Sunto di linguistica italiana
Docente M. Tavoni, libro consigliato "Introduzione alla linguistica italiana" di A.A. Sobrero e A. Miglietta
Uno sguardo alla storia
Parte prima
Nella prima metà del I millennio a.C., l'Italia era popolata da due stirpi: i Mediterranei, presenti da due secoli, e gli Indoeuropei, immigrati nel 2000/1500 a.C., di cui facevano parte i Latini. Nel VIII secolo, una tribù di latini fondò Roma, ottenendo grande fortuna grazie a conquiste, annessioni e scambi. Il loro dialetto si arricchì delle parlate dei popoli vicini, del linguaggio filtrato dalle culture greca ed etrusca e di termini militari, politici e burocratici. In seguito, diventò lingua ufficiale dell'Impero Romano e vi si originarono le lingue romanze e molti dialetti.
Per comprenderne la diffusione, non dobbiamo però riferirci al latino Classico ma a quello detto "volgare" e individuare le sue varietà d'uso succedutesi nei secoli.
Varietà spaziali, stilistiche e sociali
- Varietà spaziali: Diverse regioni.
- Varietà cronologiche: Dipendenti dai linguaggi precedenti.
- Varietà stilistiche: Dovute al fatto che è una lingua viva, in continuo mutamento.
- Varietà sociali: Legate alle differenze tra ceti/gruppi sociali.
Le testimonianze di varietà di basso latino sono poche poiché non era considerato degno di essere tramandato. Le uniche pervenuteci provengono da:
- Iscrizioni su tavolette, lettere private
- Formulari magici
- Annotazioni di grammatici sulle forme inaccettabili
- Testimonianze indirette nelle opere teatrali
Caratteristiche del latino volgare
Le caratteristiche comuni a tutte le varietà di latino volgare e contrapposte a quello Classico sono:
Fonologia
L'alternanza delle vocali toniche lunghe/brevi del sistema vocalico a 10 vocali del latino Classico venne sostituita nel volgare dal timbro, cioè dall'alternanza aperte/chiuse. In italiano si diffonderà poi il sistema a 7 vocali. Le consonanti finali tipiche del latino vanno via via a sparire dal II-I secolo a.C.
Morfologia e sintassi
| Latino classico | Latino volgare |
|---|---|
| Struttura frase: SOV | Struttura frase: SVO |
| Nomi, agg e pron hanno 6 casi (nom, gen, acc, dat, voc, abl) | Nomi, agg e pron hanno 2 casi (nominativo e obliquo) |
| Assenza articolo | "Unus" e "Ille" diventano articoli |
| Le forme dei verbi sono sintetiche (una sola parola) | Introduzione forme analitiche (come il passato prossimo) |
| I generi erano maschile, femminile e neutro | Il neutro viene soppresso |
Negli ultimi anni dell'Impero, aumenta la distanza tra latino Classico e volgare, a causa del venir meno del potere unificatore romano. Con l'avvento del Medioevo, pochi colti usano il latino Classico, mentre, vista la minor diffusione culturale, la maggioranza della popolazione è incolta e utilizza una variante di latino bassa che prenderà la forma del volgare romanzo.
Scripta Latina Rustica e Scriptae Volgari
Da questa diglossia nascono sistemi scrittori che presentano entrambi i codici: la Scripta Latina Rustica (sistema misto a prevalenza latina) e Scriptae Volgari (base volgare e residui latini) nell'Alto Medioevo. Le Scriptae Volgari hanno, nelle loro varietà, tre caratteristiche comuni: sono linguisticamente ibride, sono instabili (non presentano una norma) e rappresentano suoni locali.
Nel II millennio d.C., ovunque si parlano i volgari romanzi, ma si mantiene in letteratura la norma latina, eccetto per alcuni volgari legati a scuole scrittorie che acquistano dignità. Il volgare prende piede nei testi di uso pratico, ma nei centri più vivaci si utilizza per la letteratura e la poesia:
- Bonvesin de la Riva lo utilizza nel "Libro delle tre scritture" (Milano)
- L'anonimo Genovese scrive "Poesie" in volgare (Genova)
- Guido Faba applica il volgare alla retorica (Bologna)
- A Palermo nasce la prima scuola poetica in volgare
- A Firenze i "copisti fiorentini" fiorentinizzano i componimenti della scuola poetica siciliana e li passano ai poeti toscani che li imitano. Inoltre nasce lo Stilnovo con Dante, Guinizzelli, Cavalcanti e Gianni.
Dante e il "De Vulgari Eloquentia"
Dante nel 1403-04 scrive il "De Vulgari Eloquentia" dove identifica 14 volgari in Italia e riflette a grandi linee la loro partizione, tutt'ora esistente. Egli concorrerà a far spiccare il fiorentino dal '300 in poi.
Dante, Petrarca e Boccaccio: "Le 3 Corone"
- Dante: Cerca tra i volgari, uno elegante, raffinato, cardinale, curiale e aulico ma non ci riesce. Invita allora gli intellettuali a cooperare per trovare una lingua unitaria. La Commedia, dove utilizza il fiorentino con una mescolanza di stili e registri, affiancandovi il latino colto e forme di altri volgari, si diffuse anche a livello popolare per scritto e oralmente. Grazie a lui il fiorentino si arricchisce e potenzia, diventando una lingua unitaria per i colti.
- Petrarca: Utilizza solo le espressioni colte del volgare impreziosendole ed è più vicino alla poesia latina e provenzale. Predilige il latino colto ed è precursore del movimento di riscoperta della classicità.
- Boccaccio: Con il "Decameron" crea un modello di prosa plastico, duttile. Il suo volgare fiorentino è adatto ad ogni situazione e stile poiché l'opera è destinata a un pubblico vasto e vario.
Fine del Medioevo e la borghesia
Finito il Medioevo si afferma la borghesia commerciale e finanziaria sia in campo economico che politico. La loro cultura non è quella letteraria di lingua latina della Chiesa, ma tecnica, laica e borghese. I figli dei borghesi iniziano ad andare a scuola dove si insegna, oltre al francese che era la lingua di supremazia in comunicazione dell'epoca, anche il fiorentino. Questo viene scelto per la sua:
- Campo economico: I suoi istituti di credito erano potenze europee, tanto che il fiorino fu moneta europea per molto tempo.
- Campo politico: Fu tra le grandi città europee prima sotto un'oligarchia di mercanti e banchieri e poi sotto i Medici.
- Campo culturale: Fu viva in ambito artistico con grandi nomi come Giotto e subì un massiccio rinnovamento architettonico. Nella letteratura godevano di grande prestigio le "tre corone".
Nascita delle coinè regionali
Nacquero le prime vere coinè regionali e sovra regionali, impasti linguistici a base toscana creati dall'incontro tra il fiorentino e gli altri volgari. Ne incrementarono la diffusione due istituzioni:
- Cancellerie: Dove funzionari e uffici necessitavano di una coinè per gli scambi epistolari.
- Confraternite religiose: Formate da laici che diffusero tra il XIII e il XIV secolo, coinè latine-toscano-locali sempre più ricche di forme dal fiorentino.
Umanesimo volgare
Sul versante letterario l'espansione del fiorentino fu più lenta a causa dell'Umanesimo che lo riteneva indegno di essere tramandato e prediligeva il latino Classico. Tuttavia, il dilagare del fiorentino ormai incontrastabile portò alla nascita dell'Umanesimo Volgare nella seconda metà del XV secolo, che teorizzò la possibilità di utilizzarlo anche in letteratura. Uno degli esponenti, Leon Battista Alberti, sostenne che ciò sarebbe stato possibile una volta regolata la sua grammatica e così redasse "La grammatica del toscano" (1440).
Alla Corte dei Medici prevalse il modello tosco-fiorentino classico, la cui norma era da ricercare nei grandi scrittori fiorentini del Trecento. La stampa accelerò la regolarizzazione del volgare fiorentino, per cui acquisì dei caratteri che gli permisero di essere promosso a lingua dagli intellettuali, i quali confermarono anche i dialetti locali nella loro dimensione municipale. La nascita dei dialetti si colloca quindi nel XV/XVI secolo, quando il toscano divenne lingua nazionale.
Il Cinquecento e la questione della lingua
Nella prima parte del Cinquecento si delinearono dispute sulla lingua, le principali posizioni con modelli diversi erano tre:
- Modello trecentesco: Pietro Bembo (1470-1547), veneziano, sostiene l'imitazione di Petrarca per la poesia e di Boccaccio per la prosa. Rinnega Dante poiché ha attinto a stili più bassi della lingua, mentre Bembo ritiene che la lingua sia scritta, letteraria, universale e immobile. Vuole quindi un modello raffinato ed elitario. Prescrive perciò norme per "De Vulgari Eloquentia".
- Lingua cortigiana: Il Calmeta scrisse "Della volgar poesia" dove la base fiorentina trecentesca viene integrata con il modello di altre corti, specialmente quella papale dove si erano amalgamate diverse parlate. Similmente, Baldassarre Castiglione (Mantova) ipotizza una lingua di base toscana arricchita, oltre che da altre parlate, dal francese e dallo spagnolo. Trissino (Vicenza) mal interpreta il "De Vulgari Eloquentia" ipotizzando che Dante volesse una lingua cortigiana.
- Fiorentino parlato: In molti sostenevano che il fiorentino fosse naturalmente più bello e quindi superiore. Claudio Tolomei sosteneva questa tesi nel "Cesano de la lingua toscana". Machiavelli nel "Discorso intorno alla nostra lingua" (1524), sostiene che la Commedia sia in fiorentino e che il fiorentino del 500 sia il continuo di quello del 300.
Tra le tre, prevale la teoria Bembesca e ciò sancisce la divisione tra la lingua letteraria dei colti e quella popolare, dinamica e viva. Per quasi quattro secoli, la lingua scritta è immobile e la stampa diffonde la norma e il canone tipografico dettati da Bembo attraverso i vocabolari. Il fiorentino letterario viene studiato e imitato dai letterati e opere come l'"Orlando furioso" di Ariosto, vengono rivisitate in chiave Bembesca.
Nel corso del XVI secolo si ha una lingua letteraria unitaria e nasce la figura del "correttore editoriale", mentre i testi tecnici continuano ad essere composti da impasti linguistici. Tuttavia, tra i letterati alcuni continuarono ad utilizzare il dialetto nelle loro opere, perché espressivo e realistico soprattutto nel teatro. Il latino invece continua ad essere insegnato nelle Università e presente nelle opere, si celebra in liturgia e si usa in filosofia, matematica e medicina. Diviene addirittura lingua internazionale tra i dotti. La classe media, a differenza dei colti, non sceglie il fiorentino perché nel frattempo il prestigio della città è svanito e chi voleva impararlo doveva farlo sui libri. Perciò rimane una lingua per pochi colti che, al di fuori della Toscana, lo usavano solo nello scritto. Il resto del popolo parla in dialetto.
Da ricordare è la letteratura maccheronica, il cui nome deriva dall'opera di Tifi Odasi "Macharonea" dove si narravano le disavventure di personaggi di basso rango, derisi dai borghesi. Si scriveva nel cosiddetto "latino maccheronico", una mescolanza di latino, volgare letterario e dialetti.
Il Seicento
Nel '600 Firenze torna ad essere al centro della storia linguistica per due ragioni:
- Accademia della Crusca: Frena il naturale sviluppo della lingua. Leonardo Salviati fonda l'Accademia alla fine del XVI secolo per diffondere le teorie bembesche, componendo un vocabolario con tutto ciò che c'era nelle "buone scritture" precedenti al 1400. La prima edizione del "Vocabolario degli accademici della Crusca" esce a Venezia nel 1612 e attinge a 183 autori, di cui solo 27 moderni in casi eccezionali dovute alle lacune degli scrittori antichi. Ha successo internazionale e ad ogni nuova edizione aumentano le voci, ma sono respinte le richieste di introdurre voci dell'uso, della scienza, della tecnica, arti e mestieri e di altri autori moderni.
- Prosa scientifica: Nel '600 ci si discute se sia meglio continuare ad utilizzare il latino per gli scritti scientifici, ormai noto dagli scienziati di tutta Europa ma limitato, oppure iniziare a scrivere in volgare toscano, più trasparente, ricco e accessibile. Galileo, maggior scienziato dell'epoca, sceglie il rinnovamento e utilizza il volgare parlato, dal quale prende termini e ne ridefinisce i significati in chiave scientifica. Evita vocaboli derivati da latino e greco e usa una sintassi, ancora in uso, in "stile nominale".
Molti scrittori, di contro alla Crusca, affermano la superiorità degli scrittori moderni e accettano l'influenza da altre aree. Ad esempio nella poesia barocca si utilizzano voci dell'uso contemporaneo, di lingue straniere e dei dialetti. Inoltre, remano contro la Crusca anche i testi pratici, ricchi di forme dialettali, e la letteratura dialettale, un genere di alto livello che utilizzava il dialetto. Questi fattori portarono la resa della Crusca che nell'edizione del 1691 presentò le forme fiorentine arcaiche con una sigla, in modo che non apparissero più come modelli, e attinse ad una cinquantina di autori moderni.
Il Settecento
Nel '700 cambiano la storia e la cultura italiane: vengono (ri)organizzate le scuole, dove si insegna l'italiano, soprattutto nel Lombardo-Veneto dove la dominanza austriaca imponeva l'istruzione elementare; vengono pubblicate grammatiche e manuali italiani; si diffondono giornali e gazzette. La lingua entra così a contatto con la realtà e ne deriva un italiano funzionale. Tra le nuove scienze, nascono l'economia politica, la storiografia, le scienze naturali, che necessitano di una prosa non più letteraria, ma scientifica, concreta, coincisa e precisa. La cultura italiana diviene razionalista, influenzata dalla Francia, dalla quale eredita parole, costrutti ed espressioni e si distinguono ormai tre livelli: lingua dei letterati, lingua delle scienze e lingua dell'uso comune.
Nella seconda metà del '700 si aprì una disputa sull'infranciosamento dell'italiano. I lombardi collaboratori della rivista "Il Caffè" come Verri, Beccaria e Cesarotti, rifiutavano la tradizione e consideravano naturale l'influenza da parte di altre lingue. Dall'altra parte Gozzi, anti-illuminista, rifiutava i prestiti da altre lingue e voleva recuperare la tradizione aristocratica. Ma il clima era ormai illuministico e i mutamenti della lingua dovevano essere accettati. Un gesto storicamente significativo fu l'emissione del decreto che soppresse la Crusca, da parte del granduca Pietro Leopoldo alla fine del '700.
Particolare è il caso Goldoni, poiché l'artista a Venezia, vista la grande affluenza di spettatori da ogni dove, utilizzava nelle sue opere un italiano privo di letterarietà e ricco di forme del parlato, e per i dialoghi si serviva di un "superdialetto" di base veneziana ma intriso di altri dialetti.
L'Ottocento
L'Italia formata da staterelli viene rivoluzionata dal modello centralista francese portato da Napoleone. La Repubblica Cisalpina nell'Italia Settentrionale assume uno statuto unitario e adotta un nuovo codice civile che tutela l'uguaglianza di fronte alla legge. La vita culturale viene accelerata, si moltiplicano le riviste e i giornali, i quali si adattano alla cultura dei ceti medi, e vengono istituite nuove scuole e università. Cresce il prestigio della lingua francese che rinnova i settori, come quello politico, ne crea di nuovi, come quello burocratico, ed entra nel quotidiano divenendo addirittura lingua di conversazione nelle aree limitrofe alla Francia tra le classi medio-alte.
In contrasto con quest'apertura al moderno, alle novità, Napoleone impone la centralità di una sola varietà, il toscano, da utilizzare a fianco del francese in tutti gli atti e documenti, e ripristina la Crusca nel 1808. Nasce la corrente del Purismo, sostenitore del patriottismo linguistico, che rifiuta i prestiti da ogni altra lingua. L'esponente più noto è Antonio Cesari, definito da Leopardi "il Bembo dell'800", che inneggia alla riscoperta degli scrittori del Trecento. Tuttavia il Purismo guarda solo alla letteratura, mentre ormai la lingua è anche un problema educativo, sociale e culturale.
Alessandro Manzoni e la rivoluzione linguistica
Di rilievo in questo periodo è Alessandro Manzoni. Egli inizialmente si preoccupa solo della dimensione letteraria, di trovare una lingua accessibile ma elaborata e scrive nel 1823 "Fermo e Lucia", dove co-occorrono costrutti toscani, lombardismi, francesismi e latinismi. Nella seconda stesura intitolata "Promessi sposi" del 1827, omogeneizza l'impasto linguistico ed elimina gli eccessi letterari e dialettici: i lombardismi divengono voci basse del toscano letterario grazie allo studio degli scrittori del 500-600, della Crusca e del vocabolario milanese-italiano di Cherubini. Tornato a Firenze scrive due trattati sulla Teoria Generale della Lingua, in cui introduce due nuovi concetti:
- La lingua è lo strumento comune della sociabilità.
- L'uso è arbitro e signore della lingua.
Abbandona quindi la dimensione letteraria e sostiene che la questione della lingua di trovare un modo per intendersi, interessi tutta la società. La soluzione è l'utilizzo della lingua dell'uso vivo di una sola città, cioè il fiorentino colto. Riflette questa scelta nell'edizione del 1840-42, revisionata assieme a dei consulenti fiorentini, in cui abbandona le forme arcaiche di uso letterario e le forme dialettali e orienta le scelte linguistiche verso il fiorentino colloquiale colto. La Rivoluzione Manzoniana avvicina lo scritto al parlato, consapevole che la lingua debba essere un concetto universale e perpetuo, e uno strumento sociale. Manzoni, grazie al suo prestigio e all'autorità conferitagli, dopo l'Unità d'Italia, di Presidente della commissione Broglio creata per unificare la lingua, propose diversi provvedimenti:
- Redazione di un vocabolario del fiorentino vivente e di vocabolari dialetto-italiano.
- Maestri toscani in tutta Italia ad insegnare il toscano, e maestri non toscani a Firenze per impararlo.
Tuttavia, c'era un dislivello...
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