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Riassunto esame Linguistica Generale, prof Benvenuto, libro consigliato: La linguistica. Un corso introduttivo”, Berruto, Cerruti, 2017

Riassunto completo e dettagliato basato su rielaborazione personale e studio autonomo del testo “La linguistica. Un corso introduttivo”, Gaetano Berruto, Massimo Cerruti, 2017, diviso per paragrafi, dell'università degli Studi La Sapienza - Uniroma1.

Esame di Linguistica generale docente Prof. M. Benvenuto

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Tenendo presente ciò, occorre distinguere 4 tipi di arbitrarietà della lingua:

SEGNO REFERENTE

1- È arbitrario il rapporto tra (nel suo complesso) e

SIGNIFICANTE SIGNIFICATO

2- È arbitrario il rapporto tra (sequenza di lettere) e

FORMA SOSTANZA SIGNIFICATO,

3- È arbitrario il rapporto tra e del cioè in ogni lingua

ritaglia un certo spazio di significato per una parola, alla quale associa una o più entità. Ad

esempio italiano “bosco/legno/legna” corrispondono al francese “bois”: il termine francese

“bois” (1 entità) corrisponde in italiano a 3 entità diverse.

FORMA SOSTANZA SIGNIFICANTE.

4- È arbitrario il rapporto tra e del Ciò vuol dire che il

significante dei segni linguistici è innanzitutto di carattere fonico-acustico, cioè costituito da

onde sonore che viaggiano nell’aria. Queste onde sonore rappresentano la sostanza. Quindi ogni

lingua organizza la scelta dei suoni secondo propri criteri. Un esempio di identica sostanza

fonica organizzata in maniera diversa in diverse lingue può essere la diversa durata delle vocali:

- ITALIANO: si ha una sola “a” senza distinzione di lunghezza. Perciò “casa” pronunciato

con una “a” breve o media (“caaasa”) non determina una variazione di significato.

- TEDESCO: si distinguono brevi e lunghe, come anche in latino

Nell’arbitrarietà dei segni linguistici esistono alcune eccezioni:

ONOMATOPEE:

1- Le il loro significante riproduce/richiama caratteri fisici (rumore e/o suono)

di ciò che designano. Presentano, quindi, un aspetto più o meno iconico. Esempi: sussurrare,

rimbombo

IDEOFONI:

2- Gli espressioni che indicano fenomeni naturali e/o azioni. Sono spesso utilizzati

nei fumetti (“boom”, “glu glu”). Anch’essi sono iconici.

PRINCIPIO DI ICONISMO:

3- si è notato che nella grammatica delle lingue esistono

meccanismi iconici e quindi, in un certo senso, motivati. Ad esempio: la formazione del plurale

attraverso l’aggiunta di materiale fonico e linguistico alla forma singolare è un metodo molto

diffuso nelle lingue. Ma ciò non è sempre verificato perché ad esempio in italiano il plurale si

forma con l’alternanza di desinenze: bambino/ bambini

FONOSIMBOLISMO:

4- Il attraverso il fonosimbolismo si sostiene la mancanza di arbitrarietà e

la presenza di motivazione nei segni linguistici. Esso afferma infatti che certi suoni abbiano per

natura associati a loro stessi certi significati. Ad esempio il suono “i” viene utilizzato nelle

parole che indicano oggetti piccoli poiché è una vocale chiusa e foneticamente piccola.

Affermazioni come questa incorrono in antitesi con esempi evidenti, sia perché esistono parole

con la “i” che indicano “cose grandi” (“gigante”), sia perché esistono cose piccole in cui non è

presente la lettera “i” (“corto”).

Quindi nonostante esistano eccezioni al principio di arbitrarietà dei segni linguistici, esse non sono

così rilevanti da ridurre l’importanza dell’arbitrarietà come carattere costitutivo del linguaggio

verbale umano.

DOPPIA ARTICOLAZIONE:

3- altra proprietà del significante del codice lingua. Consiste nel

fatto che il significante di un segno linguistico è articolato a 2 livelli diversi:

- Ad un primo livello (PRIMA ARTICOLAZIONE) il significante di un segno è organizzato ed è

morfemi

scomponibile in unità portatrici di significato, ossia i (unità minime di prima

articolazione). Ad esempio “gatto” è scomponibile in due unità (morfemi): “gatt” (significato =

felino domestico), “o” (significato = singolare). Ogni segno linguistico è scomponibile in unità

minime di articolazione prima. Esempio: “la nonna sforna la torta” è scomponibile in 11 unità

(morfemi): “l-a nonn-a s-forn-a l-a tort-a”.

- Ad un secondo livello (SECONDA ARTICOLAZIONE) il significante di un segno linguistico è

scomponibile a sua volta in unità ancora più piccole che non sono portatrici di significato: i

fonemi. I fonemi combinandosi insieme danno luogo ai morfemi. Ad esempio “gatto” è

scomponibile nei suoni (fonemi): “g” “a” “t” “t” “o”. Tali elementi non sono più segni poiché

non hanno significato.

Ogni segno linguistico è scomponibile in unità minime di II articolazione. Esempio: “la nonna

sforna la torta” è scomponibile in 20 fonemi: “l-a n-o-n-n-a s-f-o-r-n-a l-a t-o-r-t-a”.

Questa proprietà della lingua è importantissima per diversi motivi: determina la struttura

- costituisce la proprietà cardine del linguaggio verbale umano poiché

generale del sistema linguistico economicità di funzionamento:

- consente alla lingua una grande con un numero limitato di

unità di II articolazione (prive di significato) si può costruire un numero grandissimo, illimitato,

di unità di I articolazione (dotate di significato). Questo è anche chiamato principio di

combinatorietà: combinando unità minori si determina un numero indefinito di segni (unità

maggiori).

TRASPONIBILITA’ DI MEZZO: significante.

4- è una proprietà della lingua che riguarda il

mezzo aria,

Esso può essere trasmesso sia attraverso il sotto forma di suoni e rumori, sia

mezzo luce,

attraverso il sotto forma di segni. I segni linguistici possono essere trasmessi sia

oralmente graficamente,

che ma si ha una priorità del parlato, tanto che spesso si dice che una

delle proprietà del linguaggio verbale umano sia la FONICITA’.

Il parlato è una priorità sotto molti punti di vista:

ANTROPOLOGICO:

- infatti tutte le lingue che hanno un uso scritto sono anche parlate,

mentre non tutte le lingue parlate hanno anche un uso scritto

ONTOGENETICO:

- quello relativo al singolo individuo. Ogni individuo impara prima a

parlare (per via naturale, spontanea) e poi a scrivere

FILOGENETICO:

- cioè relativo alla specie umana. Nella storia della nostra specie la scrittura

si è sviluppata dopo il parlato. Infatti, le prime attestazioni di forma scritta che ci sono giunte

risalgono a 5 millenni prima di Cristo (scritture pittografiche). Poi abbiamo il primo sistema di

scrittura vero e proprio presso i sumeri con la scrittura cuneiforme (3500 a.C.). La scrittura

alfabetica che darà luogo al nostro alfabeto attuale nasce probabilmente sotto forma di scrittura

consonantica che non registra le vocali presso i Fenici attorno al 1300 a.C.

Le origini del linguaggio invece sono più antiche, infatti risalgono a circa 3 milioni di anni fa: è

ipotizzabile che qualche forma di comunicazione orale fosse già presente nell’homo habilis.

Sembra che nel processo evolutivo della specie umana già presso i nostri progenitori esistessero i

prerequisiti biologici necessari per il linguaggio verbale.

Il canale fonico-acustico e l'uso del parlato della lingua presentano una serie di vantaggi biologici e

funzionali rispetto al canale visivo e all'uso scritto:

1- in presenza di aria possono essere utilizzati in qualunque circostanza ambientale consentendo la

trasmissione anche in presenza di ostacoli fra emittente e ricevente

2- non ostacolano altre attività e possono essere utilizzati in concomitanza con molte altre

prestazioni fisiche e intellettive

3- permettono la localizzazione della fonte di emittenza del messaggio

4- la ricezione è contemporanea alla produzione del messaggio

5- l'esecuzione parlata è più rapida di quella scritta

6- il messaggio può essere trasmesso simultaneamente a un gruppo di destinatari diversi e può

essere colto da ogni direzione

7- il messaggio è evanescente e lascia subito libero il passaggio ad altri messaggi (può anche essere

uno svantaggio)

8- è richiesta meno energia specifica

Tuttavia nella società moderna lo scritto ha anche una priorità sociale poiché avere una forma scritta

è un requisito indispensabile per una lingua evoluta ed ha inoltre maggiore importanza, prestigio e

utilità sociale. È inoltre uno strumento di fissazione e trasmissione del corpo legale, della traduzione

culturale e letteraria e del sapere scientifico.

Inoltre, nonostante lo scritto sia nato come fissazione e trascrizione del parlato, si è poi sviluppato

con caratteri propri. Infatti, ad esempio, non tutto ciò che fa parte del parlato può essere reso scritto

(tono), così come non tutto ciò che fa parte dello scritto trova corrispondenze nel parlato (uso delle

maiuscole).

LINEARITA’ E DISCRETEZZA: segni linguistici,

5- proprietà dei in particolare del

significante. linearità

Per si intende che il significante viene prodotto in successione nel tempo

e/o nello spazio, cioè che non possiamo capire il significato se prima non vengono attualizzati

tutti gli elementi che costituiscono il segno.

Altri tipi di segni sono “globali”, cioè vengono percepiti simultaneamente. Ad esempio: segnali

stradali, gesti ecc.

Dunque l’ordine con cui si susseguono le parti del segno (=linearità) è fondamentale per

comprendere il significato del segno stesso: “Gianni chiama Maria” vs “Maria chiama Gianni”.

discretezza

Per si intende il fatto che la differenza fra gli elementi, le unità della lingua, è

assoluta, non quantitativa o relativa, quindi le unità della lingua non costituiscono una materia

continua, senza limiti netti al proprio interno, ma c'è un confine preciso fra un elemento e un

altro. In particolare le classi di suoni sono ben separate le une dalle altre. Ad esempio “pollo” e

“bollo” sono due parole ben distinte che non hanno nulla in comune dal punto di vista del

significato. Perciò la differenza tra gli elementi è assoluta e non quantitativa, infatti il significato

non varia al variare del significante: “gatto” = “gattooo”.

Una conseguenza della discretezza è che nella lingua non possiamo intensificare il significante

per intensificare corrispondentemente il significato allo stesso modo in cui lo facciamo per

esempio con grida o interiezioni: ad esempio un "ahi" a bassa voce indica un dolore minore

piuttosto che quando è gridato.

ONNIPOTENZA SEMANTICA, PLURIFUNZIONALIA’ E RIFLESSIVITA’:

6- è una

proprietà generale del linguaggio verbale umano.

- ONNIPOTENZA SEMANTICA consiste nel fatto che con la lingua è possibile dare

un’espressione a qualsiasi contenuto, si può parlare di tutto. Ma poiché risulta improbabile

che con la lingua si possa dire proprio tutto, è più corretto parlare di

PLURIFUNZIONALITA’

- PLURIFUNZIONALITA’ della lingua: si intende che la lingua ha innumerevoli funzioni,

come esprimere il proprio pensiero, manifestare sentimenti, trasmettere informazioni,

instaurare e regolare attività e rapporti sociali, risolvere problemi, creare mondi possibili

ecc.

A proposito di funzioni della lingua, un modello di classificazione molto noto è lo schema proposto

da R. Jakobson che identifica 6 funzioni sulla base della comunicazione: quando si instaura una

comunicazione si genera la presenza di 6 fattori a cui sono collegati delle rispettive funzioni.

FATTORI FUNZIONI

1- Messaggio 1. Funzione poetica: messaggio volto a mettere

in rilievo e sfruttare le potenzialità insite nel

messaggio e i caratteri interni del significante

e del significato “la gloria di Colui che muove

per l’universo...”

2- Codice 2. Funzione metalinguistica: messaggio volto a

specificare aspetti del codice o calibrare il

messaggio sul codice “ho detto pollo non

bollo!”

3- Contesto 3. Funzione referenziale: il messaggio definisce

informazioni sulla specifica realtà esterna “il

treno per Milano delle ore 15 parte sul binario

2”

4- Ricevente 4. Funzione conativa: messaggio volto a far

agire in qualche modo il ricevente, ottenendo

da lui un certo comportamento “chiudi la

porta!”

5- Canale 5. Funzione fàtica: messaggio volto a verificare

e sottolineare il canale di comunicazione e/o il

contatto fisico o psicologico fra i parlanti

“pronto, chi parla?”

6- Emittente 6. Funzione emotiva: un messaggio linguistico

volto ad esprimere sensazioni del parlante

“che bella sorpresa!”

Con la lingua si può parlare della lingua stessa, cioè la lingua si può usare come METALINGUA.

La lingua di cui parla la meta lingua è chiamata “LINGUA-OGGETTO”. Questa proprietà è

chiamata RIFLESSIVITA’, fortemente caratterizzante del linguaggio verbale umano poiché non

sembra che esistano altri codici di comunicazione che consentano di formulare messaggi su sé stessi

e che abbiamo come oggetto il codice di comunicazione stessa.

7- PRODUTTIVITA’ E RICORSIVITA’

produttività

La è una proprietà connessa alla doppia articolazione e all'onnipotenza della lingua:

con la lingua è sempre possibile creare nuovi messaggi, mai prodotti prima, e parlare di cose nuove,

nuove esperienze mai sperimentate, o anche di cose inesistenti. Con la lingua da un lato è possibile

produrre messaggi sempre nuovi, dall’altro è possibile associare messaggi già usati a situazioni

nuove.

La produttività è resa possibile dalla doppia articolazione che permette una combinatorietà illimitata

di unità più piccole in unità via via più grandi.

La produttività prende la forma della cosiddetta CREATIVITA’ REGOLARE, cioè una produttività

infinita basata su regole semplici e applicabili ricorsivamente.

Unità minime di 2 articolazione (poche) si combinano in unità minime di 1 articolazione

(tante), che si combinano in parole (tantissime), che si combinano in frasi (in numero

illimitato).

ricorsività

La è una proprietà formale della lingua secondo cui uno stesso procedimento è

riapplicabile un numero infinito di volte se si verificano le condizioni in cui si applica. È ricorsiva

ad esempio la regola di suffissazione, con cui posso ricavare una parola: da una parola ottenuta

posso ottenerne un’altra e così via con l’aggiunta di un suffisso.

Esempio: atto/ attore/ attualizzare/ attualizzabile/ attualizzabilità

La proprietà è applicabile finché non viene meno la comprensibilità e la maneggevolezza del

messaggio.

DISTANZIAMENTO E LIBERTA’ DA STIMOLI

8-

distanziamento

Il è una proprietà del linguaggio verbale umano e consiste nella possibilità di poter

formulare messaggi relativi a cose lontane nel tempo e/o nello spazio. È quindi la possibilità di

parlare di un’esperienza passata.

Ha una notevole importanza, soprattutto per quanto concerne la differenza tra il linguaggio umano e

i sistemi di comunicazione animali: un gatto può comunicare miagolando che ha fame, ma non può

comunicare con nessun miagolio che ieri aveva fame.

Con la lingua quindi si può parlare di cose non presenti nella situazione e nell’ambiente

immediatamente circostante, remote nello spazio o nel tempo. Il distanziamento consiste

essenzialmente nella possibilità di parlare di un’esperienza in assenza di tale esperienza, o dello

stimolo che ha provocato tale esperienza. libertà da stimoli

Con questo, la nozione di distanziamento finisce per coincidere con quella di

ovvero la capacità dei parlanti di emettere messaggi in base all'elaborazione concettuale della realtà

esterna.

La lingua, quindi, è indipendente dalla situazione immediata: una determinata situazione non è

causa né necessaria né sufficiente dell’emissione di un determinato messaggio in un determinato

momento.

Anche questa proprietà è un criterio importante che distingue il linguaggio verbale umano da quello

degli animali che invece emettono un messaggio in specifiche situazioni, ad esempio una situazione

di pericolo è causa necessaria e sufficiente dell’emissione di un laratro.

9- TRASMISSIBILITA’ CULTURALE

Dal punto di vista antropologico ogni lingua è trasmessa per tradizione all’interno di una società

come uno dei fatti costitutivi della cultura.

Le norme/regole che costituiscono il codice di una determinata lingua sono trasmesse di

generazione in generazione per insegnamento/apprendimento e non per genetica o per eredità.

Anche in questo il linguaggio verbale umano si distingue da quello animale, i cui segnali sono per

lo più istintivi e trasmessi geneticamente.

Questo non vuole dire però che il linguaggio verbale umano sia un fatto unicamente culturale, al

contrario nel linguaggio verbale umano c’è:

componente culturale- ambientale

una (appresa): specifica quale lingua impariamo e

 parliamo

componente innata,

una fornisce la “facoltà del linguaggio”, cioè la predisposizione a

 comunicare mediante una lingua, e crea la trama il cui contenuto avviene poi con materiali

tratti dall’ambiente culturale esterno. Il linguaggio è in tal senso universale mentre le lingue

storico naturali sono particolari.

Perciò c’è interazione tra la componente naturale (innata) e la componente culturale (appresa) e tale

interazione ha un ruolo importante nel processo di apprendimento della lingua, non sono nella

prima infanzia ma anche nel periodo della cosiddetta pubertà linguistica (11-12)

10- COMPLESSITA’ SINTATTICA

È una proprietà della lingua che riguarda la sintassi, ovvero la diposizione ed i rapporti tra gli

elementi della frase/ discorso. Questa proprietà è in relazione con la linearità.

Fra gli aspetti che hanno rilevanza nella trama sintattica:

L’ORDINE degli elementi contigui, le loro posizioni lineari in cui si combinano, che ci

 permette di capire la frase (ad esempio chi viene picchiato in "Gianni picchia Giorgio")

Le DIPENDENZE (le relazioni) che esistono tra gli elementi non contigui. Ad esempio nella

 frase “il libro di Chomsky sulle strutture sintattiche” l’elemento “sulle strutture sintattiche”

non dipende dall’elemento “Chomsky” che è quello che lo precede immediatamente, ma

dall’elemento “il libro”, che è quello modificato

Le INCASSATURE (o incastratura): ad esempio nella frase “il cavallo che corre senza

 fantino sta vincendo il palio”, “che corre senza fantino” è la parte incassata

La RICORSIVITA’ conferisce un particolare carattere di complessità interna ed è combinata

 con la DISCONTINUITA’ dei rapporti sintattici (ad esempio la frase “il libro di Chomsky

sulle strutture sintattiche).

La DISCONTINUITA’ della strutturazione sintattica consiste nel fatto che elementi

 strettamente uniti dal punto di vista semantico e sintattico non siano linearmente adiacenti,

come ad esempio nel tedesco per il caso dei verbi separabili e delle parentesi verbali. Ciò

contribuisce a conferire ai segni linguistici un'elevata complessità sintattica.

11- EQUIVOCITA’

La lingua è un codice equivoco, cioè pone corrispondenze (anche doppiamente) plurivoche fra la

lista dei significati e la lista dei significanti. Ad un unico significante possono corrispondere più

significati, ad esempio al significante “carica” sono associati vari significati: mansione, funzione,

compito, quantitativo di energia, assalto, qualcosa di pieno, verbo caricare

Così come ad un unico significato possono corrispondere più significati, ad esempio il significato

“afferrare con la mente” può essere associati ai significanti: capire, comprendere.

Questa proprietà non costituisce un difetto o uno svantaggio dell'organizzazione del sistema

linguistico, ma rappresenta un vantaggio poiché contribuisce a consentire l'eccezionale flessibilità

dello strumento linguistico e la sua adattabilità ad esprimere contenuti ed esperienze nuove.

IL LINGUAGGIO VERBALE COME CARATTERISTICA SPECIFICA DELL'UOMO

La facoltà verbale è specifica dell’uomo ed è maturata nel corso dell’evoluzione. In particolare, solo

l’uomo possiede le condizioni anatomiche e neurofisiologiche necessarie per l’elaborazione mentale

del linguaggio verbale:

- adeguato volume del cervello (rende possibile la memorizzazione e l’elaborazione della

lingua)

- canale fonatorio a due canne (consente le distinzioni articolari nella produzione fonica,

necessarie per la comunicazione orale), ossia cavo orale e laringe il linguaggio è una

Perciò, così come sostiene Chomsky (il più noto linguista contemporaneo),

capacità innata ed esclusiva della specie umana, prospettiva confortata dagli studi recenti sui

rapporti fra biologia e linguistica.

Possiamo dunque dire che la lingua è:

1- un codice

2- che organizza un sistema di segni

3- dal significante primariamente fonico-acustico

4- fondamentalmente arbitrari ad ogni loro livello e

5- doppiamente articolati

6- capaci di esprimere ogni esperienza esprimibile

7- posseduti come conoscenza interiorizzata che permette di produrre infinite frasi a partire da

un numero finito di elementi

PRINCIPI GENERALI PER L’ANALISI DELLA LINGUA

I principi generali per l’analisi della lingua sono:

SINCRONIA E DIACRONIA:

1- per DIACRONIA si intende lo studio della lingua nella sua

evoluzione storica, lungo lo sviluppo temporale. Spiega dunque il perché le forme di una

determinata lingua siano fatte così. Un esempio di operazione diacronica è fare l’etimologia di

una parola, cioè trovare la parola di un’altra lingua precedentemente esistente, da cui essa

deriva, per cercare di ricostruire le modifiche avvenute nel significante e nel significato. Ad

esempio: “duomo” deriva dal latino “domus” che deriva dal latino medievale “domum” ecc.

La SINCRONIA è lo studio della lingua guardando come si presenta ora (o in un determinato

momento) agli occhi dell’osservatore, a prescindere dalla sua evoluzione. Spiega dunque come è

fatta e come funziona la lingua.

Un esempio di operazione sincronica è descrivere il significato che hanno oggi le parole in italiano

oppure studiare com'è la struttura sintattica delle frasi semplici in una lingua.

Nei fatti linguistici concreti è impossibile separare nettamente la dimensione sincronica da quella

diacronica poiché un qualunque elemento della lingua in un certo momento è quello sia in virtù

delle relazioni con gli altri elementi del sistema linguistico che in virtù della sua storia precedente.

La sincronia assoluta non esisterebbe, poiché la lingua come tutti i fatti di cultura è almeno in parte

costantemente in movimento lungo l'asse del tempo

LANGUE E PAROLE:

2- distinzione tra SISTEMA ASTRATTO e REALIZZAZIONE

CONCRETA.

Questa distinzione si è ripresentata nella linguistica moderna secondo 3 terminologie principali:

- LANGUE e PAROLE: questa coppia comprende una triplice opposizione tra "astratto",

"sociale" e "stabile, costante" da un lato (langue) e "concreto", "individuale" e

"mutevole" dall'altro (parole). Alcuni linguisti pongono una terza entità intermedia, la

norma, che costituirebbe un filtro tra l'uno e l'altro, specificando quali sono le possibilità

del sistema che vengono attualizzate nell'uso dei parlanti di una lingua in un certo

momento storico. In italiano ad esempio per la formazione dei nomi a partire dai verbi si

per indicare il processo, l'azione ecc. si usano i suffissi azione/amento applicati alla

radice verbale e il sistema prevede entrambi anche se nella norma vengono realizzate

alcune combinazioni ed escluse altre (affidare: affidamento e non affidazione/ cambiare:

cambiamento e non cambiazione). In alcuni casi non si attualizza nessuno dei due

suffissi (lavare lavaggio), in altri entrambe le suffissazioni ma con significato diverso

(mutare: mutamento/ mutazione).

- SISTEMA e USO

- COMPETENZA ed ESECUZIONE

Col primo termine di tutte e tre le coppie si intende l’insieme di conoscenze mentali e di regole

della lingua possedute in modo astratto e inconscio.

PARADIGMATICO E SINTAGMATICO

3-

La terza distinzione preliminare è quella fra asse paradigmatico e asse sintagmatico, che concerne

un duplice instaurarsi di rapporti nel funzionamento del sistema linguistico e nella produzione di

messaggi verbali. Ogni attuazione di un elemento del sistema di segni in una certa posizione nel

messaggio implica una scelta in un paradigma di elementi selezionabili in quella posizione:

l'elemento che compare esclude tutti gli altri che potrebbero comparire in quella posizione e coi

quali quel dato elemento ha allora rapporti sull'asse paradigmatico (detto quindi anche "asse delle

scelte" o in absentia) (es. articolo "il").

Contemporaneamente l'attuazione di quell'elemento in una certa posizione implica la presa in conto

degli elementi che compaiono nelle posizioni precedenti e susseguenti dello stesso messaggio, coi

quali quel dato elemento ha rapporti sull'asse sintagmatico (detto quindi anche "asse delle

combinazioni" o in praesentia.

Riguarda l’associazione delle parole (es. da "il" prendo "gatto" e non "gatta" o "gatti" o "gatte").

L’asse paradigmatico riguarda le relazioni a livello del sistema mentre l’asse sintagmatico

riguarda le relazioni a livello delle strutture che realizzano le potenzialità del sistema. Nella

frase il cane abbaia, “cane” ha un rapporto sintagmatico con “il” e “abbaia” che lo precedono e lo

seguono, mentre ha un rapporto paradigmatico con parole come “gatto” o “bambino” che

potrebbero sostituirlo.

L’organizzazione precisa degli elementi in questi due assi è molto importante poiché da luogo alla

diversa distribuzione degli elementi della lingua e perché permette di riconoscere gli elementi che

hanno o non hanno le stesse proprietà di distribuzione.

LIVELLI DI ANALISI biplanarità

I livelli di analisi della lingua sono 4 e sono stabiliti in base alle due proprietà della e

doppia articolazione,

della che identificano i tre strati diversi del segno linguistico, ossia il

significante in quale tale, il significante come portatore di significato e il significato:

1- FONETICA e FONOLOGIA: relativo al piano del significante per la II articolazione

2- MORFOLOGIA: relativo al piano del significante per la I articolazione e riguarda

l’organizzazione del significante in quanto portatore di significato

3- SINTASSI: come la morfologia

4- SEMANTICA: relativo al piano del significato

La fonetica/ fonologia e la semantica rappresentano i livelli o componenti più esterni (la fonetica è

l'interfaccia del sistema linguistico con la sostanza materiale che fa da supporto e veicolo fisico

della comunicazione linguistica, mentre la semantica è l'interfaccia del sistema linguistico con la

concettualizzazione e categorizzazione cognitiva che l'uomo compie nel mondo in cui vive), mentre

morfologia e sintassi rappresentano i livelli interni in cui il sistema si organizza secondo i principi

che governano la facoltà di linguaggio in quanto competenza specifica dell'uomo.

Tra i sottolivelli troviamo la grafematica (riguarda i modi in cui la realtà fonica è tradotta nella

scrittura) e la pragmatica e testualità (che riguardano l'organizzazione dei testi in situazione).

FONETICA E FONOLOGIA

La FONETICA è quella parte di linguistica che si occupa della componente fisica e materiale della

comunicazione verbale, quindi studia i suoni del linguaggio.

Infatti il significante primario della lingua è di carattere fonico-acustico: suoni e rumori.

La fonetica si distingue in 3 campi principali:

FONETICA ARTICOLATORIA:

1- studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui

vengono articolati, cioè prodotti dall’apparato fonatorio umano

FONETICA ACUSTICA:

2- studia i suoni del linguaggio in base alla loro consistenza fisica

e modalità di trasmissione

FONETICA UDITIVA:

3- studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui vengono

ricevuti

I suoni del linguaggio vengono generalmente prodotti durante l’espirazione (quindi flusso d'aria

EGRESSIVO): l’aria si muove dai polmoni attraverso i bronchi e la trachea e raggiunge la laringe.

Nella laringe l’aria incontra le corde vocali che durante la fonazione (= produzione dei suoni del

linguaggio) possono contrarsi avvicinandosi l’una all’altra, riducendo o bloccando il passaggio

dell’aria. Il flusso d’aria passa poi nella faringe e poi nella cavità orale o nella cavità nasale. Nella

cavità orale svolgono un ruolo importante nella fonazione alcuni organi: LINGUA (organo mobile),

palato e palato molle, alveoli, denti e labbra.

Esistono anche suoni che si realizzano mediante inspirazione (flusso d'aria INGRESSIVO) o senza

la partecipazione dei polmoni (APNEUMONICI), ad esempio nelle lingue dell'africa centrale e

meridionale.

POLMONI- BRONCHI- TRACHEA- LARINGE- GLOTTIDE (CORDE VOCALI)-

FARINGE- CAVITA’ ORALE/CAVITA’ NASALE

Nella cavità orale abbiamo:

1. La lingua, organo mobile diviso in RADICE, parte posteriore, DORSO, parte centrale, e

APICE, punta della lingua che insieme alla lamina costituisce la corona della lingua, ossia la

parte anteriore

2. PALATO, in cui occorre considerare separatamente il velo (palato molle)

3. ALVEOLI, ossia la zona immediatamente retrostante ai denti

4. DENTI

5. LABBRA

1- Nella laringe ha inizio il tratto vocalico: l'aria incontra le corde vocaliche, due pieghe della

mucosa laringea che durante la normale respirazione silente rimangono separate e rilassate, mentre

nella fonazione possono contrarsi e tendersi avvicinandosi o accostandosi l'una all'altra e riducendo

o bloccando così il passaggio dell'aria. Lo spazio fra le corde vocali (rima vocale) in cui passa l'aria

può dunque risultare completamente o parzialmente libero o completamente ostruito.

Cicli rapidi di chiusura e aperture della rima vocale costituiscono le cosiddette vibrazioni delle

corde vocali: MECCANISMO LARINGEO (momento fondamentale produzione dei suoni del

linguaggio poiché da luogo alla voce nelle sue diverse manifestazioni).

Il numero di cicli di chiusura e apertura della rima vocale che caratterizza l'onda sonora emessa ne

costituisce la cosiddetta frequenza fondamentale (parametro acustico misurato in Hertz che

corrisponde all'altezza dei suoni, la quale va dai 250 ai 150 Hz).

2- Il flusso d'aria passa nella faringe e poi nella cavità orale: la parte posteriore del palato (il velo,

che si trova nella parte superiore della faringe) può lasciare aperto o chiudere il passaggio che mette

in comunicazione la faringe con la cavità nasale.

3- nella cavità orale svolgono una funzione importante la lingua, il palato, gli alveoli, i denti e le

labbra (anche il naso può però partecipare alla fonazione)

PARAMETRI DI CLASSIFICAZIONE DEI SUONI

MODO DI ARTICOLAZIONE:

1- in base al modo di articolazione abbiamo una prima

opposizione fra i suoni del linguaggio in

- Vocali: suoni prodotti senza la frapposizione di ostacoli al flusso d’aria tra glottide e termine

del percorso

- Consonanti: suoni prodotti mediante la frapposizione di un ostacolo al passaggio dell’aria in

qualche punto del percorso

I suoni possono inoltre essere:

-SORDI: prodotti senza vibrazione delle corde vocali (consonanti)

- SONORI: prodotti mediante la vibrazione delle corde vocaliche (vocali e consonanti).

In base a questo parametro di classificazione si distinguono vari tipi di consonanti:

OCCLUSIVE: dette anche “esplosive”, sono quelle consonanti prodotte mediante un

 ostacolo al passaggio del flusso d’aria, un blocco/ un ‘occlusione totale e completa

FRICATIVE: sono quelle consonanti prodotte mediante un’occlusione parziale del

 passaggio d’aria. Avviene cioè un restringimento della cavità in cui passa il flusso d’aria,

senza un vero contatto.

APPROSSIMANTI: sono quelle consonanti in cui l’avvicinamento degli organi articolatori

 non arriva a provocare una “frizione” (come nelle fricative). Sono approssimanti le

semiconsonanti e le semivocali

AFFRICATE: consonanti che iniziano come occlusive e terminano in fricativa

 LATERALI: si verificano quando l’aria passa solo ai due lati della lingua o attraverso uno

 solo di essa. Sono tutte sonore.

VIBRANTI: quando la lingua, durante l’articolazione, ha un contatto con un altro organo

 articolatorio. Sono tutte sonore. (LATERALI e VIBRANTI possono essere riunite sotto

l’etichetta di “liquide”)

NASALI: quando il passaggio dell’aria avviene all’interno della cavità nasale e non nella

 cavità orale. Le consonanti nasali sono tutte sonore.

ALTRI PARAMETRI:

ENERGIA ARTICOLATORIA: scala che va dalle consonanti più forti, ossia le

 occlusive sorde, a quelle più lente, ossia le approssimanti (occlusive > fricative,

sorde >sonore)

PRESENZA ASPIRAZIONE: riguarda le occlusive e le affricate davanti a una

 vocale e le consonanti prodotte sono dette aspirate

LUOGO DI ARTICOLAZIONE:

2- classificazione delle consonanti in base al luogo in cui sono

articolate:

BILABIALI: consonanti prodotti dalle labbra quando si toccano

 LABIODENTALI: consonanti prodotte tra l’arcata dentaria superiore e il labbro

 inferiore

DENTALI: prodotte al livello dei denti. Esse comprendono anche le alveolari prodotte

 dalla lingua contro gli alveoli

PALATALI: prodotte dalla lingua contro il palato duro

 VELARI: prodotte dalla lingua contro il velo

 UVULARI: prodotte dalla lingua vicino l’ugola

 FARINGALI: prodotto tra la base della radice della lingua e la parte posteriore della

 faringe

GLOTTIDALI: prodotte nella glottide, a livello delle corde vocali

Tra gli altri modi e luoghi di articolazione troviamo ad esempio le consonanti retroflesse, articolate

flettendo all'indietro la punta della lingua verso la parte anteriore del palato ("dd" in "beddu").

VOCALI

Sono suoni prodotti senza che si frapponga alcun ostacolo al flusso dell'aria nel canale orale e la

loro classificazione non dipende dal luogo di articolazione ma dalla posizione che assume l’organo

della lingua durante l’articolazione. Si distinguono perciò:

V. ANTERIORI, POSTERIORI E CENTRALI:

1. questa classificazione è determinata

dalla posizione avanzata, centrale o arretrata del dorso della lingua. Si distinguono dunque:

- Vocali anteriori (o avanzate(palatali)

- Vocali centrali

- Vocali posteriori (o arretrate/velari)

V. ALTE, MEDIE E BASSE:

2. questa classificazione è determinata dalla posizione più o

meno alta della lingua. Si distinguono dunque:

- Vocali alte (o chiuse)

- Vocali medio-alte (o semichiuse)

- Vocali medio-basse (o semiaperte)

- Vocali basse (o aperte)

V. ARROTONDATE E NON ARROTONDATE:

3. questa classificazione delle vocali

dipende dalla posizione delle labbra durante l’articolazione. Le labbra possono essere:

- Arrotondate e protruse, cioè con gli angoli della bocca accostati tra loro

- Non arrotondate, ma distese (con gli angoli della bocca rivolti verso l’esterno) o in

posizione di riposo

V. NASALI E ORALI:

4. sono quelle vocali realizzate quando l’aria passa

contemporaneamente nella cavità nasale. Quando il flusso d’aria invece passa

esclusivamente nella cavità orale allora abbiamo le vocali orali.

TRAPEZIO VOCALICO

È uno schema che rappresenta la posizione in cui vengono articolate le vocali. Vengono definite:

- “chiuse” le vocali alte

- “semichiuse” le vocali medio-alte

- “semiaperte” le vocali medio-basse

- “aperte” le vocali basse

POSIZIONE LABBRA DURANTE L'ARTICOLAZIONE

Altro parametro:

1- le labbra possono essere distese, formanti una fessura (vocali non arrotondate), normalmente

vocali anteriori

2- tese e protruse (vocali arrotondate), normalmente vocali posteriori

PASSAGGIO ARIA NELLA CAVITA' NASALE:

Altro parametro: vocali nasali/ non nasali

APPROSSIMANTI

Suoni con modo di articolazione intermedio fra vocali e consonanti fricative, dunque prodotti con

un semplice inizio di restringimento del canale orale, ossia la frapposizione di un ostacolo al flusso

dell'aria (approssimanti: avviene un inizio di avvicinamento fra gli organi contrapposti).

Fra le approssimanti vi sono suoni vicini alle vocali, di cui condividono la localizzazione

articolatoria, e che vengono chiamati semivocali o semiconsonanti. A differenza delle vocali le

semivocali non possono costituire l'apice di sillaba e assieme alla vocale a cui sono sempre contigue

nella catena fonica costituiscono un dittongo.

DITTONGHI E IATI

Quando due vocali si trovano all’interno di una stessa sillaba si ha un dittongo, come nella parola

“pau-sa” o nella parola “lai-co”. Restano escluse dalla definizione di dittongo le sequenze formate

da: “approssimante + vocale”, come nelle parole “fuori” e “fiori”, definite tradizionalmente

“dittonghi ascendenti”.

Gli iati sono invece una sequenza di vocali appartenenti però a sillabe diverse, come nelle parole

“pa-e-se” e “po-e-ta”. TRASCRIZIONE FONETICA

Le grafie alfabetiche non sono univoche: allo stesso suono possono corrispondere più grafemi

differenti. cane, c q.

In italiano per esempio: la può essere resa anche dalla

Un singolo suono poi può essere reso da più grafemi combinati: è il caso in italiano di "sci" con

"esse ci i".

Ad uno e più grafemi in una parola può non corrispondere alcun suono: in italiano per esempio la

"h".

L'italiano è una lingua abbastanza fonografica, infatti siamo abituati a "leggere come si scrive".

Quindi l'italiano è molto vicino alla realtà fonica, al contrario dell'inglese e francese per esempio,

dove manca il rapporto biunivoco tra suoni e grafemi.

Per ovviare alle incongruenze delle grafie alfabetiche e trovare una corrispondenza biunivoca fra

suoni rappresentati e segni grafici, il più diffuso sistema usato per la trascrizione fonetica è

l'Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) che permette di riprodurre qualsiasi suono di qualsiasi

lingua.

La trascrizione fonetica si pone tra le [...] e l'accento è indicato con un apice (') prima della sillaba

su cui esso cade. I due punti (:) indicano l'allungamento vocalico o consonantico.

ANALISI TABELLA IPA

- Nelle RIGHE si indicano i PUNTI DI ARTICOLAZIONE.

- Nella COLONNE si indicano i MODI DI ARTICOLAZIONE.

Le caselle che possiedono due simboli hanno rispettivamente

- A DESTRA i suoni SORDI.

- A SINISTRA i suoni SONORI.

Le caselle vuote :

- BIANCHE rappresentano suoni la cui produzione e possibile ma non e documentata.

 - NERE rappresentano suoni la cui produzione articolatoria e impossibile. Esistono tre

 livelli di analisi:

1. <grafema>

2. [fono]

3. /fonema/

Allungamento della vocale [:] tonica,

si inserisce quando la sillaba è cioè accentata, e

aperta, cioè finisce in vocale.

Articolatore attivo: Articolatore passivo:

labbro superiore, labbro inferiore

CONSONANTI

LATERALI

[ʎ] "gli" [ʎi]

BILABIALI

OCCLUSIVE FRICATIVE NASALI

[p] "pollo" ['pollo] o ['pol:o] [ɸ] fiorentino ['tiɸo]

"tipo" [m] "mano" ['ma:no]

['bokka] [β] "cabeza" [ka'βeθa]

[b] "bocca" o ['bok:a] spagnolo

LABIODENTALI

FRICATIVE AFFRICATE NASALI

[f] "filo" ['fi:lo] [pf] tedesco "apfel" ['ʔpfal] [ɱ] "invito" [iɱ'vi:to]

['vi:no]

[v] "vino" DENTALI E ALVEOLARI

FRICATIVE

FRICATIVE

[θ] inglese "think" [

[θ] inglese "think" [

OCCLUSIVE AFFRICATE LATERALI

OCCLUSIVE AFFRICATE

[ð] inglese "that" LATERALI

[ð] inglese "that" NASALI VIBRANTI

NASALI VIBRANTI

[t] "topo" ['to:po] [ðæt] [ts] "pazzo" ['pattso] [l] "lana" ['la:na]

[t] "topo" ['to:po] [ðæt] [ts] "pazzo" ['pattso] [l] "lana" ['la:na]

[n] "nave" ['na:ve] [r] "riva" ['ri:va]

[n] "nave" ['na:ve] [r] "riva" ['ri:va]

[d] "dito" ['di:to] [s] "sano" ['sa:no] [dz] "zona" ['dzɔ:na]

[d] "dito" ['di:to] [s] "sano" ['sa:no] [dz] "zona" ['dzɔ:na]

[z] "sbaglio" ['zba:

[z] "sbaglio" ['zba:

ʎʎo]

ʎʎo] VELARI

OCCLUSIVE FRICATIVE NASALI

[k] "cane" ['ka:ne] [x] tedesco "buch" [bux] [ŋ] "fango" ['faŋgo]

[ɣ] spagnolo "aqua" ['aɣwa]

"gatto" ['gatto]

[g] UVULARI

FRICATIVE

OCCLUSIVE VIBRANTI

[χ] arabo "shaykh" [ʃæj

[q] arabo "iraq" [ʕi'ra:q] [ʀ] tedesco "rot" [ʀot]

[ʁ] francese "jour" [ʒuʁ]

PALATALI

AFFRICATE

FRICATIVE NASALI

[t ʃ] "cibo" ['t ʃi:bo]

[ʃ] "sci" ['ʃi] [ɲ] "gnocco" ['ɲockcko]

[ʒ] francese "jour" [ʒuʁ] [dʒ] "gelo" ['dʒ:lo]

FARINGALI

FRICATIVE

[ʕ] arabo "iraq" [ʕi'ra:q]

GLOTTIDALI

OCCLUSIVE FRICATIVE

[ʔ] ted."ein apfel" [ʔajn] [h] inglese "have" [hæv]

VOCALI

ANTERIORI NON ARROTONDATE

[i] alta "vino" ['vi:no]

[ɪ] fra alta e medio-alta, inglese "bit" [bɪt]

[e] medio-alta, "meno" ['me:no]

[ɛ] medio-bassa, "bene" ['bɛ:ne]

[æ] bassa, inglese "bad" [bæ:d]

Grafemi a cui corrispondono suoni diversi

Suoni a cui corrispondono grafemi diversi

Grafemi che non rappresentano alcun suono

Suoni rappresentati da combinazioni di grafemi

CONSONANTI

VOCALI E SEMIVOCALI FONO

È la realizzazione concreta di un qualunque suono del linguaggio. Sono le unità minime della

fonetica.

Il termine “fono” si può riferire:

1- ad un suono specifico articolato da un determinato parlante

2- alla classe di suoni concreti che condividono le stesse caratteristiche articolatorie

Nella gamma di foni producibile le diverse lingue ne pertinentizzano alcuni, cioè attribuiscono loro

una funzione distintiva, li rendono significativi. Questi elementi sono chiamati fonemi.

FONEMA

Il è l’unità linguistica minima dotata di funzione distintiva.

Sono inoltre le unità minime della fonologia (o fonematica).

FONOLOGIA: studia l’organizzazione ed il funzionamento dei suoni nel sistema linguistico ed ha

come oggetto di studio i fonemi

FONETICA: studia la componente fisica del linguaggio, ossia i suoni

I foni sono le unità minime della fonetica mentre i fonemi sono le unità minime della fonologia. La

fonologia studia l’organizzazione e il funzionamento dei suoni nel sistema linguistico e di come

vengano usati contrastivamente per distinguere i significati.

La parola “mare” è costituita da 4 foni diversi in successione. Si può pronunciare ognuno dei foni

parola in modo diverso, ma la parola rimarrà sempre “mare”. Ciascuno dei 4 foni distingue/oppone

la parola da altre parole: “m” oppone “mare” a “pare”, “care”.

La parola “mare” è quindi formata dai 4 fonemi /m/a/r/e/. Il fonema è dunque l’unità minima di

seconda articolazione del sistema linguistico.

Un fonema è una classe astratta di foni, dotata di valore distintivo, cioè tale da opporre una parola

ad un’altra in una data lingua.

Foni diversi che costituiscono realizzazioni foneticamente diverse, di uno stesso fonema, ma prive

allofoni

di valore distintivo si chiamano di un fonema: in italiano per [n] – [ŋ], sono due allofoni

dello stesso fonema, dato che possono comparire nella stessa posizione senza dar luogo a parole

diverse.

Gli allofoni di un fonema che siano condizionati dal contesto fonotattico in cui occorrono, e quindi

prevedibili, come in italiano standard [ŋ], fono con cui il fonema /n/ si realizza sempre nel contesto

davanti a consonante velare si dicono varianti combinatorie.

La VARIAZIONE LIBERA è molto spesso correlata con fattori extralinguistici del singolo

parlante, la sua provenienza geografica, il suo gruppo sociale ecc. ed è libera dall'influenza del

contesto linguistico. Ad esempio: pronuncia standard ['dɛnte] e pronuncia settentrionale ['dɛŋte]

Quando la scelta delle varianti non è libera, ma è condizionata dal contesto linguistico, parliamo di

variazione condizionata o allofonia. E' il caso ad esempio delle laterali dell'inglese [l] e [t], poiché il

suono [l] si trova solo in attacco sillabico, dove occupa sempre la posizione adiacente al nucleo (leg,

long), mentre il suono [t] può trovarsi solo in coda sillabica, dove è in posizione preconsonantica e

finale di parola (salt, mail).

Una coppia di parole che siano uguali in tutto tranne che per la presenza di un fonema (fono con

COPPIA MINIMA,

valore distintivo) al posto di un altro, in una certa posizione, forma una che

identifica sempre due fonemi. “mare”, “care” “pare” sono coppie minime.

La parola "mare" è quindi formata dai 4 fonemi /m/, /a/, /r/, /e/.

- TRASCRIZIONE FONEMATICA: si impiegano le barre oblique invece delle parentesi

quadre (/'mare/). Riproduce solo le caratteristiche pertinenti della realizzazione fonica,

trascurando le particolarità e le differenze che non hanno valore distintivo, ed è quindi

sempre una trascrizione "larga",

- TRASCRIZIONE FONETICA: può essere larga o stretta, a seconda delle particolarità

che si vogliono rappresentare

Prendendo l’esempio della parola “titles”:

trascrizione fonematica: /ˈtaɪtlz/

 trascrizione fonetica: [ˈtsnäëtHz]

Trascrizione fonetica molto articolata dove vengono indicate:

1- Affricazione e aspirazione della [t] iniziale

2- Il fatto che il primo elemento del dittongo sia centralizzato rispetto alla vocale cardinale [a] ed è

più lungo del secondo elemento del dittongo che, a sua volta, è centralizzato rispetto alla vocale

cardinale [e]

Ovviamente è possibile una trascrizione fonetica più essenziale che rappresenti solamente le

principali varianti, per cui avremo: [ˈtaɪtlz]

Il procedimento appena applicato, che consiste nella sostituzione di un fono ad un altro nella stessa

PROVA DI COMMUTAZIONE

posizione si chiama ed ha lo scopo di individuare i fonemi di

una lingua.

Una coppia di parole che si differenzia per un fonema nella stesa posizione è detta COPPIA

MINIMA, ad esempio [‘mare] e [‘kare] [‘mare] e [‘mire].

Una coppia minima identifica sempre due fonemi (negli esempi precedenti /m/, e /a/ e /i/).

Data una prima coppia minima è opportuno trovarne altre con lo stesso tipo di opposizione, ad

esempio [‘mina] e [‘kina]: /m/ e /k/.

Nella prova di commutazione e nelle coppie minime le consonanti si oppongono alle consonanti, le

vocali alle vocali, e non è possibile che una vocale si opponga ad una consonante o viceversa.

Perciò il FONEMA è l’unità minima di II articolazione del sistema linguistico: più precisamente è

una classe astratta di foni, dotata di valore distintivo, cioè tale da opporre una parola ad un’altra in

una data lingua.

“MINIMA”: perché non ulteriormente divisibile sul piano della linearità

“FUNZIONE DISTINTIVA” (e costitutiva) di Parola.

Quindi potremo dire che: il fonema è ciò che progettiamo di pronunciare al fine di comunicare un

concetto (UNITA’ ASTRATTA), il fono è ciò che effettivamente pronunciamo (UNITA’

CONCRETA). /p/ /b/ /t/ /d/ /f/ /v/ /m/ /n/

Occlusiva + + + + - - - -

Fricativa - - - - + + - -

Nasale - - - - - - + +

Bilabiale + + - - - - + -

Labiodentale - - - - + + - -

Dentale - - + + - - - +

Sonora - + - + - + + +

FONEMI E TRATTI DISTINTIVI

I fonemi sono unità minime di seconda articolazione, e non sono ulteriormente scomponibili; non è

possibile scomporre un fonema /t/ in due pezzi più piccoli.

Il fonema non è un segno perché privo di significato, ma si può analizzare sulla base delle

caratteristiche articolatorie che lo contrassegnano: potremmo identificare /t/ come “occlusiva

dentale sorda”, /d/ come “occlusiva dentale sonora”. Le caratteristiche articolatorie diventano tratti

distintivi, che permettono di analizzare i fonemi in maniera economica.

Un fonema, si può ulteriormente definire come costituito a un fascio di tratti fonetici distintivi che

si realizzano in simultaneità.

Due fonemi sono differenziati da almeno un tratto fonetico pertinente binario (il + indica la

presenza del tratto, il - la sua assenza). La correlazione di sonorita e sordita e molto importante,

perche in molte lingue interviene a differenziare parecchie coppie di fonemi, uguali per gli altri

tratti. E stata cosi sviluppata in fonologia la teoria dei tratti distintivi, che consente di rappresentare

economicamente tutti i fonemi come un fascio di alcuni tratti distintivi, con un determinato valore +

o -, grazie anche all’utilizzo di alcune proprieta acustiche anziche solo articolatorie (es. + o –

diffuso). Si e giunti a formulare un certo numero, chiuso e relativamente limitato, di tratti distintivi

binari che permetterebbero di dar conto di tutti i fonemi attestati e possibili nelle lingue del mondo.

TRATTI DISTINTIVI E REGOLE FONOLOGICHE

Ad opera prima di Roman Jakobson e poi di Chomsky e di Halle si è giunti a formulare un certo

numero, chiuso e relativamente limitato, di proprietà, dette tratti distintivi, che permetterebbero di

rendere conto dei fonemi attestati in tutte le lingue del mondo. Elenchiamo di seguito i tratti

distintivi dell’italiano e presentiamo una definizione di questi tratti:

FONEMI DELL'ITALIANO

Non tutte le lingue hanno gli stessi fonemi, né tutte hanno lo stesso numero di fonemi. Gli inventari

fonematici nelle diverse lingue sono in genere costituiti da alcune decine di fonemi: l’inglese ne ha

34 (44 contando i dittonghi), il francese 36, il tedesco e il russo 38, lo spagnolo 24, 31 il cinese.

Non sempre gli autori sono d’accordo circa gli inventari fonematici delle diverse lingue, il numero

delle cui entità può variare facilmente a seconda dei criteri di analisi scelti. Il più alto numero di

fonemi, più di 100 e fino a 140, sembra si abbia in lingue khoisan (Africa meridionale), mentre il

numero più basso è in lingue dell’America meridionale (mura, Amazzonia, 11 fonemi), in lingue

della Nuova Guinea (rotokas, 11 fonemi), in hawaiano (13 fonemi) e in lingue australiane

(bandjalang, 16 fonemi).

L’italiano standard ha 30 fonemi o 28 secondo alcuni autori (che non considerano fenomeni a sé le

semivocali), mentre si arriva fino a 45 se si calcolano come fenomeni a sé le consonanti lunghe.

L’inventario fonematico dell’italiano è connesso con numerosi problemi. Per trascrivere

foneticamente occorre basarsi sul modo in cui una parola è pronunciata e non solo sul modo in cui é

scritta (sulla fonia, non sulla grafia, che puo spesso essere fuorviante): uno stesso simbolo può

infatti indicare cose ben diverse nell’alfabeto italiano e in IPA (es. la lettera z vale /ts/ o /dz/ nella

grafia normale, ma il simbolo IPA /z/ rappresenta la fricativa alveolare).

Nella parola giglio abbiamo gia tre problemi:

1- la lettera g in italiano è usata sia per indicare il fonema /g/ che il fonema /dʒ/ (in questo caso si

tratta del secondo fonema, affricata palatale sorda;

2- il trigramma gli rende, davanti a vocali diverse da i, il fonema /ʎ/, laterale palatale, quindi la

seconda i della parola non va rappresentata foneticamente;

3- la consonante laterale palatale in italiano standard quando è in posizione intervocalica è sempre

lunga.

Dell'italiano è inoltre problematico lo statuto delle consonanti lunghe o doppie: per es. se

accettiamo che la coppia ['kane]-['kanne] costituisca una copia minima (se consideriamo quindi

canne come formata non da quattro ma da cinque fonemi), dobbiamo aumentare di 15 il numero dei

fonemi italiani, essendo 15 le consonanti che possono dar luogo a coppie minime basate sulla

lunghezza (tutte tranne [ts], [dz], [ʃ], [ɲ], [ʎ] che sono sempre lunghe in posizione intervocalica e

[z] che non compare mai lunga). Si badi quindi che le due rese alternative ['kanne] e ['kan:e]

rispondono a due analisi e interpretazioni fonologiche diverse del fatto fonetico.

Ci sono nella pronuncia dell’italiano molte differenze regionali, evidenti anche nella pronuncia

delle persone colte. Le opposizioni /s/ e /z/, /ts/ e /dz/, /j/ e /i/, /w/ e /u/ hanno uno statuto non

chiarissimo, con molta variabilità e differenti distribuzioni nell’italiano delle diverse regioni, oltre al

fatto che formano un numero non elevato di coppie minime (hanno un basso rendimento

funzionale).

L’opposizione tra vocali medio-alte e medio-basse si attua soltanto in posizione tonica ed è tipica

della varietà tosco-romana di italiano, ma risulta ignota o ha distribuzione diversa in altre varietà

regionali di italiano, quindi per es. /'peska/, azione del pescare, e /'p ska/, frutto, oppure /'botte/,

ε

recipiente per il vino, e /'bɔtte/, percosse, costituiscono coppie minime, ma in molte pronunce

settentrionali non c’è opposizione. La consonante nasale ha nello standard realizzazione

(dorso)velare solo davanti a consonante velare, ma nell’italiano del Settentrione tende ad essere

realizzata come velare ogni nasale che si trovi in fine di sillaba.

raddoppiamento fonosintattico,

Un fenomeno da menzionare è il ovvero l’allungamento della

consonante iniziale di una parola, quando questa sia preceduta da una delle parole di una serie che

provoca il fenomeno. In certi casi, parole come davvero, cosiddetto, soprattutto, il fenomeno e

arrivato ad essere rappresentato nell’ortografia. Anche il raddoppiamento sintattico e molto

variabile regionalmente: nella pronuncia settentrionale di solito non avviene o puo avvenire dopo

parole che nello standard non provocano il fenomeno.

Tratti che differenziano e oppongono ampie classi di foni o fonemi molto utilizzati dalla recente

teoria fonologica sono:

CORONALI:

1- foni prodotti con la corona, apice e lamina sollevata rispetto alla posizione di

riposo, ad esempio [t]

SONORANTI:

2- foni prodotti a canale vocale aperto e libero, senza turbolenze del flusso d'aria

dovute alla differenza di pressione fra l'interno della cavità orale e l'esterno (vocali, approssimanti,

consonanti liquide). I foni non sonoranti sono detti ostruenti.

SILLABICI:

3- foni che possono costituire nucleo di sillaba

ATR:

4- foni prodotti con la radice della lingua spostata in avanti, ad esempio [i], [e], [u], [o]

Dal punto di vista fonetico (fisico e fisiologico) i tratti binari rappresentano movimenti e

atteggiamenti muscolari degli organi preposti alla fonazione; dal punto di vista fonologico si tratta

di proprietà astratte, realizzantisi in simultaneità nei singoli segmenti fonematici (si potrebbe anzi

addirittura fare a meno del livello descrittivo dei fonemi ed esprimere tutto con i tratti, ad un livello

più alto di astrazione).

Cara e gara per es. risultano distinti non dall’opposizione fonematica /k-g/, ma sono opposti per

sonorità nel segmento in prima posizione.

I tratti consentono anche di rappresentare economicamente fenomeni fonologici che avvengono di

frequente nelle lingue, per esempio le assimilazioni, come per la fricativa dentale che in italiano è

realizzata sempre sonora se davanti a una consonante sonora di qualsiasi modo e luogo di

articolazione.

Se volessimo rappresentare questo fatto con una regola che operi con foni e fonemi, dovremmo

elencare tutti i fonemi consonantici che possono trovarsi preceduti da una fricativa dentale;

utilizzando invece i tratti e chiamando sibilanti le consonanti fricative dentali soggette al fenomeno

in questo contesto, possiamo formulare una semplice regola fonologica:

[sibilante]→[+son]/___________[+cons]

[+son]

(leggi: una sibilante diventa sempre sonora nel contesto davanti a una consonante sonora). Si tratta

ovviamente di una regola contestuale, che specifica dopo la barra obliqua il contesto in cui avviene

il fenomeno). SILLABA

Le minime combinazioni di fonemi che funzionino come unità pronunciabili e possano essere usate

come mattoni per costruire la forma fonica sono le sillabe. In italiano una sillaba è sempre costruita

attorno a una vocale: una consonante o una semivocale ha sempre bisogno di appoggiarsi a una

vocale, che costituisce il picco sonoro, detto perno/apice/testa/nucleo.

La struttura fonica della parola è comunque data da un’alternanza continua tra foni più tesi e chiusi,

con minore sonorità (le consonanti) e foni più rilassati e aperti, con maggiore sonorità (le vocali);

ogni sillaba è formata da almeno una vocale e da un certo numero di consonanti (una vocale da sola

può costituire sillaba). Non tutte le consonanti possono combinarsi liberamente nel formare delle

sillabe, ma al contrario esistono numerose condizioni o restrizioni fonotattiche sulla distribuzione e

combinabilità dei fonemi e sulle sequenze possibili in ogni lingua. Vi sono comunque in ogni lingua

strutture sillabiche canoniche: in italiano la struttura canonica è CV, anche se sono piuttosto

frequenti anche le strutture V, VC, CCV, CVC, CCCV. Non sono possibili in italiano per esempio

sillabe CVCC, che esistono in inglese e in tedesco (es. land, l’inglese ha molte parole

monosillabiche), e tanto meno strutture ancora più complesse, come per es. nel russo zdravstvujt’e

(CCCVCCC).

L’identificazione dei confini sillabici (che permettono la divisione in sillabe) si effettua in base a

vari criteri fonetici e fonologici. Alcuni esempi in italiano:

- Due consonanti contigue all’interno di una parola sono membri della stessa sillaba solo se tale

combinazione tra tali consonanti compare anche ad inizio di una qualsiasi parola. Ad esempio

[‘magro]= (ma-gro), dove “gr” vanno insieme perché esistono parole che iniziano con tale

combinazione consonantica come “greco”. Al contrario se due consonanti non compaiono ad

inizio di una qualsiasi parola, allora la I consonante viene assegnata alla sillaba precedente, la II

alla sillaba successiva (vengono separate). Ad esempio “tanto”= tan-to, “nt” appartengono a 2

sillabe diverse perché non esiste parola iniziante per “nt”.

- Se si hanno delle consonanti doppie, esse vengono separate. Ad esempio “gatto” = gat-to

- Le vocali della sillaba che reca l’accento sono sempre lunghe se la sillaba è aperta ([‘ma:no]),

ma-no, contro [‘mando], man-do

Più tecnicamente, i costituenti della sillaba sono:

1- L’ATTACCO (o inizio) = la parte che eventualmente precede la sillaba

NUCLEO

2- Il = la vocale stessa

CODA

3- La = la parte che eventualmente segue la vocale

Si distinguono poi 2 tipi di sillabe:

1- APERTE: sillabe senza coda, che terminano in vocale (chiamate anche libere)

2- CHIUSE: sillabe con cosa, che terminano con una consonante (chiamate anche implicate).

DITTONGO,

Una combinazione interessante di fonemi è il che può sia fungere da sillaba a sé

stante, sia fare parte di una sillaba più ampia.

Il dittongo è la combinazione di una semivocale (o approssimante) e una vocale:

discendente):

1- V + semiV (dittongo [‘awto] = [aw] + [to]

ascendente):

2- V + V (dittongo [‘pjɛ:no] = [pje] + [no]

Sulla base del carattere ascendente o discendente del dittongo, possiamo differenziale tra semivocali

e semiconsonanti:

- se il dittongo è ascendente c’è un restringimento maggiore del canale, quindi abbiamo le

approssimanti un po’ più tendenti alle consonanti fricative (semiconsonanti)

- nel dittongo discendente le approssimanti sono più vicine alle vocali, ovvero semivocali (è

possibile differenziarle impiegando nella trascrizione i grafemi [i]̯ [u̯ ] per le semivocali).

Nella linguistica inglese è consuetudine trattare i dittonghi discendenti come un’unica entità fonica,

una sorta di vocale composta costituita da due diverse fasi vocaliche.

Si possono anche avere combinazioni di due semivocali e una vocale: si avrà allora un

TRITTONGO, come per esempio in [aˈjwɔla] = [a] + [jwɔ] + [la]

FATTI PROSODICI

Vi sono poi i cosiddetti FATTI / TRATTI PROSODICI o SOPRASEGMENTALI: sono dei

fenomeni che non riguardano i singoli segmenti, bensì l'intera catena parlata nella sua successione.

Concernono nel complesso l’aspetto melodico e ne determinano l’andamento ritmico. I fatti

prosodici più importanti sono:

ACCENTO:

1- è la particolare forza (o intensità) di pronuncia di una sillaba (soprattutto della

vocale) relativamente ad altre sillabe. L’accento fa sì che in ogni parola una sillaba (SILLABA

TONICA) presenti una preminenza rispetto alle altre (SILLABE ATONE).

L’accento come fondamentale tratto prosodico non va confuso con l’accento grafico, impiegato per

indicare nella grafia la posizione dell’accento fonico nelle parole ossitone (città, così). E’ anche

impiegato per indicare la differenza di timbro delle vocali intermedie, con le quali l’accento grave

può essere impiegato per indicare la vocale aperta “è”, quello acuto per indicare la vocale chiusa:

è [ɛ] vs è [e]: caffè [‘kaf’fɛ] vs perché [per’ke]/ ò [ɔ] vs o’

Si noti in generale nella grafia dell’italiano l’accento grafico si segna solo sulle parole

plurisillabiche tronche e su alcuni monosillabi, mentre le parole piane, sdrucciole ecc. di solito non

recano accento grafico.

La posizione dell’accento può essere LIBERA o FISSA: se è libera, vuol dire che esso può cadere

su una qualunque delle sillabe della parola. In questo caso l’accento può avere valore pertinente o

opporre, distinguendole, da parole uguali, si parla di valore fonematico dell’accento.

Ad esempio: [‘ka:pitano] 3 persona plurale di “capitano” vs [kapi’tano] nome vs [kapita’no] 3

persona singolare del passato remoto del verbo capitanare. Oppure: [‘su:bito] avverbio vs [su’bi:to]

participio passato “subire”.

In italiano l’accento è libero e può trovarsi: TRONCA/ OSSITONA

- Sull’ultima sillaba di una parola ([kwali’ta]). La parola si dice allora

PIANA/ PAROSSITONA.

- Sulla penultima [pjaˈʧe:re]. La parola si dice allora E' la posizione

più frequente in italiano SDRUCCIOLA/ PROPAROSSITONA

- Sulla terzultima ([‘ka:mera]). La parola si dice allora BISDRUCCIOLA

- Sulla quartultima ([‘ka:pitano] 3 p.pl. “capitare”). La parola si dice allora

TRISDUCCIOLA.

- Sulla quintultima ([‘fabbrikamelo]). La parola si dice allora Questo si ha

però solo in parole composte con pronomi clitici. Gli elementi clitici sono particelle o parole

monosillabiche che non possono recare accento proprio e devono dunque appoggiarsi su

un’altra parola: articoli, pronomi personali atoni (me, lo)

TONO:

2- è l’altezza relativa di pronuncia di una sillaba, dipendente dalla tensione delle corde

vocali e della laringe, perciò dalla velocità e frequenza delle vibrazioni delle corde vocali, le

quali determinano la frequenza fondamentale, ovvero il principale parametro dei fenomeni di

tonalità (aumento di frequenza = tono alto, diminuzione di frequenza = tono basso,

innalzamento relativo = tono ascendente, abbassamento relativo = tono discendente). In molte

lingue, dette lingue tonali, il tono può avere valore distintivo a livello di parole, come in serbo-

croato (in cui la questione delle opposizioni di tono è complicata da concomitanti questioni di

lunghezza vocalica), svedese (in cui si trovano casi marginali di opposizione tonale), cinese (in

cui la maggior parte delle parole sono monosillabiche e monomorfematiche, motivo per cui le

distinzioni di tono hanno un’importanza fondamentale) e vietnamita. Si noti che gli accenti

grafici possono essere usati anche per indicare il tono (es. accento acuto = tono ascendente).

L’intonazione è invece l’andamento melodico con cui è pronunciata una frase o un intero gruppo

tonale o gruppo ritmico: si tratta in sostanza di una sequenza di toni, che conferisce all’emissione

fonica nel suo complesso una certa curva melodica (es. è ascendente un’intonazione in cui l’ultima

sillaba dell’enunciato è di tono più alto). In molte lingue l’intonazione serve per distinguere il

valore pragmatico di una frase, permette quindi di comprendere se si tratta di un’affermazione, di

un’esclamazione, di un ordine o di una domanda.

In italiano per es. il contorno intonativo degli enunciati è in molti casi l’elemento principale a

fornire l’informazione che distingue:

- il valore interrogativo di un enunciato, associato a un’intonazione ascendente;

- il valore affermativo, associato a un contorno intonativo costante, senza grandi modificazioni di

altezza;

- il valore esclamativo, associato a un’intonazione discendente.

Nell’ortografia una parte della punteggiatura ha appunto la funzione di rendere,

approssimativamente, i principali tipi intonativi.

LUNGHEZZA:

3- la lunghezza o durata o quantità riguarda l’estensione temporale relativa con

cui i foni e le sillabe sono prodotti: ogni fono può essere breve o lungo, cioè durare per un

tempo più o meno rapido. L’articolazione delle vocali e delle consonanti fricative può essere

tenuta per un tempo indeterminato, mentre l’articolazione delle consonanti occlusive non può

essere tenuta più di un momento. Brevità e lunghezza sono tra l’altro nozioni relative, definite in

termini di confronto tra segmenti nella catena parlata, motivo per cui sarebbe più appropriato

parlare di foni più o meno lunghi (e non lunghi in assoluto).

La quantità delle vocali o delle consonanti può avere valore distintivo: in italiano la quantità delle

consonanti non ha funzione distintiva, a meno che non supponiamo che le consonanti semplici e

doppie realizzino un’opposizione di durata. E infatti possibile analizzare ogni consonante doppia

che abbia una corrispondente semplice o come la ripetizione in contiguità dello stesso fonema o

come fonema a sé, opposto alla corrispondente scempia. In tal caso le consonanti doppie sono

considerate lunghe, quelle semplici brevi, e l’opposizione tra lunga e breve formerebbe coppie

minime. In IPA la lunghezza viene indicata con due punti posti dopo il simbolo del fono; per le

consonanti può però essere adottata la ripetizione dello stesso simbolo, a seconda

dell’interpretazione che si dà alla questione delle consonanti doppie. Ricordiamo che per le

consonanti affricate la lunghezza in IPA si indica o ripetendo il primo simbolo del diagramma che

le rappresenta o coi due punti dopo di esso.

Per le vocali la durata in italiano non è pertinente: una parola pronunciata con una vocale

decisamente lunga individua un’accentuazione enfatica della stessa parola e non un’altra parola. In

genere la vocale suscettibile di tale allungamento enfatico è soprattutto la vocale della sillaba

tonica. In italiano le vocali toniche in sillaba libera sono sempre tendenzialmente lunghe, per cui

una trascrizione stretta dovrebbe annotarlo sempre.

Nella trascrizione fonematica invece non si segnalerà mai la lunghezza vocalica, essendo

l’allungamento della vocale in italiano o un mero espediente o un tratto determinato dal contesto

fonetico, quindi privo di valore distintivo. In molte lingue la durata vocalica funziona invece da

tratto pertinente (come in latino classico e in tedesco), mentre normalmente non ha rilevanza la

lunghezza consonantica (solo in arabo e in italiano esistono serie consonantiche analizzabili in base

alla rilevanza della lunghezza); in alcune lingue, come il finlandese, è pertinente sia la lunghezza

vocalica che quella consonantica. MORFOLOGIA

La morfologia è lo studio della forma (o struttura) della parola.

PAROLA

La è la minima combinazione di elementi minori dotati di significato, i morfemi (quindi

la parola è costituita da almeno un morfema). La parola è inoltre costruita intorno ad una base

lessicale (ma non sempre) che funziona come entità autonoma e che può quindi rappresentare da

sola, isolatamente, un segno linguistico compiuto.

Fra i criteri che permettono di definire ed individuare più precisamente una parola, possiamo

menzionare:

1- Il fatto che all’interno della parola l’ordine dei morfemi che la costituiscono è rigido e fisso:

i morfemi non possono essere invertiti o cambiati di posizione, pena la distruzione della

stessa parola

2- Il fatto che i confini di parola sono punti di pausa nel discorso

3- Il fatto che solitamente la parola è separata nella scrittura

4- Il fatto che foneticamente la pronuncia di una parola non è interrotta ed è caratterizzata da

un unico accento primario MORFEMA

È l’oggetto di studio della morfologia e si può definire come l’unità minima di prima articolazione e

minima

il più piccolo elemento portatore di significato proprio (e riusabile come tale). E' la

associazione di un significante e un significato.

Il significato di una parola è dato dalla somma e combinazione dei significati dei singoli morfemi

che la compongono.

Ad esempio se proviamo a scomporre una parola in pezzi più piccoli di prima articolazione, cioè

tali che vi sia ancora associato un significato proprio isolabile, troviamo appunto dei morfemi.

Prendendo ad esempio la parola “dentale”, possiamo scomporla in 3 morfemi:

1- Dent-, col significato di organo di masticazione

2- -al-, morfema che serve a ricavare aggettivi partendo dai nomi

3- -e, morfema che indica il numero (singolare in questo caso), ma in italiano può anche

indicare il genere

Ciascuno di questi 3 morfemi è riusabile come componente di altre parole con il medesimo

significato. “Studente”:

1. stud-

2. –ent-

3. -e

Il morfema deve ricomparire come isolabile con lo stesso significato, con lo stesso apporto al

significato globale della parola che lo contiene (ad esempio in studente non scomponiamo in -dent).

prova di

Un procedimento pratico per scomporre una parola in morfemi è attraverso la

commutazione: data una parola, la si confronta con parole simili.

In morfologia si distinguono:

1- morfema

2- morfo

3- allomorfo

così come in fonologia si distinguono:

1- fonema

2- fono

3- allofono

(notare che con il suffisso –ema in linguistica si designano le unità minime fondamentali di un dato

livello di analisi viste come unità astratte: langue; mentre il suffisso –o disegna le corrispondenti

unità concrete: parole) MORFO

Morfema inteso come forma, dal punto di vista del significante, prima e indipendentemente dalla

sua analisi funzionale e strutturale. Potremmo ad esempio dire: “il morfema del singolare è

realizzato dal morfo –e”

ALLOMORFO: è ciascuna delle forme diverse in cui si può presentare uno stesso morfema che sia

suscettibile di comparire sotto forme parzialmente diverse.

Possiamo dire che si tratti di uno stesso morfema se l'elemento individuato ha sempre lo stesso

significato e lo si trova nella medesima posizione nella struttura della parola.

Ad esempio il morfema col significato “spostarsi avvicinandosi verso un luogo determinato” (luogo

in cui si trova l’ascoltatore) = “venire”, appare in italiano in 5 forme:

1- ven- (in venire, venuto, veniamo ecc.)

2- venn- (in venni, vennero ecc.)

3- veng- (in vengo, vengono ecc.)

4- vien- (in vieni, viene ecc.)

5- ver- (in verrò, verrebbe ecc.)

Ciascuno di essi è un allomorfo dello stesso morfema che di solito possiamo designare con la forma

più frequente (per quanto riguarda i verbi), ossia la forma dell’infinito, cioè ven-. Quindi il morfema

ven- (di venire) ha 4 allomorfi diversi.

L'allomorfia può riguardare sia i morfemi lessicali (-ven-) che quelli grammaticali (varianti del

suffisso del plurale in inglese, come [s], [z] di cats e dogs).

Le cause dei fenomeni di allomorfia sono da cercare nella diacronia, infatti gran parte dei fenomeni

di allomorfia, di cui l’italiano è una lingua molto ricca, è dovuta ai mutamenti fonetici attraverso cui

le parole si sono trasmesse dal latino all’italiano. A volte però è anche una questione sincronica

causata, cioè, da modificazioni fonetiche derivanti dall’incontro di determinati foni (o fonemi

fonosintattici). Ad esempio: “in” di “inutile” e “il-“ di “illecito” sono allomorfi dello stesso

morfema in- (= prefisso con valore di negazione) ma davanti ad una vocale la [n] resta invariata,

mentre davanti a consonanti laterali, vibranti e nasali la [n] si assimila alla consonante iniziale della

parola.

In alcuni casi un morfema lessicale viene sostituito da un morfema dalla forma diversa ma

ovviamente con lo stesso significato:

- acqua: idrico

- cavallo: equino

- andare: vado, vai.. FENOMENO DEL SUPPLETIVISMO.

Tale fenomeno si chiama TIPI DI MORFEMI

Esistono due punti di vista per individuare differenti tipi di morfemi:

CLASSIFICAZIONE FUNZIONALE:

1- avviene in base alla funzione svolta dai morfemi e

come essi contribuiscono al significato delle parole. In questa classificazione si individuano

diversi tipi di morfemi: la prima distinzione da fare è tra morfemi lessicali e grammaticali. I

morfemi grammaticali a loro volta si suddividono in morfemi derivazionali e morfemi

flessionali. MORFEMI

DERIVAZIONALI

(formano una classe

MORFEMI chiusa, derivano parola

GRAMMATICALI da altre parole)

(costituiscono una

classe chiusa, non

suscettibile ad

accogliere nuove MORFEMI FLESSIONALI

entità): sono nella (formano una classe

grammatica

MORFEMI chiusa, danno luogo alle

diverse forme di una

MORFEMI LESSICALI parola)

(formano una classe

aperta, sempre

arricchibile): stanno nel

lessico di una lingua

Ad esempio “dentale”:

“dent-“ è un morfema lessicale perché reca significato referenziale, concettuale. Anche

 chiamato “RADICE”, “BASE”, “TEMA”

“-al-“ è un morfema derivazionale perché serve a formare parola derivandole da altre parola

 già esistenti, cioè attaccandosi ad una radice di cui modifica il significato (e inoltre svolge

un ruolo interno grammaticale)

“-e” è un morfema flessionale perché ha il valore di marcare flessionalmente la parola,

 indicando che si tratta di una forma al singolare.

Ci sono poi le PAROLE FUNZIONALI (o VUOTE, perché prive di significato lessicale), come gli

articoli, pronomi personali, preposizioni, congiunzioni ecc. che formano classi grammaticali chiuse

ma che difficilmente si possono definire morfemi grammaticali poiché alcuni di questi elementi

sono scomponibili in morfemi. Ad esempio:

“lo” (articolo): l-o, per commutazione “la” e “le”

 “uno” (articolo): un-o, per commutazione con “una”

Una distinzione che si fa e che può essere utile in questo contesto è quella tra:

MORFEMI LIBERI (morfemi lessicali)

 MORFEMI LEGATI (morfemi grammaticali): non possono mai comparire in isolamento,

 ma sono legati con altri morfemi.

Tuttavia questa distinzione mal si adatta all’italiano, in cui anche i morfemi lessicali (radici) sono

per lo più morfemi legati: “gatt-o”, “buon-o” ecc.

DERIVAZIONE FLESSIONE

La e la costituiscono i 2 grandi ambiti della morfologia: la

derivazione agisce prima della flessione, infatti prima costruiamo la parola, poi applichiamo le

dovute flessioni. Questa priorità della derivazione ha come conseguenza che i morfemi flessionali

stanno più lontano dalla radice lessicale rispetto ai morfemi derivazionali, che tendono invece a

disporsi immediatamente contigui alla radice.

DERIVAZIONE

La dà luogo a parole regolandone i processi di formazione

 FLESSIONE

la dà luogo a forme di una parola regolandone il modo in cui si attualizzano nelle

 frasi.

Inoltre mentre la derivazione non è obbligatoria, la flessione lo è (in italiano non esiste la forma di

parola corrispondente alla radice lessicale, come can-, ma esistono sempre le forme di parola

generate dalla flessione, come can-e, can-i).

CLASSIFICAZIONE POSIZIONALE:

2- basata sulla posizione che i morfemi assumono

all’interno della parola.

I morfemi grammaticali si suddividono in classi diverse a seconda della collocazione che assumono

rispetto alla radice o morfema lessicale.

Quando li consideriamo dal punto di vista posizionale, i morfemi grammaticali sono chiamati

“AFFISSI” (= ogni morfema che si combina con una radice). Esistono diversi tipi di affissi:

PREFISSI: sono gli affissi che stanno prima della radice. Ad esempio in “inutile”, in- è un

 prefisso dal significato negativo “non”. In italiano i prefissi solo solamente derivazionali

SUFFISSI: sono affissi che stanno dopo la radice. Ad esempio in “cambiamento”, -ament- e

 –o sono suffissi l’uno con valore derivazionale, l’altro con valore flessionale. I suffissi

flessionali e derivazionali sono chiamati desinenze: -o è quindi più precisamente una

desinenza

INFISSI: sono affissi inseriti dentro la radice. Ad esempio in latino “vi-n-co”/ “vici”

 CIRCONFISSI: affissi collocati sia prima che dopo la radice. Sono molto frequenti in

 tedesco (sagen : ge-sag-t)

TRANSFISSI: si trovano soprattutto nelle lingue semitiche (arabo) e consistono in affissi

 che si incastrano alternativamente dentro la radice, dando quindi luogo a discontinuità sia

dell'affisso che della radice

TRASCRIZIONE MORFEMATICA

Permette di trascrivere i morfemi, che vengono scritti tra parentesi graffe indicando nella riga

sottostante il loro significato e valore. Ad esempio:

{dent}- -{al}- -{e}

“ dente” agg sg

{zi}- -{a}

{scen}- -{ari}- -{o}

{de}- -{concentr}- -{azion}- -{e}

{sub}- -{appennin}- -{ic}- -{o}

Fino ad ora abbiamo considerato morfemi i cui morfi sono isolabili segmentalmente, ma esistono

anche morfemi i cui morfi non sono isolabili in questo modo (= tipi di morfi/morfemi problematici”

per il modello a entità).

MORFEMI SOSTITUTIVI:

1- si manifestano con la sostituzione di un fono con un altro fono;

consistono in mutamenti fonici della radice, praticamente inseparabili dalla radice stessa.

Esempio “foot”/ “feet”: “oo”-“ee”, dove il valore plurale è reso dalla modificazione della vocale

della radice. In realtà sono il risultato di un processo di metafonesi. Vi sono morfemi discontinui

costituiti da una parte sostitutiva e da una suffissale, come per esempio in tedesco "Buch:

Bücher" dove il plurale è reso dalla desinenza -er e dalla modificazione della vocale

MORFEMA ZERO:

2- sono inclusi sotto questa etichetta quei casi in cui una distinzione

obbligatoriamente marcata nella grammatica di una lingua viene eccezionalmente a non essere

rappresentata in alcun modo nel significante. Ad esempio i plurali invariabili in inglese: “sheep”

è uguale sia al singolare che al plurale. Quindi il valore plurale viene marcato dall’assenza di

morfi= morfo zero (0)

MORFEMI SOPRASEGMENTALI:

3- in cui un determinato valore morfologico si manifesta

attraverso un tratto soprasegmentale, come l’accento o il tono. Ad esempio la diversa

distribuzione dell’accento in coppie di parole inglesi, come “record” [‘rɛkɔːd] sostantivo, to

record [‘rIkɔːd].

MORFEMI CUMULATIVI:

4- spesso morfemi grammaticali recano contemporaneamente più di

un significato. Ad esempio in “buone” la {e} indica sia femminile che plurale.

MORFEMA AMALGAMATO,

Un caso particolare di morfema cumulativo è il dato dalla

fusione di 2 morfemi in maniera tale che nel morfema risultante non è più possibile distinguere i

due morfemi all’origine della fusione. Ad esempio “i” articolo determinativo plurale, nel quale

si trovano fusi il morfo dell’articolo determinativo “l-“ e quello del maschile plurale “-i”.

Altro esempio è la proposizione articolata francese "au" (da "à" + "le") in cui i due elementi

costitutivi non sono più separabili e diventano invisibili

PROBLEMI ANALISI MORFOLOGICA e FAMIGLIA DI PAROLE

Alcuni valori morfologici in certe lingue sono espressi tramite processi non riconducibili a specifici

morfemi segmentali.

Es. indonesiano “anak” bambino sg., “anak-anak” plurale: reduplicazione: non è il morfema a

indicare il plurale ma il processo della ripetizione

I morfemi derivazionali svolgono la funzione di permettere la formazione di un numero

teoricamente infinito di parole a partire da una certa base lessicale, soprattutto attraverso

processi di prefissazione e suffissazione, aggiungendo nuove informazioni alla base cui si

applicano, sfumandone il senso ecc.

Spesso si creano neologismi: lagna/ lagnoso, petaloso

Sono dei meccanismi produttivi: li possiamo applicare infinite volte.

Si vengono a creare le FAMIGLIE DI PAROLE: una famiglia di parole (o famiglia lessicale) è

formata da tutte le parole derivate da una stessa radice lessicale.

2 processi: so il suffisso, so dove applicarlo (ad esempio “oso/a” si applica a basi nominali), allo

stesso tempo siccome i processi di derivazione sono diversi, posso da una stessa base lessicale avere

vari derivati (dentale, dentista ecc): questi formano la famiglia lessicale.

Questo meccanismo produttivo della derivazione consente di creare delle famiglie che una volta

note per l’elemento centrale, la base, sono facile da formare e decodificare.

“ish” in inglese forma elementi che si approssimano il significato base “reddish: rossiccio”

Ad esempio parole costruire a partire dalla base “socio”: associate, associazione, associativo,

dissociare, sociale, socialità, asociale, sociologia, sociologo ecc.

In particolare “socializzabilità” conta 5 morfemi: soci-al-izz-abili-ità, analizzabili come:

{soci} - {al} - {izz} - {abil} - {ità} – ({0})

“socio”– agg.rel. – vb – agg.pot. – sost. Astr. – (num)

m.lessicale -… m. derivazionali (suffissi)…. – m. flessionale (zero)

Un cumulo di suffissi come quello appena esemplificato è molto frequente in italiano. Nell’esempio

precedente {abil} serve a ricavare aggettivi con valore di potenzialità da una base verbale.

Nella grande maggioranza delle parole derivate dai verbi in italiano si pone il problema della

vocale tematica:

cosiddetta la vocale iniziale della desinenza dell’infinito dei verbi: “mangiAre”,

“vedEre”, “partIre”.

Poiché si può dire che la vocale tematica abbia un suo significato esteriore, in quanto indica

l’appartenenza della forma ad una classe di forme della lingua (-a- = 1 coniugazione; -e- = 2

coniugazione, -i- = 3 coniugazione) potremmo scomporre di conseguenza, “-abil-“ ulteriormente in

{a} e {bil}.

Quindi –abil- può essere analizzato sia come un allomorfo del suffisso che crea aggettivi con valore

potenziale, sia come formato da 2 morfemi: a + bil.

“mangi-are”, “mangi-a-re”

“cambi-amento”, “cambi-a-ment-o” PRECISAZIONI

1- PREFISSOIDI E SUFFISSOIDI

Sociologia = studio della società (e non "studio dei soci"): radice lessicale si comporta come un

prefisso, attaccandosi davanti a un’altra radice lessicale per modificarne il significato =

PREFISSOIDE.

Il PREFISSOIDE è un lessema che funge da prefisso (socio funziona da prefisso in

 sociologia). I prefissoidi sono al contempo morfemi lessicali e derivazionali (mentre se dico

“in”: invalido, ingiusto, incapace, rimane sempre prefisso, mentre in "sociologia" "socio"

funziona anche da parola)

SUFFISSOIDI: morfemi con significato lessicale, come le radici, ma che si comportano

 come suffissi nella formazione delle parole.

Ad esempio –logi (fonologia, lessicologia ecc.: elemento lessicale che ormai funziona più come

suffisso che come termine a sé), oppure –metro, “misuratore di” (termometro)

Prefissoidi e suffissoidi provengono prevalentemente dalle lingue classiche (auto, bio, pseudo, eco,

mono, tele, semi, logia, fobia,)

Le parole che prevedono formativi di questo tipo sono dette “composti (neo)classici”

2- PAROLE COMPOSTE COMPOSIZIONE NOMINALE,

La lingua può ricorrere al processo della molto usato in lingue

come il tedesco. In italiano due o più radici lessicali della stessa parola in cui le radici mantengono

il loro significato lessicale normale e sono perfettamente riconoscibili (portacenere, apriporta,

cassaforte: composti nominali). modificando - modificatore,

In italiano l’ordine nella composizione è prevalentemente dove la

seconda parte del composto modifica la prima, che funziona da testa sintattica del composto:

esempio “cassaforte”, cassa= testa e modificando, forte = modificatore

In italiano esistono anche parole con ordine inverso (modificatore-modificando) come ad esempio

bagnoschiuma, ordine che sembra essere in espansione nell’italiano contemporaneo.

Sono chiamati composti nominali poiché sono ben riconoscibili i composti nominali unitesi in

queste parole.

3- UNITA’ LESSICALI PLURILESSEMATICHE/ MULTIPAROLA

Sono sintagmi fissi che rappresentano un’unica entità di significato, non corrispondente alla

semplice somma dei significati delle parole componenti, comportandosi quindi come se fossero una

parola unica. E’ un'espressione irrigidita ma non univerbizzata (sono parole separate, ad esempio

“gatto delle nevi”).

Significato non dato dalla somma degli elementi che lo compongono, ma è un significato

cristallizzato.

Questi elementi hanno acquistato un significato, non dato dalla somma dei costituenti, e allo stesso

tempo questi costituenti si sono irrigiditi (non si può dire ad esempio gattino delle nevi / gatto della

neve). Il significato non è componenziale: non si può desumere il significato da quello degli

elementi che lo costituiscono.

Spesso le unità lessicale plurilessematiche hanno valore idiomatico, ad esempio “essere al verde,

partire in quarta”: il significato si è cristallizzato nel tempo e deve essere imparato così, non vi si

può risalire dagli elementi. Espressioni idiomatiche sono sempre multi-parola. Meccanismo

metaforico. Significato non componenziale.

Tra i significati non componenziali ce ne sono alcuni fissati grammaticalmente, e sono una

categoria molto ampia ed eterogenea che, tra le varie tipologie, comprende anche:

VERBI SINTAGMATICI: andar via, mettere sotto: espressioni con significati

 cristallizzatisi e la collocazione del verbo e la particella inizia ad essere fissa e ad essere una

posizione rigida (“ho messo sotto il gatto” ma non possono dire “ho messo il gatto sotto”

perché cambia di significato

BINOMI COORDINATI: “sale e pepe”, “usa e getta”: binomi fissi per indicare alcune

 cose (“quel signore ha i capelli sale e pepe”). C’è sempre un gioco metaforico

Tali strutture si collocano all’intersezione tra sintassi e semantica lessicale e non sono pertinenza

della morfologia derivazionale, non sono composti nominali poiché quelli si sono talmente irrigiditi

tanto da divenire una parola sola.

4- UNITA’ LESSICALI BIMEMBRI

Hanno una posizione intermedia tra parole composte (differente grado di fusione) e unità lessicali

plurilessematiche: parola chiave, ufficio concorsi, sedia elettrica. Sono binomi non ancora

univerbizzati.

5- ALTRI MECCANISMI per la formazione delle parole più marginali sono:

Lessicalizzazione delle sigle (acronimi) dove o la pronuncia delle singole iniziali entra nel

 lessico (TFR, SMS): si è lessicalizzata la sigla, o la sequenza delle iniziali (IVA). Spesso

diventano lessemi.

Parole macedonia (blends): unione di due parole con accorciamento, ad esempio “mapo

 (mandarino + pompelmo), smog (smoke + fog). Non sono dei composti poiché gli elementi

non sono riconoscibili. Inizio della prima parola e fine della seconda.

SUFFISSAZIONE

In italiano la suffissazione è il processo più produttivo di formazione delle parole. Suffissi più

comuni:

1- Per nomi d’azione o processo o risultati si formano normalmente dalle basi verbali, -zion- (e

allomorfi), -ment- (e allomorfi), es. spedizione, spegnimento. Si chiamano allomorfi perché

indicano sostanzialmente lo stesso significato: ricavare da un verbo un sostantivo che abbia

nella sua sfera semantica l’essere un processo, frutto di un’azione. La caratteristica è che

questi suffissi sono collegabili solo con delle basi verbali (non con sostantivo: da “città” non

posso fare “cittazione”

2- Per nomi d’agente o mestiere, derivano da basi nominali o verbali, -ier-, -tor- (spesso a basi

verbali: giocatori), a(r)i- esempio barbiere (suffisso “ier” attaccato a base nominale, barba),

3- Nomi astratti, da basi aggettivali, -ità (e allomorfi), ad esempio abilità. Rendo ancora più

astratto il concetto, da giovanile “giovanilità”

PREFISSAZIONE

In italiano anche la prefissazione è un processo produttivo di formazione delle parole che però,

differentemente dalla suffissazione, non cambia la classe grammaticale di appartenenza delle

parole.

Ad esempio se ho un verbo e aggiungo “azione”, trasformo un verbo in un nome, dunque cambia la

categoria grammaticale (spedire: verbo, spedizione: sostantivo).

Per i prefissi ciò non è possibile: si cambia il significato ma non la classe grammatica: “utile” con

prefisso “inutile” rimane sempre aggettivo.

Fra i prefissi più comuni:

1- “in”, “s”, “dis”, “a” che negano quanto espresso dalla radice o ne indicano assenza

(sgradevole, amorale, disambiguo)

2- “ri”: valore iterativo (riordinare, ripetere)

DERIVAZIONE SUFFISSALE

Nella rientra il processo dell’ALTERAZIONE, quando

 vogliamo esprimere la gradualità degli aggettivi, particolarmente produttivo in italiano.

suffissi alterativi

Tramite i si creano nuove parole dove al significato base espresso dalla radice

viene aggiunto un valore generalmente valutativo, associato a particolari contesti situazionali:

gattino (grado: essere piccolo, valutazione rispetto alla grandezza), finestrella, affaruccio.

Quando si tratta di elementi valutati in maniera riduttiva si chiamano diminutivi, e vi sono poi gli

accrescitivi danno valore grandezza/ eccezionalità (donnone, librone) e i peggiorativi (donnaccia).

Anche in italiano vi sono casi di omonimia tra morfemi derivazionali: ad esempio “in” è un prefisso

negativo (inadatto), ma può anche essere legato alla preposizione (in migrare: assimilazione nasale

dentale e bilabiale: immigrare). La forma “in” è un caso di omonimia: abbiamo due significati “in”

= non, “in”= preposizione, ma una sola forma.

Anche suffisso: diminutivo “gattino”, nome d’agente “postino”. I verbi con prefissazione e

suffissazione consistente nella desinenza di una delle classi di coniugazione sono tradizionalmente

chiamati "parasintetici" (abbellire, inaridire).

Le parole derivate si classificano in base a:

1. processo derivazione

2. classe lessicale della base da cui derivano

3. classe lessicale a cui appartiene il risultato

es “lavaggio” sarà un suffissato nominale deverbale: la base lessicale è il verbo lavare, la classe

lessicale della parola derivata è un lessema nominale (lavaggio: SUFFISSATO NOMINALE

DEVERBALE)

asociale: prefissato aggettivale deaggettivale (poiché deriva da sociale) (aggettivo ottenuto da un

aggettivo mediante un prefisso)

rileggere: prefissato verbale deverbale (formato da base verbale) CONVERSIONE

Tra i meccanismi di formazione delle parole ricordiamo la (derivazione

 zero/suffissazione zero). presenza di una

Procedimento particolarmente produttivo nella lingua inglese, consiste nella

coppia di parole aventi la stessa radice lessicale ed entrambe prive di suffisso, così che in

termini esclusivamente derivazionali (meglio, formali), non si può stabilire quale sia la parola

primitiva e quale la derivata.

In inglese è più evidente perché rimangono più invariate: esempio “round”:

- aggettivo: a round table

- sostantivo: rounds of paper

- avverbio: the earth goes round

- preposizione: to travel round the world

- verbo: to round a figure

Lo stesso elemento può essere in categorie differenti.

Tuttavia quando la coppia è costituita da un verbo e un nome è spesso da assumere che la base sia il

verbo poiché il nome designa l'atto indicato dal verbo (cambiare, cambio), mentre quando la coppia

è costituita da un verbo e un aggettivo si può intendere che il termine primitivo sia l'aggettivo, in

quanto il verbo indica l'azione di far assumere lo stato o la qualità denotata dall'aggettivo (calmo,

calmare).

Per quanto riguarda la derivazione le parole possono essere classificate come:

1- parole basiche /primitive, ossia non derivate da nulla: mano

2- parole alterate: manona

3- parole derivate (suffissate, prefissate, derivate da parole base), maneggiare

4- unità plurilessematiche: mano morta

Il processo di derivazione di una parola è rappresentabile con un diagramma ad albero.

Parola Desinen

Prefisso za

ri- Radice Suffisso are

man- eggi-

CATEGORIE GRAMMATICALI

Le categorie grammaticali servono a capire quali sono le funzioni espresse dai morfemi.

Ci sono dei morfemi, grammaticali e derivazionali, che non indicano dei significati ma delle

categorie grammaticali.

I morfemi flessionali modificano la forma di una parola, non creano parole nuove (sono chiamati

anche morfemi grammaticali):

Fanno cambiare semplicemente il significato.

 Operano solo sulle classi variabili di parole suscettibili ad accogliere la flessione (italiano:

 aggettivi, verbi)

Realizzano un valore di una determinata categoria grammaticale: un morfema è la marca di

 quel valore

A loro volta le categorie grammaticali sono l’espressione linguistica di alcune dimensioni cognitive

fondamentali dell’esperienza umana (numerosità, tempo) ad esempio un conto è dire “microfono”,

un conto è vedere tanti microfoni: non vedo la numerosità ma la vedo nel momento in cui astraggo

il fatto che più cose mi fanno un’entità numerosa.

Ogni sistema linguistico prevede l’espressione obbligatoria di alcune categorie grammaticali.

Ogni categoria grammaticale prevede più valori (o tratti morfosintattici), di volta in volta selezionati

in una specifica forma flessa (ogni valore prevede un morfema).

Il tedesco ha 3 generi (die, der, das) dove il neutro è per indicare un elemento che non è

fondamentale definire per il genere (das kind: prevale il fatto di essere bambino, no uomo o donna).

Esempio: categoria di numero in italiano: valore singolare, plurale.

Alcune lingue, come il russo, hanno anche il “duale” oltre che singolare e plurale: Jackobson dice

che le lingue variano non per quello che possono esprimere ma per quello che devono esprimere (se

devo tradurre “il bambino” dal tedesco all’italiano devo sapere se è un maschio o una femmina,

quindi sono costretto dal sistema d’arrivo).

Questi valori sono obbligatori: l’obbligatorietà di questi valori dipende dai sistemi linguistici, come

genere e numero in italiano.

In greco antico i valori singolari, plurale e duale.

Vi sono anche i "classificatori nominali": in swahili per esempio -m è il classificatore per "esseri

umani", ki- è il classificatore per "cose, essere inanimati"

CATEGORIE REALIZZATE SUL NOME

Categorie: significati astratti che possono essere espressi da più valori.

In lingue come l’italiano le categorie fondamentali della morfologia sono numero e genere:

1- NUMERO

Non presente in tutte le lingue

 Distinzione più comune tra singolare e plurale (es: italiano)

 Duale (es. sanscrito e greco antico)

 Paucale (es. varie lingue oceaniche)

I valori della categoria non sono una riproduzione meccanica del numero reale di entità cui una

forma flessa si riferisce. Ad esempio “nomi riferentisi a classi di entità”: “il gatto è un felino”: nelle

categorie c’è arbitrarietà parziale.

Se dico “sedia” in italiano, essa non è femminile o maschile in sé ma è una categoria linguistica

2- GENERE

Statuto un po’ diverso da numero e caso: se ho un numero nella lingua, ho quasi sempre una marca

morfologica (un morfema per singolare e uno per il plurale) mentre le lingue che prevedono

l’espressione di numero e caso hanno diverse forme flesse a seconda dei diversi valori, per il genere

il comportamento è differente (esempio “teacher”: genere non codificato da marca morfologica).

inerente:

a- Nei lessemi di categoria “nome” l’informazione di genere è in mother o father non c’è

un morfema che indica che madre è femminile o padre è maschile, ma sono i termini stessi ad

indicarlo contestualmente

b- Nei lessemi di diverse categorie che entrano in accordo con i nomi è

determinata, ad esempio gli aggettivi: il computer nuovo: computer non ha una marca di

genere che indica se sia femminile o maschile, ma quando vedo l’accordo tra articolo e

aggettivo ho il maschile, quindi capisco il genere nel contesto della frase perché gli elementi

grammaticali, ossia quelli che si accordano con elemento lessicale, mi dicono il genere.

Esempio italiano: il nome ha due forme flesse per numero, mentre aggettivo, articolo e in parte i

pronomi di III persona sg. Hanno quattro forme flesse per numero e genere

“case/casa”, pavimento/i;

bello, bella, belle, belli

il/lo, la, i/gli, le

Nomi come ragazzo, ragazza, zio, zia costituiscono eccezioni che non invalidano la regola

poiché il fenomeno infatti non è sistematico: “madro”, “padra”.

L’italiano distingue due generi per gli esseri animati, non considera gli inanimati.

Non tutte le lingue tuttavia si basano su questa distinzione: altre lingue distinguono le entità

secondo genere animato (maschi e femmine) o inanimato.

Per la classificazione del genere possono intervenire anche altre dimensioni cognitive:

- L’attribuzione di un’entità a un genere o un altro si basa su criteri che variano da lingua a lingua

e spesso dipendono da fattori socio-culturali

- Oltre alla natura del referente, nell’attribuzione formale del genere a un’entità possono

intervenire anche criteri fonologici

3- Altra categoria flessionale rilevante per i nominali è il "CASO", che svolge la funzione di

mettere in relazione la forma della parola con la funzione sintattica che esse ricopre nella frase:

la flessione di caso è presente in greco, latino, tedesco ecc, mentre in italiano esistono resti

fossili di flessine casuale nel sistema dei pronomi personali (tu/te distinti per essere uno

soggetto, caso nominativo, e l'altro oggetto, caso accusativo). Dà informazioni riguardo:

La funzione sintattica che la forma di una parola ricopre nella frase, ad esempio

 soggetto, oggetto ecc

La funzione (più concreta) che l’entità denominata svolge nella situazione descritta nella

 frase. Ad esempio: strumento, luogo ecc

I casi variano da una lingua ad un’altra: latino (6), greco (5), sanscrito (8)

4- Il processo attraverso cui un verbo assegna il caso al suo elemento viene chiamato

"REGGENZA", e nelle lingue che hanno i casi anche le preposizioni possono assegnare il caso

(ad esempio in latino "cum" regge l'ablativo). La nozione di reggenza si applica per estensione

anche al rapporto fra verbi e preposizioni, quando vi sono verbi che richiedono determinate

preposizioni (pensare a, dipendere da ecc.).

5- In molte lingue gli aggettivi possono essere marcati per "GRADO": comparativo, superlativo.

L'italiano affida alla flessione solo l'espressione del superlativo (-issim) mentre i comparativi

sono realizzati con mezzi lessicale (più/ meno.. di). Il latino esprime con mezzi flessionali anche

il comparativo di maggioranza (velox, velocis: veloc-ior), come anche inglese e tedesco (high:

high-er, schon-er, dove -er in entrambe le lingue è omonimo del suffisso dei nomi d'agente:

work-er, spiel-er, del suffisso etnico “berlin-er” e in tedesco anche nominativo singolare

maschile).

6- POSSESSO

Altre lingue marcano con morfemi appositi sui nomi la "DEFINITEZZA" o il (ad

esempio arabo e turco) MORFOLOGIA VERBALE

La morfologia verbale ha 5 categorie flessionali principali: modo, tempo, aspetto, diatesi e persona.

MODO:

1- esprime la maniera nella quale il parlante si pone verbo il contenuto di quanto viene

detto e della realtà della scena (mangio/ mangerei). Si distinguono diversi tipi di modalità:

assertiva (il treno parte: INDICATIVO),

 dubitativa (il treno partirà?),

 epistemica (il treno dovrebbe partire),

 deontica (il treno deve assolutamente partire),

 evidenziale (il treno è partito, l'ho visto io: quindi si indica la natura della fonte

 d'informazione dell'asserzione).

Troviamo: INDICATIVO: asserzione o presentazione di un fatto

 CONGIUNTIVO: potenzialità e possibilità

 IMPERATIVO: valore iussivo

 OTTATIVO: augurio e possibilità

TEMPO:

2- colloca nel tempo assoluto e relativo

ASPETTO:

3- riguarda la maniera in cui vengono osservati e presentati l'azione o l'evento. in

relazione al loro svolgimento, l’azione o l’evento il il processo espressi dal verbo. Ad esempio:

PERFETTIVO vs IMEPRFETTIVO: oppongono l’azione vista come compiuta all’azione

 vista come in svolgimento. Ad esempio: “ho visto (passato prossimo” vs “vedevo”

(imperfetto)

ABITUALE vs CONTINUO

 PROGRESSIVO vs NON PROGRESSIVO

AZIONALITA':

4- riguarda il modo oggettivo in cui si svolge nello sviluppo temporale l'azione o

il processo espresso dal verbo. Si distinguono verbi "telici" (denotano azione o evento dotati di un

punto culminante con una fine, come verbi di compimento, "invecchiare" e verbi di realizzazione,

"raggiungere"), e "atelici" (senza momento finale conclusivo: verbi di stato, "sapere", verbi di

attività, "camminare").

DIATESI:

5- esprime il rapporto in cui viene rappresentata l'azione o l'evento rispetto i

partecipanti, in particolare rispetto al soggetto (ad esempio passivo). Attiva o passiva.

PERSONA:

6- indica chi compie l'azione e si manifesta con morfemi deittici o di accordo. Di solito

la marcatura di persona implica anche una marcatura di numero, ad esempio: “gioco” ~

“giochiamo” LE PARTI DEL DISCORSO/ CATEGORIE LESSICALI

Sono le categorie grammaticali a livello di parola, che classificano le parole raggruppandole in

classi a seconda della natura del loro significato, del loro comportamento nei discorsi e delle loro

caratteristiche flessionali e funzionali. Nella grammatica tradizionale sono 9:

1- nome/ sostantivo

2- aggettivo

3- verbo

4- pronome

5- articolo

6- preposizione

7- congiunzione

8- avverbio

9- interiezione

(10- ideòfoni)

L'assegnazione delle parole a categorie o classi lessicali diverse avviene in base a 3 criteri

fondamentali:

CRITERIO SEMANTICO:

1- tipo di significato

CRITERIO MORFOLOGICO:

2- comportamento delle parole in relazione alle categorie

morfologiche presenti in una lingua, al genere di marche che possono assumere e alla

morfologia di accordo

CRITERIO SINTATTICO:

3- contesto in cui le parole possono comparire, collocazione

all'interno di sintagmi e frasi e funzioni sintattiche che possono svolgere

Non mancano le eccezioni, e a volte anche nomi e verbi non sono ben differenziabili, come anche

nel caso dei partitivi (le preposizioni articolate "del", "degli" possono funzionare sia come

preposizioni che come articoli partitivi).

LE FUNZIONI SINTATTICHE

Alcune importanti categorie grammaticali si individuano sull'asse sintagmatico, considerando le

parole nel loro rapporto con le altre parole all'interno di un determinato messaggio: sono chiamate

"funzioni sintattiche" e si tratta delle nozioni definite dall'analisi logica, ossia soggetto, predicato,

oggetto, complemento di termine ecc., a cui corrispondono i casi.

FLESSIONE INERENTE E CONTESTUALE

La stessa distinzione fra asse sintagmatico e paradigmatico è rilevante per distinguere la flessione

inerente e quella contestuale, due diversi modi di funzionamento della morfologia flessionale.

FLESSIONE INERENTE:

1- riguarda la marcatura a cui viene assoggettata una parola in

isolamento, a seconda della classe di appartenenza, solo per il fatto di essere selezionata nel lessico

e comparire in un messaggio (in italiano o in inglese ad esempio un nome viene attualizzato o come

singolare o come plurale e la forma deve presentare uno dei rispettivi morfemi flessionali (gatto/i,

cat/s). L'aggettivo può recare la marcatura inerente di grado, mentre il verbo quelle di tempo, modo

e aspetto

FLESSIONE CONTESTUALE:

2- è quella che dipende dal contesto e specifica una forma

selezionando i relativi morfemi flessionali in relazione al contesto sintattico in cui la parola viene

usata, dipendendo quindi dai rapporti gerarchici che si instaurano fra le parole all'interno della frase.

Marca dunque i rapporti di natura sintattica: in italiano aggettivo e articolo devono assumere una

forma che dipende da quella del nome a cui si riferiscono, selezionando i rispettivi morfemi

flessionali, soggetto e verbo devono concordare quanto alle categorie flessionali che realizzano

espresse dalla persona verbale (i giocatori corrono)

MARCATURA D'ACCORDO

Meccanismo che opera in molte lingue, prevede che tutti o alcuni elementi suscettibili di flessione

all'interno del costrutto prendano le marche (i morfemi congruenti) delle categorie flessionali per le

quali è marcato l'elemento a cui si riferiscono o da cui dipendono, ad esempio in italiano è

obbligatorio l'accordo tra verbo e soggetto e i diversi componenti di un sintagma.

DERIVAZIONE E FORMAZIONE DELLE PAROLE

Come abbiamo visto i morfemi derivazionali mutano il significato della base a cui si applicano,

aggiungendo una nuova informazione rilevante:

- DORMITORIO deriva da “dormire”: viene aggiunto al significato della radice lessicale

di dormire il significato di “luogo in cui si fa” la cosa designata dalla radice lessicale

- DORMICCHIARE: deriva da dormire. Viene aggiunta la sfumatura di “fare la cosa in

maniera parziale o discontinua”

- CANILE: deriva da “cane”. CAN= radice lessicale, IL= morfema derivazionale, E=

morfema flessionale

I morfemi derivazionali svolgono una funzione importantissima: permettono la formazione di un

numero infinito di parole a partire da una certa base lessicale

In ogni lingua esiste una lingua finita di moduli di derivazione che danno luogo a famiglia di parole

(o famiglia lessicale).

Una famiglia di parole è formata quindi da tutte le parole derivate da una stessa radice lessicale.

DIFFERENZA ACCORDO E REGGENZA

Nella REGGENZA l’elemento reggente non deve presentare necessariamente lo stesso valore della

forma retta. Ad esempio: le preposizioni tedesche, pur attivando un valore di “caso” nella forma

retta, di per sé non presentano inerentemente alcun valore di caso.

DIFFERENZA ACCORDO E CONCORDANZA

L’accordo è preferibilmente usato tra elementi del sintagma nominale, la concordanza è

preferibilmente usata tra forme verbali e soggetto.

SINTASSI

La sintassi si occupa della struttura della frase. L’oggetto è come si combinano tra loro le parole e

come sono organizzate in frasi. La frase è quindi il costrutto che fa da unità di misura per la sintassi.

Una frase contiene una PREDICAZIONE, ossia l’assegnazione di una proprietà a una variabile o di

una relazione fra più variabili (un’affermazione riguardo qualcosa, l’attribuzione di una qualità ad

una entità). Poiché normalmente il valore di predicare qualcosa è affidato ai verbi, in genere ogni

verbo autonomo coincide con una frase.

La frase è costituita da un certo numero di elementi nominali o ad essi equivalenti organizzati

intorno a un predicato. Es. “Maria incontra Carlo”/ Maria incontra lui”, “lui lo incontra”.

Ci sono anche frasi senza PV.

Distinguiamo quindi frasi verbali (“fa un caldo terribile”) e nominali (“buonissima questa torta”).

In italiano la frase nominale ha un uso molto circoscritto.

Altro tipo di frase: frasi che hanno un verbo, il verbo “essere”, ma che funziona come “copula”,

ossia portatore di informazioni tipiche del verbo (indica tempo, modo, aspetto, diatesi) ma in realtà

il significato della frase è dato dal predicato nominale (“Giovanni è molto alto”: l’informazione è

data dal SN, se dico “Giovanni è” non si ha un significato).

Il verbo funge solo da indicatore della categoria verbale, in questo caso indicativo presente perché

la copula è indicativo presente.

Anche con i verbi “copulativi”: sembrare, diventare (Giovanni sembra intelligente, se dico

“Giovanni sembra” la predicazione è incompleta).

Le parole si combinano in frasi non in maniera casuale, ma secondo leggi e regole stabilite dalla

sintassi. Le frasi semplici, con un solo verbo sono anche dette clausole.

Le frasi più complesse, con costrutti più ampi sono anche dette proposizioni.

DIFFERENZA FRASE E PROPOSIZIONE

La frase designa anche costrutti dall’estensione più ampia e dalla composizione più complessa di

una frase semplice con un’unica predicazione: la proposizione (clausola) indica invece la frase

semplice. ANALISI IN

Per analizzare la frase essa viene scomposta, o segmentata, attraverso la cosiddetta

COSTITUENTI IMMEDIATI. Tale analisi rappresenta le concatenazioni/dipendenze fra gli

elementi della frase scomponendola in pezzi via via più piccoli: i costituenti della frase.

Individua diversi sottolivelli di analisi e i costituenti che si isolano a ciascun sottolivello

costituiscono immediatamente il costituente di analisi superiore.

Distinguiamo costituenti immediati e ultimi.

Il criterio mediante il quale attuare la scomposizione (e quindi effettuare i “tagli” che individuano i

costituenti di ogni sottolivello) è quello della prova di commutazione.

Es. confronto tra “Maria mangia un gustoso panino…” Gianni legge..” “mangio un gelato..”

PROCESSO:

1- Il primo taglio si attua confrontando la frase con un’altra più semplice, ma che abbia la stessa

struttura. Ciò ci consente di individuare i costituenti immediati della frase stessa.

2- Confrontando i costituenti così individuati con altri della stessa natura ma più semplici,

possiamo motivare i successivi tagli, sino ad arrivare alle parole

3- Arrivati alle parole, l’analisi in costituenti immediati si arresta.

Esistenza di numerosi elementi intermedi disposti con relativa libertà:

“Maria mangia un gustoso panino al prosciutto ogni lunedì”, possiamo spostare elementi frase nella

prova di commutazione e ci sono delle restrizioni, “un panino gustoso Maria mangia”, ma non

possiamo dire “di prosciutto mangia gustoso Maria lunedì..”. PROVA MOBILITA’ ELEMENTI.

questo ci aiuta a capire che ci sono elementi che nella frase alcuni elementi sono legati fra di loro

(“a prosciutto” si muove con “il panino” poiché è una sua qualificazione)

no sequenza casuali, ma esistenza di raggruppamenti di ordine superiore che sono unità inferiori

alla frase e alla clausola e che chiamiamo sintagmi.

“Maria/ mangia/ un gustoso.

analisi in costituenti immediati per individuare i costituenti.

Ogni unità a partire dalla frase è analizzata nelle unite di rango immediatamente inferiore fino a

giungere ai costituenti sintattici ultimi (parole e morfemi).

SINTAGMI IMMEDIATI > PAROLE/MORFEMI

I costituenti sono unità sintagmatiche e paradigmatiche:

1- Sintagmatiche perché formate da sequenze di parole: opero una selezione all’interno del

paradigma

2- Paradigmatiche perché c'è la possibilità per ciascun costituente di aver comunicato con altri

costituenti che facciano riferimento alla stessa categoria lessicale (nome, verbo aggettivo..)

Esistono diversi modi di rappresentare schematicamente l’analisi di una frase nei suoi costituenti,

ma il metodo più diffuso è quello degli ALBERI ETICHETTATI. Esso permette di rendere

visivamente la struttura della frase.

Un albero è costituito da NODI e RAMI: i nodi rappresentano i sottolivelli di analisi della sintassi e

recano il simbolo della categoria a cui appartiene il costituente di quel sottolivello.

F = FRASE

SN= sintagma nominale

SV = sintagma verbale

N= nome

V = verbo


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110

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1.80 MB

PUBBLICATO

3 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, culture, letterature, traduzione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giorgia2808 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Benvenuto Maria Carmela.

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