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indizi presenti negli input e, con l'aiuto di ciò che sappiamo già, arriviamo a conclusioni che vanno

oltre l'informazione in arrivo. Gli indizi principali sono indicatori acustici, caratteristiche dei suoni

che segnalano alla mente la presenza di questo o quel fenomeno. Sono indicatori acustici i pattern

formantici, cioè certe configurazioni assunte dalle prime due formanti. Disporre di più indicatori

acustici per un fonema ne facilita l'identificazione. Gli indicatori acustici non sono le uniche

informazioni provenienti dal mondo esterno di cui ci serviamo nella percezione del parlato. Varie

informazioni di supporto, raccolte anche con la vista, ci aiutano a interpretare gli indicatori acustici.

Importanza sono le caratteristiche della voce del parlante, automaticamente prendiamo le misure al

tratto vocale di chi parla e ci regoliamo di conseguenza nell'interpretare gli indicatori acustici.

Aspetti prosodici, quali il ritmo o l'intonazione, e segnali non verbali, come le espressioni del viso,

gli sguardi, i gesti illustratori, punteggiano il parlato e ci aiutano a segmentarlo adeguatamente in

vista della percezione linguistica. Utilizziamo anche la lettura delle labbra, dimostrata dall'effetto

McGurk. Nella percezione del parlato le informazioni provenienti dal basso, dagli input, vengono

integrate con informazioni top-down, provenienti dall'alto. Molte informazioni top-down sono

conoscenze che possediamo implicitamente. Altre informazioni top-down sono quelle che derivano

dalle elaborazioni di livello superiore. Queste illusioni percettive dimostrano che facciamo

aggiustamenti del genere dall'alto: immaginiamo confini tra una parola e l'altra, mettiamo fonemi

dove andrebbero, correggiamo errori. Come in genere i processi inferenziali, il processo di

percezione del parlato è costruttivo: andiamo al di là dei dati raccolti con i sensi, producendo

rappresentazioni che non esistono nella realtà empirica. Le operazioni mentali restano

inconsapevoli: abbiamo l'impressione che il parlato si presenti a noi nella sua forma linguistica.

Analisi lessicale

Dati sperimentali sul riconoscimento di parole → Il riconoscimento di parole viene studiato con

varie procedure sperimentali. Dalle ricerche condotte fino ad oggi sono emersi alcuni risultati.

EFFETTO FREQUENZA: è più facile riconoscere parole di uso più frequente. Nel nostro lessico

mentale, nella raccolta di parole che abbiamo in mente, quelle di uso più frequente occupano

posizioni salienti e risultano più accessibili. EFFETTO PRIMING: il riconoscimento di una parola

target è influenzato dalla precedente presentazione di una parola prime, se la parola prime le

somiglia semanticamente o per caratteristiche superficiali, sono in rapporto di vicinato (neightbors).

Bisogna distinguere però tra effetto priming vero e proprio e effetto aspettativa, cioè l'influenza che

esercita sul riconoscimento del target il fatto di aspettarsi una parola simile alla prime. Il processo

mentale dell'effetto priming vero e proprio è automatico, inconsapevole e rapido a comparire e a

sparire; e suggerisce che le relazioni lessicali, i collegamenti tra parole simili, trovano rispondenza

nel lessico mentale. Nella raccolta che abbiamo in mente le parole sono raggruppate in base alle

loro caratteristiche di senso o di forma. EFFETTO DI CONTESTO: il riconoscimento di una parola

è influenzato dal contesto linguistico, cioè dall'espressione e dalla frase in cui è inserita.

Modelli di riconoscimento di parole → Nel tentativo di ricostruire il processo di riconoscimento di

parole sono stati elaborati diversi modelli. Alcuni si basano sul principio dell'attivazione, sull'idea

che gli stimoli verbali diffondano una sorta di carica energetica in settori specifici del lessico

mentale. Altri si basano sul principio della ricerca d'archivio: il lessico mentale è organizzato in

modo da consentire la ricerca e gli stimoli verbali recano informazioni che la indirizzano

intelligentemente. MODELLO DEL LOGOGENO DI MORTON: basato sul principio di

attivazione. A ciascuna parola presente nel lessico mentale corrisponde un logogeno (letteralmente

generatore di parole); non contiene informazioni sul significato o su altre caratteristiche, ma è

un'unità di attivazione, un sistema capace di caricarsi di energia quando vi arrivano informazioni

sulla parola. Se l'attivazione raggiunge una data soglia, il logogeno innesca l'accesso alle

informazioni lessicali e la risposta di riconoscimento. Il modello spiega l'effetto frequenza e l'effetto

priming. MODELLO DELLA RICERCA PER FILE DI FORSTER: basato sul principio della

ricerca d'archivio. Nel lessico mentale accanto a un master file, un archivio generale, c'è una serie di

file di accesso, archivi periferici in cui le rappresentazioni delle parole sono raggruppate per

categorie fonologiche, ortografiche, sintattiche, semantiche. Quando arriva l'informazione, una

ricerca preliminare nei file di accesso consente di non perdersi nel master file. L'effetto frequenza si

spiega, nei file le parole sono in ordine di frequenza, lo stesso vale per il priming. MODELLO

DELLA COORTE DI MARSLEN-WILSON: il modello ha il pregio di applicarsi bene alle parole

ascoltate, dato che tiene conto del tempo. C'è una differenza fondamentale tra parola letta e

ascoltata: la prima può essere percepita tutta in una volta, l'altra ci arriva poco alla volta in un lasso

di tempo. Durante l'ascolto si genera nella mente una coorte di parole candidate, compatibili.

Quando si arriva al punto di univocità, resta una parola sola, avviene il riconoscimento. Il modello

spiega l'effetto di frequenza, di priming e di contesto.

Parole ambigue → Molte parole hanno più significati. Può trattarsi di significati in qualche modo

collegati (polisemia) o di significati indipendenti (omonimia). Gli omofoni si pronunciano allo

stesso modo, ma oltre ad avere significati diversi si scrivono diversamente. Non facciamo alcuna

fatica a riconoscere le parole ambigue grazie al contesto. Sono stati prospettati due diversi ruoli del

contesto. Secondo l'ipotesi dell'accesso multiplo o esaustivo, quando siamo dinnanzi a una parola

ambigua nella nostra mente si attivano tutti i significati possibili, anche se non ne siamo

consapevoli. Successivamente il contesto ci porta a selezionare il significato giusto e gli altri

vengono disattivati. L'ipotesi dell'accesso selettivo sostiene invece che il contesto interviene

precocemente e che si attiva solo il significato pertinente. Ci sono fattori che possono condizionare

il tipo di accesso. Uno di questi è la frequenza d'uso dei significati.

Analisi sintattica

Importanza dell'analisi sintattica → Il fatto che una frase veicoli un carico di informazioni

decisamente superiore alle parole che vi figurano induce a ritenere che l'analisi sintattica sia un

passaggio fondamentale nel processo di comprensione. In condizioni normali è una tappa obbligata.

Le unità di analisi → L'analisi sintattica opera sui costituenti delle frasi. Varie osservazioni

suggeriscono che le unità di analisi sono le proposizioni. Mentalmente trattiamo le proposizioni

come blocchi successivi.

Strategie di analisi → Sembra che nell'analisi sintattica si seguano strategie, espedienti per inferire

la struttura profonda a partire da indizi superficiali. Nell'analisi si utilizzano anche informazioni

prosodiche e paralinguistiche, come l'intonazione e le interruzioni dell'eloquio che punteggiano

proposizioni e sintagmi, e informazioni sul contesto linguistico e sul senso. Sembra che ci si attenga

anche a certe regole procedurali; si segue un procedimento a garden-path (vialetto di giardino):

anziché portare avanti più interpretazioni possibili, si va avanti con una fino a che viene confermata

o si deve ricominciare. Si tratta di principi economici, che fanno risparmiare lavoro mentale.

Il ricordo delle strutture sintattiche → Mentre il significato di una frase viene ricordato a lungo, la

sua struttura sintattica tende a restare in memoria esclusivamente per il tempo necessario ad arrivare

al significato. Tuttavia non sempre la memoria delle strutture sintattiche è fugace, il ricordo della

sintassi permane quando si tratta di frasi che consideriamo di particolare importanza.

Costruzione del senso

Oltre gli input linguistici → Se ci fermassimo alle informazioni veicolate dalle parole e dalle

strutture sintattiche, il senso dei discorsi ci sfuggirebbe.

Elaborazione degli input linguistici → Per arrivare al senso gli input linguistici vanno elaborati:

sono come indizi dai quali partire per inferire ciò che c'è da capire. A volte l'elaborazione è semplice

e consiste nell'applicare strategie inferenziali basate sulla presenza di determinati segnali linguistici.

1) I pronomi devono concordare per genere e numero. 2) Referente e termine anaforico hanno lo

stesso ruolo sintattico. 3) Di una lista di cose dette è più probabile che il referente anaforico sia

l'ultima. Nella maggior parte dei casi l'elaborazione degli input linguistici è un'attività costruttiva, ci

proietta al di là dell'informazione data, grazie al fatto che le informazioni in arrivo interagiscono

con le conoscenze che abbiamo sul mondo e sul linguaggio. I processi di elaborazione degli input

linguistici che mettono in gioco la conoscenza del mondo somigliano ai processi attraverso i quali

conosciamo la realtà in genere. Vengono selezionati gli input da esaminare, che sono sia elementi

linguistici, componenti della frase o del discorso, sia elementi extralinguistici, di contesto. Gli input

selezionati sono riconosciuti, cioè concettualizzati e arricchiti, caricati di informazioni ulteriori sulla

base della nostra conoscenza del mondo. Dopo di che i dati ottenuti vengono integrati, collegati tra

loro, e si fanno inferenze che portano a conclusioni nuove. Il processo è circolare.

Prove dell'attività inferenziale → Vari studi indicano che gli impliciti inferiti vengono memorizzati.

Certi contenuti inferiti di particolare rilievo per il senso restano in memoria più di quelli

esplicitamente detti. È più facile derimere la questione con esperimenti di comprensione della

lettura anziché del parlato. Abbiamo bisogno di rilevazione on-line, di stabilire durante la

comprensione stessa se c'è inferenza. Nei compiti di lettura disponiamo di indicatori; il tempo di

lettura, le fissazioni prolungate alla registrazione dei movimenti oculari, che ci aiutano a capire se

c'è attività inferenziale. Il tempo di lettura di una frase si allunga considerevolmente se per

collegarla alla precedente c'è bisogno di fare un'inferenza non fatta prima.

Tipi di inferenza → Si distinguono solitamente due tipi di inferenze durante la comprensione.

-Inferenze all'indietro (backward inferences). Sono inferenze retrospettive che facciamo

lavorando su segmenti di discorso precedente che l'informazione nuova in arrivo ci spinge a

riprendere (inferenze ponte (brindging inferences)).

-Inferenze in avanti (forward inferences). Sono inferenze che non sono necessarie per integrare

l'informazione nuova nella vecchia, ma che servono ad arricchire le informazioni veicolate dalle

parole in arrivo, a espandere il senso dei messaggi (inferenze elaborative). Sfruttando

l'immaginazione e la conoscenza del mondo che abbiamo tentiamo di rappresentarci le cose con più

dettagli di quanti ce ne sono nelle parole dette. Mentre le inferenze all'indietro che si possono trarre

sono limitate, possiamo fare molte inferenze in avanti. In letteratura ricorre alla distinzione tra

inferenze logiche e inferenze pragmatiche, che ricalca la distinzione tra verità di fatto o sintetiche e

verità di ragione o analitiche. Le inferenze logiche si fanno basandosi esclusivamente sulla ragione

e sulla conoscenza del linguaggio, mentre le pragmatiche richiedono un riscontro empirico.

Procedimenti logici → L'inferenza, come l'argomentazione, è un ragionamento. Nella tradizione

logica le forme fondamentali di ragionamento prese in esame sono la deduzione e l'induzione.

L'abduzione, anziché far discendere una conclusione sul singolo caso da una regola generale (come

fa la deduzione) o ricavare una regola generale da singoli casi (come l'induzione), mette assieme

una regola e un'osservazione relativa a un caso particolare per azzardare un'ipotesi, una congettura

su quel caso particolare. Siamo lontani dalla certezza della deduzione, ma in compenso anche qui,

come nell'induzione, la conoscenza cresce. Anziché arricchirsi di nuove regole, si arricchisce di

fatti. L'induzione ha poca importanza, perché per capire il senso dei discorsi più che scoprire regole

occorre supporre dati di fatto specifici. Deduzione e abduzione vengono invece entrambe adoperate.

Conoscenze adoperate → Nei ragionamenti inferenziali entrano in gioco tre tipi di conoscenze.

-Regole. Ci serviamo di ogni genere di regole presenti nella nostra memoria, dalle leggi naturali alle

regole personali, alle norme sociali. Particolare importanza hanno le norme sociali che disciplinano

l'attività comunicativa, come le regole di conversazione o gli script cui ci atteniamo per dar vita a

questa o a quella forma di comunicazione.

-Informazioni ponte. Sono informazioni prese dal contesto o dalla comunicazione in atto che

rinviano a una regola.

-Informazioni guida. Sono conoscenze che indirizzano verso questa o quella inferenza tra le varie

plausibili.

Le conoscenze adoperate possono essere più di un background o di foreground, riguardare cose che

stanno sullo sfondo o che emergono al momento. Possiamo distinguere tre livelli. Sullo sfondo sta

la realtà naturale e socio-culturale in cui si iscrive l'evento comunicativo. A metà strada abbiamo il

contesto extralinguistico, fatto dagli interlocutori, il tempo, il luogo, la situazione psicologica. In

primo piano troviamo la comunicazione in atto, con le cose dette e i segnali non verbali.

Biases → Le inferenze che si fanno nella comprensione sono soggette alle comuni tendenze

cognitive e a errori. Non bisogna credere che inferire in condizioni di carenza di informazioni

rappresenti una prestazione eccezionale. Nella vita reale è la regola, dal momento che quasi mai

disponiamo di tutte le informazioni necessarie per interpretare ciò che ascoltiamo.

La gestione delle inferenze → Nello studio della comprensione del linguaggio spesso si è partiti dal

presupposto che ci sia un modo standard di inferire, valido per l'uomo in generale adottato da

chiunque in qualsiasi situazione. I fattori che influenzano la gestione delle inferenze sono i bisogni

di chiusura cognitiva e di accuratezza. Le differenze si spiegano pensando che gli HSM sono più

propensi degli LSM a investire risorse mentali nelle inferenze. Sono preoccupati di diagnosticare le

situazioni della vita sociale per adattarvi la presentazione del sé e gli impliciti rappresentano una

fonte estremamente importante di informazioni e riguardo. La costruzione della vita sociale passa

più attraverso il non detto che attraverso il detto. Gli HSM hanno sviluppato strategie di inferenza

che li rendono particolarmente abili, per cui per loro l'attività inferenziale è meno dispendiosa.

SLIDE: LESSICO, NOZIONI E RELAZIONI

Il lessico è l'insieme delle parole di una lingua (nei dizionari si va dalle 90000 alle 130000 parole,

un parlante colto si aggira nelle 50000). La classificazione delle parole avviene in parti del

discorso (classi lessicali, categorie grammaticali): nome, verbo, aggettivo, avverbio, pronome,

articolo, preposizione, congiunzione, interiezione. A loro volta si distinguono in parole piene

(parole lessicali, parole di contenuto) come nomi, aggettivi, verbi e avverbi (classe aperta in

continuo aggiornamento). E parole vuote (parole grammaticali, parole funzione) come pronomi,

articoli, preposizioni e congiunzioni (classe chiusa, non corrispondono ad entità esterne). Le parole

si classificano poi in basi lessicali, parole derivate (per suffissazione o prefissazione), parole

composte e unità polilessematiche (o polirematiche, locuzioni). Si classificano in funzione del

significato e della comunanza di forma: si hanno le famiglie lessicali o famiglie semantiche, cioè

l'insieme di parole che condividono la stessa radice. Un'altra distinzione è tra parola (lemma) e

lessema (forma di una parola (es. alto, alti; coniugazioni etc)).

Si possono individuare delle relazioni tra i significati delle parole piene: iponimia (dove la classe

rappresentata dalla parola X è inclusa nella classe rappresentata dalla parola Y) e iperonimia (la

classe rappresentata dalla parola Y include quella rappresentata dalla parola X). Esiste l'iponimia

diretta e iponimia indiretta (gatto-felino; gatto-mammifero). Esiste la classe semantica, cioè tutte le

parole che sono iponimi diretti dello stesso iperonimo. In psicologia si usa il termine categoria, con

un significato più lasco perché non obbliga l'iponimia diretta. Troviamo la meronimia (se x indica

una parte di y) e l'olonimia (se y designa il tutto di cui x costituisce una parte). Abbiamo la

sinonimia (x e y sono sinonimi se hanno lo stesso significato denotativo, si possono usare negli

stessi contesti senza alterare il significato, ma non sempre due sinonimi si adattano a tutti i contesti).

C'è l'omonimia (o polisemia) quando lo stesso significante ha più significati, un caso particolare è

l'enantiosemia, dove una parola ha significati con valori opposti. L'antonimia è quando x e y hanno

significato opposto, e la complementarietà è quando x implica non-y e y implica non-x.

Si può avere poi un arricchimento del lessico, le parole nuove sono i neologismi e si dividono in

forestierismi (ottenuti da parole straniere), neologismi semantici (una parola già esistente assume

significati nuovi), occasionalismi (neologismi di breve durata) e prestito (parole straniere in uso).

C'è il lessico mentale?(o meglio: ci sono lessici mentali?) → Il lessico mentale è il sistema di

rappresentazioni mentali “locali”, ogni elemento rappresenta la forma degli stimoli in un dominio

specifico. Per rappresentazione si intende un oggetto che sta per un altro oggetto senza esserne una

copia ma riflettendone solo alcuni aspetti. Ci sono delle evidenze dalla neuropsicologia cognitiva

che tentano di dimostrare l'esistenza del lessico mentale. Distinguiamo tre tipi di lessico in funzione

di tre tipi di dominio: il lessico fonologico che contiene le rappresentazioni della forma fonologica

di tutte le parole conosciute da un individuo, una rappresentazione per forma. Il lessico ortografico

che contiene le forme ortografiche delle parole conosciute da un individuo, una rappresentazione

per forma; e il pittogeno che contiene la rappresentazione delle forme visive degli oggetti

(descrizioni strutturali) una rappresentazione ogni forma. Sono stati fatti vari esperimenti per

verificare la loro esistenza con la comprensione di stimoli uditivi/spoken words, che porta a

distinguere pazienti in word-sound deafness (problemi nella percezione dei fonemi), word-form

deafness (non riescono a eseguire il compito di decisione lessicale) e word-meaning deafness

(hanno una prestazione normale nel compito di decisione lessicale pur non comprendendo il

significato delle parole presentate). Il comportamento di soggetti affetti da word deafness, nelle

varie forme, e di soggetti affetti da agnosia uditiva costituisce un'evidenza a favore dell'esistenza di

un lessico fonologico. Con la comprensione di stimoli visivi/printed words, si distinguono la

dislessia pura (identificano facce e oggetti ma non parole scritte), agnosia visiva per gli oggetti

(identificano facce e parole scritte ma non oggetti) e prosopagnosia (identificano oggetti e parole

scritte ma non facce). Si possono postulare tre sistemi cognitivi per l'accesso alla semantica da

facce, oggetti e parole scritte, i quali possono essere selettivamente danneggiati. Ci sono anche casi

di demenza semantica. Il comportamento di soggetti affetti da dislessia, nelle varie forme, e di

soggetti affetti da agnosia visiva costituisce un'evidenza a favore dell'esistenza di un lessico

ortografico. Con la comprensione di stimoli visivi/seen objects, la performance in questi compiti

può essere normale nonostante l'accesso al significato a partire dagli oggetti sia danneggiato: questo

risultato è facilmente spiegato all'interno di modelli che postulano un lessico per le forme visive

degli oggetti distinto dal sistema semantico. Si può concludere che il lessico mentale esiste come

componente del sistema di elaborazione di oggetti e parole.

INTERACTIVE ACTIVATION AND COMPETITION-MODEL OF VISUAL WORD

RECOGNITION (IAC; McClelland e Rumelhart, 1981) Modello ad Attivazione e Competizione

Interattivi per il riconoscimento di parole presentate visivamente.

Il principale scopo del modello era di simulare il Word Superiority Effect (WSE; Effetto di

superiorità della parola). Il compito sperimentale usato per lo studio del WSE è il paradigma di

Reicher-Wheeler (presentati tre tipi di stimoli brevemente e poi mascherati: parole, nonparole,

singole lettere; appaiono poi due lettere e il soggetto deve decidere quale era presente). Si è

riscontrato che se gli stimoli sono parole l'accuratezza è migliore di quando gli stimoli erano

nonparole. L'accuratezza quando gli stimoli sono nonparole è maggiore di quando gli stimoli sono

singole lettere. Il risultato è preso come evidenza di effetti top-down nella percezione delle lettere

costituenti lo stimolo, quando lo stimolo ha una rappresentazione interna, come una parola. Quando

lo stimolo è una parola, l'unità per la parola corrispondente viene fortemente attivata e invia

attivazione tramite le connessioni feedback alle lettere costituenti; ciò non accade quando lo stimolo

è una lettera. Quando invece è una nonparola, le unità per le parole ortograficamente simili allo

stimolo divengono parzialmente attive ed inviano attivazione, tramite le connessioni feedback, alle

lettere che le costituiscono; l'attivazione inviata alle lettere sarà minore di quella inviata quando lo

stimolo è una parola, poiché le unità per parole sono meno attivate quando lo stimolo è una

nonparola di quando lo stimolo è una parola. Nel modello IAC ci sono unità per caratteristiche

visive (features), unità per lettere e unità per parole. Il modello elabora parole di 4 lettere: il lessico

consiste di tutte le parole di quattro lettere. A livello delle lettere ci sono 4 posizioni per ognuna.

All'interno di ogni posizione ci sono tutte le lettere dell'alfabeto, sono 4 set completi di lettere. Dal

punto di vista della struttura si distinguono due “componenti”: feedforward (attivazione in avanti,

bottom-up, alle unità per caratteristiche alle unità per parole); in ogni posizione le unità

caratteristiche sono ognuna collegate da connessioni eccitatorie con le unità per lettere in cui

compare, e da connessioni inibitorie con tutte le unità per lettere in cui non compare. In ogni

posizione, ogni unità per lettere è collegata da connessioni eccitatorie con tutte le unità per parole in

cui appare in quella posizione e da connessioni inibitorie con tutte le unità per parole in cui non

appare in quella posizione; ogni unità per parole è collegata con tutte le altre unità per parole da

connessioni inibitorie. Feedback (attivazione all'indietro, top-down, dalle parole alle lettere), non

appena un'unità per parola riceve attivazione, questa invia attivazione all'indietro verso le unità per

le lettere che la compongono cui è collegata da connessioni feedback eccitatorie. La dinamica di

attivazione avviene attraverso la propagazione a cascata o la propagazione a soglia. Nei modelli a

soglia l'attivazione in un'unità deve raggiungere un certo livello prima di essere ripropagata alle

unità a cui è connessa. Nei modelli a cascata non appena un'unità riceve attivazione questa viene

ripropagata a tutte le unità con cui è connessa. Per quanto riguarda la frequenza, le unità per le

parole hanno un livello di riposo proporzionale alla frequenza d'uso della parola: più è alta, più è

alto il livello di riposo: consegue che le unità per le parole ad alta frequenza si attivano più

rapidamente delle unità per parole a bassa frequenza e ripropagano l'attivazione alle unità con cui

sono connesse con maggiore forza.

RICONOSCIMENTO DI PAROLE PRESENTATE IN MODALITA' VISIVA (VISUAL

WORD RECOGNITION) Parte I: la decisione lessicale.

Grazie alla comprensione di stimoli visivi (printed words), si riscontra che il sistema di visual word

recognition rappresenta l'interfaccia tra la percezione dello scritto e i sistemi cognitivi di alto

livello. Lo scopo è comprendere come un lettore traduce il segnale visivo in rappresentazioni

mentali immagazzinate nella memoria a lungo termine e come queste rappresentazioni vengano

usate per capire il linguaggio scritto. Si tenta di capire come funziona il meccanismo che assegna

una parola ad una sequenza di lettere. In compiti di decisione lessicale (DL), i partecipanti devono

decidere premendo uno di due pulsanti, se lo stimolo a cui sono esposti è una parola o una

nonparola. Il primo effetto, che dice delle strategie utilizzate, è l'effetto di legalità delle nonparole.

La presenza di nonparole illegali rende il compito più semplice perché rende la discriminazione

parola/nonparola più semplice, semplificando l'identificazione. Il vicinato ortografico

(orthographich neighbourhood, N) di una parola consiste nell'insieme di parole che possono essere

costruite cambiando una lettera alla volta. Si può quindi avanzare una definizione generale, che cioè

prescinda dall'essere lo stimolo una parola o una nonparola: per vicinato ortografico si intende

l'insieme di parole che possono essere costruite cambiando una lettera alla volta in una data stringa

di lettere, sia questa una parola o una nonparola. Il vicinato ortografico è quindi un indice di

somiglianza ortografica tra un dato stimolo e le informazioni immagazzinate nel lessico.

Un modello per spiegare i dati è il Dual Route Cascaded Model (DRC), la prima parte del

modello è identica al modello IA, l'unica differenza è che il DRC accetta tutte le parole di lunghezza

compresa tra 1 e 8 lettere, non solo parole di 4 lettere. Essendo DRC un membro della famiglia IA,

la frequenza è implementata come nel modello di McClelland e Rumelhart: le unità per le parole

hanno un livello di riposo proporzionale alla frequenza d'uso, ne consegue che le unità per le parole

ad alta frequenza si attivano più rapidamente delle unità per parole a bassa frequenza e

ripropongano l'attivazione alle unità con cui sono connesse con maggiore forza. Cosa comporta

avere vicini ortografici? Gli effetti di N sono dovuti al modo in cui, nei modelli della famiglia IA, le

unità sono connesse e organizzate, e al modo in ci l'attivazione si propaga (a cascata). Se

consideriamo l'attivazione globale del lessico ortografico osserviamo che Parole con un N denso

inducono una maggiore attivazione globale di parole con un N rado, perché attivano un maggior

numero di rappresentazioni lessicali; Nonparole con un N denso inducono una maggiore attivazione

globale di nonparole con un N rado, perché attivano un maggior numero di rappresentazioni

lessicali; in generale, maggiore è il numero di vicini ortografici di un dato stimolo, maggiore è il

numero di rappresentazioni lessicali attivate, maggiore l'attivazione globale indotta.

Nella porzione di modello DRC la DL ha un problema: nei modelli ad attivazione interattiva con

l'attivazione che si distribuisce a cascata non ci sono eventi discreti in che segnalano la presenza di

una parola o una nonparola. Sono state ideate varie ipotesi per affrontare questo problema.

-I ipotesi (Coltheart): Un criterio per dire SI e una deadline (scadenza) per dire NO: si setta un

criterio, una quantità di attivazione, sulle unità lessicali (parole); se una qualsiasi entrata nel lessico

ortografico raggiunge quel criterio, il sistema risponde SI, si setta inoltre una deadline: se un certo

intervallo di tempo è trascorso e nessuna unità nel lessico ortografico ha raggiunto il criterio allora

il sistema risponde NO. Si spiega l'effetto lessicalità (parole<nonparole) e di frequenza. Però se si

risponde NO in base a una deadline, tutte le risposte NO dovrebbero richiedere lo stesso tempo.

-II ipotesi (Coltheart): Un criterio per dire SI e una deadline variabile per dire NO: se una qualsiasi

entrata nel lessico ortografico raggiunge il criterio, il sistema risponde SI. Se un certo intervallo di

tempo è trascorso e nessuna unità nel lessico ortografico ha raggiunto il criterio per il SI, allora il

sistema risponde NO. Tuttavia, se viene rilevata attivazione nel lessico ortografico, ma questa

attivazione non raggiunge il criterio in nessuna unità, allora la deadline viene posposta. Maggiore è

l'attivazione totale più in là viene posta la deadline. Ciò spiega l'effetto frequenza, l'effetto

lessicalità e l'effetto N per le nonparole, ma non spiega l'effetto di N per le parole.

-III ipotesi (Coltheart+Jacobs e Grainger): Un criterio e una procedura di Fast Guess per dire SI; e

una deadline variabile per dire NO: la procedura per dire NO è uguale a quella dell'ipotesi II, per

dire SI ci sono 2 modi: l'attivazione raggiunge il criterio in un'unità (ipotesi II); per la Fast Guess, se

l'attivazione totale nel lessico ortografico è molto alta, allora si può rispondere Si anche se il criterio

non è ancora stato raggiunto in nessuna unità. Spiega quindi l'effetto frequenza, l'effetto lessicalità,

l'effetto N per nonparole e parole.

Capitolo 5: LA COMUNICAZIONE NON VERBALE

Quando parliamo non ci limitiamo al linguaggio ma adoperiamo vari segnali non verbali; la

comunicazione non verbale (CNV) è quella parte dello scambio comunicativo che si avvale di

segnali diversi dalle parole. Abbiamo un ricco repertorio complesso ed eterogeneo di segnali che

differiscono per vari aspetti. Passano attraverso canali diversi e fanno parte di sistemi e sottosistemi

di segnalazione diversi, il che significa che sono modi strutturalmente diversi di segnalare. Nella

comunicazione faccia a faccia si attivano il canale acustico chiamato anche uditivo-vocale, il

canale visivo o visivo-cinesico (segnali visivi col movimento). Occasionalmente entrano in

funzione anche il canale tattile o motorio-tattile e il chimico o chimico-olfattivo. Molti segnali

non verbali vengono trasmessi attraverso il canale uditivo-vocale, generalmente assieme alle parole,

legati al linguaggio. Rientrano in due diversi sistemi: il prosodico che sfrutta gli aspetti musicali del

parlato, dotati delle tipiche caratteristiche acustiche che rendono i suoni piacevoli e diversi dai

rumori. L'altro è il paralinguistico che comprende tutti gli aspetti non verbali del parlato privi di

carattere musicale (interruzioni dell'eloquio etc). Spesso si parla di sistema vocale non verbale, le

differenze tra segnali musicali e non musicali sono tali da configurare due sistemi distinti. Sia il

sistema prosodico, sia il paralinguistico comprendono più sottosistemi di segnalazione. Altri segnali

non verbali passano attraverso il canale visivo-cinesico. Si fanno rientrare in un unico sistema: il

cinesico o visivo-cinesico che raccoglie vari sottosistemi e quindi molti modi di segnalare. Si pensa

che quando parliamo produrre movimenti del corpo e discorsi sia tutt'uno e che i due ordini di

segnali siano connessi. Ci sono segnali che viaggiano lungo i canali motorio-tattile e chimico-

olfattivo. I segnali non verbali differiscono tra loro anche per altre caratteristiche: la stabilità, si va

da segnali che restano a lungo invariati ad altri più mutevoli e modulabili. Tutti moduliamo la voce

mentre parliamo, introducendo numerosi cambiamenti transitori, che si susseguono nel breve lasso

di tempo di una conversazione. La salienza è una dimensione utile per classificare i segnali non

verbali. Alcuni balzano in primo piano, si impongono all'attenzione, mentre altri restano sullo

sfondo e tendono a passare inosservati. La salienza dipende anche dalle circostanze.

Segnali prosodici

La melodia del parlato → Parlando creiamo una specie di musica, una particolare melodia carica di

informazioni per chi ascolta. La musicalità è necessaria al buon funzionamento del linguaggio e

forse è stata determinante per la sua nascita. La musicalità dipende dalle caratteristiche acustiche

dei suoni articolati, dalla loro distribuzione nel tempo e da come si intrecciano elementi acustici e

linguistici. Vi si possono distinguere diverse componenti.

La forza vocale → E' il volume della voce. Nell'attività fonatoria dipende dall'impatto che si riesce

a creare tra aria in movimento e ostacoli sul suo cammino. Acusticamente si traduce in suoni più o

meno intensi, con maggiore o minore carica di energia. Ogni persona ha un volume di voce

caratteristico, legato principalmente alla conformazione dell'apparato fonatorio. Adattano anche il

volume di voce alle esigenze sociali e culturali e a seconda del contesto. Modifichiamo

abitualmente la forza vocale anche nel corso stesso di una conversazione. I bruschi cambiamenti di

forza vocale hanno in genere l'effetto di attirare l'attenzione. Possiamo segnalare distanza o

vicinanza, sia fisica, spaziale, sia psicologica o sociale. Gli innalzamenti e gli abbassamenti di voce

servono a qualificare i discorsi, segnalando che sono informali, privati e, al contrario, formali.

L'intonazione → Dal punto di vista acustico il tono è dato dalla frequenza della fondamentale. Il

fatto che nella fonazione si producano suoni più acuti e più gravi dipende dalla tensione delle corde

vocali. In una conversazione possiamo tenere un tono medio diverso da quello che teniamo in

un'altra e nel corso della conversazione moduliamo finemente il tono, producendo continue e rapide

variazione. Per il linguista Halliday, l'intonazione è legata alla tensione dato-novità: l'innalzamento

del tono segnala che si sta dicendo qualcosa di nuovo, mentre l'abbassamento indica che tutto è in

linea con le aspettative. L'intonazione fa da punteggiatura della struttura sintattica, circoscrivendo

sintagmi e proposizioni. I profili intonazionali degli enunciati segnalano il senso pragmatico: dicono

che cosa il parlante sta facendo, se sta affermando qualcosa, se sta domandando, esclamando etc.

Dall'intonazione può dipendere anche il senso intenzionale di un enunciato. Proprio perché apre alla

novità o chiude nel dato, l'intonazione serve a regolare i rapporti con chi ascolta, creando un clima

di interesse o al contrario di ovvietà. Diamo senso connotativo alle cose. Importanti differenze di

intonazione si riscontrano tra una lingua e l'altra e tra varianti della stessa lingua (accenti o dialetti).

La velocità dell'eloquio → E' il numero di sillabe pronunciate al secondo ed è in funzione sia della

velocità con cui articoliamo i suoni, sia del numero di interruzioni dell'eloquio. Teoricamente il

numero di sillabe pronunciate al secondo può essere aumentato o diminuito mantenendo inalterata

la rapidità dell'articolazione e limitandosi a evitare le interruzioni o a introdurne di più. Si considera

anche la velocità di articolazione: il numero di sillabe pronunciate al secondo tolte le interruzioni.

La velocità di eloquio funziona come indicatore di ansietà-tranquillità (disorganizzato o padrone

della situazione e sicuro di sé). Il rallentamento dell'eloquio attira l'attenzione sulle espressioni

pronunciate lentamente o, se esteso, può essere un modo di chiedere all'interlocutore di badare ai

discorsi. I cambiamenti di velocità servono anche a marcare la struttura sintattica delle frasi.

I fenomeni di durata → I suoni linguistici possono essere compressi o stirati, variando così la durata

di parole o parti di parole. Sono comuni gli allungamenti o i raddoppiamenti di vocali. Per effetto

degli allungamenti e raddoppiamenti la parola si carica di sfumature di significato diverse.

L'incremento di durata suggerisce una maggiorazione di ciò di cui si parla. Solo in base al contesto

possiamo capire con precisione che cosa il parlante vuol dire.

Il ritmo → Quando si scrive si mettono solo pochi accenti (accenti grafici) previsti dall'ortografia

della lingua. Nel parlato però gli accenti (accenti dinamici o espiratori) sono onnipresenti.

Mettiamo in rilievo alcune sillabe, imprimendo più forza vocale, e appoggiamo le altre pronunciate

più debolmente, su queste. In ogni lingua gli accenti cadono in punti stabiliti delle parole. Il ritmo è

dato dalla distribuzione degli accenti nel tempo. Riusciamo comunque a produrre il ritmo. Possiamo

operare sulla durata: stirare le sillabe in modo da accorciare o allungare gli intervalli tra due accenti.

Inserire intervalli melodici, interruzioni dell'eloquio che non vengono percepite come tali, in quanto

riempite con la memoria ecoica del suono precedente. Il ritmo svela la tipica pronuncia di chi parla,

è importante nel segnalare il temperamento, l'umore e le emozioni che si provano.

L'enfasi → Consiste nel mettere in rilievo una parola o parte di una parola. Si ottiene attraverso la

combinazione di più espedienti melodici. Di solito si inseriscono intervalli melodici prima e dopo

del segmento da enfatizzare, si rallenta la velocità di eloquio e si modifica la forza vocale, per lo più

si abbassa. Fa capire qual è il fuoco di una frase o di un discorso e in alcuni casi è essenziale per

afferrare il senso di ciò che si dice. L'enfasi è un potente mezzo per produrre nell'interlocutore

aspettative (può essere all'origine di profezie che si autoadempiono).

Segnali paralinguistici

La paralinguistica → Il termine è stato introdotto da Trager ed in esso rientrano tutti i segnali non

verbali prodotti con la voce, musicali e non musicali. Quando parliamo, tutta la comunicazione non

verbale poco o tanto partecipa all'attività linguistica, la prosodia è talmente connaturata con l'attività

linguistica che resta difficile considerarla paralinguaggio, cioè qualcosa che sta accanto al

linguaggio e supporta e contribuisce al funzionamento dell'attività linguistica, sebbene sia altro. Per

segnali paralinguistici si intende tutti quei segnali non verbali che accompagnano il parlato. Anche

questi sono collegati al linguaggio ma sono meno intrinseci all'attività linguistica. Vi rientrano le

interruzioni dell'eloquio che l'ascoltatore percepisce come tali e varie emissioni sonore.

Le interruzioni dell'eloquio → Abitualmente si distinguono le esitazioni o non-fluenze, interruzioni

brevi che frantumano il discorso, e pause, più lunghe, che ordinano il discorso suddividendolo in

parti. Le pause possono essere piene (con emissioni sonore all'interno) o vuote. Quando si parla di

silenzi si intendono le pause vuote. Questa classificazione descrive le interruzioni dell'eloquio senza

tener conto dell'interazione tra gli interlocutori. Se pensiamo che in una conversazione si parla a

turno, possiamo distinguere tre tipi di interruzioni. Ci sono interruzioni interne ad un turno di

parola, altre si verificano nei passaggi di turno, e altra ancora sono dovute al fatto che nessuno

prende la parola e la conversazione scivola nel silenzio. Le pause sono l'interruzione dentro il turno,

gap quella tra turni e lapse quella in cui gli interlocutori concorrono a mantenere il silenzio. Spesso

sono cognitive, dovute al fatto che chi parla si ferma a pianificare il discorso con l'intento di

renderlo adatto ai contenuti da esprimere o di adeguarlo al contesto. Solitamente le non-fluenze

sono orientate in avanti, a ciò che si sta per dire. Mentre le pause all'indietro a ciò che si è detto.

Ambiguità del silenzio → Il silenzio è un segnale strutturalmente ambiguo. Può avere senso

costruttivo, come quando è usato per esprimere consenso, intesa, intimità, per aprirsi all'altro e

autorivelarsi o per esprimere la forte concentrazione su un contenuto ideativo o affettivo. In senso

distruttivo dice il contrario: dissenso, chiusura, dispersione mentale. Altri segnali o elementi del

contesto possono aiutare a sciogliere l'ambiguità. È un segnale cui si ricorre quando non si vuol

prendere posizione. È tipico delle culture occidentali trattare il silenzio come una minaccia: non

tolleriamo che si stia zitti nel corso di una comunicazione. Ci sono contesti istituzionali in cui è

previsto che alcuni tacciano. Ci sono culture orientali in cui il silenzio è visto come una risorsa:

vuol dire che si medita, si ascolta, si armonizza con gli altri. Da noi il dialogo funziona se c'è stato

un flusso continuo di discorsi, altrove sono le pause a dare l'impressione di dialogo riuscito.

La qualità della voce

Qualità della voce e vocalizzazioni → I vari segnali vocali non verbali differiscono per due

caratteristiche fondamentali: la stabilità e i legami con la produzione linguistica. Alcuni tendono a

restare costanti nel corso della conversazione indipendentemente da quel che si dice, altri variano.

Trager distingue tra qualità della voce e vocalizzazioni. La distinzione non è netta, la qualità della

voce risente dei discorsi e le vocalizzazioni concorrono a formare la qualità della voce.

Che cosa inferiamo dalla qualità della voce? → Traiamo parecchie informazioni dalla qualità della

voce di chi parla, per stabilire quali, empiricamente possiamo chiedere ai soggetti di decodificare i

segnali vocali non verbali che caratterizzano le voci. Una tecnica consiste nell'adoperare filtri che

eliminano le frequenze più alte impedendo la comprensione del linguaggio. Le ricerche indicano

che gli ascoltatori dalla qualità della voce inferiscono due ordini di informazioni: sulla persona che

parla e sul contesto in cui parla.

Voce e persona → La voce è un tratto distintivo individuale. Funziona da indizio nella percezione

interpersonale, ci formiamo impressioni su chi incontriamo. Ci basiamo anche su altri segnali della

comunicazione e su ciò che l'altro fa, ma la voce è da sola una ricca fonte di informazioni (l'età, il

sesso, la provenienza, il gruppo etnico, la classe sociale). È empiricamente dimostrato che gli

interlocutori riescono in genere a smascherare i parlanti giudicandone con accuratezza l'origine. La

ragione è che, mentre è relativamente facile imitare una parlata diversa dalla propria sul piano

strettamente linguistico, è difficile modificare gli aspetti non verbali dell'eloquio. Dalle ricerche

risulta che alcuni tratti di personalità sono più riconoscibili di altri dalla voce e che nel riconoscerli

ci si basa su indizi precisi. Il fatto che azzardiamo tanto tentando di ricavare informazioni sulle

persone dalla voce non significa che le nostre impressioni rispondano al vero. Come hanno messo in

evidenza le ricerche sull'accuratezza della percezione interpersonale, in generale quando cerchiamo

di capire gli altri da indizi, senza conoscenza approfondita, spesso sbagliamo.

Voce e contesto → Ci sono tratti della voce di una persona stabili, ma ce ne sono altri che variano

da un episodio di comunicazione all'altro in funzione del contesto. Molte ricerche si sono occupate

di come la voce fornisce informazioni sulle emozioni provate dal parlante. Le emozioni su una

persona si possono riconoscere basandosi esclusivamente sulla qualità della voce, delle ricerche

dimostrano che c'è corrispondenza tra emozioni e caratteristiche della voce, ma tuttavia è facile

sbagliarsi. In generale è più facile decodificare le emozioni negative e lo stesso avviene se si cerca

di interpretare le emozioni a partire dalle espressioni del viso. Probabilmente il fenomeno affonda le

radici nell'evoluzione biologica: per la nostra sopravvivenza è più importante accorgersi se un altro

è in preda a un'emozione negativa, in quanto potrebbe rappresentare per noi una minaccia. Sembra

che si confondano più facilmente le emozioni simili per grado di attivazione, a prescindere dal fatto

che siano positive o negative. La qualità della voce fornisce informazioni più che altro sull'intensità

dell'emozione provata da chi parla. Alcune confusioni, specie quelle riscontrate nelle ricerche

interculturali, possono dipendere dal fatto che le persone definiscono in modo diverso le emozioni.

Ci si è interessati a come la voce manifesta gli atteggiamenti interpersonali di chi parla, cioè il

modo in cui si pone nei riguardi dell'interlocutore o degli interlocutori. La voce, assieme alle

espressioni del viso e altri segnali non verbali, esprime efficacemente gli atteggiamenti

(amichevole-ostile, dominante-sottomesso). La voce funziona anche da metasegnale sulla

comunicazione in atto. È anche un indicatore dell'atteggiamento verso i contenuti del discorso. In

questi casi la voce opera di solito in stretto rapporto con il linguaggio.

Segnali vicivo-cinesici

L'aspetto esteriore → Tutto ciò che concorre a presentare l'immagine dell'individuo agli occhi degli

altri. Ha due componenti fondamentali.

-Aspetto fisico. L'altezza, il peso, la conformazione del corpo, il colore e lo stato della pelle,

l'entità, la distribuzione e il colore di peli, capelli e barba, i lineamenti del viso, il colore degli occhi

determinano il modo in cui una persona appare fisicamente. L'aspetto fisico può essere poco

controllato dall'individuo. Fornisce informazioni sull'età, sesso e razza delle persone, oltre che sullo

status sociale. Dall'aspetto fisico riconosciamo abitualmente le persone grazie principalmente ai

lineamenti del viso. Dall'aspetto fisico inferiamo anche la personalità, è quel che accade nel caso

delle prime impressioni, quando formuliamo un giudizio superficiale su qualcuno che abbiamo

appena visto e che non conosciamo a fondo. Una fonte di informazioni è la conformazione fisica. Di

fatto però non c'è correlazione significativa tra conformazione fisica e personalità, è però una teoria

ingenua molto diffusa. Sebbene non c'è una correlazione significativa, una debole correlazione tra

somatotipo e tipo psicologico c'è. Probabilmente la nostra conformazione fisica influenza le

aspettative che gli altri si formano su di noi e il modo in cui ci trattano e conseguentemente, per

effetto di profezie che si autoadempiono, i nostri comportamenti. Il viso può essere un'altra fonte di

informazioni sulla personalità. L'aspetto fisico non fornisce informazioni solo agli altri, ma anche

all'individuo stesso, che costruisce il sé grazie all'autopercezione.

-Abbigliamento. Inteso anche come tutto quanto dell'aspetto esteriore che è facilmente

controllabile e manipolabile dall'individuo. Non c'è netta separazione tra aspetto fisico e

abbigliamento. È un importante indicatore di status sociale. Fornisce informazioni sul sesso e

sull'età. Quando le persone indossano gli abiti tradizionali del proprio popolo ci danno informazioni

sulla cultura di provenienza. I distintivi sono accessori che svelano aspetti dell'identità sociale delle

persone. Il fatto che l'abbigliamento segnali lo status e aspetti dell'identità degli individui ha valore

funzionale: consente di interpretare immediatamente i contesti di vita sociale e di prevedere le

interazioni e serve anche a mantenere i rapporti, specie i rapporti di potere, in seno alla società

conservandone la struttura. Proprio perché è socialmente regolamentato, l'abbigliamento è in grado

di fornire informazioni su un aspetto della psicologia individuale: l'atteggiamento verso le norme

sociali e la cultura dominante. Svela a volte quanto una persona tiene all'immagine e se è capace di

curarla in funzione dell'effetto prodotto sugli altri. Dall'abbigliamento non ricaviamo solo

informazioni sull'atteggiamento verso le norme e la cultura, ma anche su altri tratti della personalità.

Almeno è quel che accade nelle prime impressioni, in assenza di altre informazioni. Nelle società

complesse l'abbigliamento di una persona cambia continuamente. Nel corso di un episodio di

comunicazione è un fattore che resta costante, ma sono possibili piccole modifiche che spesso

hanno funzione discorsiva. L'abbigliamento, come l'aspetto fisico, comunica a se stessi, oltre che

agli altri. La soddisfazione provata controllandosi allo specchio contribuisce all'autostima.

Importanti effetti psicologici dell'abbigliamento sono l'individuazione e la deindividuazione.

Produrre un certo aspetto esteriore può farmi sentire “proprio io”, quella persona unica e un po'

speciale che penso di essere. È vero che le persone si riconoscono principalmente dalla fisionomia o

dalla corporatura o dalla voce, ma l'abbigliamento sottolinea l'identità individuale. La

deindividuazione è l'effetto contrario: si diventa meno riconoscibili e si sparisce nell'anonimato.

La bellezza → All'aspetto esteriore è legata la bellezza di una persona. Esiste una bellezza interiore.

Ci sono ricerche dalle quali risulta che se ci piace il carattere di una persona, tendiamo a trovare

gradevole anche il suo aspetto fisico. Nonostante la bellezza interiore conti, l'aspetto esteriore pesa

più di quanto si possa credere; le persone belle esteriormente tendono a essere considerate belle

interiormente. Le persone si impegnano molto nello sforzo di apparire belle, intervenendo

sull'aspetto fisico e sull'abbigliamento. Nel caso delle donne invece il successo viene facilmente

attribuito più al suo aspetto che alle sue capacità. La stessa persona bella può avere dubbi in

proposito. La bellezza non ha lo stesso effetto sugli uomini e sulle donne. Gli uomini tendono a dare

più importanza al lato estetico (probabilmente il fenomeno è legato alla dominanza maschile, donna

come proprietà, con l'emancipazione anche le donne tendono a fare lo stesso). Sembra esserci un

diverso modo di percepire l'altra persona e di concepire i rapporti. La sensibilità alla bellezza varia

anche da un individuo all'altro. Gli HSM, i soggetti ad alto automonitoraggio, danno particolare

valore alla bellezza fisica del partner, mentre gli LSM, a basso automonitoraggio, danno più

importanza alle qualità interiori. Dalla bellezza di una persona inferiamo tratti di personalità. Opera

lo stereotipo “quel che è bello è buono”: soggetti di entrambi i sessi tendono ad attribuire a maschi e

femmine attraenti una serie di caratteristiche positive e predicevano loro un futuro migliore. Alla

persona bella non vengono attribuite indiscriminatamente tutte le caratteristiche positive, ma è

associata soprattutto ad abilità sociali, più debole è l'associazione con qualità intellettive e morali.

Profezie che si autoavverano contribuiscono a creare la verità dello stereotipo. I canoni estetici

dipendono dalla cultura e variano anche a seconda del momento storico. Certi criteri di bellezza non

si acquisiscono con l'esperienza ma sono innati. Ci sono degli standard universali di attrazione come

le fattezze infantili: l'evoluzione umana potrebbe essere il risultato del fascino esercitato dalle

fattezze infantili. L'attrazione per le fattezze infantili si spiega pensando all'importanza che hanno le

cure parentali nell'uomo. Il fatto che i piccoli piacciono spinge a occuparsene e fa da inventivo

biologico alla comune prassi della cura della prole. Un altro criterio universale di bellezza è la

prototipicità; Francis Galton ha supposto che i visi che ci piacciono riassumono i tratti ricorrenti nei

visi che vediamo, riconosciamo il viso ideale. Un esempio concreto di viso ci rappresenta il

concetto di viso. Abitualmente per arrivare a un concetto la mente deve lavorare, esaminando tanti

esemplari della categoria e astraendo. In questo caso ci basta guardare un unico esemplare per

afferrare immediatamente il concetto. Sebbene sia un canone universale, la prototipicità sfocia in

canoni di bellezza culturali. Il viso ideale dipende dai visi che ci circondano nel nostro ambiente.

La prossemica → Il termine è coniato da Hall, ed evoca l'idea di prossimità di una persona all'altra

ed è usato abitualmente per indicare lo studio di come le persone strutturano lo spazio, lo usano e

così facendo comunicano. Comunichiamo a seconda di come ci collochiamo nello spazio intorno a

noi, di come ci muoviamo al suo interno o di come entriamo in rapporto con le regioni che lo

compongono. Il comportamento spaziale comunica in quanto l'uomo non si muove semplicemente

nell'ambiente fisico, ma in un ambiente simbolico che, per la presenza di oggetti e di persone, per i

rapporti affettivi tra l'individuo e ciò che lo circonda e in forza di norme socio-culturali, è carico di

significati. In una cultura diversa dalla nostra dobbiamo stare attenti a dove ci mettiamo e a come ci

muoviamo, dato che gli spazi possono avere significati che ignoriamo.

LA TERRITORIALITA' NEGLI ANIMALI. I comportamenti territoriali sono una parte importante

della prossemica. Ci sono somiglianze tra i comportamenti territoriali dell'uomo e degli animali

studiati dagli etologi. Molti animali occupano territori individuali o famigliari o di gruppo, li

marcano con segnali acustici o visivi o olfattivi e li difendono dagli intrusi. Ci sono territori

multifunzionali dedicati a specifiche attività. A volte i territori sono permanenti, occupati per tutta la

vita, altre annuali o stagionali o occupati per brevi periodi (minuti). Dal territorio vero e proprio si

distingue l'area familiare (home range), che è lo spazio entro i cui confini l'animale è abituato a

muoversi. Mentre dal territorio gli estranei sono esclusi, nell'area familiare la loro presenza può

essere tollerata. Di solito i territori formano la parte centrale dell'area familiare, il cuore privato che

l'animale custodisce e difende. Possedere un territorio è vantaggioso, perché consente di svolgere

indisturbati le attività e di operare in un ambiente noto trovando con facilità cibo, ripari etc. Ha però

dei costi: occorre lavoro per marcarlo e difenderlo e difendendolo si corrono rischi. Gli animali

occupano territori solo se il calcolo costi-benefici è favorevole. Possedere territori ha vantaggi a

lungo temine: popolamento e sfruttamento ottimale dell'habitat, diminuzione dei conflitti.

TERRITORI PERSONALI. Le persone tendono ad avere spazi propri. Alcuni sono territori stabili,

altri temporanei. Sono territori personali anche piccole porzioni di spazio o oggetti. A seconda di

come ne viene percepito il possesso si possono distinguere territori primari, di cui ci sentiamo a

pieno titolo possessori, territori secondari, accessibili anche ad altri, ma molto controllati da noi e

territori pubblici, su cui si ha momentaneamente diritto, ma a cui non si è legati. L'invasione di un

territorio primario è ovviamente quella che suscita le maggiori reazioni, ma può farci soffrire anche

l'invasione di un territorio secondario o pubblico. Ci sono spazi che somigliano alle aree familiari

descritte dagli etologi. Tendiamo a considerare nostro uno spazio per il solo fatto che lo usiamo

abitualmente. Le persone marcano i territori personali scrivendo nomi, lasciando oggetti personali o

dando al luogo un'impronta visibile per il modo in cui sono tenute le cose. Come negli animali, i

territori assicurano l'accesso a risorse e lo svolgimento agevole di attività abituali. Vale anche per

l'uomo il principio che territori definiti riducono il tasso di conflittualità. Nell'uomo però acquistano

una funzione psicologica che trova scarso riscontro negli animali, se non a livello di primati: serve

alla privacy, a provare il piacere di stare soli o con pochi senza essere osservati e disturbati. Il

bisogno di privacy è legato all'attività di costruzione sociale. Va tenuto presente che i territori

personali possono essere invasi non solo entrandoci, ma anche con lo sguardo, odori, suoni etc.

SPAZIO PERSONALE E DISTANZA INTERPERSONALE. Mentre i territori personali sono

luoghi geografici, lo spazio personale accompagna l'individuo ovunque va. Gli etologi parlano di

territorio al seguito (moving territory). Lo spazio personale è come una bolla trasparente che un

organismo mantiene tra sé e gli altri. Per rispettarlo gli altri devono evitare di entrarci mantenendo

le opportune distanze interpersonali e cercare di non invaderlo con suoni, odori, sguardi o altri

mezzi. Non tutti gli animali hanno territori al seguito. Lo spazio personale ha funzione di difesa:

controllando che gli altri non lo invadano ci sentiamo sicuri nei riguardi di minacce fisiche e

psicologiche. Lo spazio personale ha anche funzione di regolazione dell'intimità e di

comunicazione. Lo spazio personale è elastico e non è unico. A seconda del rapporto che abbiamo

con l'altro e delle circostanze teniamo distanze interpersonali diverse. Hall distingue 4 distanze, 4

zone che circondano l'individuo.

-Distanza intima. Tipica dei rapporti stretti e delle situazioni di vicinanza psicologica. A distanza

intima è facile toccarsi, si possono sentire il calore del corpo, gli odori, il respiro dell'altro, si può

parlare sottovoce. Si vedono dettagli del corpo che diversamente non si vedono. Le immagini

appaiono deformate e bisogna fare un certo sforzo per metterle a fuoco, dato che gli occhi devono

convergere su qualcosa di vicino. Ammettere qualcuno nella zona intima è una concessione: ci si

espone e bisogna anche fare sforzi percettivi. (45 cm)

-Distanza personale. L'altro si può ancora afferrare con facilità e se ne colgono dettagli, ma

occorre una voce moderata per parlarsi e non sono percepibili calore corporeo, respiro e odori.

Tipica distanza delle normali conversazioni informali. (45-120 cm)

-Distanza sociale. È la distanza dei rapporti più formali. Non si può arrivare a toccarsi, certi

dettagli del corpo non sono visibili, si parla con forza vocale normale. (120-360 cm)

-Distanza pubblica. A questa distanza ci si può sottrarre al rapporto e fuggire se ci si sente

minacciati. Non c'è coinvolgimento. (360-750 cm)

Non sempre la distanza interpersonale può essere regolata come si vuole, perché ci sono situazioni

in cui è inevitabile stare vicini ed in questi casi le persone cercano di allontanarsi a livello

psicologico, adoperando vari segnali di distanza (postura tesa e mani aderenti ai fianchi, se si entra

in contatto ci si irrigidisce). La voce tende ad essere fredda e moderatamente amichevole. I discorsi

vertono su argomenti che non coinvolgono personalmente gli interlocutori. Nel complesso ci si

sforza di essere più parti dell'ambiente che persone. Le situazioni in cui si è costretti a stare vicini

fanno capire che la distanza interpersonale non è definita solo dallo spazio fisico che divide le

persone. Sul piano psicologico la distanza interpersonale dipende anche da come ci si guarda, dalla

postura, dalla voce, da quel che si dice. Significative sono le differenze culturali.

L'ORIENTAZIONE. Le persone possono orientarsi in vario modo le une rispetto alle altre.

Convenzionalmente si considera l'angolo formato dalle perpendicolari rispetto al piano frontale del

corpo. Abitualmente si bada al corpo, senza tener conto delle situazioni in cui il viso e lo sguardo si

orientano in altre direzioni. Può esserci poi un'orientazione frazionata, con parti del corpo rivolte

diversamente rispetto all'interlocutore. L'orientazione fianco a fianco (0°) è tipica dei rapporti di

amicizia o di intimità, e delle interazioni cooperative. L'orientazione faccia a faccia (180°) consente

di controllare l'altro e di invaderne più facilmente lo spazio personale. È tipica delle situazioni di

competizione o di contrattazione e in genere nei rapporti formali, oltre che in contesti di intimità. La

posizione laterale (90°) è frequente quando si è seduti. Orientazioni oblique ad angolo acuto sono

comuni nei gruppi di discussione. Le persone tendono a scegliere l'orientazione più consona al tipo

di rapporto che si aspettano o desiderano instaurare. Si riscontrano differenze culturali.

La postura → E' la posizione del corpo tenuta durante la comunicazione. Ci sono alcune dimensioni

fondamentali lungo le quali la postura può variare e che sembrano universali. La dimensione

tensione-rilassamento si manifesta a un estremo con arti simmetrici, capo e mani composti e

all'opposto con arti asimmetrici, capo inclinato da un lato e mani abbandonate. Segnala rapporti di

dominanza-sottomissione o differenze di status o il grado di formalità dell'incontro. La dimensione

apertura-chiusura (immediatezza) si manifesta protendendosi in avanti o tirandosi indietro,

aprendo braccia e gambe o serrandole. Dice attrazione o repulsione per l'altra persona o interesse o

disinteresse per ciò che dice o consenso o dissenso. La dimensione erezione-rannicchiamento

segnala dominanza o sottomissione. Queste posture somigliano ai comportamenti di minaccia e

sottomissione degli animali. Le posture possono segnalare emozioni, o meglio l'intensità di

un'emozione. Spesso però dalla postura capiamo qual è l'emozione provata. Durante una

conversazione gli interlocutori assumono un numero limitato di posture, generalmente da 1 a 4.

Forniscono informazioni agli altri anche i cambiamenti di queste. Di solito assieme ad esse

cambiano le orientazioni e, se un interlocutore cambia posture e orientazioni, anche gli altri

cambiano correlativamente. I cambiamenti sono poco o tanto legati al discorso. A volte le posture

rappresentano plasticamente le idee di chi parla, il suo punto di vista in una discussione. A volte le

persone tendono ad imitare l'una la postura dell'altra e sembra lo facciano quando si trovano

simpatiche e sembra che vedere una persona che imita la nostra postura ci induca a pesare che le

siamo simpatici. Si riscontra una tendenza a imitarsi anche in altri segnali non verbali e nel

linguaggio, ma anche alla disponibilità sociale di fondo dell'essere umano e alla cortesia. Molte

posture sono soggette a norme socio-culturali. Sono significative le differenze culturali.

I gesti → Sono i segnali prodotti con i movimenti del corpo. Sono molti e importanti, come

suggerisce il fatto che una parte consistente del cervello è impegnata nel loro controllo. TIPI DI

GESTI. Distinguere i gesti in categorie è essenziale per analizzare e capire la comunicazione

gestuale, ma non è semplice. Varie classificazioni e terminologie significative sono state proposte,

ma nessuna è pienamente soddisfacente. Conviene distinguere tre tipi fondamentali di gesti.

-Gesti funzionali al discorso. Kendon sostiene che sono tutt'uno col parlare, hanno senso solo nel

contesto della comunicazione verbale e concorrono alla sua riuscita, mentre i gesti semioticamente

autonomi sono capaci di veicolare da soli significati paragonabili a quelli del linguaggio. Rientrano

i regolatori e gli illustratori della classificazione di Ekman e Friesen. I gesti regolatori sono

adoperati per controllare l'andamento dell'interazione verbale. Scegliendo un determinato gesto ed

eseguendolo in un dato modo si riesce a modulare finemente la regolazione dell'interazione in

ragione del discorso e del contesto. I gesti non sono gli unici segnali adoperati per regolare

l'interazione. Concorrono a questa funzione altri segnali non verbali, sia visivo-cinesici, sia uditivo-

vocali, come modulazioni dell'intonazione e interruzioni dell'eloquio. Vi concorrono anche segnali

verbali. I gesti illustratori sono quelli che si fanno costantemente mentre si parla e che supportano i

discorsi. Kendon li chiama gesticolazioni e McNeill gesti rappresentazionali. Ci sono culture in

cui quando si parla si gesticola molto e altre in cui si tende a muoversi di meno. Nonostante queste

differenze di intensità, l'uso dei gesti illustratori è universale. I gesti illustratori non si limitano a

colorire e ribadire quel che si dice: trasmettono molte informazioni non contenute nei discorsi e

possono anche contraddirli. La ragione per cui questo avviene è che sono come una finestra

sull'attività cognitiva del parlante. Sembra assodato che i gesti illustratori siano parte integrante del

lavoro mentale di pianificazione del parlato. Sono al tempo stesso strumenti che la nostra mente

adopera in alcune operazioni di pianificazione del parlato e manifestazioni esteriori di queste

operazioni. I discorsi sono sempre riduttivi rispetto a ciò che il parlante vorrebbe comunicare,

perché dal senso al messaggio linguistico formulato c'è perdita d'informazione. I gesti fanno

recuperare qualcosa dell'informazione perduta. I gesti illustratori si possono distinguere a seconda

della fase del processo di pianificazione in cui intervengono. McNeill distingue tra gesti

proposizionali, che fanno parte del processo di ideazione e contribuiscono a definire la struttura

profonda di senso, e non proposizionali, che intervengono più avanti, nella messa a punto del

messaggio. I primi sono dentro il pensiero, gli altri proiettati verso la comunicazione. Considera tre

tipi di gesti proposizionali. Gli iconici rappresentano analogicamente, con raffigurazioni spaziali o

movimenti, contenuti concreti del discorso. I gesti metaforici rappresentano in modo figurato

concetti astratti. I deittici sono i gesti che indicano qualcosa o qualcuno. Sono gesti non

proposizionali i beats, piccoli colpi menati su e giù o avanti e indietro con una o entrambe le mani;

servono a enfatizzare parti del discorso (batons=bacchette) altri (rhytmhics) fanno da sfondo a

eventi ritmici o conferiscono ritmo al discorso. Sono non proposizionali anche i gesti coesivi, che

contribuiscono a far percepire il discorso come un tutt'uno. I gesti individuati forniscono

informazioni su come il parlante elabora i contenuti e su come si sforza di comunicarli. Ci sono

però altri aspetti importanti della pianificazione del parlato sottolineati da Rimé; chi parla non tratta

freddamente i contenuti dei propri discorsi, ma ha un rapporto affettivo. Molti gesti illustratori ci

informano sugli atteggiamenti che il parlante ha nei riguardi dell'universo del discorso e sugli

atteggiamenti che vorrebbe avesse l'interlocutore. La pianificazione del discorso implicacalcoli e

decisioni per adattare il discorso al contesto sociale e per gestire il rapporto con l'interlocutore.

Anche di queste operazioni i gesti illustratori sono spia tra gesti topic, centrati sui contenuti ideativi,

e gesti interattivi, centrati sul rapporto interpersonale (gesti ideazionali e gesti relazionali).

Schematicamente ci sono tre ambiti in cui il parlante si trova a operare: i contenuti ideativi, il

messaggio adoperato per comunicarli e le relazioni che si instaurano tra sé e i contenuti, tra sé e il

messaggio e tra sé e l'interlocutore. Molti gesti illustratori hanno a che fare con il terzo ambito. Una

terza categoria dei gesti relazionali che sono non solo alla relazione interpersonale, ma anche alla

relazione tra persone da una parte e idee discorsi dall'altra. Gesti metacomunicativi nel senso che

comunicano sul senso che pensare e dire quei contenuti ha per gli interlocutori e di come evolve la

comunicazione tra loro. Il confine tra gesti illustratori e gesti regolatori sfuma: i gesti regolatori

possono essere considerati un tipo particolare di gesti relazionali.

-Gesti autonomi. Sono gesti che hanno senso indipendentemente dai discorsi. Si possono tradurre

in parole, anche se, la traduzione non sempre si può fare o per lo meno non efficacemente.

Accompagnano il parlato, ma vengono anche usati da soli, in sostituzione del linguaggio.

Ricorriamo ai gesti quando vogliamo dare enfasi a quel che diciamo. I gesti hanno una carica

emotiva che alle parole manca, sono più incisivi e immediati e il fatto stesso di usarli al posto delle

parole attira l'attenzione. Ci sono poi situazioni in cui delle barriere impediscono di servirsi del

parlato. Anche i sordomuti devono per necessità ricorrere ai gesti, e si ricorre anche quando gli

interlocutori non conoscono l'uno la lingua dell'altro. Va tenuto presente che un gesto può sostituire

un intero enunciato. Alcuni gesti, detti olofrastici, di per sé equivalgono a una frase semplice. La

maggior parte dei gesti però indica solo un concetto, esprimibile linguisticamente con una parola. I

gesti autonomi possono essere classificati a seconda di come è prodotto il significato. I gesti mimici

imitano il referente, lo rendono presente alla mente dell'interlocutore mediante una riproduzione,

una raffigurazione o una messa in scena (pantomima, caratteristica rilevante, distintiva, facile da

rappresentare). Per rappresentare concetti astratti di solito, anziché imitare la realtà concreta, ci

rifacciamo al sapere codificato della tradizione. Le azioni si rappresentano ripetendone componenti

o in assenza degli oggetti con cui si compiono. Gesti mimici possono essere inventati sul momento.

Molti però sono standardizzati e adoperati ripetutamente nella stessa forma dalle persone di una

cultura o subcultura, hanno cioè un certo grado di convenzionalità. Emblemi o gesti simbolici non

sono percepiti come imitazioni di ciò che indicano: sono convenzionali e il rapporto con il referente

per chi li usa è arbitrario. Gli emblemi derivano da gesti mimici. In origine evocavano il significato

mimando qualcosa, col tempo il senso mimico originale si è perso e si è continuato ad associare

gesto e significato per tradizione senza aver chiaro perché. Per risalire all'origine occorre scavare

nella storia culturale, raccogliendo prove e impegnandosi in una difficile opera interpretativa.

-Gesti emotivi. Ci sono gesti legati alle emozioni, più che alla comunicazione di specifici contenuti.

Alcuni manifestano emozioni. Il viso esprime molto meglio le emozioni, ma i gesti sono più

rivelatori: controlliamo abbastanza bene le espressioni del viso da riuscire a mascherare

un'emozione, mentre i movimenti del corpo, specie degli arti inferiori, tendono a sfuggire al

controllo e lasciano trasparire lo stato emotivo. Sono emotivi anche i gesti adattatori che, piuttosto

che esprimere emozioni, servono a controllarle e ad adattarsi così alle situazioni. Si distinguono

solitamente in self-adaptors, effettuati su di sé, alter-adaptors, diretti su qualcun altro e object-

adaptors, diretti su oggetti. I confini tra un tipo e l'altro sono spesso sfumati.

AMBIGUITA' E CONTESTO. I gesti solitamente sono ambigui e per decodificarli abbiamo

bisogno di altre informazioni, tratte da altri segnali non verbali, dai discorsi o dal contesto. È

l'insieme che ne definisce il senso, il processo mentale di lettura dei gesti richiede sia un movimento

bottom-up, a partire dai dati, sia uno top-down, che integra i dati sulla base delle conoscenze. I gesti

sono ambigui perché lo stesso gesto può assumere significati diversi. Ci sono poi gesti apparentati,

che si somiglia e differiscono per caratteristiche a volte sottili. DIFFERENZE CULTURALI.

Esistono pochi gesti universali. Tra questi ci sono i gesti deittici (indicare, minacciare). Bisogna

tener presente però che un conto è ritrovare uno specifico gesto presso tutti i popoli, altro è

rintracciare fondamenti comuni dei gesti, configurazioni e regole di base. Sembra che fondamenti

comuni sussistano nel caso dei gesti illustratori, che variano da individuo a individuo. C'è da

aspettarsi che gli emblemi, essendo convenzionali, siano plasmati significativamente dalla cultura.

Ci sono differenze di esecuzione, si tratta di diversi gesti appartenenti a una stessa famiglia, ma è

pur vero che è facile confonderli e che in un popolo che usa l'uno non ci sono gli altri. Molti

pensano che i cenni del capo per dire si e no siano universali, ma in realtà non è così.

Lo sguardo → SEGNALI DEGLI OCCHI. Lo sguardo è un potente mezzo di comunicazione e di

regolazione dei rapporti sociali tra gli individui. Gli occhi trasmettono informazioni in vari modi.

-Variazioni del diametro pupillare. Il diametro pupillare varia continuamente a seconda delle

condizioni di luminosità ma anche in ragione dell'impatto emotivo che gli stimoli esterni hanno sul

soggetto. Se ciò che vediamo suscita emozioni positive e provoca attrazione, le pupille si dilatano,

altrimenti, se per qualche ragione è motivo di repulsione, si restringono. E' come se regolassimo la

luce in ingresso in ragione di quanto le cose dell'ambiente circostante sono soggettivamente

guardabili o inguardabili. Lo facciamo automaticamente, involontariamente e inconsapevolmente;

indicatore sincero del nostro rapporto emotivo con gli stimoli esterni e può smascherare finti

atteggiamenti. Ricerche hanno dimostrato le reazioni pupillari emotive agli stimoli. Le pupille

reagiscono dilatandosi o contraendosi a seconda dell'attrazione e della repulsione suscitata dagli

stimoli, ma non è sufficiente per dire che le variazioni del diametro pupillare funzionano come

segnale nella comunicazione. Potrebbe trattarsi semplicemente di reazioni fisiologiche che passano

inosservate e che utilizzano gli psicologi per misurare le emozioni. Le prove empiriche

suggeriscono che il diametro pupillare funziona da segnale non verbale. Alla vista di pupille dilatate

si reagisce automaticamente, inconsapevolmente (pochi millisecondi) dilatando le pupille:

meccanismo di sincronizzazione delle reazioni emotive. Si può pensare che si sia sviluppato nel

corso dell'evoluzione in quanto ha valore adattativo (alla base della teoria del contagio emotivo).

-Movimento del globo oculare. Muoviamo gli occhi continuamente per orientare lo sguardo verso

punti diversi dello spazio intorno a noi. La direzione dello sguardo costituisce un segnale

importante. Eibl-Eibesfeldt ha avanzato l'ipotesi che il bianco degli occhi (sclere) eccezionale in

altri primati, si sia evoluto per facilitare la percezione della direzione. Sta di fatto che grazie al

bianco degli occhi per noi è facile capire dove guardano gli altri. Dirigere lo sguardo può avere

funzione deittica. Nelle interazioni dirigiamo frequentemente lo sguardo sia verso le altre persone,

sia verso i centri comuni di interesse, anche semplicemente per tenere sotto controllo la situazione e

coordinarci. Quando si conversa i movimenti degli occhi servono a regolare lo scambio e a illustrare

i discorsi. Accanto a sguardi diretti verso persone o oggetti ci sono sguardi di sfondo. A meno di

chiudere gli occhi, da qualche parte orientiamo lo sguardo, anche se non guardiamo nulla in

particolare. Uno sguardo proiettato in avanti dà l'idea che si è orientati a una meta e può suggerire

sicurezza di sé, etc. L'alto, diversamente dal basso, è connotato positivamente e legato a idee come

superiorità, eccellenza, trascendenza etc. Probabilmente dirigere lo sguardo verso l'emispazio destro

o sinistro è indice di un diverso atteggiamento cognitivo, più analitico e razionale in un caso, più

globalizzante, intuitivo ed emotivo nell'altro. Sebbene i due emisferi cerebrali collaborino alle

attività mentali, c'è asimmetria funzionale. Quando svolgiamo attività che impegnano

maggiormente l'emisfero sinistro, come lavorare su testi o risolvere problemi verbali o logici,

tendiamo a guardare a destra, mentre in attività come la soluzione di problemi spaziali, a sinistra. È

plausibile che nel corso dell'evoluzione si siano sviluppati processi mentali automatici per

decodificare l'orientamento destro o sinistro dello sguardo di sfondo e inferire il tipo di attività

cognitiva dell'altro. Quando si distoglie lo sguardo da qualcuno, si passa a uno sguardo di sfondo e

le persone hanno un lato preferito. La preferenza risulta correlata a differenze di personalità. La

direzione a volte è dettata da esigenze di evitamento, ci disturba guardare altrove.

-Movimenti delle palpebre e mimica perioculare. Mediante i movimenti delle palpebre possiamo

chiudere o aprire gli occhi in modo più o meno marcato. Le palpebre quando hanno un incremento

del ritmo segnalano tensione o eccitazione sessuale. La mimica della zona intorno agli occhi dice

molto: è questa che assieme all'apertura e chiusura degli occhi ci permette di qualificare lo sguardo.

GUARDARSI. Le persone si guardano spesso l'un l'altra e interagiscono. Guardarsi può essere

misurato vedendo quale percentuale del tempo passato assieme è occupata dagli sguardi che le

persone rivolgono l'una all'altra. L'intensità del guardarsi non può essere misurata sulla base della

quantità, occorrerebbe un calcolo ponderato degli sguardi, che tenga conto del peso relativo dei vari

modi che entrano in gioco. Si distinguono 4 modi di guardarsi. L'occhiata o sguardo breve dura

meno di 5 secondi ed è discreta. La fissazione oculare o sguardo prolungato dura di più e appare

evidentemente strategica o programmata, fissa una parte del corpo o squadra. Il contatto oculare

superficiale o sguardo reciproco consiste nel guardarsi l'un l'altro negli occhi brevemente, per 1-2

secondi e senza dare l'impressione di penetrazione. Il contatto oculare profondo dura di più e

penetra. L'intensità del guardarsi varia a seconda del contesto e della comunicazione in atto. È

decisivo il rapporto che c'è tra i partecipanti, anche se il loro grado di intimità non è predittivo

dell'intensità del guardarsi in una determinata situazione, perché entrano in gioco altre variabili. Il

guardarsi è solo uno degli indicatori del grado di intimità. Distanza interpersonale, postura,

orientazione, argomenti di conversazione sono tutti elementi in grado di segnalare maggiore o

minore intimità. Funzionano come un sistema dinamico, potendo essere sinergici o compensarsi a

vicenda. Le persone sanno calcolare il grado di intimità prodotto dal complesso dinamico di

indicatori, confrontarlo con l'intimità standard di quel rapporto e con l'intimità desiderata e regolare

di conseguenza il guardarsi. TRA SOCIEVOLEZZA E DISAGIO SOCIALE. Il criterio per stabilire

la dose di sguardi conveniente è il modello dell'equilibrio affiliativo, la dose di sguardi ritenuta

conveniente dipende dall'equilibrio che l'individuo trova in un conflitto motivazionale tra forze che

spingono a immergersi nella vita sociale e forze che spingono a starne fuori. Da un lato guardare gli

altri è socialmente vantaggioso e indispensabile per un essere che conduce vita sociale. Serve

raccogliere informazioni sulla vita sociale, non solo sugli altri e su ciò che accade, ma anche su se

stessi. Gli sguardi degli altri sono un veicolo importante dello specchio sociale, cioè delle immagini

di noi che gli altri ci rimandano e che utilizziamo per costruire il sé. Scambiare sguardi è un

passaporto per essere accettati e inserirsi in mezzo agli altri. Alle persone piace essere guardate,

purché non si superi una certa soglia. Lo sguardo è gratificante per varie ragioni. Anche gli altri

hanno bisogno dello specchio sociale per la conoscenza di sé. Guardarli vuol dire collaborare alla

loro costruzione sociale del sé. Guardare gli altri è più in generale segno di volontà di collaborare,

di allacciare rapporti amichevoli e fare cose assieme. Scambiare sguardi offre anche più probabilità

di successo nella presentazione del sé. Le persone che tendono a scambiare più sguardi con gli altri

sono giudicate più attive, socievoli, sicure di sé, mature, sincere, socialmente competenti. Guardare

gli altri può essere anche rischioso e bisogna contenersi. Interessante il fatto che non ci si guarda

mai per il 100% del tempo; anche se guardare è vantaggioso, qualcosa ci trattiene. Costa fatica

mentale e in poco tempo raccogliamo molte informazioni che la nostra mente deve processare. I

pochi dati che affiorano alla coscienza impegnano le elaborazioni consapevoli e le inconsapevoli

fanno nascere facilmente emozioni da controllare, con costi ulteriori. I problemi maggiori nascono

per il fatto che chi guarda un altro in genere viene visto a sua volta, facendo diventare il guardare un

segnale che vuol dire esporsi. Si può essere infastiditi perché si crea un'intimità indesiderata o

perché ci si sente minacciati. GLI SGUARDI NELLA CONVERSAZIONE. Durante la

conversazione gli sguardi illustrano i discorsi, servono a sincronizzarsi nei passaggi di turno e a

sollecitare e fornire feedback. Chi parla guarda l'altro meno di chi ascolta. La differenza viene

ricondotta alla diversa attività cognitiva che i due ruoli comportano. Probabilmente gli interlocutori

regolano il guardare anche per interpretare il ruolo di emittente e ricevente, marcando le parti e

dando così struttura alla conversazione. Di solito quando si inizia un colloquio ci si guarda negli

occhi: c'è un contatto oculare di apertura. Chi comincia a parlare distoglie lo sguardo

dall'interlocutore per riportarlo su di lui di tanto in tanto. La fine del colloquio è spesso segnata da

uno sguardo finale. MODI DIVERSI DI GUARDARE. Le donne tendono ad usare lo sguardo più

degli uomini. Le persone con più alto bisogno di affiliazione ricorrono di più allo sguardo, come gli

estroversi. Le persone sofferenti di schizofrenia manifestano avversione per il guardarsi. Ci sono

anche delle differenze culturali.

Le espressioni del viso → Il viso ha grande importanza nei rapporti sociali. Riconosciamo le

persone soprattutto dal viso e sembra che nel corso dell'evoluzione gli esseri umani abbiano

sviluppato meccanismi specializzati e strutture cerebrali apposite per il riconoscimento dei visi.

Contraendo i muscoli della faccia produciamo espressioni diverse e siamo in grado di inviare molti

segnali. I MOVIMENTI MIMICI DELLA FACCIA. La mimica facciale comincia a svilupparsi nei

primati, diviene significativa nelle scimmie antropomorfe e assume proporzioni straordinarie

nell'uomo. La mimica umana è resa possibile da una ricca muscolatura facciale che consente di

eseguire un significativo repertorio di movimenti controllandoli finemente. Lo studio dei movimenti

mimici della faccia risale al fisiologo francese Duchenne; il suo metodo era centrato sui muscoli,

anziché sul controllo nervoso esercitato. Un secolo dopo, lo psicologo svedese Hjortsiö condusse

studi dettagliati centrati sul controllo motorio. Le espressioni del viso sono spesso l'effetto di

combinazioni dei movimenti mimici fondamentali. Seguendo un metodo simile, Ekman e Friesen

hanno messo a punto il Facial Action Coding System, che analizza le espressioni del viso

scomponendole in unità di azione ognuna delle quali prodotta dalla contrazione di un solo muscolo

o di due o più. Lo studio dei movimenti mimici è utile, ma è illusorio pensare di trovare

corrispondenze rigide tra muscoli contratti e segnali espressivi. Il segnale dipende infatti anche dal

modo in cui avviene il movimento. È legato ad altri segnali non verbali concomitanti. ALCUNI

ATTI COMUNICATIVI DEL VISO. Ci sono segnali espressivi del viso che si possono considerare

atti comunicativi perché somigliano a enunciati del senso compiuto dal punto di vista pragmatico.

-Sorriso e riso. Appaiono apparentati ma non sono pienamente intercambiabili, si tratta di segnali

accomunati dall'uso. Si è supposto che siano gradi diversi dello stesso comportamento: il sorriso

sarebbe un riso a bassa intensità. Secondo Darwin nel corso dell'evoluzione a partire dal riso,

espressione primordiale di benessere e felicità, si è differenziato il sorriso, forma moderata del riso.

Tra i due comportamenti ci sono differenze significative e oggi prevale la convinzione che abbiano

diversa origine filogenetica. Il sorriso è un segnale assolutamente pacifico, teso a fugare ogni ombra

di aggressività, conferma il rapporto amichevole esistente o a mostrarsi disponibili a un rapporto

amichevole. È antiaggressivo e antigerarchico, segnale assolutamente pacifico. Ci sono il sorriso di

convenienza e il sorriso falso, fatto per ringraziamento o per altri secondi fini, e si riconoscono per

sfumature. In questi casi, anche se l'intenzione di chi sorride non è amichevole, il sorriso resta

comunque un segnale di per sé amichevole: è l'uso che se ne fa a essere diverso. Si sorride anche

per imbarazzo o per paura. In quanto segnale amichevole può funzionare: sorridendo mostriamo a

noi stessi e agli altri che nonostante le disavventure siamo fiduciosi che la vita sociale non verrà

turbata, che non rispondiamo aggredendo o sentendoci umiliarti, per cui tutto va bene. Anche il fatto

che possa sostituire la risata non smentisce la natura di segnale amichevole del sorriso. Il riso invece

contiene una componente aggressiva e gerarchica evidente, come nella risata di scherno o di trionfo,

o sfumata e appena percepibile come nella risata bonaria e innocente. Gli etologi tendono a

classificare il riso tra i segnali di minaccia. Anche il riso è capace di creare coesione sociale, tuttavia

la coesione interna ai due o al gruppo che ride è ottenuta a spese di una disarmonia esterna, di una

rottura con chi è oggetto del riso. Il riso è un segnale di minaccia sui generis, diverso dai segnali di

minaccia degli animali e da altri segnali di minaccia dell'uomo. Se da un lato minaccia, dall'altro

crea coesione. In un certo senso il riso è al tempo stesso segnale di minaccia e di reintegrazione

sociale. Le differenze psicologiche e funzionali tra riso e sorriso fanno pensare che si tratti di

segnali filogeneticamente distinti che nell'uomo hanno finito per convergere. Siamo all'ipotesi

contraria a quella di Darwin: l'evoluzione, anziché differenziare il riso e sorriso,li avrebbe

ravvicinati, producendo la parentela che si riscontra tra loro. Van Hooff ha individuato il precursore

filogenetico del sorriso nell'esibizione silenziosa a denti scoperi (SBT=silent bared-teeth display) o

faccia ghignante e il precursore del riso nell'esibizione rilassata a bocca aperta (ROM=relaxed open

mouth display), detta anche faccia giocosa. L'esibizione silenziosa a denti scoperti, riscontrabile in

vari primati, è un'evoluzione dell'esibizione rumorosa. L'esibizione rumorosa è un segnale difensivo

tipico delle situazioni in cui l'individuo si sente minacciato senza via di fuga: è una sorta di

controminaccia disperata. Col “sorriso” degli scimpanzè siamo quasi arrivati al sorriso umano,

salvo il fatto che gli scimpanzè sorridono agli amici per confermare l'amicizia, mentre gli esseri

umani sorridono anche agli estranei per proporre rapporti amichevoli.

-Saluto oculare. È un sorriso accompagnato da segnali degli occhi che ne precisano il senso,

aggiungendo alla manifestazione di amichevolezza un messaggio.

-Apertura e chiusura del viso. Se il capo va leggermente all'indietro con occhi e bocca spalancati,

il viso da un'espressione di apertura agli stimoli provenienti dal mondo esterno, se invece occhi e

bocca sono chiusi o semichiusi, specie se il capo si ritrae e il naso si arriccia, si ha un'impressione di

chiusura. Tutte e due le espressioni a volte si accompagnano a emissioni vocali. L'apertura del viso

esprime interesse, simpatia, consenso e partecipazione. La chiusura è un segnale di rifiuto.

-Mostrare la lingua. L'atto può essere ostile o amichevole. Nel primo caso la lingua viene spinta

lentamente in avanti o piegata in basso e mantenuta per un certo tempo protrusa. Quando l'atto è

amichevole invece tocca il labbro o viene spinta rapidamente dentro e fuori. La protrusione ostile

della lingua sembra sia universalmente diffusa, probabilmente deriva dall'atto di sputare. È un

segnale che può essere adoperato per minacciare, sfidare, insultare o scherzare, attaccando o

difendendosi da un attacco scherzoso. Le persone tirano fuori la lingua anche quando sono contente,

è come se volessero tener lontani gli altri così da evitare distrazioni. L'atto amichevole è

generalmente inconsapevole e deriva probabilmente dal leccare. È un segnale di attrattiva sessuale

adoperato nel flirt. Nei bambini rappresenta una richiesta di cure parentali e affetto. A volte indica

semplicemente che si sta gustando mentalmente un'esperienza piacevole. VISO, EMOZIONI E

CONTESTO. Alle emozioni, per lo meno alle fondamentali, corrispondono configurazioni

espressive tipiche. È più difficile riconoscere le emozioni deboli e le miste. Alle ricerche sulle

espressioni facciali delle emozioni sono state mosse varie critiche. I metodi adoperati presentano

serie difficoltà che possono falsare i risultati. Nel decoding è problematico sia ricorrere a

espressioni simulate, sia servirsi di espressioni reali di emozioni provocate esponendo a determinati

stimoli. Un altro problema è il linguaggio delle emozioni; le persone usano tanti termini per le

emozioni e non sempre si trovano d'accordo. Il difetto delle ricerche sulle espressioni facciali delle

emozioni sta nel fatto che sono artificiose, poco ecologiche. Nella vita reale non leggiamo le

emozioni degli altri basandoci su immagini statiche del viso e teniamo conto anche degli altri

segnali non verbali e del contesto. Raramente facciamo una data faccia solo per esprimere

un'emozione, le espressioni facciali sono messaggi confezionati in ragione non solo dell'emozione

ma anche del contesto. Siccome attraverso il viso gli altri leggono la nostra mente regoliamo le

espressioni facciali di conseguenza. Raramente ci lasciamo andare a esprimere un'emozione senza

tener conto del contesto. Può accadere così che l'emozione originaria si trasformi nell'espressione o

diventi mista. Se si assume un'ottica più ecologica, sembra errato l'approccio delle ricerche tese a

correlare emozioni ed espressioni del viso. Le espressioni del viso non sono il prodotto di emozioni,

ma di un complesso di fattori tra cui le emozioni. ESPRESSIONI DEL VISO E ATTEGGIAMENTI

INTERPERSONALI. Se un'emozione ha a che fare con qualcuno, esprimendola, esprimiamo il

nostro atteggiamento verso quella persona. Certe espressioni indicano chiaramente rapporti di

dominanza-sottomissione: l'espressione più indica senso di superiorità e audacia, l'espressione meno

senso di inferiorità e timidezza (spesso nei bambini). Il fenomeno si spiega pensando che chi fa

l'espressione più spesso basa la propria sicurezza su esperienze pregresse di vittoria. Entra in gioco

però anche la profezia che si autoadempie. L'espressione acqua cheta è una via di mezzo tra più e

meno, dato che il capo è chino timidamente in avanti, ma gli occhi, almeno di tanto in tanto,

guardano decisi in alto e di lato e le labbra si stirano accennando un sorriso. Segnala che sotto

un'apparente senso di inferiorità e timidezza covano senso di superiorità e audacia. MIMICA

UNIVERSALE E CULTURALE. Le espressioni del viso tendono a essere simili nelle diverse

culture. Molte sono universali. Quando un'espressione non è universale, vi si può riconoscere una

base universale, c'è una somiglianza di base tra come vengono espresse e lette le emozioni nelle

varie culture. Espressioni proprie di una cultura sono eccezionali e si possono nutrire dubbi sul fatto

che ne esistano. Varie espressioni del viso rappresentano adattamenti filogenetici e sono innate; la

conferma sta nel fatto che dopo il primo anno si modifica poco e si ritrova pressoché identica nei

ciechi. Certe espressioni sono acquisite con l'esperienza e si ritrovano dappertutto perché

dappertutto le persone fanno determinate esperienze (rifiuto infantile). Che un'espressione del viso

sia universale non significa che non risenta di influenze culturali.

Segnali tattili

Il canale motorio-tattile nell'uomo → Questo canale è importante nei primati non umani, specie

nelle comunicazioni con funzione sociale, sono segnali abitualmente adoperati per stabilire legami,

stringere alleanze, riappacificarsi. Nell'uomo il canale motorio-tattile ha un ruolo marginale. Nei

rapporti parentali le interazioni motorio-tattili hanno un certo peso, però non si arriva ai livelli degli

altri primati. Perciò nell'uomo divengono altrettanto importanti le interazioni visive e vocali.

Segnali di contatto → Il contatto tra due individui ha luogo abitualmente nel corso di

un'aggressione, nelle cure parentali o nei rapporti sessuali. I segnali basati sul contatto indicano

generalmente intimità e legame e conservano in parte questo significato anche quando sono usati

per regolare l'interazione verbale. Il contatto può segnalare legame anche in forza del suo potenziale

valore aggressivo. Toccare qualcuno in una parte vulnerabile del corpo è come dire il nostro

rapporto è tale che puoi essere sicuro che non ti farò alcun male. Se l'altro si lascia toccare,

conferma il rapporto di fiducia. I finti attacchi sono analoghi ad alcuni metasegnali di gioco che si

riscontrano nel regno animale e hanno una carica ludica che manca ai segnali basati sul contatto di

parti vulnerabili. Trasferire l'interazione sul piano ludico facilita il ripristino di un'intimità negata.

Alcuni segnali di contatto si usano solo in privato, altri anche in pubblico (spesso ritualizzati).

Segnali chimici

L'odore personale → Funziona da segnale chimico. L'odore che una persona emana è dovuto al

secreto delle ghiandole sudoripare che sono di due tipi. Le eccrine, diffuse su quasi tutto il corpo,

hanno un secreto acquoso pressochè inodore. Le apocrine hanno invece un secreto oleoso che

odora. L'odore che però abitualmente si sente è il risultato di trasformazioni che il secreto subisce

ad opera della flora batterica saprofita. L'odore di una persona dipende da un concorso di fattori,

dalle caratteristiche individuali di base della secrezione apocrina, che sono genetiche, alle variazioni

di secrezione dovute alle condizioni fisiologiche, alla pulizia e ad altri fattori che possono influire

sulla permanenza dei secreti e sulla flora batterica. L'odore personale può intervenire nel regolare la

distanza interpersonale e può essere un mezzo con cui invadiamo lo spazio personale altrui. Ci sono

prove che gli odori personali hanno effetto nell'attrazione per l'altro sesso. Nel secreto delle

ghiandole apocrine sia maschili che femminili si ritrovano ormoni maschili. Alcune ricerche

indicano che le donne sono più sensibili degli uomini all'odore del muschio e che sono

particolarmente sensibili a metà del ciclo mestruale, in prossimità dell'ovulazione. L'attrazione

esercitata sulle donne dall'odore degli ormoni maschili è inconsapevole. In alcuni casi l'odore

personale può intervenire anche nel riconoscimento individuale.

Quanto conta la comunicazione olfattiva? → Le ricerche suggeriscono che la comunicazione

olfattiva abbia un ruolo superiore a quanti si può credere, sebbene comunque marginale. Il canale

chimico è il più importante del regno animale e negli insetti sociali la società si regge sui segnali

chimici. Nell'uomo è evidente che la comunicazione si basa su altre modalità. Siamo lontani

dall'esperienza dell'attrazione umana nella sua complessità. Certamente l'odore è un importante

mezzo di riconoscimento personale nei primi giorni di vita. Per il resto della vita il viso, la voce e

l'aspetto sono gli elementi decisivi. Alcuni etologi hanno cercato di dimostrare che la

comunicazione olfattiva è importante nell'uomo come in altri animali. Poco più di un residuo

evolutivo. È il canale filogeneticamente più antico e con l'uomo si è ridimensionato.

DIFFERENZE INDIVIDUALI NELLA CNV

Abilità di lettura

Se si escludono condizioni patologiche tutti gli individui mostrano buona capacità di captare i

segnali non verbali e decodificarli. Tuttavia oltre una certa soglia si riscontrano differenze

individuali di abilità. Un test che consente di misurarle è il PONS (Profile of Non-verbal Sensitivity)

di Rosenthal, dove i soggetti HSM si rivelano più abili, essendo tesi a leggere le situazioni della vita

sociale per regolare la presentazione di sé. È possibile che l'esercizio di certe attività sviluppi

sensibilità alla CNV, e varia a seconda delle circostanze. Sembra che ognuno di noi sia capace di

graduare la lettura dei segnali non verbali e di volta in volta si attesti a livelli diversi di accuratezza.

Espressività

Da una persona all'altra varia l'espressività, cioè la tendenza a manifestare con la CNV i propri stati

interiori in modo facilmente leggibile per gli altri. L'espressività è un tratto stabile delle persone,

che si correla ad altri tratti di personalità, quali l'estroversione, l'impulsività, la dominanza, è

compromessa nell'autismo, nelle psicosi e nelle depressioni gravi, le persone espressive vengono

generalmente apprezzate.

Self-control espressivo

Tra le persone ci sono anche differenze nel self-control espressivo. Ciascuno di noi in qualche

misura si sforza di esercitare un controllo sui segnali non verbali emessi. Lo facciamo perché

teniamo all'autopresentazione e ci preoccupiamo dell'impressione che facciamo agli altri. Varia a

seconda delle situazioni. Ci sono persone però che mediamente hanno maggior self-control

espressivo di altre. Gli HSM, come sono attenti ai segnali non verbali in arrivo, sono attenti anche a

quelli emessi. Sembra che il self-control espressivo aumenti con l'età.

Differenze di genere

Un'abilità femminile? → Le donne mediamente prestano più attenzione degli uomini alla CNV e

risultano più abili nel comprendere e gestire i segnali non verbali.

Lo stile femminile → Tipico stile espressivo femminile. Le donne sorridono di più, guardano e sono

guardate di più, adottano distanze interpersonali minori, ricorrono più spesso a segnali di contatto,

fanno gesti meno vistosi e irrequieti e il loro eloquio tende a essere più fluente. Nel complesso lo

stile femminile sembra caratterizzato da socievolezza e attenta gestione della comunicazione.

Un effetto della dominanza maschile? → Le differenze di genere nella CNV possono essere

spiegate per effetto della dominanza maschile. In tutte le società note le donne sono in posizione

sociale più debole. Si può pensare che le differenze nella CNV siano un effetto diretto della

dominanza maschile. Essendo in posizione socialmente debole sarebbero portate a prestare

attenzione ai segnali non verbali per tenere sotto monitoraggio la realtà sociale intorno a loro. Per la

stessa ragione cercherebbero di evitare i conflitti mostrandosi amichevoli e di esporsi il meno

possibile. L'abilità e lo stile femminile nella CNV sarebbero semplicemente espressione del disagio

femminile nella società. La tesi del disagio sociale cozza contro un dato di fatto: le differenze di

genere nella CNV sono più marcate quando le donne comunicano con altre donne. È tratto di base

della personalità femminile che si potenzia quando ci si trova assieme tra donne. Più plausibile è la

tesi che le differenze di genere nella CNV siano dovute alla caratterizzazione sessuale, al fatto cioè

che, specie a partire dai 5-6 anni, gli individui si adeguano agli stereotipi di genere, comportandosi

come ci si aspetta da una persona di quel sesso. Un'ipotesi alternativa è che le differenze di genere

nella CNV abbiano radici biologiche. Le ricerche transculturali indicano che si ritrovano

sostanzialmente ovunque. Questo dato non contraddice la tesi che siano culturali, visto che la

dominanza maschile è ubiquitaria. Tuttavia la tendenza dei maschi a essere aggressivi e delle

femmine a essere accomodanti si riscontra precocemente, quando non è ancora iniziata la

caratterizzazione sessuale. Sembra che gli stereotipi si siano modellati culturalmente su un nocciolo

biologico. Le differenze nella CNV trovano riscontro in differenze neurofisiologiche tra maschi e

femmine. L'asimmetria funzionale degli emisferi cerebrali è meno marcata nelle donne. Le

connessioni interemisferiche sembrano più attive (corpo calloso più spesso). Le donne avrebbero

perciò maggiore capacità di integrare le informazioni non verbali con le linguistiche e le

informazioni relative ai contenuti della comunicazione con quelle sul contesto sociale.

LA NATURA DELLA CNV

Verso un inquadramento della CNV

Il dibattito sulla CNV → Studiare la comunicazione umana ha significato studiare il linguaggio. A

partire dagli anni '60 è cresciuto l'interesse per i segnali non verbali e si è sviluppato un consistente

filone di ricerche sulla CNV. Alcuni studiosi, nel tentativo di rivalutare un lato della comunicazione

lasciato in ombra rispetto al linguaggio, hanno enfatizzato il ruolo della CNV. Altri hanno espresso

riserve su quanto andavano sostenendo i fautori della CNV, facendo nascere il dibattito.

Comunicazione o comportamento? → I fautori della CNV avevano sottolineato la funzione

comunicativa dei movimenti del corpo, parlando di “comunicazione non verbale” o di “linguaggio

del corpo”. C'è chi ha paragonato la CNV al linguaggio e dimostrato che si tratta di autentica

comunicazione. Altri hanno seguito una via diversa: contrapporre la CNV al linguaggio e sostenere

che fa ciò che il linguaggio non riesce a fare. Il linguaggio serve a trasferire informazioni ed è alla

base dell'aspetto di report (notizia) della comunicazione senza la CNV non riusciremmo a stabilire

le posizioni dei rapporti reciproci. Rimé ne ha messo in discussione il ruolo comunicativo. Ha

prospettato una teoria cognitivo-motoria del comportamento non verbale: per produrre il linguaggio

abbiamo bisogno di muoverci oltre che di pensare ed è questa primariamente la funzione dei gesti e

degli altri movimenti di chi parla. È di un certo interesse il fatto che l'idea che i gesti siano legati

alla produzione linguistica è coerente con la teoria oro-gestuale dell'origine del linguaggio. I gesti

illustratori sono parte dell'attività cognitiva di pianificazione del parlato. Lo stesso si può dire per

gran parte della prosodia, della paralinguistica e di alcune espressioni del viso, sguardi e movimenti

del corpo. Molti comportamenti non verbali sono indiscutibilmente segnali prodotti per comunicare

e vengono adoperati anche in assenza di linguaggio. Il problema delle attività cognitivo-motorie

legate al linguaggio invita a porsi interrogativi di carattere più generale, già incontrati studiando la

comunicazione animale. Possiamo pensare che per esserci scopo comunicativo l'emittente debba

avere l'intenzione cosciente di comunicare. D'altra parte possiamo pensare che lo scopo

comunicativo ci sia ogni volta che l'emittente fa qualcosa che configura un segnale in uso, se non

intende comunicare. In quest'ottica non c'è bisogno di uno scopo soggettivo, presente alla coscienza

di chi comunica, basta lo scopo oggettivo, insito nel fatto che quel comportamento è un segnale.

Ogni comportamento è comunicazione? → La tesi che ogni comportamento è comunicazione è stata

sostenuta dalla Scuola di Palo Alto che lavorava in ambito clinico: l'interesse era capire se e come i

disturbi della comunicazione possano favorire o causare malattie mentali. Considerare ogni

comportamento comunicazione era di aiuto nella ricostruzione dei processi psicopatologici: i

sintomi potevano essere letti come messaggi inviati dai malati e la interazioni all'interno della

famiglia come complessi scambi comunicativi, che spesso svelavano difficoltà di comunicare e a

comprendere la comunicazione. Hanno elaborato un'ambiziosa teoria della comunicazione,

concepita come assiomatica, un sistema in cui gli enunciati si deducono da affermazioni di base

autoevidenti, gli assiomi. Il primo assioma “l'impossibilità di non comunicare”, si dà per scontato

che ogni comportamento è comunicazione. La tesi che ogni comportamento è comunicazione dilata

il concetto di comunicazione. Vengono a mancare quelle distinzioni necessarie alla ricerca

scientifica. L'influenza di un individuo sull'altro, il passaggio di informazioni da un individuo

all'altro e la comunicazione sono chiaramente cose diverse. Riflessioni inducono a distinguere tra

comportamenti interattivi (l'altro è influenzato da ciò che faccio), comportamenti informativi (l'altro

ne inferisce conoscenze) e comportamenti comunicativi, in cui c'è l'intenzione di comunicare o

comunque si impiega un codice, cioè un sistema di segnalazione preesistente.

Comunicazione senza codice? → La tesi mette in evidenza un limite dell'impostazione tradizionale

degli studi sulla CNV: si considerano soltanto i segnali che fanno parte dei sistemi e dei codici

abitualmente adoperati. Quando ci sono sia l'intenzione di comunicare, sia l'utilizzo di un codice,

non c'è dubbio che siamo in presenza di comunicazione. È possibile però che ci sia l'intenzione di

comunicare senza il ricorso a un sistema di segnalazione preesistente. Non è semplicemente il

ricevente a inferire conclusioni sulla base del comportamento dell'emittente. È l'emittente a usare

quel comportamento come segnale. Eppure non si fa uso di un sistema standard di segnalazione non

verbale. L'uomo, diversamente dalla maggior parte degli animali, ha coscienza della comunicazione

e delle relazioni di cui fa esperienza. Per comunicare può servirsi di codici esistenti o di codici

neoformati, generati nell'esperienza cosciente della relazione. La comunicazione interpersonale non

si comprende pienamente se non se ne coglie il carattere produttivo, creativo sul piano semiotico.

Lo scarto, l'allontanamento da una regola, è un metodo abitualmente adoperato per generare segnali.

Un altro è ripetere azioni compiute in passato e il cui ricordo ha un particolare significato.

Comunicazione subliminale? → L'uso di un sistema standard di segnalazione viene considerato

comunicazione anche quando è inintenzionale. Come nello studio della comunicazione animale,

vige anche per l'umana il criterio che basta lo scopo comunicativo oggettivo, implicito nello

strumento, perché ci sia comunicazione. Ci sono sistemi standard e codici riconosciuti dalle

persone, che sono entrati a far parte della tradizione culturale. Quando vengono usati

involontariamente, si genera un certo grado di consapevolezza della comunicazione. Altri segnali

non sono consapevolmente riconosciuti. Si tratta di sistemi di segnalazione naturali, programmati

dall'evoluzione biologica, ma non culturali, di cui le persone non hanno preso coscienza e che non

si apprendono e si tramandano. Questi segnali vengono codificati e decodificati attraverso processi

mentali automatici, per cui tutto resta al di sotto della soglia della coscienza. L'idea che possa

verificarsi una comunicazione inconscia può lasciare perplessi. Alla luce di ciò che sappiamo

dell'architettura della mente, visto che la gran parte delle elaborazioni sfuggono al controllo

cosciente e molte delle elaborazioni automatiche sono innate, non c'è nulla di strano. È plausibile

che la comunicazione non verbale subliminale esista. La percezione subliminale è evanescente,

principalmente perché i dati elaborati sotto il livello della coscienza non restano in memoria a

lungo. Possiamo pensare lo stesso per i segnali della comunicazione non verbale subliminale.

Tuttavia i segnali non verbali elaborati inconsapevolmente hanno più probabilità di lasciare traccia

degli stimoli subliminali. Le situazioni di comunicazione sono salienti per l'appraisal ed è facile che

segnali subliminali scatenino emozioni. Dalla comunicazione si ricava un'impressione senza avere

coscienza dei processi mentali che hanno generato quell'impressione.

Un codice analogico? → L'enfasi posta inizialmente sulla CNV ha spinto vari studiosi a

contrapporla al linguaggio, sottolineando ciò che ha di diverso e di peculiare. Una delle differenze

su cui si è insistito è che la CNV impiega rappresentazioni analogiche anziché digitali. Tende a

rappresentare le cose analogicamente, ma è sbagliato identificarla tout court con un codice

analogico. In alcuni casi è indiscutibile. Nella CNV però le rappresentazioni non sempre somigliano

all'oggetto. Per effetto delle differenze culturali un certo grado di convenzionalità è spesso presente

nei segnali della CNV, anche quando sono chiaramente rappresentazioni analogiche. Le convenzioni

culturali incidono ancora di più quando i gesti esprimono concetti astratti, in quanto fanno sentire la

loro influenza le diverse concezioni della realtà. Molti segnali non verbali, sebbene in origine

fossero rappresentazioni analogiche dell'oggetto, sono divenuti arbitrari, in quanto si è persa la

memoria del loro senso originario. Nella misura in cui non somigliano all'oggetto e tendono ad

essere convenzionali e arbitrari, i segnali non verbali perdono anche altre caratteristiche del codice

analogico. Per codificarli e decodificarli non basta più la conoscenza del mondo, ma occorre la

specifica conoscenza del codice. Bisogna condividere il codice.

Un sistema funzionalmente specializzato? → La CNV è stata contrapposta al linguaggio anche sul

piano funzionale. Si è detto che il dominio del linguaggio è la comunicazione simbolica, in cui si fa

riferimento alle cose del mondo, si esprimono idee, si argomentano, mentre la CNV è socio-

affettiva. La CNV si rivela efficace per esprimere emozioni e atteggiamenti interpersonali. Anche la

semplice coordinazione nei movimenti e nell'invio di segnali non verbali è capace di influire sulla

qualità della relazione. C'è una spiccata tendenza a coordinare i segnali non verbali, non solo

quando si comunica, ma anche quando si è semplicemente l'uno in presenza dell'altro. Ci si

coordina imitandosi, compiendo azioni complementari, mantenendo comunque sincronia. La CNV

è importante anche per la presentazione del sé, per gestire le impressioni che facciamo sugli altri.

L'efficacia della CNV nella funzione espressiva e nell'interpersonale si deve probabilmente


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AlexVolpe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguaggio e comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Colombo Lucia.

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