dicono

endocentrici (“Scusa!”) mentre i sintagmi che hanno la testa esterni a essi si dicono esocentrici (“vado al

cinema”, in cui “vado” è la testa, ma è esterna al sintagma “al cinema”).

5.2 - Combinazioni di sintagmi

•• Il sintagma può essere di tipo coordinativo, quando si affiancano due o più teste (nei sintagmi

endocentrici) oppure due o più sintagmi esocentrici. Il sintagma che si ottiene può essere sostituito con

ciascuno dei sintagmi componenti: “le ragazze e i ragazzi sono arrivati” diventa: “le ragazze sono arrivate” e

“i ragazzi sono arrivati”.

•• Il sintagma può essere di tipo subordinativo, in cui un solo componente può sostituire l’insieme (“un

ragazzo terribilmente intelligente” diventa “un ragazzo intelligente”, ma non può diventare “*un ragazzo

terribilmente”. Questi sintagmi subordinativi possono essere incassati l’uno nell’altro ricorsivamente: “un

ragazzo” è testa dell’intera costruzione, così come “intelligente” è testa della sub-costruzione.

5.3 - Tipi di sintagma secondo la testa

•• Il sintagma endocentrico che ha per testa un nome è un sintagma nominale (SN); quello che ha per testa

un verbo è un sintagma verbale (SV), quello che ha per testa un aggettivo è un sintagma aggettivale (SAgg)

•• I sintagmi esocentrici (siccome incorporano una preposizione) sono detti sintagmi preposizionali (SPrep).

5.4 - Riconoscimento dei sintagmi

•• Per verificare se una sequenza di parole costituisca un sintagma o no si fanno dei test, come quello della

spostabilità (“siamo usciti in macchina” -> “in macchina, siamo usciti” -> “*usciti in siamo macchina”) o quello

della coordinabilità (“siamo usciti con i bambini” -> “*siamo usciti i bambini con”).

6 - Meccanismi di espansione

•• Ogni sintagma può essere espanso, cioè aumentato per dimensione lineare e struttura. L’espansione si

applica sia alla testa sia ai complementi del sintagma (espansione del SN: “il bambino corre” -> “il bambino di

Lucia corre”; espansione del SV: “il bambino di Lucia corre” -> “il bambino di Lucia corre velocemente”;

espansione dell’intera frase: “il bambino di Lucia corre velocemente” -> “il bambino di Lucia corre

velocemente in giardino”. L’espansione dei sintagmi si basa solo sui meccanismi della ricorsività e

dell’incassamento.

6.1 - Ricorsività

•• La ricorsività è un meccanismo di espansione esclusivamente sintattica (e che può applicarsi soltanto ad

alcuni componenti, per esempio in un SN si possono aggiungere sempre aggettivi collegati a un nome) che al

risultato di una operazione aggiunge un’altra operazione: “Carla è una ragazza simpatica” -> “Carla è una

ragazza simpatica, sveglia e intelligente”. La ricorsività si ottiene anche per coordinazione, con la

congiunzione “e”, come nell’elencazione: “abbiamo mangiato e (poi) siamo partiti”.

6.2 - Incassamento

•• L’incassamento è una espansione che si ha quando un sintagma diventa componente di un altro sintagma:

“Ho visto l’uomo che avete invitato a cena” in cui “che avete portato a cena” restringe il campo di specificità

della testa “l’uomo”. Infatti, non si fa riferimento a un uomo qualsiasi, ma proprio a quell’uomo “che avete

invitato a cena”. L’elemento incassato dunque modifica la testa di un altro sintagma.

•• Altro tipo di incassamento è la subordinazione di una frase a un’altra che ha il verbo che permette la

subordinazione: “dicono che hai apprezzato lo spettacolo”.

•• Gli elementi incassati possono occupare tutte le posizioni, sia a sinistra del sintagma in cui si incassano sia

a destra sia al centro, come nel caso di “Il libro che mi ha prestato Luigi non mi piace”, in cui la testa è “il

libro”. Altri sintagmi possono incassarsi a ripetizione per ricorsività (come con le relative: “dicono che hai

raccontato che non ci vediamo mai”).

6.3 - Sintagma nominale (SN)

•• La struttura massima teorica (ovvero le componenti possibili) di un SN è “Specificatore + modificatore +

SPrep + classificatore + frase relativa + nome-testa”, in cui solo la testa è necessaria e l’ordine è irrilevante.

•• Gli specificatori aggiungono alla testa nominale informazioni di tipo grammaticale o deittico (“dimostrativo”,

“spazio-temporale”), come “questo”, “quale”, “un”… e sono presenti in genere una sola volta nel sintagma

(*questo quale amico?), anche se in alcune lingue (come lo spagnolo parlato, il napoletano e il greco

classico) si usano più volte in un sintagma.

•• I modificatori modificano l’estensione designativa del nome restringendola (come aggettivi numerali, di

qualità, di relazione, possessivi…: “il mio giornale”, “un partito politico”… che possono essere ripetuti

ricorsivamente, eccetto quelli possessivi e quelli numerali).

•• Le apposizioni, che aggiungono ulteriori informazioni al nome-testa: “Carlo, amico di Lucia, è uscito ieri”.

•• I SPrep di vario tipo fanno parte della struttura argomentale del nome (“il libro di Giovanni”).

•• I classificatori, presenti sono in alcune lingue (trattati nel capitolo “Lingue verbali”, 2.2).

•• Le frasi relative restringono i potenziali referenti del nome-testa (sono le uniche componenti che abbiano

per testa un nome: “ho comprato il libro di cui mi hai parlato”).

6.4 - Sintagma verbale (SV)

•• Si espande con verbi ausiliari e affini (avere, venire, stare…), avverbi - legge velocemente -, argomenti di

diversa natura (come SN - leggo un libro - o SPrep che svolgono la funzione di argomenti - spedisce un libro

da Roma a Vicenza -, frasi dipendenti con testa verbale (completive - dice che è in ritardo - e circostanziali -

è venuto qui per discutere con noi).

7 - Meccanismi di collegamento

•• Alcuni meccanismi collegano gli elementi di un sintagma o diversi sintagmi (per accostamento, prendendo

lo stesso morfo oppure lo stesso morfema…). I meccanismi principali di collegamento sono:

7.1 - Elemento “zero”

•• Il collegamento con elemento “zero” è l’affiancamento di elementi di un sintagma o di sintagmi diversi

“[Luigi] - [viene - qui]”.

7.2 - Accordo

•• L’accordo è la proiezione dello stesso pacchetto morfemico.

7.3 - Connettori sintagmatici

•• I connettori sintagmatici sono di diversa natura (tipi di parole, di morfi, di morfi legati - come il genitivo

sassone “’s” -, di disposizioni di elementi…). Le adposizioni (preposizioni - la macchina di mio padre -

posposizioni - è arrivato due giorni fa).

8 - Profili sintagmatici

•• Alcune lingue hanno particolari profili sintagmatici, come l’inglese e il genitivo sassone, in cui l’elemento

testa è sempre il secondo “John’s house”.

8.1 - Izafet e affini

•• Altro caso rilevante è il gruppo turco “izafet” (che significa collegamento), chiamato (da Hockett)

collegamento incrociato (cross reference), in cui due nomi che si collegano assumono il primo una flessione

di genitivo, il secondo un suffisso di terza persona.

•• Simile al turco “izafet” è l’arabo “idāfa”, chiamato stato costrutto, in cui un nome viene determinato da un

SPrep (come in italiano “il museo di arte”, “il professore dell’università”…). La forma generale di questi

sintagmi è: “Nome determinato + Nome determinante + … + Nome determinante , e l’articolo è sempre

1 n

attribuito al nome più a destra (questo accade in arabo, ma non in italiano), mentre tutta la catena di nomi

non può essere interrotta dall’intrusione di altri elementi, che andranno tutti alla fine di questa.

8.2 - Nome + Nome

•• Basta anche l’ordine degli elementi a costituire un sintagma. Ciò accade spesso in inglese, in cui la testa è

nell’ultimo nome: “New York State University Library”, in cui “library” è la testa dell’intero sintagma,

“university” è la testa del sintagma “New York State” così come “State” è la testa del sintagma “New York”.

Questi sintagmi Nome + Nome formano una catena non interrompibile.

8.3 - Sintagmi assoluti

•• Alcuni sintagmi non hanno alcuna dipendenza sintattica dal resto della frase e non hanno nodi

sopraordinati: sono i sintagmi indipendenti (i cui legami con l’enunciato si colgono semanticamente), detti

anche assoluti, tipici delle lingue indoeuropee (è un esempio l’ablativo assoluto latino in cui tutte le parole

sono all’ablativo in cui la testa è un nome o un pronome, mentre ci deve essere un participio passato/

presente, un nome o un aggettivo). Questa costruzione assoluta a volte dà informazioni di tempo, altre volte

di agente… quindi assume la funzione di complementi diversi. Un sintagma assoluto può anche trovarsi in

lingue che non hanno casi: è il caso del gerundio italiano, che non specifica alcuna categoria grammaticale

del verbo e che non ha soggetto in sé, ma acquisisce quello della frase in cui è inserito.

Altri sintagmi indipendenti sono i vocativi, alcune espressioni modali (“molto bene”) e gli anacoluti (“quelli che

soffrono… bisogna cercare di finirla”).

8.4 - SN quantificati in cinese

•• Se un SN cinese contiene un numerale, il nome-testa è accompagnato da un classificatore e da uno

specificatore. L’ordine degli elementi è quindi così obbligato: Specificatore + Numerale + Classificatore +

Nome.

8.5 - SV con doppio verbo

•• Il valore del sintagma formato da due verbi in successione varia nelle lingue (in cinese il secondo verbo

indica la conclusione del processo indicato dal primo; in neopersiano i due verbi indica il progressivo…).

9 - Ordine degli elementi

•• L’ordine degli elementi nei sintagmi è libero o obbligato secondo le lingue. L’italiano ha due ordinamenti:

con la testa a sinistra è l’ordinamento progressivo (una ragazza intelligente); con la testa a destra è

l’ordinamento regressivo (una intelligente ragazza). L’inglese e il turco hanno solo l’ordinamento regressivo.

In alcune lingue, l’aggettivo precede il nome (inglese, cinese, tedesco…), in altre lingue, di solito l’aggettivo

segue il nome (francese…). Anche l’inglese ha alcune strutture con testa iniziale, come SN + SPrep (the

rooms of my house). Infatti, ogni lingua può avere sia strutture con testa iniziale sia strutture con testa finale.

Solo il turco è rigorosamente a testa finale. Di solito, le lingue S O V fanno distinguo tra l’ordine dei costituenti

nelle unità sintattiche minori e quello nelle unità sintattiche maggiori.

10 - Tipologia

•• Sintatticamente, si riconoscono diversi tipi diversi in base a questi criteri fondamentali:

•• Posizione dei costituenti: la testa può essere a sinistra o a destra, mentre gli altri costituenti hanno

posizioni peculiari.

•• Posizione del modificare rispetto al modificato: è un modo diverso per leggere il criterio sopra, ovvero i

modificatori possono trovarsi a destra o a sinistra.

•• Posizione dei costituenti maggiori (soggetto, oggetto, verbo): in molte lingue il comportamento dei sintagmi

maggiori è diverso da quello dei sintagmi minori.

Tipi di enunciato

1 - Unità sintattiche superiori al sintagma

•• La sintassi ha una struttura gerarchica, con unità di rango inferiore (dalla frase intera - che è a sua volta un

sintagma - alle prime scomposizioni in sintagmi “minori”) e di rango superiore (ovvero la scomposizione dei

sintagmi in parole e poi delle parole in morfi).

1.1 - Frase

•• La frase è una sequenza di parole dotata di significato (compiuto). Secondo altre definizioni, la frase è una

unità linguistica formata da soggetto, da predicato ed eventualmente da complementi. Secondo Bloomfield

una frase è una forma linguistica indipendente, non compresa (attraverso alcuna costruzione grammaticale)

in una forma linguistica maggiore”.

1.2 - Clausola

•• Nella linguistica inglese si riconosce una unità sintattica intermedia tra la frase e il sintagma, la clausola

10

(“clause”), che indica un raggruppamento di parole che ha un predicato (grammatica), rappresenta uno

stato, un evento o un processo (semantica) e può far parte di una frase più estesa, ottenuta o per

coordinazione o per subordinazione (sintassi). “Ho parlato con un caro amico che non vedevo da tempo”

contiene due clausole: l’indipendente “ho parlato con un caro amico” e la dipendente relativa “che non

vedevo da tempo”. In più, ogni clausola ha valore pragmatico, ovvero ha qualcosa a che fare con una

10 Nota bene: un predicato non corrisponde necessariamente con un verbo, ma neanche con un solo verbo:

per esempio, “stiamo cominciando a vedere” è un solo predicato.

variazione intonazionale; infatti, anche una sequenza minima come “Ma no!” (come risposta a “Giuseppe ha

avuto un incidente!”) è considerata una clausola, sebbene non risponda ai requisiti grammaticali, semantici e

sintattici sopra specificati.

2 - Funzioni della clausola

•• Gli enunciati sono emessi perché servono a qualcosa. Le principali funzioni di un enunciato sono:

•• Funzione predicativa: dire qualcosa a proposito di qualcos’altro (“il bambino di Carlo ha rotto la macchina

fotografica”. La funzione predicative rappresenta uno stato di cose in cui un certo numero di partecipanti sono

messi in relazione attraverso un predicato.

•• Funzione pragmatica: “lasciar intendere” all’interlocutore un significato non formulato esplicitamente. Dire

“non fumo” significa dire anche “non fumate attorno a me”. Dire a telefono “buongiorno, c’è Luca?” vuol dire

che vogliamo essere messi in contatto con Luca, non solo sapere se c’è o no.

3 - Classificazioni

•• Le clausole si classificano secondo diversi criteri, tra i quali:

3.1 - Posizione gerarchica

•• Dal punto di vista gerarchico, le clausole sono distinte in principali (che possono essere usate da sole) e

in subordinate (che non possono essere usate da sole, eccetto che con usi “assoluti”, senza una principale

che le regga, come in “Ma se sta piovendo!”). Entrambe le clausole possono incorporare per incassamento

altre clausole.

3.2 - Modalità

•• Le clausole si distinguono tra quelle che “danno” (asserzioni - clausole affermative come forma canonica)

e quelle che “chiedono” (appelli: domande - clausole interrogative come forma canonica-, comandi - clausole

imperative come forma canonica). Possiamo “chiedere” / “dare” o una informazione (solo verbale) o una

prestazione (pratica).

3.3 - Polarità

•• Le clausole si presentano o in forma asserita (affermativa) o in forma negata (negativa, con un avverbio

di negazione che modifica il predicato. Si noti che “Non leggo molti libri” non è il contrario di “Leggo molti

libri”, ovvero la negazione non è una opposizione).

3.4 - Marcatezza

•• Le clausole possono essere marcate (quando su uno o più costituenti si fa una messa in rilievo

comportando sia un profilo particolare di intonazione, sia una serie di movimenti di costituenti) e non-

marcate (in cui non è stata fatta alcuna operazione di messa in rilievo e in cui ogni costituente si trova nella

sua posizione naturale). Esempio: “Tuo fratello ha preso la macchina” è una clausola non-marcata, mentre “la

macchina, l’ha presa tuo fratello” è una clausola marcata.

4 - Clausola semplice

4.1 - Struttura

•• Quando nessuno dei costituenti di una clausola è a sua volta una clausola, questa è semplice (anche

detta “clausola nucleare”) ed è l’elemento costruttivo fondamentale degli enunciati. Le clausole complesse

hanno come costituenti clausole semplici.

•• La clausola semplice è formata obbligatoriamente da un nucleo e da elementi facoltativi chiamati

“circostanziali” (che sono eliminabili senza destabilizzare la clausola e danno informazioni aggiuntive circa il

luogo, il tempo, la causa… come “da poco tempo” nella frase “mi sono accorto di lui da poco tempo”; in più, si

riconoscono perché il verbo impone restrizioni sugli elementi del nucleo, ma non sui circostanziali).

Gli elementi del nucleo, ovvero i SN e i SV, hanno la funzione di rappresentare i partecipanti e la relazione

che tra loro si stabilisce. La relazione di solito è stabilita dal verbo, fondamentale nella clausola, perché

determina i posti che possono essere riempiti da specifici significati, chiamati argomenti (ovvero i soggetti

legati al verbo). L’insieme degli argomenti di un verbo costituisce la struttura argomentale. I verbi atmosferici

non hanno argomenti (“oggi piove”), i verbi intransitivi hanno un argomento (“Emilia ride”), i verbi transitivi

hanno due, tre o quattro argomenti (“I ragazzi non leggono i giornali”). Un verbo, oltre agli argomenti, ha

anche a che fare con gli avverbiali (che modificano il significato del verbo, come “per alcune ore” in “ho

aspettato per alcune ore”). È evidente quindi che il soggetto formi sintagma a sé (SN), mentre gli argomenti e

il verbo formano il SV; questo spiega come mai in alcune lingue il soggetto può essere sottinteso, ma non

può esserlo il verbo; in più, il verbo si riferisce di solito all’oggetto e non al soggetto (“[io] ho comprato un

letto”).

4.2 - Posizione speciale

•• A volte la clausola semplice può essere arricchita a sinistra e a destra con alcune speciali posizioni

periferiche (PP) da specifici componenti.

In alcune lingue sul lato sinistro e sul lato destro della clausola si collocano alcuni tipi di parola e meccanismi

(parole interrogative come “chi”, “quando”, “come”…, fenomeni di messa in rilievo, fenomeni di enfasi del

tema del discorso, vocativi…). La struttura della frase dunque è: “PP1 PP2 [clausola] PP3”.

4.3 - Ordine dei costituenti

•• Ogni lingua colloca gli elementi della clausola semplice secondo propri principi. L’ordine possibile tra i

componenti maggiori (disposti dal più frequente al meno frequente nelle lingue del mondo) è: SOV (turco,

giapponese), SVO (l’italiano, come il francese ha questa struttura, con le frasi non-marcate; le frasi non-

marcate possono anche avere diverse strutture, come VSO: “Oggi la metro è stata chiusa” o “Oggi è stata

chiusa la metro”; il tedesco, con struttura SVO per le clausole principali, la struttura per quelle dipendenti è

SOV), VSO, VOS, OSV, OVS (quasi nessuna lingua ha questa struttura).

4.4 Ordini naturali e fenomeni di movimento

•• L’ordine non-marcato è l’ordine “naturale” di una lingua, in cui non c’è stata alcuna operazione sintattica.

Infatti i costituenti possono essere soggetti a movimenti che ne alterano la posizione “naturale” (SVO: “Carlo

ha preso il giornale”; OVS: “Il giornale lo ha preso Carlo”). Alcuni sono semanticamente irrilevanti (è il caso

del “Chi hai visto?” nell’SVO dell’italiano invece del “Hai visto chi?”, perché “chi” si colloca in posizione PP1).

•• Con frasi relative in lingue con struttura SVO, il SN si mette indifferentemente o prima del verbo o dopo:

“Ecco il libro che Enzo (S) ha portato (V)” = “Ecco il libro che ha portato Enzo”. In spagnolo e in francese è

preferibile che il soggetto della relativa sia posizionato dopo il verbo.

•• A proposito dei movimenti del SV, lingue come l’inglese, il tedesco… per formare una clausola interrogativa

invertono la posizione del soggetto e del verbo.

5 - Tipi di clausola semplice

5.1 - Clausole nominali

•• Le clausole nominali sono costituite da un SN soggetto e da un predicato nominale (SN o puro aggettivo)

collegati tra loro senza verbo. Alcune lingue hanno questa struttura non-marcata (latino, russo), altre marcata

(italiano). Non avendo il verbo, la clausola nominale non può trasmettere informazioni proprie del verbo,

come il tempo, infatti molte volte è utilizzata per asserire proverbi o frasi generali (“bandiera vecchia onor di

capitano”). In alcune lingue, come l’italiano, la clausola nominale è usata in modo marcato, con un effetto di

enfasi (“Bella, questa casa”), in cui il predicato precede il soggetto ed è separato da una pausa virtuale ( ).

▵ ▵

5.2 - Clausole verbali

•• Le clausole verbali hanno il predicato costituito da un SV. Il verbo (lessicale, ovvero “normale”, distinto

dall’ausiliare) ha una struttura argomentale (ha argomenti collegati). I verbi lessicali hanno argomenti, i verbi

ausiliari si combinano con i verbi lessicali e hanno la funzione di specificare il valore grammaticale del verbo

lessicale (In “ho mandato un biglietto”, “ho” è verbo ausiliare e “mandato” è verbo lessicale).

6 - Clausole subordinate

•• In “Quando arriva Giovanni, partiamo insieme”, “quando arriva Giovanni” è una clausola subordinata,

“partiamo insieme” è una clausola indipendente (principale). I codici linguistici possono creare clausole

subordinate perché godono della proprietà di stand-by, ovvero permettono di lasciare in sospeso il

messaggio principale per inserire messaggi secondari per poi tornare al punto di partenza. Si possono quindi

ottenere strutture con diversi livelli di subordinazione. Di solito, le subordinate sono collegate con un

connettore alla principale. Le subordinate possono essere:

•• Clausole relative: le uniche subordinate ad avere un nucleo costituito da un SN; in alcune lingue il

connettore è un apposito pronome (pronome relativo) che è in contatto e “fa le veci” del nucleo del SN.

Siccome le relative conferiscono informazione a un nucleo nominale, hanno molto in comune con gli aggettivi

(dire “Luisa è una donna che apprezziamo molto” e dire “Luisa è una donna molto apprezzata da noi” è la

stessa cosa).

•• Clausole completive: operano come “complemento” (o argomento) del verbo della principale, che è il loro

nucleo. Molte lingue hanno come connettori i “complementatori”, come “che” in “dice che sarà in ritardo”. Il

complementare opera una forzatura perché trasforma la frase subordinata in un “nome” che poi viene messo

in relazione con la principale. Le completive, infatti, hanno qualcosa a che fare con i nomi.

•• Clausole interrogative: operano come i circostanziali, cioè restringendo e specificando il significato della

principale codificando alcune relazioni logiche fondamentali. I loro connettori sono le congiunzioni

subordinative (“quando”, “perché”, “siccome”…).

7 - Profili di clausole

7.1 - Clausole interrogative

•• La funzione primaria delle clausole interrogative è quella di richiedere una informazione (“che ore sono?”) o

una prestazione (“chiudi la porta?”). Strutturalmente, invece, le interrogative sono suddivise in:

•• Domande sì/no (o domande polari o totali): hanno risposte che comprendono “sì” o “no”.

•• Domande-k (o domande-wh o domande parziali): cominciano con “Quando”, “Come”, “Chi”… e prefigurano

risposte libere. Tutte queste domande incorporano una presupposizione, per questo sono domande parziali:

in “chi ha preso il latte?” sappiamo che qualcuno ha preso il latte, ma non sappiamo chi.

•• Al contrario delle asserzioni, le interrogative hanno diverse marche che le contraddistinguono (a volte si

trovano più marche in una sola interrogativa), tra le quali: intonazione, ordine degli elementi, morfi (liberi o

legati, come nel latino - “-ne” o “an” se non sappiamo se sì o no; “num” se ci si aspetta una risposta negativa;

“nonne” se ci si aspetta una risposta positiva), parole o sintagmi dedicati (est-ce que) (o semidedicati, come

“non è vero che…?”). Questi sono gli elementi usati dall’italiano. Altre lingue usano anche speciali strutture

sintagmatiche, domande-coda. In molte lingue la parola-k è lasciata in posizione normale (la posizione che

avrebbe nell’affermativa) oppure va al posto dove ci sarebbe la risposta, come in cinese mandarino: “tu

andare dove?” -> “dove vai?”.

7.2 - Clausole relative

•• La clausola relativa è generalmente incassata nella frase modificando così il SN aggiungendo una

informazione a riguardo. Dunque, la clausola relativa fa parte di una costruzione “in simbiosi” con il SN. In

molte lingue, la clausola incassata (relativa) contiene un sostituente (il pronome relativo) che collega la

relativa con la principale. Nella frase “i libri che gli antichi scrissero sono utili”, “libri” è il punto di attacco, “che”

è il pronome relativo coreferente con il nominale e “che gli antichi scrissero” è la clausola relativa. In inglese,

per esempio, la clausola relativa si collega con il punto di attacco senza pronome relativo (“this is the man Bill

knows”). Il pronome relativo può operare come soggetto (“il ragazzo che…”), come oggetto (“il libro che…”) o

come complemento indiretto (“il ragazzo con cui…”). In greco il pronome relativo “pou” (= pu) è invariabile e

può essere rinforzato da un pronome personale che specifica il genere e il numero del punto di attacco.

•• Rispetto al nominale che opera come punto di attacco, la clausola relativa può trovarsi dopo (come accade

più spesso, nelle lingue romanze come l’italiano, germaniche e slave), prima o inserirsi al suo interno. Alcune

lingue non hanno il pronome che si lega al punto di attacco, come l’inglese e il giapponese.

•• Alcune lingue, come il cinese e il turco, hanno una relativa formata da un SN.

•• Dal punto di vista logico, le clausole relative possono essere attributive (che attribuiscono una

determinata qualità agli individui indicati dal SN che opera come punto di attacco, come per esempio “chiama

i ragazzi, che aspettano in aula”, poiché presuppone che tutti i ragazzi aspettino in aula e dunque che tutti i

ragazzi vadano chiamati) o restrittive (che restringono una proprietà solo a una parte degli individui indicati

dal SN che opera come punto di attacco, come per esempio “chiama i ragazzi che aspettano in aula”, poiché

presuppone che solo alcuni ragazzi aspettino in aula e dunque che solo alcuni ragazzi vadano chiamati).

8 - Clausole completive

8.1 - Tipi

•• Le clausole completive operano come elementi nominali, dunque possono svolgere la funzione di soggetto

(“perché sia venuto è un mistero”) o di oggetto (“dicono che Giovanni sia partito”) della clausola principale,

anche sotto forma di interrogativa indiretta (“la polizia si domanda chi sia il colpevole”).

•• In alcune lingue, come in italiano, le completive possono anche avere il verbo all’infinito (clausole

infinitive). In questi casi, il soggetto scompare (“gli ho promesso di parlare”, in cui “soggetto di parlare =

soggetto di ho promesso”; “gli ho ordinato di partire”, in cui “soggetto di partire = coreferente con gli”) e

alcune volte è un problema identificarlo (“gli ho chiesto di parlare” può essere sia aver fatto richiesta che

qualcuno parli - ovvero “soggetto di parlare = soggetto di ho chiesto” -, sia aver fatto richiesta affinché io

possa parlare - ovvero “soggetto di partire = coreferente con gli”).

•• Per coreferenza si intende che due SN diversi indicano la stessa entità. I soggetti coreferenti, quindi,

indicano lo stesso partecipante. I soggetti non-coreferenti indicano partecipanti diversi. Quando non si sa di

chi si sta parlando (come in “gli ho chiesto di parlare”) si dice che la referenza dei soggetti è ambigua. In

latino, che per le frasi completive ha delle particolarità che le modificano e le fanno immediatamente

riconoscere (c’è un complementare zero, la forma del verbo è all’infinito e il caso dell’attore, di solito al

nominativo, è all’accusativo: da “felix est” - è felice - a “[scio] emu esse felicem” - [so] che lui è felice”), il

soggetto dell’infinitiva è sempre espresso, anche quando coincide con quello della principale.

8.2 - Complementatori

•• Per connettersi alla clausola principale, le completive usano i connettori chiamati complementatori (parole

o sintagmi) che trasformano la clausola verbale in un complemento del verbo della clausola principale (in

“credo che tu abbia la febbre”, il “che” trasforma “tu abbia la febbre” in complemento oggetto di “credo”). In

più, il tipo di complementare scelto seleziona la forma del verbo della clausola subordinata seguente (per

esempio, in italiano “di” seleziona clausole infinitive, come “credo di avere la febbre”; “che” seleziona clausole

finite, come “lo so che ti sei nascosto”; “se” seleziona clausole sia finite, come “non so se parto domani”, sia

infinitive, come “non so se partire domani”). In spagnolo c’è “de que” che collega subordinate anche con verbi

che di solito reggono complementi indiretti con “de”.

•• Le subordinazioni possono anche avere marca zero, ovvero quando non c’è il complementatore nella

clausola completiva, che sia infinitiva (“posso venire con te”) o finita (“credo sia impossibile”). La marca

ø ø

zero si ha anche quando la clausola completava è soggetto o oggetto dell’enunciato (come in italiano: “credo

tu abbia ragione”, o in inglese: “I think you are right”).

ø ø

9 - Clausole circostanziali

9.1 - Codifica e ipocodifica

•• Tra gli eventi, il parlante potrebbe voler stabilire una relazione (per esempio di causalità: “siccome è

accaduto B, allora accade anche A”). Le circostanziali sono clausole subordinate che devono codificare

questi tipi di relazioni, aggiungendo alla principale informazioni su specifiche dimensioni (tempo, scopo,

causa…). Essendo circostanziali, non sono componenti obbligatorie e non fanno parte del nucleo della frase.

Tra i tipi di clausole circostanziali troviamo le causali (A perché B), le finali (A affinché B), le ipotetiche (se A,

allora B), le concessive (A a dispetto di B), le temporali (A insieme con B, A prima di B, A dopo di B), le

comparative (A come B), le consecutive (A è conseguenza di B)… queste sono le “relazioni naturali”, che

possono essere codificate in forma debole (ipocodificate, con strutture più semplici della subordinazione,

come “è caduto e si è fatto male”, poiché tutti comprendono che “è caduto” è la causa del secondo evento, “si

è fatto male”; “uno che vuole fare carriera si dà da fare”) o in forma forte (“siccome è caduto, si è fatto male”

o “si è fatto male perché è caduto”; “se uno vuole fare carriera, si dà da fare” o “vuoi fare carriera? Datti da

fare!”).

•• Le circostanziali, siccome sono costituenti esterni al nucleo, possono cambiare posizione con (relativa)

libertà. In alcune lingue, come in neopersiano, la posizione dipende se l’evento codificato sia causa (“a

monte”) o effetto (“a valle”), mentre alcune clausole stanno sempre o a destra o a sinistra della principale.

9.2 - Circostanziali “libere”

•• Alcune circostanziali sono “libere”, cioè possono essere usate da sole, senza principale. L’ipotetica libera,

per esempio, in molte lingue serve a codificare un comando “mitigato” (“se si vuole accomodare…”, “se le

cose stanno così…”).

10 - Clausole “dipendenti”

10.1 - Clausola-replica

•• Non è vero che le clausole principali godano tutte di autonomia. Infatti, ciò è vero sintatticamente, ma

sappiamo che, soprattutto nelle le conversazioni, come “A: andate al cinema?” - “B: loro sì, noi no”, vi è il

primo enunciato di apertura e il secondo di replica. La conversazione continua attraverso repliche di A e di B

fino ad arrivare all’enunciato di chiusura. Eppure, "loro sì, noi no” non è valida come indipendente, mentre lo

è solo se considerata collegata all’apertura: è una clausola-replica. Ciò accade anche in inglese e in latino.

•• Le clausole-replica si dividono in: clausole-sequenza (repliche che hanno un elemento di collegamento

che serve a indicare che la replica è una espansione dell’apertura, come in “A: finora avete parlato voi” “B:

perché abbiamo molte cose da dire”), clausole con anaforico (repliche che hanno un sostituente anaforico

con punto di attacco o nell’apertura o in una replica precedente o nel contesto esterno, come in: “A: ho

incontrato tuo fratello” “B: me l’ha detto”), clausole troncate (repliche con una struttura incompleta,

giustificabile se connessa sintatticamente all’apertura o a una replica precedente, come in: “A: è un bel

posto…” “B: … proprio un bel posto, soprattutto il giardino”). A volte, è possibile trovare tipi “fusi”, come

clausole sia sequenza sia troncate: “A: bisogna avere la preparazione giusta…” “B: … ma anche conoscere

le persone giuste”, oppure clausole sia sequenza sia con anaforico: “A: lui ha salutato Luigi” “B: ma non te”.

10.2 - Domande-coda

•• Le domande-coda sono clausole interrogative dipendenti da una principale assertiva che le precede e

contengono una negazione. Servono a chiedere conferma dell’informazione espressa nella parte assertiva

dell’enunciato (“you are able to jump, aren’t you?”). Equivale al nostro “è vero?” / “non è vero?” / “no?”. La

domanda-coda è usata anche come replica in una concatenazione di clausole (“A: I am really tired now” “B:

Are you?”). In francese la domanda-cosa serve solo per chiedere conferme ed è sempre “n’est-ce pas?”.

10.3 - Frammenti

•• I frammenti di enunciato sono residui di strutture e quindi non sono analizzabile con le normali tecniche

sintattiche.

•• Al livello più basso troviamo le esclamazioni (o interiezioni) caratterizzate da uno speciale profilo di

11

intonazione e da una grande varietà di funzioni pragmatiche (espressione di sorpresa, di sdegno…). Le

esclamazioni possono essere non-lessicali (formate da ideofoni come “oh!”, “ahi!”, “boh!”…), semilessicali

(“ahimè!”, “ahiloro!”…) e lessicali (“oddio!”, “mannaggia!”, “accidenti!”… o intere frasi come “che dici!”, “che

hai fatto!”, “povero me!”, “io, dormire a quest’ora!”…).

•• Gli intercalari sono sequenze usate per “riempire” pause in un enunciato per ricercare possibili

continuazioni dell’enunciato (come: “no?”, “you know”, “voglio dire”, “I mean”, “you see”, “vero?”, “guarda”…

11 - Fenomeni soprasegmentali e struttura dell’enunciato

•• Ogni enunciato ha un profilo di intonazione. È proprio l’intonazione che maggiormente aiuta a decidere a

quale tipo appartiene una data clausola. In molte lingue, infatti, è proprio l’intonazione a distinguere i due tipi

di clausola più importanti, l’asserzione e l’interrogazione. All’interno delle interrogative, anche i due

fondamentali tipi di clausola, le domande-wh e le domande sì/no si distinguono proprio dall’intonazione. Le

domande-wh hanno una intonazione discendente, le domande sì/no hanno una intonazione ascendente.

•• In genere, le clausole hanno un profilo intonazionale diverso secondo la forza illocutiva che possiedono.

Per forza illocutiva si intende la natura pragmatica delle clausole (per esempio, esistono interrogative che

chiedono una informazione o una prestazione, mentre altre interrogative servono a manifestare incredulità…

la frase “siete già arrivati?” ha entrambe le interpretazioni), ovvero la loro intonazione.

•• Le clausole vengono caratterizzate anche dalle pause virtuali, che servono a marcare il punto di

passaggio tra una clausola e l’altra o altri confini sintattici (per esempio, si distingue una attributiva da una

restrittiva proprio dalla presenza della pausa virtuale nella prima: l’attributiva è “porto al cinema i ragazzi ▵

che sono stati buoni”; la restrittiva è “porto al cinema i ragazzi che sono stati buoni”).

Fondamenti di grammatica

1 - Grammatica

•• “Grammatica” viene dal greco grammatikē tékhnē e significa “arte dello scrivere”; è una delle voci più

antiche del vocabolario europeo. Con “grammatica” si indica il linguaggio nella sua totalità ed è una specie di

sinonimo di “linguistica”. Con il termine “grammatica” ci si riferisce a un insieme di regole e di regolarità, di

obblighi da rispettare e in questo senso il termine viene usato in linguistica.

2 - Opposizioni e distinzioni

•• Definiamo “grammatica” quando la si mette in contrasto con qualcos’altro. Se prendiamo l’enunciato “Luisa

arriva subito” diciamo che “arriva” è indicativo presente, terza persona singolare di arrivare… e ciò è un fatto

di grammatica, ma la scelta delle parole (Luisa invece di “zia”, “arriva” invece di “viene”) dipende invece dal

lessico.

•• La grammatica, dunque, riguarda le caratteristiche morfologiche delle parole, mentre il lessico riguarda la

scelta di queste. La grammatica può infatti essere rappresentata con una serie di tabelle o di liste (i

“paradigmi”) che mostrano come una certa classe di parole (per esempio i verbi) cambia di forma secondo

l’ambiente sintagmatico.

11 Pragmatico = pratico, extratestuale, sul piano del significato e non del significante.

•• Altra opposizione è tra grammatica e sintassi: la sintassi si occupa dell’ordine delle parole e della loro

combinazione (“frase” è una nozione di sintassi); la grammatica si occupa delle categorie che intervengono in

questa combinazione (“nome”, “verbo”, “aggettivo”, “soggetto”, “oggetto”, “predicato”… sono nozioni di

grammatica). La grammatica è più semplicemente l’unione di morfologia e sintassi (= morfosintassi).

3 - Grammatica generale e grammatiche particolari

•• Fino al Seicento si credeva che le stesse nozioni grammaticali potessero valere per tutte le lingue. Questo

perché si pensava che, siccome le lingue provenivano dal latino, allora tutte avrebbero dovuto avere le

stesse caratteristiche (“grammatica est una”). Infatti, si era arrivati a distinguere due grammatica: una

universale (o generale), uguale per tutte le lingue perché considerate come manifestazioni diverse di un

unico modello, e una particolare, tipica di ogni lingua. Oggi questa versione è profondamente cambiata sul

piano del significato, ma non del significante: con grammatica universale si intende l’unità grammaticale

perché l’utente delle lingue è un essere umano, che è limitato nelle sue capacità di elaborare informazioni e

così deve imporre a tutte le lingue una determinata forma. La linguistica dà per scontato che le lingue

abbiano in effetti qualcosa in comune da vari punti di vista, compreso quello grammaticale. Da questa

consapevolezza può partire l’analisi, studiando i fenomeni con metodi unitari.

4 - Un sistema di opzioni obbligatorie

•• Dietro ogni frase che pronunciamo o scriviamo, ci sono delle opzioni obbligatorie per ogni suo

componente. Se vogliamo pronunciare la frase “la testa mi duole”, possiamo scegliere tra molte alternative

(“mi fa male la testa”, “mi duole la testa”…) e ogni suo componente è frutto di scelte lessicali libere cui poi

seguono opzioni obbligatorie: una volta selezionata liberamente la parola “testa”, dobbiamo scegliere

obbligatoriamente tra singolare e plurale; una volta selezionato liberalmente il verbo “dolere”, dobbiamo

scegliere obbligatoriamente il modo, il tempo, la persona (“duole” = modo indicativo, tempo presente, terza

persona singolare). La grammatica è l’insieme di queste opzioni obbligatorie tra cui si deve scegliere dopo

aver fatto una scelta lessicale libera. Le opzioni grammaticali sono di carattere oppositivo e sono in numero

limitato (se si sceglie un singolare si esclude il plurale; se si sceglie il presente si escludono gli altri tempi…;

non possono esserci troppe scelte: da due a quindici, in base alle lingue e alle parole selezionate).

5 - Grammatica e lessico

5.1 - Due canali per codificare il significato

•• I morfemi e i morfi si distinguono in lessicali e grammaticali. I morfi e i morfemi grammaticali (che si

selezionano tra poche opzioni) sono l’oggetto principale della grammatica, perché sono i portatori delle

opzioni obbligatorie.

•• Il contenuto espresso da una lingua per codificarsi è diviso in due canali: la grammatica (che consiste

nell’analisi delle opzioni obbligatorie) e il lessico (che consiste nella scelta delle opzioni non obbligatorie).

Per esempio, in inglese il genere di un nome non è grammaticalizzato (non è dato da aggiunta e/o

sostituzione di un morfo specifico, ma lessicalizzato (aggiungendo una parola): per dire “la gatta” si dice “the

she-cat”, (così come in francese nel caso: “la scrittrice”, “la femme écrivain”).

•• Molte lingue, tra loro molto diverse, presentano elementi in comune a proposito della codifica grammaticale

di porzioni di contenuto (= nozioni, morfi). Per esempio, per rendere un verbo causativo (“fare…”,

“causare…”), sia lo swahili sia il turco aggiungo dei suffissi specifici. L’italiano o sostituisce il verbo con un

altro che rende il significato all’accusativo (“morire” -> “uccidere”), o aggiunge “fare…”.

5.2 - Grammaticalizzazione

•• Nel corso del tempo, il significato può distribuirsi o nel canale della grammatica (grammaticalizzazione,

secondo cui una parola diventa un morfo grammaticale: “pas” francese che significava “passo” con senso di

“non mi piace per niente” adesso è usato come intensificassero della negazione “ne”; “en train de…”; “going

to…”) o in quello del lessico (lessicalizzazione, secondo cui un contenuto prima grammaticale trova adesso

significato in una voce lessicale specifica: “-ismo” è adesso una parola; “gli sismi del Novecento”).

5.3 - Analogico e digitale

•• La grammatica esprime il contenuto digitalmente, mentre il lessico lo esprime in maniera analogica. Ciò

appare chiaro se pensiamo che grammaticalmente non possiamo avere una forma specifica per esprimere

che un dato evento ha avuto luogo proprio un mese fa. Con i tempi verbali possiamo dare solo l’idea di un

evento che si verifica nel presente, che si è verificato in un passato prossimo o remoto, ma non possiamo

esprimere con esattezza il tempo, cosa invece possibile con il lessico (che è analogico: “l’evento x è

accaduto un mese fa”).


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di linguistica e comunicazione e della prof.ssa Catricalà, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Nuovi fondamenti di linguistica, Simone. Saranno trattati i seguenti argomenti: le lingue e la linguistica, i suoni delle lingue, la morfologia, la sintassi, i tipi di enunciato, la grammatica, la struttura tematica e la struttura dell'informazione, il testo, il lessico e la semantica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica e comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Catricalà Maria.

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