L'animale parlante
Introduzione
Questo libro tratta dell’abilità che accomuna gli uomini, a comunicare i loro messaggi in modo preciso e naturale. Abbiamo definito “naturale” tale comunicazione perché si sviluppa negli esseri umani a contatto tra loro senza alcuna istruzione esplicita fin dal principio della loro vita. Il fatto che solo gli esseri umani esposti al linguaggio lo acquisiscono, rende il linguaggio una caratteristica biologica della nostra specie. È il fatto che una lingua si impari senza sforzi nei primi anni di vita, e mai in maniera perfetta nonostante gli sforzi, da adulti, fa del linguaggio una disposizione genetica che sparisce durante lo sviluppo, come spariscono i denti da latte.
Tratta dell’inevitabilità dell’acquisizione del linguaggio in bambini senza deficit specifici esposti a una lingua naturale e delle tracce che tale lingua lascia nel nostro cervello e che si manifestano nella relazione tra suoni e significati: essi sono arbitrari. Il linguaggio specifico avviene senza che ce ne rendiamo conto nei primi anni di vita. Le lingue non differiscono tra loro solo per il lessico, ma anche per scritture grammaticali diverse. Una lingua infatti è costituita sia dal lessico che da una struttura precisa che ne forma la grammatica, e un uomo venendo al mondo deve imparare queste componenti del linguaggio cui è esposto.
Le strutture grammaticali sono simili se analizzate in modo astratto, per i principi generali che le governano. La grammatica è un sistema in cui solo alcune strutture sono ammesse altre No. Una lingua può “scegliere” alcune strutture tra quelle possibili. Data la numerosità delle lingue si può assumere che una grammatica non attestata in nessuna lingua sia una grammatica impossibile da apprendere.
Questa teoria della grammatica non nasce da una necessità logica, ma presuppone un metodo scientifico che ci permette di fare ipotesi falsificabili. L’approccio della linguistica moderna consiste nel fare le massime generalizzazioni che siano coerenti con i dati a disposizione. Se si trovano lingue che rappresentano controesempi all’ipotesi, si farà un’ipotesi di portata inferiore; se non si trovano controesempi, sarà un passo avanti nella comprensione del meccanismo del linguaggio.
Una caratteristica della competenza grammaticale della madrelingua consiste nel fatto che non possediamo tale competenza in modo cosciente. Tutti sappiamo come usare la parola “ne” in italiano; ma se proviamo a spiegarlo a chi non sa l’italiano come usarla, non ne siamo in grado. La conoscenza della parola “ne”, e di gran parte della grammatica, è pertanto una conoscenza particolare perché non siamo consapevoli di come la usiamo: impariamo a parlare come impariamo a vedere o a camminare; senza essere consapevoli dei meccanismi che governano le competenze che usiamo.
Considereremo quasi solo la lingua orale; la lingua scritta non è espressione naturale come lo sono la lingua orale e dei segni. È determinata da convenzione sociale che va appresa con un’istruzione esplicita e di durata variabile: da un anno nel caso della scrittura alfabetica, a 5 anni per la scrittura che usa caratteri (cinese). La forma scritta non accomuna tutti ma una sottoclasse di questi, persone adulte e partecipi di una cultura scritta; la lingua orale accomuna tutte le persone udenti e senza deficit specifici, indipendentemente dalla loro cultura.
Si è detto “persone udenti” perché per poter acquisire la capacità di parlare bisogna sentire la parlata di altri. I sordi sono in genere anche muti: chi non impara a parlare, non impara perché non sente; acquisiscono però un altro linguaggio se esposti ad esso, il linguaggio dei segni. È un linguaggio naturale, nel senso che viene appreso in modo simile a quello orale e con tappe analoghe.
Che si possa pronunciare solo ciò che si sente, possiamo dedurlo anche dall’accento straniero: se, essendo parlanti nativi dell’italiano, omettiamo il suono aspirato all’inizio di parole inglesi come “hear”, “harbour” perché non lo sentiamo; anche le persone udenti hanno una “sordità”, limitata alle lingue straniere.
Anche gli animali hanno il loro modo di scambiarsi informazioni; la loro comunicazione è limitata a un numero di messaggi fisso. Non ha la caratteristica principale che definisce il linguaggio umano, che consiste nella capacità di formare frasi nuove e mai sentite. Il linguaggio umano è creativo e la creatività si basa su un meccanismo computazione che è assente dalla comunicazione animale e che ha molti aspetti in comune con l'abilità matematica. Il linguaggio umano ha base biologica.
La base biologica è osservabile in persone con deficit specifici del linguaggio. È noto che bambini con un livello di intelligenza nella norma possano avere problemi nello sviluppo linguistico tendenti a manifestarsi in modo simile, come la difficoltà a imparare la struttura morfosintattica. La recente scoperta di una famiglia in cui diversi membri avevano questo tipo di deficit ha portato alla rivelazione di un gene del linguaggio. Casi di afasia, cioè di deficit linguistici acquisiti, hanno portato alla localizzazione di aree del cervello preposte al controllo linguistico.
Le lingue umane sono sistemi in continua modificazione e i cambiamenti che subiscono sono messi in moto dall’uso. Una lingua parlata in una comunità linguistica la cui grammatica e lessico rimangano immutati non esiste. Se il processo non ci fosse, non avremmo spiegazione del fatto che tutte le lingue romanze hanno caratteristiche grammaticali e lessicali diverse dal comune progenitore: il latino.
Parliamo perché pensiamo o pensiamo perché parliamo? Linguaggio e pensiero
Il rapporto tra linguaggio e pensiero è un tema complesso e al centro di dibattiti. Consideriamo due temi. Il primo riguarda l’esistenza di un’entità fisiologica nel nostro cervello che si può ritenere responsabile del fenomeno delle lingue naturali, che si può sviluppare solo se un individuo è esposto a stimoli specifici. L’evidenza per dimostrare l’esistenza di questo meccanismo, deriva dall’osservazione di condizioni sociali patologiche a causa di cui un essere umano viene privato del linguaggio.
Il secondo tema riguarda la specificità del modulo del linguaggio, cioè che è distinto da altri meccanismi responsabili del pensiero. Questa specificità emerge dallo studio di persone con deficit linguistici e dal comportamento di bambini in età in cui la facoltà linguistica è ancora lontana dallo stadio finale e dalle differenze lessicali e grammaticali tra le lingue diverse.
Le basi biologiche del linguaggio
Per stabilire l’esistenza del meccanismo biologico del linguaggio, consideriamo due esempi in cui bambini sono cresciuti fino all’adolescenza in uno stato di quasi totale privazione linguistica. Il primo caso è un bambino poco meno che adolescente, il ragazzo selvaggio di Aveyron (località in cui è stato trovato nel 1799). Questo ragazzo viveva in un bosco, in condizioni animalesche, mangiava prendendo il cibo dal suolo con la bocca ed emetteva suoni come quelli di un cane. Tutto ciò era una testimonianza del fatto che il ragazzo era stato allevato da animali selvatici. Jean-Marc Itard, un medico con successi nell’insegnamento della lingua a bambini sordi, si assunse il compito di istruire il ragazzo. Itard contava sul fatto che il metodo usato con i bambini sordi avrebbe potuto aiutarlo, sebbene il ragazzo non fosse sordo. Il ragazzo selvaggio di Aveyron non poté apprendere che un lessico limitato e le sue espressioni linguistiche erano una giustapposizione di parole senza un sistema di regole: non aveva acquisito una grammatica.
Il secondo caso tratta di una ragazza di nome Genie, trovata nel 1970 a Los Angeles in uno stato di isolamento che limitava la sua attività fisica e il suo input linguistico. Genie era alle soglie della pubertà, ma non era mai stato in grado di camminare e non solo non parlava ma non dava neanche segno di comprendere cosa fosse il linguaggio. Alcuni linguisti hanno lavorato per anni nel tentativo di insegnarlo a Genie che riuscì solo a pronunciare poche parole mettendole insieme in modo asistematico.
Come mai questi bambini non erano in grado di acquisire il linguaggio? La risposta sta nella biologia. È stato ipotizzato che ci sia nel cervello un modulo di linguaggio, un meccanismo responsabile di tutti gli aspetti del linguaggio, compresi l’apprendimento, la capacità di analizzare la lingua per interpretarla e la produzione orale. Il fallimento del ragazzo selvaggio di Aveyron e di Genie nell’acquisizione linguistica viene considerato una prova del fatto che il meccanismo del linguaggio subisce cambiamenti durante lo sviluppo, forse già intorno ai 5 anni di età, cosicché l’abilità di acquisire una madrelingua dopo questo periodo critico, diminuisce o viene meno completamente.
È ben noto che gli ictus, in generale che colpiscono l’emisfero sinistro, provocano spesso gravi perdite di diversi aspetti del linguaggio in pazienti la cui intelligenza rimane intatta. Anche i tumori possono causare deficit specifici del linguaggio. I progressi nella comprensione del cervello permettono di prevedere i sintomi che un paziente presenterà se si conosce il sito preciso del danno subito. Il meccanismo del linguaggio ha una struttura composita da un punto di vista fisiologico. Non è un’entità singola. Esistono varie componenti del meccanismo linguistico, localizzate in punti diversi del cervello e che determinano la facoltà linguistica.
L’affermazione che la capacità linguistica è un processo biologico, è stata confermata da un team di ricercatori delle Università di Londra e Oxford che ha studiato i membri di una famiglia inglese che presentavano un disturbo raro e apparentemente ereditario del linguaggio. L’incontro con un bambino non imparentato e che presentava lo stesso disturbo, ha portato alla scoperta di un gene, FOXP2, coinvolto nella capacità linguistica.
Indipendenza di linguaggio e pensiero
Stabilito che il linguaggio è il risultato di entità fisiologiche del cervello, dobbiamo chiederci se esse siano distinte da altre responsabili del pensiero. Oltre all’evidenza di deficit linguistici acquisiti in persone la cui intelligenza è rimasta inalterata, prove provengono da patologie di disturbi congeniti. Per esempio, i bambini che presentano dalla nascita condizioni patologiche, come la spina bifida, possono soffrire di ritardi mentali; eppure riescono a raccontare in modo articolato eventi immaginari, sembrando di intelligenza normale. Il comportamento di questi bambini mostra che il meccanismo del linguaggio opera indistintamente dall’intelligenza.
Dei bambini possono nascere con disturbi specifici del linguaggio (DSL). Questi bambini hanno un’intelligenza normale ma presentano problemi di linguaggio più o meno gravi. Anche questo dimostra la separazione tra linguaggio e intelligenza.
Pensieri complessi e linguaggi semplici (o assenti)
Consideriamo la vita di un bambino che non ha ancora compiuto 2 anni, età in cui la produzione linguistica è limitata, due situazioni in cui i bambini non hanno ancora usato nessun tipo di linguaggio, né orale né dei segni. Queste storie dimostrano che linguaggio e pensiero sono indipendenti.
Primo caso: un bambino con un grave deficit dell’udito o completamente sordo, nato da genitori udenti. Spesso la sordità di un bambino viene ignorata finché i bambini non raggiungono i 2 anni o più. I bambini non udenti agiscono come i bambini udenti, ma se la loro acusia non è stata scoperta sono carenti linguisticamente. Solo quando ci si accorge che un bambino non sente lo si può aiutare o dandogli accesso al linguaggio parlato per mezzo di strumenti per potenziare l’udito e/o istruendolo a interpretare i movimenti delle labbra o comunicando con la lingua dei segni. Molto tempo prima che questi bambini non udenti abbiano accesso all’input linguistico, essi pensano.
Nonostante Genie non abbia fatto progressi è però riuscita a descrivere degli eventi della propria vita, compresi eventi accaduti prima di aver acquisito consapevolezza della lingua. Chiaramente queste memorie costituiscono un pensiero, un pensiero indipendente dalla struttura linguistica.
La relazione fra il lessico e il pensiero
Si sente dire che il popolo Inuit (eschimesi) ha dozzine di parole per la neve. Questa diceria è stata usata come prova a favore dell’idea che gli Inuit colgano delle differenze nei tipi di neve. In uno scritto di Whorf che propone che la nostra categorizzazione concettuale del mondo sia determinata dalla struttura della lingua che parliamo. Molti hanno interpretato questa proposta in modo estremo e ritengono che gli Inuit pensino in modo differente da coloro che non possiedono un lessico così ricco per diversi tipi di neve. Gli Inuit vivono con la neve la maggior parte dell’anno, è perciò sensato che debbano riferirsi a diversi tipi di neve. Comunque sia non è necessario avere termini specifici per formulare dei concetti: se ci troviamo in un ambiente in cui abbiamo bisogno di differenziare fra generi di oggetti, come la neve, troviamo modi per distinguerli, a prescindere dalla nostra lingua specifica a prescindere da quanto ricco sia il nostro lessico.
In italiano specifichiamo il tipo di neve con aggettivi: granulosa/farinosa o usando sintagmi nominali: una spolverata di n/n dura come ghiaccio. E troveremo altre espressioni; possiamo infatti sfruttare le possibilità offerte dalla sintassi per descrivere concetti non espressi da singole parole. Chiediamoci se l’assenza di un termine per un concetto in una data lingua implichi che il concetto sia assente dalla mente delle persone che sono parlanti nativi di quella lingua. L’assenza di un termine implica che il concetto stesso sia inaccessibile?
Supponiamo di fare un corso di pittura e ricevere il compito di mescolare giallo e blu in percentuali varie e di metterli in vasi diversi a seconda della tinta. Creiamo tra gli altri un colore detto “chartreuse”, un giallo verdognolo. La nuova parola non ci offre un concetto nuovo: ne conosciamo già le qualità prima di conoscere il nome. Un concetto riguardante un oggetto può essere compreso anche in assenza di un nome per tale soggetto.
Che dire invece di una situazione in cui il concetto non riguarda un oggetto ma un’astrazione? Il tedesco possiede una parola Schadenfreude = Schaden (sfortuna) + Freude (gioia) = piacere per la sfortuna degli altri. È possibile capire il concetto anche se l’italiano non possiede un termine per esso.
La relazione fra la sintassi e il pensiero
Le differenze lessicali non sono le uniche esistenti tra le lingue; bisogna chiedersi cosa possono dire le altre differenze, come il modo di costruire una frase. Molte lingue esprimono il possesso per mezzo di un verbo che si può tradurre in italiano con “avere”, altre lingue definiscono il possesso diversamente, ad esprimendo la sua esistenza rispetto ad altro; in russo “io ho una sorella” = U menja sestra, la cui traduzione è: “con me sorella”.
Simultaneità e indipendenza di linguaggio e pensiero
Il fatto che il linguaggio e il pensiero non sono equivalenti viene da studi su traduttori simultanei. Si verifica che un uditore, dopo aver solo ascoltato una presentazione, può riferire il senso di quello che è stato detto in modo più completo e comprensivo di un traduttore simultaneo. Questi riescono a tradurre anche senza capire il contenuto.
La competenza linguistica
La forma dei suoni linguistici: fonetica
I suoni che gli esseri umani usano per comunicare sono diversi da qualsiasi altro suono del mondo. Questo è uno dei fatti che spiegano come fanno i bambini ad apprendere la lingua cui sono esposti: se confondessero la parlata della mamma o di altri individui con l’abbaiare di un cane, o col suono del telefono, vi sarebbe confusione.
Le lingue differiscono tra loro quanto ai suoni che usano per comunicare significati. Vi sono lingue che hanno cinque vocali, spagnolo/greco, lingue che ne hanno una decina come francese/olandese. Vi sono lingue in cui le consonanti sono pronunciate soprattutto nella parte frontale della cavità orale: italiano, altre in cui sono articolate nella parte posteriore: arabo. Vi sono lingue che ricorrono al cambiamento di tono per distinguere i significati: cinese. La relazione tra suono e significato è arbitraria, non c’è ragione per cui un tavolo sia chiamato “tavolo” in italiano e “masa” in turco, altrimenti parleremmo tutti la stessa lingua.
Perché è più facile per un neonato imparare una lingua rispetto a un adulto? Perché abbiamo un sistema genetico che ci fa acquisire il linguaggio, ma tale disposizione sparisce dopo alcuni anni, come spariscono i denti da latte. La disposizione ad imparare una lingua quasi come un nativo sparisce intorno alla pubertà. È per questo che chi si trasferisce a un’età compresa tra i 5 e 10 anni in un paese dove si parla una lingua straniera, la imparerà senza sforzi, tanto che dopo un anno non si avvertirà dalla sua parlata che non è del luogo. Chi si trasferisce dopo la pubertà, intorno ai 16/18 anni imparerà la lingua con più difficoltà e manterrà l’accento straniero.
L’emissione del flusso di aria
La pronuncia dei suoni linguistici è simile alla produzione di un suono da un flauto o da altro strumento che richieda un flusso d’aria per generare un suono. Il solo modo per trarre suoni da un flauto è soffiare dell’aria al suo interno. Le varie note si ottengono chiudendo con le dita i fori. Se un flautista si limita a chiudere i fori senza soffiare, il flauto rimane...
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