Cap. 1 - I fenomeni prosodici
1.1 Premessa
Verso la fine degli anni '70, la prosodia ha assunto un ruolo centrale all'interno della teoria linguistica che ha progressivamente abbandonato alcuni suoi principi, come la linearità della rappresentazione fonologica, adottando invece per la prima volta un approccio metrico e autosegmentale, dove la rappresentazione fonologica è articolata su più livelli paralleli e autonomi. Sempre a partire da questi anni, la ricerca prosodica è proseguita fino ad arrivare a costituire un nuovo settore, la fonologia dell'intonazione. L'analisi fonologica fonetica della prosodia si sono poi unite in un'unica prospettiva metodologica, favorendo la nascita di una nuova area di ricerca interdisciplinare, chiamata Laboratory Phonology.
1.2 Definizione di prosodia
Con il termine "prosodia" si intendono una serie di fenomeni che hanno un dominio di applicazione più ampio rispetto a quello di un singolo segmento. Infatti, i fenomeni prosodici o soprasegmentali quali l'accento, il ritmo, il tono e l'intonazione, possono essere rappresentati idealmente come sovrapposti ai segmenti. Nel parlato, inoltre, un tratto prosodico risulta normalmente concomitante con l'articolazione di un suono, ma può essere prodotto anche in maniera isolata nelle fasi prelinguistiche, ad esempio nel comportamento dei neonati.
Per molto tempo, gli elementi prosodici venivano considerati privi di uno statuto linguistico è per il loro carattere non discreto, soggetto cioè a variazioni graduali, sia per la presenza di funzioni espressive. Nel corso degli anni, però, questa tesi è stata confutata, in seguito ai risultati raggiunti dalla ricerca sperimentale che ha evidenziato come i tratti prosodici partecipino direttamente alla dinamica comunicativa in maniera distintiva e contrastiva.
1.3 La sillaba un'unità di valore fonetico oltre che prosodico
La sillaba organizza suoni essendo caratterizzata da una struttura gerarchica interna, ed è costituita da due elementi:
- Da un elemento vocalico obbligatorio, chiamato Apice o Nucleo (per esempio, le vocali delle prime sillabe in parole come o-ro, a-prire);
- E dagli elementi consonantici opzionali definiti Attacco, quando precedono il nucleo (ad esempio, ta-ne, tra-ve, stra-ne) oppure Coda, quando invece seguono il nucleo (ad esempio al-ber-go, gat-to).
La coda, però, non può essere composta da oltre tre elementi prosodici. L'italiano, in particolare, ammette in coda solo un elemento, mentre altre lingue ammettono un numero ben più alto di sillabe nella coda, come l'inglese. Il nucleo e la coda formano a loro volta la Rima. Esistono vari tipi di rime: sillabiche e metriche. Nelle poesie le rime coinvolgono solo nucleo e coda, non l'attacco. I lapsus linguae coinvolgono invece solo la rima sillabica e riguardano lo spostamento di una rima.
Una sillaba, inoltre, può essere aperta quando termina per vocale, quindi è priva di coda (ad esempio ta-vo-lo), oppure chiusa quando, al contrario, termina con una consonante in coda (ad esempio cor-to, pen-na). In latino le sillabe si distinguevano anche in pesanti e leggere. La sillaba è pesante quando termina con una coda (quindi è chiusa) oppure quando il nucleo è costituito da una vocale lunga. La pesantezza della sillaba determina altresì un diverso posizionamento dell'accento.
La combinazione delle consonanti intorno al nucleo non avviene in modo casuale, ma risponde a precise restrizioni fonotattiche e alle specifiche regole di sillabazione di una determinata lingua. Quest'ultime rispondono a loro volta a una serie di principi universali di sonorità oltre che a specifici principi linguistici: in tal senso, dal momento che le vocali presentano il massimo grado di sonorità, costituiscono solitamente l'elemento attorno al quale si raggruppano i fonemi consonantici, il cui grado di sonorità risulta progressivamente minore man mano che ci si allontana dal nucleo vocalico.
Sul piano fonologico, di conseguenza, l'inizio e la fine di una parola può essere costituito dall'attacco o dalla coda di una sillaba: in italiano, ad esempio, non esistono parole che iniziano con una sequenza consonantica come lf, mb. Questo tipo di sequenza può però comparire all'interno di una parola, come nel caso di gam-ba, el-fo.
Per individuare i confini sillabici, in particolare, ci sono dei criteri da seguire:
- Tutto ciò che non può apparire all'inizio di una parola non può apparire al confine di sillaba;
- Gli elementi che fanno parte di una stessa sillaba si dicono tauto-sillabici; se invece appartengono a sillabe diverse si parla di elementi etero-sillabici. Anche una sequenza consonatica (m b) è da considerarsi etero-sillabica;
- Se si ha di fronte una consonante geminata, cioè doppia, bisogna specificare se le due consonanti continue sono dello stesso tipo oppure no.
La tipologia di sillaba più diffusa è quella formata da una sola consonante, seguita da una vocale (CV); si tratta, peraltro, della prima struttura sillabica ad essere appresa dal bambino durante il processo di acquisizione linguistica. La complessità delle sillabe varia però da lingua a lingua. Vi sono, ad esempio, lingue come quelle germaniche o l'olandese, il russo ecc., che presentano strutture sillabiche più complesse. Il giapponese, al contrario, è una lingua estremamente semplice sul piano dell'articolazione sillabica, in quanto le parole sono sempre di tipo CV, senza alcuna coda.
Nell'italiano, invece, circa il 60% delle sillabe ha una struttura semplice, del tipo CV; l'attacco, inoltre, può essere semplice oppure ramificato, cioè composto da più consonanti. La coda, invece, può essere costituita solo da una consonante, tra r l n m, oltre al primo elemento di una consonante germinata, ad esempio por-to, col-po, cam-po, gat-to. Ci sono, però, delle eccezioni come la s impura, cioè la s seguita dalla consonante (sc, sbr, sti, ecc.).
A questo proposito, in italiano, in base alle regole tradizionali di scomposizione sillabica, ogni nesso formato dalla s più una consonante, posto all'interno di una parola, deve costituire l'attacco di una sillaba (ad esempio, vi-spo, te-sta, mo-sca). Tuttavia, da un punto di vista fonetico e fonologico, si può ragionevolmente ritenere che in questo contesto segmentale la s rappresenti la coda della sillaba piuttosto che l'attacco. In questo caso, quindi, gli stessi lessemi andranno sillabati come vis-po, tes-ta, mos-ca. La sequenza sC, quindi, sarebbe di tipo eterosillabico.
1.4 L'accento
L'accento si tratta di un tratto prosodico posto in stretta correlazione con la sillaba, in quanto serve a porre in rilievo quest'ultima all'interno della parola. L'accento può essere fisso o libero; in italiano l'accento è libero in quanto può cadere in qualunque tipo di sillaba, così come l'inglese, il russo e lo spagnolo. Il turco, il polacco o l'ungherese, invece, hanno una struttura accentuale fissa in quanto l'accento cade sempre sull'ultima o sulla prima (l'ungherese).
In queste lingue, l'accento ha un valore demarcativo e svolge una funzione demarcativa, poiché permette di segnalare la fine di un morfema o di una parola. In italiano e nelle altre lingue ad accento libero, invece, è distintivo perché permette di opporre parole che hanno la stessa struttura sintattica ma un diverso accento (papa papà). Le sillabe che cadono su di una vocale si dicono toniche o accentate (ta-vo-lo, ma-ti-ta, li-ber-tà), mentre tutte le altre sono atone o non accentuate. L'accento, quindi, è il rilievo, la prominenza, che una sillaba acquisisce rispetto alle altre all'interno di una parola.
La prominenza dell'accento si tratta però di un fenomeno complesso, determinato da una serie di parametri fisici quali: l'intensità, la durata e la frequenza tonale. Una vocale accentata, infatti, è solitamente più lunga sul piano della durata rispetto a una vocale non accentata; inoltre è anche più intensa, cioè viene articolata con più forza, ed è più acuta, cioè più alta in frequenza. L'indice acustico che più di tutti determina la prominenza accentuale di una parola, però, varia a seconda delle lingue considerate: ad esempio, nell'inglese l'elemento saliente nella distinzione tra sillaba tonica e atona è l'altezza, mentre nell'italiano la durata.
Nella trascrizione fonetica l'accento è sempre rappresentato con un apice, mentre nella pratica corrente non si segnala. Nella nostra lingua il 60% delle parole è costituita da parassitoni, cioè parole in cui l'accento cade sulla penultima sillaba (vedere, camicia). Piuttosto numerose sono anche le parole ossitone o tronche, cioè quelle accentate sull'ultima sillaba (felicità, però) e quelle proparossitone o sdrucciole, accentate sulla terzultima sillaba (musica, piccolo). Molto più inferiori, per numero, sono invece le bisdrucciole, cioè le parole accentate sulla quartultima sillaba (visitano) e le trisdrucciole, accentate sulla quintultima sillaba (recitatemelo).
Cambiando la posizione dell'accento, inoltre, una stessa parola può assumere significato diverso (pérdono, perdóno, perdonò). In questo caso l'accento ha una funzione lessicale o morfologica, in quanto cambia il significato del lessema o la sua funzione grammaticale. Nelle parole che hanno almeno 4 sillabe è presente infine anche un accento secondario che non è mai distintivo e che serve a una prominenza intermedia tra una sillaba tonica e una atona (ad esempio, tavo'lino, veicolare caposta'zióne).
1.5 Il ritmo prosodico
Il ritmo è un fenomeno che ha un'estensione ancora più ampia dell'accento. Infatti, pervade l'universo, non è una caratteristica esclusiva della linguistica. Una prima definizione di ritmo è data da Platone, il quale lo intende come l'ordine degli elementi che cambia nel tempo in modo sequenziale, ordinato. L'italiano, come altre lingue romanze, è definita lingua di tipo mitragliatrice, mentre altre lingue come quelle slave o germaniche sono definite di tipo morse, in quanto non così regolari, dal punto di vista ritmico, come l'italiano. Nelle lingue, il ritmo è dato dall'alternanza tra sillaba accentata e non accentata, seguendo una successione perfetta tra battute forti, cioè accentate, e deboli, cioè prive di accento. Questo non avviene mai nel parlato, dal momento che quando parliamo non scegliamo mai le parole in base al loro accento.
La struttura ritmica di una lingua può configurarsi in diversi modi: ad esempio, si ha un ritmo binario quando si susseguono momenti forti e momenti deboli; inoltre sono presenti anche modelli ritmici ternari, così come strutture aritmiche. Nel parlato si possono poi avere strutture ritmiche irregolari, caratterizzati dall'adiacenza di due accenti lessicali (tornerà sabato) o valli accentuali, cioè una sequenza dove ricorrono tra le 4 e le 6 sillabe atone (prestateglielo lunedì).
Sono state identificate due classi ritmiche nelle quali far confluire le lingue più studiate:
- Lingue a isocronia sillabica;
- Lingue a isocronia accentuale.
Questa distinzione è stata inizialmente formulata da Pike, nel 1945 e da Abercrombie nel '67. Nel primo gruppo, l'elemento isocronico è la sillaba. Per isocronia si intende, in particolare, la ricorrenza nel parlato di intervalli equivalenti sul piano della durata temporale. A questo primo gruppo appartengono l'italiano e lo spagnolo, nei quali le sillabe hanno appunto una durata costante. Nelle lingue del secondo gruppo (tipicamente quelle germaniche), l'elemento isocronico non è più la sillaba ma il piede accentuale o piede ritmico, cioè l'intervallo compreso tra un accento lessicale e il successivo.
Sul finire degli anni '80, una serie di studi hanno ridato smalto a questa tematica, ribaltando completamente tale prospettiva. Questi studi fanno capo a Ramus e hanno dimostrato che l'isocronia sillabica e accentuale non sono definite solo da unità isocroniche, cioè dalla durata, ma ci sono altri parametri per la definizione del ritmo quali l'inventario fonetico delle lingue e le strutture sillabiche. Alla luce di questo, una migliore classificazione ritmica delle lingue può essere effettuata in base alla misurazione degli intervalli intervocalici e interconsonantici. Secondo questa prospettiva, le lingue isoaccentuali sono caratterizzate da una alta varietà e complessità delle tipologie sillabiche e da una maggiore variabilità della lunghezza sillabica. Le lingue isosillabiche, al contrario, hanno strutture sillabiche più semplici e meno varie; inoltre le sillabe sono più stabili sul piano della durata, per cui la variazione temporale degli intervalli interconsonantici è più bassa. Come risultato si ha che, maggiore è la complessità strutturale della sillaba, maggiore sarà la distanza tra una vocale e la successiva. Tutti questi comportamenti ritmici sono rappresentati all'interno di uno spazio bidimensionale costituito da un'asse vocalico dove è riportato il rapporto tra la somma delle durate degli intervalli vocalici diviso la durata complessiva dell'enunciato, e da un'asse consonantico. Da questo schema si evince che le lingue non si collocano in modo causale, ma tendono a raggrupparsi: in particolare, in alto a sinistra si posizionano inglese, olandese e polacco; adiacenti ma non sovrapposte ad esse sono invece il francese, l'italiano, lo spagnolo e il catalano, mentre il giapponese si pone in basso a destra, per cui risulta essere completamente isolato in quanto appartenente a una diversa tipologia ritmica. Questa interpretazione metodologica, però, presenta ugualmente alcuni aspetti problematici in quanto la struttura ritmica delle lingue è condizionata non solo dalla velocità d'eloquio, ma anche dalla tipologia e dall'ampiezza del campione linguistico esaminato.
1.6 Lingue accentuali e lingue tonali
Il tono è un fenomeno prosodico non universale come il ritmo: consiste nell'uso distintivo delle variazioni di altezza tonale. In molte lingue uno stesso elemento lessicale assume un significato diverso a seconda dell'altezza tonale relativa con cui è realizzato. Queste sono chiamate lingue tonali o lingue a toni e si distinguono da quelle accentuali. Lingue di questo tipo sono il cinese mandarino, il thailandese, gran parte delle lingue africane e del sud est asiatico, mentre in ambito europeo rientrano in questa tipologia il serbo-croato, lo svedese e il norvegese.
Tra lingue accentuali e lingue tonali ci sono molte differenze: ad esempio, in una lingua accentuale solo una sillaba all'interno di una parola può portare l'accento primario o lessicale. Nelle lingue tonali, invece, in una parola plurisillabica possono ricorrere più toni: ogni sillaba può recare un tono, inoltre i toni realizzati possono essere dello stesso tipo, ad esempio alti, oppure diversi, ad esempio sia alti che bassi. La tipologia dei toni presenti in una lingua, inoltre, non è sempre uguale: i toni, infatti, possono essere statici (level pitch) o dinamici (contour pitch): sono statici quando presentano lo stesso andamento del tono della sillaba; sono dinamici quando c'è un movimento all'interno della sillaba che regge il tono, prima alto, poi basso e viceversa.
- Tono 1 – mā madre statico
- Tono 2 – má canapa
- Tono 3 – mǎ cavallo dinamico (discendente/ascendente)
- Tono 4 – mà rimproverare
Queste due tipologie di toni sono inoltre alla base della dicotomia tra lingue tonali a registro e lingue tonali a profilo. Nel primo caso la distintività è determinata dal livello in cui si colloca l'elemento tonale realizzato; nelle lingue tonali a profilo, solitamente quelle orientali, invece, il tono non conserva un'altezza fissa, ma varia realizzando un movimento dinamico, per cui la realizzazione dei toni è condizionata dal contorno intonativo dell'intero enunciato.
1.7 L'intonazione
L'intonazione consiste nell'andamento melodico di un testo, messaggio verbale o enunciato. È un fenomeno universale, presente in tutte le lingue, e multidimensionale, oltre che plurifunzionale poiché assorbe più funzioni linguistiche ed espressive. La sua funzione principale, comunque, consiste nel segmentare il parlato in gruppi di parole coerenti sul piano testuale. Ogni unità discreta prende il nome di unità intonativa o unità tonale. Quest'ultima è composta da un accento intonativo nucleare, da eventuali altri accenti ed è delimitata da una marca di confine.
L'intonazione ha anche una funzione sintattica, in quanto indica la forza illocutiva dell'enunciato, distinguendo i tipi frasali assertivi da quelli non assertivi (domanda, ordine ecc.); ha poi funzione semantico-pragmatica in quanto contribuisce, all'interno dell'enunciato, a strutturare in termini informazionali il messaggio prodotto. L'intonazione ha infine una funzione paralinguistica che riguarda tutti quegli aspetti non linguistici che appartengono alla sfera dell'espressività e dell'emotività: mediante l'intonazione, quindi, codifichiamo anche le nostre emozioni e i nostri stati d'animo.
Gli studi sull'intonazione sono però stati pochi, hanno avuto una evoluzione molto limitata.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Linguistica Generale, prof. Sorianello, libro consigliato La Linguistica: in Pratica, Lombardi Vall…
-
Riassunto esame Linguistica generale, prof. Sorianello, libro consigliato Linguistica e pragmatica del linguaggio, …
-
Riassunto esame linguistica, docente Sorianello, libro consigliato l'animale parlante, Nespor
-
Riassunto esame Linguistica generale, prof. Scala, libro consigliato Linguistica generale Fondamenti di sociolingui…