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Linguistica italiana: dal latino ai volgari

Le radici latine

Verso la metà del primo millennio a.C. l’Italia era occupata da popoli di due stirpi: Mediterranei (Liguri, Retii, Piceni ed Etruschi, Sicani, Sardi) e Indoeuropei (Veneti, Galli, Latini, Volsci, Osci, Messapi, Siculi). Nel secolo VIII a.C. una tribù dei Latini aveva fondato Roma e aveva iniziato una fortunata politica di scambi e commerci, annessioni e conquiste, che ben presto ne avrebbe fatto un popolo potentissimo. A contatto con le popolazioni vicine, quello che era un dialetto parlato in una piccola area si arricchì in linguaggio, tecnica e filosofia, oltre che della terminologia militare e burocratica; la lingua dei Latini accompagnata da un’importante produzione letteraria, divenne una lingua di dominio e cultura.

Dal latino alle lingue romanze

Com’è possibile che dal latino si siano formate tutte le lingue romanze o neolatine? Non si deve considerare il latino attraverso la letteratura, poiché in quel caso il latino rispettava norme che si tramandavano pressoché identiche. Dobbiamo invece fare attenzione al “latino quello effettivamente volgare”, parlato nelle regioni di dominazione romana. Con quel termine si intende l’insieme delle varietà d’uso del latino:

  • Varietà spaziali: ogni regione (Latino di Gallia, latino d’Iberia, ecc.) parlava un “suo” latino, che risentiva delle caratteristiche di pronuncia delle parlate usate precedentemente.
  • Varietà cronologiche: il latino era soggetto a mutamenti nel tempo, anche a causa di colonizzazioni successive; un latino arcaico per le regioni colonizzate per prime, uno più innovativo per le successive.
  • Varietà stilistiche: sono i registri a disposizione di chi parla, selezionati in base alla situazione; con l’espressione “sermo cotidianus” si designava il registro della quotidianità, contrapposto al latino aulico.
  • Varietà sociali: legate a diversi ceti e gruppi sociali; il sermo vulgaris e plebeius sono parlate dalle classi inferiori, il sermo rusticus caratterizza le campagne.

I fatti in lingua erano annotati e tramandati in funzione storica e letteraria, perciò sono giunte fino a noi le scritture colte e raffinate; pochissime sono le testimonianze di scritture semi-colte o dialettizzanti, che al giorno d’oggi, sarebbero più utili per le informazioni sul latino parlato dalle classi inferiori. Le pochissime testimonianze di varietà basse del latino sono costituite da:

  • Iscrizioni su tavolette cerate, papiri, sarcofagi e muri, lettere private relative a faccende di tutti i giorni, e annotazioni di insegnanti e di grammatici, fatte per stigmatizzare l’uso di forme non accettabili.
  • Formule magiche. A noi interessa la serie di forme che il maestro riprovava, perché forniscono la testimonianza del passaggio dal latino a quelli che sarebbero stati i dialetti delle lingue romanze.

Abbiamo testimonianze indirette di latino volgare in alcune opere letterarie: il Satyricon di Petronio è intriso di sermo plebeius, molte opere di autori cristiani che utilizzavano varianti basse per farsi capire meglio dagli “umili”, come il celeberrimo esempio di Sant’Agostino.

Le caratteristiche del latino volgare

Alcune caratteristiche strutturali erano comuni a tutte le varietà del latino volgare. Fonologia: il fenomeno più rilevante riguarda il sistema vocalico, le vocali toniche erano complessivamente dieci, divise fra lunghe e brevi. La distinzione stava nella durata del suono, come nelle nostre consonanti, e l’uso di una lunga o una breve poteva portare a significati diversi. Durante l’impero il sistema s’incrinò, alla distinzione per durata si sostituì quella per timbro: le vocali lunghe si articolano come chiuse, quelle brevi come aperte. Nelle diverse regioni si realizzarono differenti processi di fusione: quella più generalizzata riguarda è e i che si fusero in e, e ò e u che si fusero in ò. Il sistema a sette vocali si diffuse in Italia quasi ovunque. Un'altra caratteristica riguarda le consonanti finali, che dal II-I secolo a.C. furono pronunciate in modo via via più attenuato, fino a dar vita a parlate in cui le consonanti finali sono cadute.

Morfologia e sintassi: molte caratteristiche della lingua italiana di oggi affondano le radici nel latino volgare anziché in quello classico: l’ordine delle parole nella frase era soggetto-verbo-oggetto anziché soggetto-oggetto-verbo; nel latino classico le parole avevano forme flesse che si raggruppavano in casi, mentre nel latino volgare il numero di casi si ridusse fino ad essere successivamente abbandonato; l’articolo italiano deriva dalle voci latine Unus e Ille, che nel corso dei secoli persero valore di numerale cardinale e aggettivo dimostrativo; la morfologia del verbo perse alcune forme sintetiche e si arricchì di forme analitiche; nel latino volgare è quasi assente il genere neutro, le parole sono passate al maschile o al femminile.

La nascita dei volgari in Italia

Le prime testimonianze

A partire dagli ultimi secoli dell’impero romano, la distanza fra latino classico e volgare aumenta. Nella crisi generale dell’impero, la diffusione della cultura, prima irradiata da Roma, subisce rallentamenti: il latino è sempre meno conosciuto, la scrittura si carica di volgarismi. Così si ha un graduale trapasso dalla lingua “alta” al latino ai diversi volgari, durante il corso del Medioevo. Il latino diventa una lingua usata da persone istruite, che conoscono e usano sia il latino che la parlata locale, mentre le persone incolte utilizzeranno una variante bassa che si definirà sempre meglio divenendo volgare romanzo. In questa situazione (diglossia) nasce la necessità di scrivere testi che possano essere compresi da persone poco istruite: si afferma una scripta latina rustica, un sistema scrittorio misto a prevalenza latina, arricchito di elementi volgari, sino a dar luogo a scriptae volgari, ovvero volgari con residue forme latine.

Tutte le scriptae volgari hanno tre caratteristiche comuni e sono:

  • Linguisticamente ibride, risultato della mescolanza fra forme latine, forme del volgare romanzo locale e forme di altri volgari dotati di prestigio, a seconda delle aree
  • Instabili, poiché col venir meno della norma latina sono saltate le convenzioni per rendere graficamente i suoni, così ogni scrivente elabora un personale sistema di corrispondenze fra segno e suono, che rende il sistema, nel suo complesso, altamente mutevole
  • Fortemente caratterizzate come prodotti locali, poiché ogni scripta si trova a risolvere il problema di rappresentare i suoni specifici dell’area, per i quali non è disponibile alcun modello

In Italia le prime testimonianze del volgare risalgono all’alto Medioevo e provengono da varie parti della penisola; le più antiche testimonianze sono “L’indovinello veronese”, l’iscrizione della catacomba di Commodilla, e i “Placiti Campani” che sono i più importanti in quanto attestano l’uso consapevole del volgare in documenti ufficiali.

Il policentrismo linguistico e culturale

Nel secondo millennio dopo Cristo, in Italia si parlavano i volgari romanzi, anche se nello scrivere si cercava di seguire la norma latina, per quanto cominciasse a farsi largo l’uso del volgare. Fra il XI e il XIII secolo molti volgari legati a scuole scrittorie importanti acquistano prestigio e vengono impiegati per testi funzionali e documenti ufficiali. Si espande l’uso del volgare in testi d’uso pratico, come lettere di mercanti, memorie, prodotti da persone appartenenti a quella che ormai è la classe media. I centri più vivaci elaborano tradizioni scrittorie, letterarie e poetiche, in cui il volgare ha uno spazio sempre più ampio: Milano, Genova, Bologna, Palermo e Firenze, dove viene ripresa la scuola poetica siciliana, ricca di latinismi e provenzalismi, per rispondere alle richieste di cultura della borghesia.

Questa situazione è il riflesso della frantumazione linguistica della penisola, divisa in aree molto differenziate, articolate in sub-aree, sino alla differenza fra comune e comune. È difficile dire quanti fossero i volgari: Dante, nel De vulgari eloquentia, identifica almeno quattordici volgari (friulano, lombardo, ligure, romagnolo, romano, varietà meridionali, siciliane e sarde). Le varietà di volgare sono innumerevoli, ciascuna domina su una piccola zona, anche per il fatto che l’unità politica d’Italia è ben lontana.

Dante, Petrarca, Boccaccio e l'affermazione del fiorentino

La lingua delle classi colte ha una storia diversa da quella delle classi inferiori; la prima si ritrova tipicamente nella produzione letteraria:

Dante

Nel De vulgari eloquentia descrive la partizione linguistica dell’Italia, individuando 14 volgari, e si pone il problema della ricerca di un volgare più illustre; non lo trova: nessuno è letterariamente raffinato, né cardinale in modo che tutte le parlate girino intorno ad esso, né aulico ovvero degno di una reggia, né curiale ovvero degno del tribunale supremo. Il policentrismo linguistico rende irrealizzabile il sogno di una lingua unica, anche se Dante credeva che il risultato potesse essere ottenuto con l’impegno della classe degli intellettuali. Sfrutta la sua conoscenza enciclopedica e nella Commedia utilizza il suo fiorentino con un’inedita mescolanza di stili e registri, unendo spesso i più raffinati prodotti della tradizione colta latina e forme provenienti dalla Toscana o dall’Italia settentrionale. Attraverso questo lavoro letterario il fiorentino acquista pluralità d’uso, potenzialità espressiva e raffinatezza; il prodotto, però, non può essere lingua nazionale, poiché si tratta di un’operazione colta. Da ora in avanti gli intellettuali dispongono di un potente strumento linguistico capace di unificare le classi colte di tutta la penisola. La Commedia ebbe una grande diffusione, il prestigio letterario del toscano si accrebbe e divenne travolgente.

Petrarca

Petrarca persegue l’ideale di una lingua “alta”, elitaria, debitrice alla poesia latina e provenzale; l’utilizzo del volgare fiorentino è filtrato eliminando ogni forma ritenuta troppo bassa. Il suo lessico poetico si riduce a poche parole impreziosite e rarefatte, ricche di risonante letterarie. Petrarca si fa precursore del vasto movimento di riscoperta della classicità, è l’iniziatore del filone più colto della lingua poetica italiana.

Boccaccio

Boccaccio, col Decameron, crea il modello per la lingua della prosa: ricco, plastico e disponibile per una grande varietà di scelte, dalla filosofia all’avventura cortese. In alcune parti è presente una prosa d’andamento latineggiante, con legami logici complessi, ma troviamo anche una vera e propria simulazione del parlato: il destinatario del Decameron è un pubblico vario di intellettuali, mercanti e borghesi.

Perché il fiorentino?

Con la fine del Medioevo si era affermata la borghesia commerciale e finanziaria, dedita al commercio e alle attività bancarie, che si era impadronita sia del potere politico che di quello economico. Questa rivoluzione aveva portato trasformazioni radicali: la cultura delle nuove classi non era più quella letteraria della lingua latina, ma era una cultura laica, tecnica, veicolata dalle scuole pubbliche che erano l’ideale per dare ai figli gli strumenti culturali per il loro lavoro. Le classi dominanti erano portatrici dei volgari, utilizzati anche in forma scritta; le loro scuole perpetuavano la nuova scelta di lingua. Mentre le “tre corone” (Dante, Petrarca e Boccaccio) crearono le condizioni per l’affermazione del toscano come guida per gli usi colti, le vicende economiche completarono l’opera con l’utilizzo del toscano anche per gli usi pratici della vita quotidiana, l’economia, la burocrazia e il diritto.

Perché il fiorentino? Perché nel XIV secolo si erano create condizioni eccezionalmente favorevoli per Firenze, grazie alle quali godette di una preminenza assoluta in Italia:

  • In campo economico ci fu uno sviluppo straordinario, gli istituti di credito gestiti da banchieri diventarono potenze economiche di livello europeo; il fiorino era la moneta più forte d’Europa.
  • In campo politico ebbe un ruolo di primo piano, sotto la guida di mercanti e banchieri, e dopo dei Medici, soprattutto dopo la pace di Lodi grazie alla figura di Lorenzo il Magnifico.
  • In campo culturale fu un momento di eccezionale vitalità artistica, nel quale operarono i maggiori architetti, scultori e pittori; un rinnovamento edilizio accorto diede alla città il volto bellissimo e inconfondibile che ancora adesso la rende famosa nel mondo.

Il toscano nella varietà fiorentina iniziò ad essere utilizzato nella scrittura colta, a fianco del latino: alcuni seguivano il modello toscano trecentesco, altri cercavano di eliminare dal proprio volgare le parole più vicine al dialetto e le sostituivano con forme toscane, altri cercavano una lingua intermedia. Questi “impasti” erano a volte ricercati, a volte involontari, e ricorrevano anche in documenti ufficiali. Dalle scriptae vulgari del medioevo si passò sempre più a testi in cui le caratteristiche locali erano evanescenti, mentre il latino e il toscano erano presenti in quantità che variavano a seconda del grado di cultura. Due istituzioni ebbero importanza nella diffusione degli impasti linguistici: le cancellerie con funzionari colti ma aperti alla cultura del volgare, che alla ricerca di una coinè utile per scambi epistolari utilizzavano impasti di latino e volgare; le confraternite religiose che diffusero libri di preghiere e ordinamenti scritti in coinè latino-toscane-locali.

L’affermazione del fiorentino non fu generale e costante: sul versante letterario l’espansione fu più lenta col trionfare dell’Umanesimo, poiché i cultori dei classici disprezzavano il volgare. Per loro il latino doveva essere dedicato alla cultura, mentre il volgare doveva essere riservato alle scritture della vita pratica. Tuttavia questo non arrestò l’affermazione e l’estensione del fiorentino anche a usi molto più ampi e differenziati. Quasi per contrappasso l’Umanesimo volgare teorizzò la possibilità di usare il volgare anche per le opere letterarie, con Leon Battista Alberti che scrisse la prima Grammatica del toscano, per esempio. Questi umanisti impostarono la questione del volgare come ricerca di una norma stabile per un idioma. Alla corte dei Medici prevalse il modello tosco-fiorentino classico, identificato nella lingua dei grandi scrittori fiorentini del trecento. Il processo di regolarizzazione fu agevolato dalla stampa, e il fiorentino si dotò delle caratteristiche fondamentali che fanno di una parlata una vera e propria lingua: la codificazione, il prestigio, la funzione unificatrice e la funzione separatrice. D’altra parte gli intellettuali confermavano i dialetti locali nella loro dimensione municipale, così cominciò a svilupparsi una netta distinzione fra la lingua e il dialetto; in seguito a questa presa di coscienza, i volgari non toscani retrocessero alla funzione di dialetti.

Il Cinquecento

La spinta decisiva alla diffusione del modello toscano è data dalla stampa, che costringe gli editori e i grammatici ad esaminare il problema della norma ortografica che, se prima era oscillante e risentiva delle caratteristiche dialettali, adesso viene modellata sulle “tre corone”.

La questione della lingua

La prima parte del cinquecento è caratterizzata da dispute sulle sorti del toscano, si confrontano principalmente tre posizioni, che sostengono diversi modelli:

  • Il modello trecentesco, sostenuto da Pietro Bembo nella sua opera “Prose della volgar lingua” del 1525: l’imitazione del Petrarca per la poesia e del Boccaccio per la prosa; esclude rigorosamente la lingua dell’uso, Dante non è considerato per il suo ricorrere a stili più bassi. Questo modello vuole assicurare ai dotti uno strumento raffinato, poiché la lingua è scritta e letteraria, è uno strumento universale destinato all’eternità che deve staccarsi dall’uso presente e deve superare la variabilità.
  • La lingua cortigiana: accetta la base fiorentina, ma propone di integrarla con gli apporti di altre corti, in cui possono entrare anche parole diffuse di origine francese o spagnola; questa teoria rimette in gioco anche gli altri volgari, ma resta esplicitamente al livello delle corti.
  • Il fiorentino parlato sostenuto da Niccolò Machiavelli: la tesi parte dalla presupposizione che il fiorentino sia superiore agli altri volgari; pur riconoscendo la grande importanza dei grandi scrittori, viene esaltata l’importanza del parlato, anche quello popolare.

Fra le varie teorie prevale quella di Bembo, sancendo la divisione fra la lingua letteraria degli intellettuali, immobile e senza evoluzione, e la lingua dell’uso, del popolo, dinamica e in continua evoluzione.

Dialetto, italiano e latino negli scrittori del Cinquecento

Con la stampa le teorie del Bembo acquisirono notorietà, insieme alla norma grammaticale e il canone tipografico. Dopo la pubblicazione delle Prose della volgar lingua, nascono in Italia e all’estero grammatiche, vocabolari e lessici. Il fiorentino letterario del trecento è la lingua di riferimento, tanto che le opere degli autori più importanti sono sottoposte a una revisione in direzione bembesca, come nel caso dell’Orlando Furioso. Tale è l’importanza della grammatica che acquisisce prestigio il ruolo del correttore editoriale, incaricato della revisione dei testi letterari. Il versante dei testi d’uso pratico continua a presentare oscillazioni e compromessi. I testi venivano scritti in quello che oggi definiamo “italiano intri...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesac di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Tavoni Mirko.
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