Sunto di Linguistica, prof.ssa Catricalà - Libro consigliato: Nuovi fondamenti di linguistica, di Simone
Le lingue e la linguistica
1.1 A che cosa servono le lingue?
•• Prima dell’avvento delle lingue, gli animali non-civilizzati / non-umanizzati usavano altri “metodi” per
comunicare, ovvero altri tipi di codice, come quello gestuale che ancora oggi appare indissolubilmente legato
al codice linguistico, senz’altro più complesso e che non potrebbe essere appreso (o creato, all’origine) se
nell’uomo non fossero avvenute, nel corso del tempo, trasformazioni nella sua anatomia e nel suo sistema
nervoso/respiratorio. La creazione della lingua era infatti sentita come necessaria, quasi come un obbligo
evolutivo, capace di soddisfare determinate necessità (attraverso la dotazione di risorse specifiche), le quali
non possono essere individuate con esattezza, ma solo procedendo per ipotesi, fornite anche dalla
paleoantropologia (scienza che studia l’evoluzione anatomica della specie Homo sapiens).
Le lingue servono a comunicare, cioè a scambiare messaggi portatori di informazione tra interlocutori umani.
In più, la comunicazione non è solo basata sulla “trasmissione” di dati di fatto (es. piove), ma anche sulla
“trasmissione” di emozioni, desideri, sogni, racconti… possiamo quindi semplificare dicendo: le lingue
servono a fornire predicazioni (predicare, dalla logica: “si dice qualcosa a proposito di qualcos’altro”; es. “il
bambino dorme”). È ovvio che per enunciare una predicazione abbiamo bisogno delle risorse necessarie a
indicare il “qualcosa” di cui si vuole parlare (nel nostro caso il bambino). La funzione di predicare è svolta in
genere dai verbi (anche se non tutti i verbi predicano), ma nomi e verbi hanno bisogno di altro per funzionare
(articoli - il, questo… -, avverbi - profondamente, adesso… -…). Ogni enunciato può spostarsi lungo un asse
di precisione (qualcuno dorme; il bambino dorme; mio nipote dorme…). In più, grazie al codice verbale,
possiamo spostare la responsabilità da noi a terzi di quello che diciamo: dicono che il bambino dorma. In
questo modo ci si “salva la faccia” perché nessuno può accusarci di aver dato per vera un’informazione falsa.
Le lingue non servono solo a comunicare, ma anche a soddisfare i bisogni a proposito del rapporto tra il
parlante e l’interlocutore: questo rapporto è indicato con il termine pragmatica. La pragmatica trasmette un
messaggio non detto (implicito), nascosto sotto il messaggio letterale (esplicito).
Nella comunicazione, la predicazione e la pragmatica sono strettamente intrecciate e in molti casi è la
pragmatica a prevalere, questo perché a nessuno piace ricevere ordini presentati come imposizioni, mentre
dicendo “fa troppo caldo, qui”, ci aspettiamo che qualcuno faccia qualcosa per migliorare la situazione.
In sintesi: le funzioni primarie delle lingue, che ne giustificano l’invenzione da parte delle specie, sono:
predicare, salvare la faccia, trasmettere messaggi “non detti”.
1.2 La linguistica
•• La linguistica è lo studio scientifico e l’analisi rigorosa dei fenomeni linguistici, ovvero del linguaggio e delle
lingue. La linguistica prima della seconda metà dell’Ottocento non era riconosciuta come una disciplina
scientifica. In ogni caso, la linguistica è ancora una scienza “debole”: i suoi metodi sono spesso incerti, è
elevato il disaccordo tra i suoi esponenti, alcune definizioni di base sono controverse e non bisogna
dimenticare che la linguistica è una scienza che ha come oggetto il flatus vocis, qualcosa di immateriale e
mutevole.
1.3 Una disciplina non prescrittiva
•• Come tutte le scienze, la linguistica non è prescrittiva, ovvero non dà consigli sull’uso della lingua. Molti si
aspettano che i linguisti siano i guardiani del “buon comportamento”, mentre è vero il contrario: al linguistica
gli “errori” di lingua interessano non meno del “grammaticalmente corretto”, perché possono rivelare aspetti
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importanti del linguaggio. La linguistica, infatti, mira alla descrizione e alla spiegazione dei fenomeni
linguistici. La linguistica è vicina alle scienze in senso stretto perché si occupa di collegare i fatti linguistici alle
ipotesi generali sulla natura del linguaggio.
1.4 A che cosa serve la linguistica?
1 Per descrivere qualcosa sono necessari i fatti.
2 Per spiegare qualcosa è necessario ricondurre i fatti alle ipotesi generali.
•• Si può dire che la linguistica, insieme con la matematica, sia la più antica delle scienze (entrambe
risalgono all’antichità greca più remota, a partire dalle pagine linguistiche di Platone, di Aristotele e degli
Stoici, ancora oggi fonte di discussione e di suggerimenti). Questo interesse rispecchia l’importanza che è
sempre stata riconosciuta a questo fondamentale aspetto dell’essere umano. Oggi abbiamo anche dei motivi
in più: secondo una concezione attualmente molto diffusa, il linguaggio è uno dei principali prodotti della
nostra mente, dunque la linguistica sarebbe una branca della psicologia. È indubbio, quindi, che lo studio del
linguaggio faccia luce sul funzionamento della mente. Nonostante ciò, è riduttivo definire la linguistica una
branca della psicologia: siccome cerca di cogliere il rapporto tra natura e storia scoprendo - al di sotto
dell’immensa varietà delle lingue - alcuni meccanismi costanti e invarianti, la linguistica ha una sua
autonomia. La linguistica è anche alla base dello studio dei disturbi del linguaggio, dell’analisi del linguaggio
attraverso calcolatori, della produzione di dizionari, dello studio delle operazioni mentali sotto il
comportamento linguistico…
1.5 Prerequisiti per lo studio del linguaggio
•• Per entrare nel modo di pensare proprio della linguistica, bisogna superare alcune difficoltà preliminari.
1.5.1 Si studia l’inosservabile
•• La prima difficoltà: studiando il linguaggio, si analizzano soprattutto fenomeni che “non si vedono”,
ovvero fenomeni non osservativi (è il flatus vocis). Il significato è interno e sfugge all’osservazione…
uno dei problemi fondamentali della linguistica moderna sta nel tentativo di rappresentare
graficamente il significato attraverso simboli. La linguistica non è la sola scienza che abbia come
oggetto qualcosa che non si vede (anche economia, biologia, fisica, astrofisica, in misura maggiore o
minore, ma la loro limitazione è provvisoria: in futuro potrebbero riuscire a vedere il loro oggetto,
magari con il miglioramento degli strumenti di osservazione…), ed è una sua caratteristica intrinseca,
quella della non-osservabilità.
1.5.2 Rinunciare alla “naturalezza”
•• La seconda difficoltà: bisogna abituarsi a non considerare più il linguaggio come un comportamento
spontaneo e naturale, come appare a prima vista, ma come un oggetto “esterno”, da indagare. Lo
studio linguistico comincia quando si comprende che il linguaggio, nonostante la sua apparente
naturalezza, è un oggetto complesso, altamente organizzato, che può funzionare male o risultare
danneggiato o distrutto.
1.5.3 Un’analisi interminabile
•• La terza, radicale difficoltà: a volte, il carattere informare del linguaggio dà al ricercatore di non
riuscire a cogliere i tratti principali di un dato fenomeno. L’esempio calzante è dato dalla lingua
parlata: nel parlare, ognuno trasgredisce regole che nello scrivere rispetterebbe e si può edere
l’impressione che queste trasgressioni non possano essere ricondotte a regole.
In alcuni casi, lo studio linguistico ci dà l’impressione che sia interminabile, sotto qualunque punto di
vista (per esempio, dal punto di vista morfologico, come è possibile studiare tutte le parole di una
lingua?; o dal punto di vista grammaticale, perché è impossibile descrivere completamente la
grammatica di una lingua qualunque).
1.5.4 Costituire il proprio oggetto
•• La quarta difficoltà, fatta notare da Ferdinand de Saussure: a differenza delle altre scienze “dure” e
“molli”, la linguistica vede costituirsi il proprio oggetto a mano a mano che procede; in altre parole: la
linguistica non si trova davanti un oggetto già formato e pronto per l’analisi. La linguistica deve
decidere ogni volta dove comincia e dove finisce il proprio oggetto. Questa caratteristica è la
conseguenza dell’argomento trattato in 1.5.1 (ovvero: si studia l’inosservabile).
1.5.5 Finzioni
•• La quinta difficoltà: quando pariamo, noi esitiamo, balbettiamo, ci correggiamo, dimentichiamo
quanto stavamo dicendo, cerchiamo la parola giusta, non rispettiamo i criteri di “correttezza”… se
infatti proviamo a trascrivere senza alterazioni ciò che abbiamo detto parlando, otteniamo testi
illeggibili. In più, ogni parlante ha il suo comportamento linguistico (esistono parlanti rilassati, eccitati,
distratti, rapidi, lenti, sconclusionati…). Davanti a queste due caratteristiche (gli inceppamenti tipici del
parlato e la tonalità emotiva di ogni parlante), la linguistica è impotente; infatti, prima di analizzare i
fenomeni linguistici, è necessario semplificarli e normalizzarli, dunque anche “fingere” che siano più
“standardizzati”.
1.5.6 Le lingue si studiano con le lingue
•• La sesta difficoltà, peculiarità che nessun’altra scienza possiede: la linguistica ha come oggetto il
linguaggio e le lingue, ma per studiare questo oggetto non può servirsi se non di lingue. In altre
parole: in linguistica, l’oggetto di studio e lo strumento per studiarlo sono identici.
Codici e lingue
2.1 Una nozione intuitiva di linguaggio
•• Che cos’è il linguaggio? È la facoltà che ci permette di associare due diversi ordini di entità che non hanno
a che fare l’uno con l’altro: i contenuti mentali (che non possono manifestarsi ad altri) e le realtà sensoriali,
che sono resi comunicabili grazie all’associazione con i contenuti mentali.
In linguistica, i contenuti mentali sono chiamati contenuto (o significato), mentre le realtà sensoriali sono
chiamate espressione (o significante). 3
Il linguaggio, dunque, associa il contenuto all’espressione , per comunicarla. Le forme che il linguaggio
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assume, infatti, sono numerose e il linguaggio non è quindi una esclusiva umana.
2.2 Comunicazione animale
2.2.1 Un tratto comune
•• Secondo la filosofia antica, solo l’uomo sarebbe in grado di comunicare. Da alcuni decenni, però, questa
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definizione è stata messa in discussione, soprattutto dagli studi di etologia , che hanno aperto la ricerca
intorno alla comunicazione non verbale in generale e soprattutto intorno alla comunicazione animale:la
capacità comunicativa si è rivelata un tratto comune a tutto il mondo animale (uomo compreso).
2.2.2 La danza delle api
•• L’ape da miele europea comunica la posizione del cibo attraverso una “danza”, percepita dalle antenne
delle compagne attraverso un contatto diretto: l’espressione (o significante) di questo codice è quindi mimico-
tattile.
La danza si manifesta in due forme principali: una danza circolare (se il cibo si trova tra i 10 e i 50 metri di
distanza) prima in un verso e poi nell’altro fermandosi più volte per “passare” alle compagne goccioline di
cibo raccolto e una danza a forma di otto in orizzontale (tempo e numero di evoluzioni dipendono dalla
distanza: più è grande, più cresce il numero di evoluzioni e diminuisce il tempo nel farle), che fornisce anche
informazioni sul tragitto, oltre che sulla distanza.
2.2.3 Segnali di guida delle formiche
•• I mezzi di comunicazione delle formiche sono molto più elementari rispetto a quelli delle api, infatti
veicolano informazioni estremamente limitate. Il canale usato per la comunicazione è il più diffuso in natura,
ovvero quello chimico. Nelle colonie di formiche, solo alcune sono esploratrici di cibo e, dopo aver trovato il
giacimento reclutano (muovendosi disordinatamente e agitando le antenne) un certo numero di operaie per
trasportarlo. Alcune esploratrici guidano personalmente le operaie verso la fonte, altre esploratrici depositano
lungo il cammino un certo numero di goccioline odorose, così che le operaie possano seguire da sole la pista
odorosa, tra l’altro “polarizzata”, come se avesse una freccia direzionata. Le formiche possono comunicare
anche altre cose e in diversi modi: possono segnalare uno stato di allarme con frenetiche danze o emettendo
odori specializzati per quella funzioni, oppure producendo segnali tattili raspando con il corpo sulle pareti del
nido creando così delle vibrazioni (è il loro modo di “ascoltare”, non avendo organi uditivi).
2.3 Proprietà biologiche del linguaggio
2.3.1 Carattere congenito
3 Espressione di qualsiasi natura: segni grafici, suoni, movimenti, odori, percezioni tattili, gesti, posture del
corpo, mimica, suoni… l’importante è che sia percepibile dai sensi di un organismo
4 Forme di linguaggio sono, per esempio, la matematica, le lingue verbali, i sistemi che usano gli animali per
comunicare…
5 L’etologia è la disciplina che studia le abitudini e i costumi degli animali, e l'adattamento delle piante
all’ambiente. 6
•• Il linguaggio, essendo una facoltà , ha come proprietà fondamentale quella dell’essere congenito. Il
bambino, infatti, è predisposto alla comunicazione sin da subito e comincia a esprimersi verbalmente intorno
al primo anno di età (non sono d’accordo: un bambino non ha nei suoi geni una lingua verbale, ma la
apprende nei primi mesi dalla sua famiglia. Impara l’italiano se cresce in una famiglia italiana, l’inglese se
cresce in una famiglia inglese… semmai è predisposto a parlare). Allo stesso modo, le specie animali
dispongono (senza possibilità di averli appresi) di sistemi di comunicazione appropriati alle loro esigenze.
2.3.2 Relativa immutabilità
•• Le lingue verbali si sono sviluppate soltanto recentemente messo in relazione al tempo mondiale; l’uomo,
tuttavia, è sempre stato in grado di comunicare, sebbene in modi diversi. Non bisogna, infatti, lasciarsi
ingannare dal carattere congenito del linguaggio, poiché questa capacità comunicativa è soggetta a
variazioni nel corso del tempo.
2.3.3 Inapprendibilità e incancellabilità
•• Essendo il linguaggio congenito (ovvero “scritto” nel patrimonio genetico della specie), questo non può
essere appreso (inapprendibile) né dimenticato (incancellabile). Infatti, si è studiato che se un bambino
venisse allontanato da ogni scambio comunicativo, può rapidamente guadagnare il tempo perduto avviando
processi di comunicazione nel momento in cui viene rimesso in contatto con un ambiente che comunica con
lui. Linguaggio e lingua (ovvero i singoli codici con cui il linguaggio si concretizza) sono cose diverse, infatti la
lingua si impara e si dimentica!
2.3.4 Indifferenza al significante
•• Le forme del linguaggio si servono di diversi tipi di significante (modi di trasmissione del significato a esso
collegato). Si dice allora che il significante è “indifferente” scegliere un significante o un altro.
2.3.5 Limiti
•• Nonostante il significante sia “indifferente”, questa grande varietà di modi di trasmissione ha comunque dei
limiti. Per esempio, l’uomo non adopera come espressione i movimenti di “danza” (mondo delle api) o il
tracciamento chimico (formiche e altri animali), né può usare tonalità fuori dalle sue possibilità. Ci sono dei
limiti anche nelle lingue (per esempio: non può esistere una lingua senza vocali né consonanti).
2.4 Codici
2.4.1 Eterogeneità di significato e significante
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•• Le lingue sono codici , ovvero sistemi di corrispondenze tra significato e significante, necessarie a
trasmettere informazione tra un emittente e un ricevente attraverso produzione e diffusione di messaggi.
Esiste una grandissima varietà di codici (numeri; segnali stradali; spie; lingua; lingua dei gesti; sintomi di una
malattia - semeiotica…).
La codifica di un codice è la formazione di un messaggio da parte di un emittente mediante quel codice (dal
significato al significante), mentre la decodifica è l’interpretazione del messaggio da parte di un ricevente
(dal significante al significato).
Gli animali possono usare solo un numero ristretto di significanti (codici), mentre l’uomo può servirsi di
un’ampia gamma di significanti (codici), attraverso i cinque sensi.
2.4.2 Codici secondari: la scrittura
•• Una delle forme più interessanti di costruzione di codici complessi da parte dell’uomo è rappresentata dai
codici secondari, cioè quelli che hanno come contenuto l’espressione di un altro codice, come per esempio i
codici alfabetici delle lingue verbali. Scrivendo “aria”, non si indica il significato “aria”, ma il significante [‘arja],
infatti possiamo leggere la parola senza capirne il significato (se non lo conosciamo)… siamo noi che, in
seconda istanza, associamo il significato al codice, che dunque possiamo definire come un sistema di oggetti
complessi in cui un significante (che potrebbe essere fisico/sensoriale) sta per un significato (che potrebbe
essere non-fisico/non-percepibile).
2.5 Dal punto di vista del significante
2.5.1 Articolazione e posizionalità
•• Un codice che abbia almeno d
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