Linguistica
Il docente Benvenuto consiglia il libro La linguistica di Berruto Cerruti per approfondire lo studio della linguistica, lingue, linguaggio e comunicazione. La linguistica è il ramo delle scienze umane che studia la lingua e si distingue in:
- Linguistica generale: Si occupa di cosa sono, come sono fatte e come funzionano le lingue (chiamata anche sincronica, descrittiva, teorica).
- Linguistica storica: Si occupa dell’evoluzione delle lingue nel tempo.
Alla linguistica generale si contrappone la glottologia (dal greco ‘glos’ + ‘logos’ = studio della lingua) che comprende la linguistica storica e lo studio comparato delle lingue antiche. La materia studia quindi le lingue storico-naturali, nate spontaneamente nel corso dei secoli e usate da sempre dall’uomo, che sono espressione del linguaggio verbale umano (facoltà innata dell’homo sapiens, da non confondere con la lingua), strumento o sistema di comunicazione a disposizione dell’uomo: in questo senso non c’è differenza tra lingue e dialetti poiché le differenze tra loro sono di tipo sociale e storico-culturale. La scienza che studia il rapporto tra lingua e società prende il nome di sociolinguistica.
Il segno e la comunicazione
Il segno è qualcosa che sta per qualcos’altro e serve per comunicare quest’ultimo; secondo la semiotica (scienza generale dei segni) tutto può comunicare qualcosa, ogni fatto culturale o naturale può essere interpretato dall’uomo e veicolare informazioni. Comunicare in senso generale significa passaggio di informazioni, ma comunicazione in senso stretto prevede innanzitutto l’intenzionalità: quando un’emittente assume un qualsiasi comportamento al fine di trasmettere qualcosa a un ricevente, che percepisce tale qualcosa; in caso contrario si ha un semplice passaggio d’informazioni.
Categorie di comunicazione
- In senso stretto: Emittente intenzionale e ricevente intenzionale (linguaggio verbale).
- Passaggio di informazioni: Emittente non intenzionale, ricevente o interprete intenzionale (postura, sintomi o condizioni fisiche).
- Inferenze: Nessun emittente ma presenza di un ‘oggetto culturale’ interpretato dal ricevente (modi di vestire).
Da A. a C. si nota un calo dell’intenzionalità e di partecipazione delle due figure implicate e ciò che sembra scemare è l’insieme delle conoscenze di riferimento (codice) che permette di interpretare correttamente il messaggio contenuto nei segni favorendo un fraintendimento da parte del ricevente. Si intende come comunicazione quella ‘in senso stretto’ come trasmissione intenzionale di informazioni; le lingue sono viste come specificazione della comunicazione umana verbale.
Tipi di segni
L’unità minima e fondamentale che permette la comunicazione è il segno (in senso lato), ne esistono vari tipi che permettono una tassonomia (classificazione) secondo i criteri di motivazione, ossia il grado di rapporto tre le due ‘facce’ del segno, e di intenzionalità:
- Indici: Sono motivati naturalmente e non sono intenzionali, si basano sul rapporto di causa-effetto. (es: nuvole scure = sta per piovere).
- Segnali: Sono motivati naturalmente ed usati intenzionalmente per comunicare qualcosa (es: sbadiglio volontario per comunicare che ci si sta annoiando).
- Icone: Deriva dal greco ‘immagine’, sono motivate analogicamente e sono intenzionali, si basano sulla similarità di forma e riproducono proprietà dell’oggetto designato (es: carte geografiche, fotografie, registrazioni audio).
- Simboli: Motivati culturalmente ed intenzionali (es: semaforo rosso = fermarsi, colore nero = lutto).
- Segni in senso stretto: Non motivati, quindi arbitrari ed intenzionali (es: messaggi linguistici, comunicazione gestuale).
Dalla categoria 1. alla 5. si nota che la motivazione dei segni diventa sempre più convenzionale (immotivata, meno diretta) e al contrario aumenta la specificità culturale dei segni. Infatti, se gli indici hanno valore universale e sono uguali per tutti, i simboli e ancor più i segni in senso stretto dipendono da una sola tradizione culturale; la distinzione tra 4. e 5. viene fatta solo per mettere in evidenza la specificità dei segni linguistici.
I segni linguistici sono segni in senso stretto, prodotti intenzionalmente al fine di comunicare e in modo arbitrario; dunque in questo tipo di comunicazione si ha un emittente che produce intenzionalmente il segno in modo che esso arrivi al ricevente il quale comprende il messaggio contenuto nel segno poiché quest’ultimo appartiene ad un preciso codice di conoscenze a cui si può ricondurre e attribuire un significato a ciò che accade.
Codice e proprietà della lingua
Il codice è l’insieme di corrispondenze, fissate per convenzione, fra l’insieme manifestate e quello che manifestano, in questo modo si definiscono le regole d’interpretazione dei segni. I segni linguistici costituiscono il codice lingua. Le proprietà della lingua sono:
- Biplanarità: Costituisce tutti i segni, essi hanno due facci inscindibili e compresenti chiamate significato, anche detto contenuto, che è il piano non percepibile dai sensi e veicolato dalla parte percepibile, ed il significante, chiamato anche espressione, che è proprio la parte fisicamente percepibile e serve a veicolare il messaggio del segno. In particolare, il significante è ogni modificazione fisica a cui si può associare un significato. Un codice è un insieme di associazioni tra significanti e significati mentre un segno è l’associazione tra un significato e un significante.
- Arbitrarietà: Consiste nell’assenza di un legame naturalmente motivato tra le due facce del segno (l’animale gatto si chiama così non per motivi naturali ma per scelta dell’uomo), questo vuol dire che i legami tra significante e significato sono posti per convenzione (=arbitrariamente) se così non fosse tutte le lingue sarebbero molto simili tra loro. Nel caso dell’italiano (gatto) e lo spagnolo (gato) la somiglianza è data dalla parentela genealogica tra le lingue. Nel caso in cui non ci fosse arbitrarietà le parole simili di varie lingue dovrebbero assumere significati simili (‘bello’ in italiano, ‘bell’, in inglese che vuol dire campana, ‘bellum’ in latino ossia guerra). Esistono in realtà 4 livelli di arbitrarietà ed è importante sapere che le entità in gioco sono tre, rappresentate dal triangolo semiotico (utilizzato in semiotica e semantica):
Secondo il triangolo: il significante, tramite la mediazione del significato che esso veicola (e con cui forma il segno), si riferisce ad un elemento della realtà esterna extralinguistica, il Referente. La linea tra referente ed espressione è tratteggiata per indicare il rapporto indiretto mediato dal contenuto.
I quattro tipi di arbitrarietà sono:
- È arbitrario, ad un primo livello, il rapporto tra segno intero e referente (ad esempio non esiste legame tra l’oggetto sedia e il segno associato ‘sedia’).
- È arbitrario anche il rapporto tra significante e significato poiché il significante ‘sedia’ come sequenza di lettere o suoni non significa in realtà ‘oggetto d’arredamento per sedersi’ ma è usato in italiano per indicare l’oggetto materiale sedia.
- È arbitrario il rapporto tra forma (= struttura) e sostanza (=materia) del significato, o contenuto. Questo vuol dire che ogni lingua arbitrariamente pone dei confini di significato rendendo così pertinenti una o più entità (italiano: bosco/legna/legno = bois in francese) quindi laddove l’italiano distingue tre entità diverse, il francese ne riconosce una soltanto.
- È arbitrario anche il rapporto tra forma e sostanza del significante poiché ogni lingua sceglie quali suoni rendere o meno pertinenti, in questo caso la distinzione è di carattere fonico-acustico maggiormente (in questo senso avvengono le pertentinizzazioni); si parla ad esempio di quantità o durata delle vocali: l’italiano ha una sola a senza distinguerne la lunghezza, mentre tedesco e latino distinguono a.
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