Le facce del parlare (Carla Bazzanella)
I tempi del parlare
Canonicamente, l'Imperfetto, caratterizzato proprio dall’aspetto imperfettivo, è un tempo del passato. Indica, nel passato, durata, iteratività o contemporaneità degli eventi descritti, spesso con una funzione di “sfondo”. L'Imperfetto “onirico” si usa per riportare dei sogni, riferendosi a un universo onirico e non reale. Nell’Imperfetto “fantastico”, l’evento immaginario crea un mondo possibile. L’Imperfetto “ipotetico” è ovviamente quello usato nei periodi ipotetici, in sostituzione sia del condizionale dell’apodosi che del congiuntivo della protasi. A differenza dei precedenti, che possono essere usati anche nel registro formale, questo Imperfetto è diffuso soprattutto nel registro colloquiale o nell’«italiano dell’uso medio».
L’Imperfetto ‘potenziale’ serve per esprimere, in genere con un verbo modale, una specie di supposizione. L’Imperfetto “ludico” è usato dai bambini per introdurre un gioco e per distribuire le parti. Un Imperfetto ipocoristico si riferisce all’Imperfetto usato dagli adulti verso i bambini in situazioni di tenerezza. L’Imperfetto “di cortesia”, detto anche “di modestia”, è frequente nelle richieste e con i verbi di volontà, in cui la forza “impositiva” viene in qualche modo attenuata dall’Imperfetto stesso, che sposta nel passato una richiesta o una volontà attuale. Tramite l’Imperfetto “epistemico-doxastico”, il parlante si riferisce non a un evento ma a precedenti credenze o conoscenze. L’Imperfetto “di pianificazione” si riferisce, nel parlato quotidiano, a un evento pianificato nel futuro.
Studi recenti sul sistema temporale italiano, basati o no su corpora, concordano in linea di massima nel presentare le seguenti tendenze caratteristiche del Futuro nel parlato colloquiale o in contesti semiformali. Il futuro è spesso sostituito nell’italiano parlato dal Presente, specialmente quando è chiaro da alcuni indicatori temporali (tipicamente un avverbio, o “cronodeittico”) che l’evento si svolgerà nel futuro o quando la situazione a cui ci si riferisce è in qualche modo “pianificata”. In alcuni casi limitati, possiamo trovare l’Imperfetto al posto del Futuro in una particolare funzione prospettica, di pianificazione.
Forme perifrastiche, a cui sono correlati valori aspettuali, si stanno sempre più diffondendo in italiano al posto del Futuro, secondo un modello ciclico che alterna nelle lingue romanze strutture sintetiche e strutture analitiche. Si può distinguere tra forme perifrastiche con verbi di luogo e con verbi modali. Gli usi, al posto del Futuro, di forme perifrastiche con verbi di luogo (come andare, stare, venire), rispondono alla metafora «locale». Includono: stare per + infinito o stare + gerundio, che sottolineano l’aspetto progressivo; venire + infinito; andare + infinito. La perifrasi con verbi modali è il mezzo più comune nelle lingue naturali per esprimere il futuro. Le perifrasi con verbi modali includono in italiano: volere + infinito, potere + infinito, dovere + infinito, avere da + infinito.
Specializzazione epistemica: il Futuro è spesso usato in Italiano per esprimere valori epistemici, in cui il parlante esprime la sua incertezza sull’ora, sottolineata anche dalla presenza del sintagma più o meno, tramite il Futuro. Enfasi: quando il Futuro è usato deitticamente, in contesti non formali, si parla di variante «enfatica». Un elemento su cui è importante riflettere è che in questo Tempo il numero della persona sembra incidere, in alcuni usi, sul valore particolare che il Futuro può assumere in base al contesto. Commitment: usando il Futuro alla prima persona singolare, si impegna a compiere l’azione in un futuro più o meno lontano, ed il suo atto linguistico sembra quindi valere come una promessa. Sembra rilevante, per l’uso del Futuro, una forte distanza temporale tra il tempo dell’enunciazione ed il tempo dell’evento.
Si può parlare di priming morfologico, intendendo con questo il processo con cui una data occorrenza “innesca” quella successiva. Il priming morfologico fa sì che un Futuro sia seguito da un altro Futuro nello stesso turno o nei turni seguenti.
Meccanismi sintattici di focalizzazione
In italiano, l’ordine non marcato delle parole, o, se vogliamo, dei costituenti di frase, è: (Soggetto) -Verbo-Oggetto, o (S)VO. Quest’ordine non è rigido, come in altre lingue (tipicamente, l’inglese), ma flessibile o «manovrabile», così che gli elementi possono essere spostati nella catena sintattica, molto spesso in relazione alla struttura dell’informazione.
Nella dislocazione, sia a sinistra che a destra, un oggetto o un altro complemento è spostato dalla sua posizione canonica nell’enunciato; può essere posto o all’inizio dell’enunciato e ripreso quindi successivamente da un pronome nel caso della dislocazione a sinistra, o posto alla fine dell’enunciato, ed anticipato da un pronome nella dislocazione a destra. La specularità di queste due strutture rimanda naturalmente a funzioni diverse: con la dislocazione a sinistra si colloca al primo posto ciò di cui si parla, anche se non si trova nello statuto grammaticale di soggetto, per stabilire il topic frasale (compito che sembra essere il più urgente, nel caso non sia facilmente predicibile), e comunque per richiamare su di esso l’attenzione. Si parla invece di topicalizzazione nel caso in cui l’elemento posto in prima posizione non venga ripreso da un pronome.
Dal punto di vista pragmatico (di contesti d’uso) e strutturale, si avvicina più alla frase scissa che non alle dislocazioni. Con la dislocazione a destra si riprende con un nome pieno il referente del pronome già utilizzato nel contesto precedente, come per chiarire od esplicitare il riferimento che non è risultato chiaro (si parla di questa funzione come «ripensamento», una «sorta di aggiunta enfatico-esplicativa»).
La frase scissa comporta, come la dislocazione, la messa in rilievo di un elemento, che viene a costituire una unità frasale (la «testa»), seguita da un’altra unità frasale («il complemento») introdotto da un “falso” che relativo. Si distinguono sostanzialmente due tipi di frasi scisse, la seconda delle quali si definisce “pseudo-scissa”, caratterizzate entrambe da asserzione e presupposizione. Le funzioni tradizionalmente attribuite alla frase scissa sono fondamentalmente riconducibili alle due seguenti:
- Focalizzazione: studi che motivano la frase scissa in base alla focalizzazione possono essere raggruppati in due classi:
- Secondo la prima, lo status focale è indicato solo dalla sintassi
- Secondo la seconda, la sintassi è combinata con l’accento frasale
- Connessione testuale: Tramite la frase scissa si mantiene la continuità referenziale con il discorso precedente, secondo un principio di ordinamento seriale dell’informazione che favorisce anche la comprensione
Tra le strutture frasali marcate (come la frase scissa, la dislocazione, la topicalizzazione) sicuramente il passivo è quella più studiata dai linguisti. La «defocalizzazione dell’agente», o «impersonalizzazione», è la funzione che più frequentemente viene attribuita al passivo. Il fatto che l’agente sia spostato dalla prima posizione si parla anche di «demozione» e morfologizzato come complemento indiretto (nel caso di passivo senza cancellazione), quando...
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