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Psicologia della comunicazione

Capitolo 1 - La psicologia

Breve storia della psicologia

Le origini

Il termine psicologia è un neologismo coniato in età umanistica a partire dalle parole greche psyché (anima) e lògos (discorso). Per gli umanisti che l’hanno coniato, il termine psicologia non aveva il significato che ha per noi: era un’efficace etichetta per indicare le riflessioni sull’animo umano. Oggi invece si intende lo studio scientifico (non filosofico) della mente o della vita interiore degli individui e dei loro comportamenti.

In età moderna comincia a farsi strada la distinzione tra ricerca filosofica e scientifica sulla mente. Wolff scrisse un’opera di psicologia empirica e una di psicologia speculativa, convinto che si trattasse di discipline distinte. A frenare lo sviluppo della psicologia scientifica hanno concorso anche remore ideologiche e religiose. Per il pensiero cristiano medievale era impensabile studiare l’uomo come fosse una parte qualsiasi della natura visto che era vicino a Dio.

Nella seconda metà del XIX secolo, vari fatti concorrono a far cadere le remore allo studio scientifico della mente. In Germania si accende la disputa tra meccanicismo, che considerava i fenomeni biologici e spirituali soggetti alle stesse leggi naturali di quelli fisici, e vitalismo, per il quale la vita e la mente appartenevano a un altro ordine di cose. Dopo la pubblicazione dell’opera di Darwin si afferma la teoria biologica dell’evoluzione e con essa l’idea che l’anatomia, la fisiologia e i comportamenti dei viventi si modellano in una storia naturale secondo regole.

Il fatto più importante è forse che scienziati naturali, fisici, fisiologi, medici conducono ricerche empiriche su attività mentali, in particolare sulla percezione, non pensando di star fondando una nuova scienza. Col loro lavoro gettano le basi della psicologia scientifica moderna e dimostrano chiaramente che i metodi delle scienze naturali si possono applicare con successo allo studio della mente.

I contributi di Helmholtz

Helmholtz, matematico e medico, insegnò in diverse università tedesche e condusse ricerche in svariati campi. A lui dobbiamo la spiegazione oggi più accreditata della percezione dei colori, che va sotto il nome di teoria tricromatica di Young e Helmholtz.

La psicofisica di Fechner

Fechner, con sette anni di ricerche empiriche, ha fornito le basi per rispondere a importanti domande inaugurando la psicofisica, branca della psicologia ancora oggi vitale. Fechner era interessato ai risvolti filosofici delle sue ricerche, più che a quelli pratici. Come filosofo era convinto che l’universo fosse un grande essere animato ed era incline al vitalismo, ma come scienziato era per il meccanicismo. Per conciliare le due concezioni sosteneva una teoria dell’identità mente-corpo: mondo spirituale e materiale non sono altro che modi diversi con cui guardiamo la stessa cosa.

Weber aveva scoperto che c’è una differenza minima percepibile tra stimoli. Fechner riprese le osservazioni di Weber con prove empiriche sistematiche e dimostrò che il rapporto tra differenza minima percepibile e intensità degli stimoli è una costante che varia con il tipo di stimolo. Elaborò poi la formula matematica per calcolare l’intensità della sensazione a partire dall’intensità dello stimolo, oggi nota come legge di Weber-Fechner. Si rese conto che il rapporto tra intensità degli stimoli e delle sensazioni doveva essere logaritmico. Ricavò l’equazione: S = k log R + C, dove S è la sensazione, R lo stimolo e k e C costanti.

La legge è stata confermata dalle ricerche successive. Non è valida per le intensità estreme, per gli stimoli molto deboli o molto forti e nel caso degli stimoli elettrici che fanno eccezione: per tutti gli altri la sensibilità diminuisce al crescere dell’intensità.

Donders e il metodo dei tempi di reazione

Donders lavorò ad analizzare le attività mentali basandosi sui tempi occorrenti per rispondere a uno stimolo, che oggi si chiamano tempi di reazione. Che tra stimolo e risposta c’è una latenza variabile da individuo a individuo e a seconda delle condizioni si sapeva già dall’inizio del secolo. La cosa era stata scoperta in astronomia.

Donders pensò di utilizzare i tempi di reazione per analizzare e cronometrare le attività mentali. Ispirandosi a un lavoro sperimentale di Helmholtz, che aveva cercato di determinare la velocità di conduzione degli impulsi nervosi misurando i tempi di reazione a stimoli applicati in punti differenti del corpo, ideò il metodo della sottrazione. Il principio è semplice e geniale. Se nel lasso di tempo tra stimolo e risposta la mente stava lavorando, più complesso sarà il lavoro necessario alla risposta, più operazioni mentali implicherà, più sarà lungo il tempo di reazione.

Nei suoi esperimenti Donders misurava il tempo necessario a rispondere nel caso in cui il soggetto doveva semplicemente fare qualcosa non appena avvertiva un dato stimolo. La cronometria mentale di Donders contribuì in modo decisivo a diffondere la convinzione che fosse possibile studiare scientificamente la mente. Il metodo delle scienze naturali, specie delle scienze moderne, è quantitativo, basato sulla matematica.

Donders dimostra che i fatti mentali si possono trattare quantitativamente, se solo si presta attenzione alla loro dimensione temporale. Donders è stato poi il primo a ideare e impiegare il metodo dei tempi di reazione, che oggi è uno dei più importanti in psicologia. I processi mentali non si possono osservare dall’esterno, ma misurando i tempi di reazione possiamo inferirli.

Wundt e la nascita della disciplina

Wundt è considerato il padre fondatore della psicologia perché ha fatto della psicologia una disciplina, una scienza autonoma con oggetto, impostazione e metodi propri.

Le ricerche di Ebbinghaus sulla memoria

Ebbinghaus fece il passo decisivo di applicare il metodo sperimentale allo studio della memoria. A Lipsia ci si limitava a studiare sensazioni e percezioni, cioè le attività mentali più vicine al mondo fisico e più padroneggiabili per la fisiologia. Ebbinghaus ebbe il coraggio di lavorare su una facoltà psichica interiore, di cui tradizionalmente si erano occupati i filosofi.

Lavorò assiduamente a esperimenti sulla memoria. Sebbene fosse un autodidatta, i suoi esperimenti sono esemplari per rigore ed efficienza. Come soggetto sperimentale Ebbinghaus adoperava se stesso. Con i suoi esperimenti arrivò ad alcune scoperte importanti:

  • Effetto del superapprendimento. A forza di ripetere la memoria migliora fino a una soglia oltre la quale l’aumento del numero di ripetizioni non porta più giovamenti significativi.
  • Curva dell’oblio. La perdita di memoria col passare del tempo è più marcata all’inizio e meno dopo.
  • Apprendimento massivo e distributivo. L’apprendimento concentrato in un’unica seduta è meno efficace di quello distribuito nel tempo.
  • Effetto seriale. Le prime e le ultime sillabe della lista a parità di altre condizioni erano memorizzate più facilmente. Ricordiamo meglio ciò che è all’inizio o alla fine di una serie.

Ebbinghaus aveva scelto di lavorare con sillabe senza senso per evitare le interferenze del significato delle parole e dell’uso anche involontario di mnemotecniche. Così però ha finito per studiare l’apprendimento meccanico, basato sull’esercizio e sulla ripetizione. Ha trascurato proprio ciò che più conta per la memoria: l’organizzazione concettuale e il senso.

Saranno gli psicologi della Gestalt a mettere in evidenza l’importanza per la memoria dell’apprendimento intelligente e dell’organizzazione imposta ai dati. Il sistema più ovvio per studiare le attività mentali sembrerebbe l’introspezione. Non siamo in grado di osservare ciò che accade nella mente di un altro, ma ciascuno di noi è in grado di guardare dentro di sé. Un ricercatore può autoesaminarsi e chiedere a un soggetto di farlo e riferire.

Külpe si era laureato a Lipsia, divenuto professore a Würzburg, vi aveva fondato un altro laboratorio e un’altra scuola, di cui esponente è stato Bühler. Nonostante Külpe fosse allievo di Wundt, tra il modo di far ricerca delle due scuole c’erano importanti differenze. Un precetto era che ci si limitasse a studiare sensazioni e percezioni.

A Würzburg invece la ricerca verteva sulle attività più complesse, in particolare sul pensiero. La scuola di Würzburg si distingueva da quella di Lipsia anche per l’uso coraggioso che si faceva dell’introspezione. A Lipsia l’introspezione veniva adoperata, ma con cautela e assieme ad altri metodi giudicati scientificamente più validi. Wundt fu molto critico nei confronti del metodo di Würzburg, definì esperimenti apparenti che sembravano scientifici ma non lo erano. Bühler replicò che si trattava di esperimenti autentici e che senza un uso coraggioso dell’introspezione restava fuori dalla psicologia ciò che è più tipico dell’attività mentale: il pensiero.

Dietro la polemica tra le due scuole c’era una diversa impostazione teorica. Per Wundt l’esperienza mentale si riduce a componenti elementari costituite da immagini, nel senso di rappresentazioni mentali di esperienze sensoriali e percettive fatte. Il pensiero non è altro che una combinazione di immagini. È il cosiddetto elementarismo di Wundt. Per la scuola di Würzburg invece, oltre all’esperienza mentale fatta di immagini, c’è un pensiero senza immagini, che può essere consapevole o inconsapevole.

Külpe, rifacendosi alla fenomenologia che Brentano aveva illustrato, pensava poi che l’esperienza mentale è un tutto unitario che si muove verso un fine. Al di là della divergenza teorica tra le due scuole, la polemica sull’introspezione esprime un dubbio metodologico che ha attraversato tutta la storia della psicologia: il dilemma rigore/pertinenza o obiettività/soggettività. Il comportamentismo per l’esigenza di rigore arriverà a negare che la psicologia studi la mente. La Gestalt e altre correnti si opporranno.

L’introspezione nella prima metà del Novecento, dominata in gran parte dal comportamentismo, è stata quasi abbandonata. Nella seconda metà del Novecento ha ripreso ad essere usata. È stata anche sottoposta ad analisi critica e se ne sono capiti limiti e utilità. Oggi ha un certo peso ed è impiegata tra l’altro nelle ricerche sull’elaborazione dei messaggi da parte dei riceventi della pubblicità, dei media e della comunicazione. Va usata però con opportuni accorgimenti.

La psicologia negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti si avviavano a sostituire la little science del secolo precedente con la big science tipica dell’età contemporanea: una scienza su larga scala che è una vera e propria impresa, fatta di progetti di ricerca. Negli Stati Uniti la psicologia assume subito una fisionomia diversa, in linea col nuovo modo di intendere la scienza. La psicologia arrivava dalla Germania. Alcuni dei pionieri della psicologia statunitense si erano formati nel laboratorio di Wundt.

Altri avevano una formazione autonoma. È il caso di James, considerato il padre della psicologia americana. Nonostante derivasse da quella tedesca, la psicologia statunitense fu qualcosa di diverso. Gli psicologi tedeschi continuavano a fare i filosofi e avevano un approccio filosofico alla psicologia.

Negli Stati Uniti fin dall’inizio sono state istituite cattedre di psicologia. A sganciarla decisamente dalla filosofia ha contribuito anche l’impostazione pratica che qui le è stata data. Gli psicologi americani pensavano che la psicologia dovesse servire a risolvere i problemi dell’umanità. L’impostazione pratica ha indotto gli psicologi americani a occuparsi di temi più concreti. I punti di contatto: l’impostazione scientifica e i metodi erano gli stessi.

Lo strutturalismo, l’approccio sostenuto da Titchener, riteneva lo scopo principale della psicologia descrivere i contenuti mentali e il modo in cui sono strutturati nella mente, facendo una sorta di anatomia mentale. L’introspezione è lo strumento per analizzare la struttura della mente. Lo strutturalismo alla morte di Titchener scomparve. L’approccio dominante negli Stati Uniti attorno al 1900 è il funzionalismo, che fa capo a James e che propone una concezione della psicologia coerente con un’impostazione pratica.

Essendo la mente dinamica, non fissa, non ha senso cercare di descriverne la struttura. Bisogna chiedersi come funzioni e come cambi in risposta all’ambiente.

La psicanalisi

Nel 1899, con la pubblicazione da parte di Freud de L’interpretazione dei sogni, considerata l’atto d’inizio della corrente, compare la psicanalisi. La psicanalisi ha avuto grande importanza nella storia delle idee del Novecento. In psicologia ha goduto e gode di apprezzamenti, soprattutto per il contributo di idee che ha portato. Non è mai stata però pienamente riconosciuta.

La teoria dell’inconscio di Freud

La psicanalisi nasce in ambito clinico, grazie a Freud. Si dedicò allo studio e alla cura dei disturbi mentali per quasi cinquant’anni. In contrasto con la tendenza allora dominante ad attribuire i disturbi mentali a cause biologiche e a trattarli con terapie fisiche, Freud ne sostenne l’origine psichica e li curò con la psicoterapia, conversando con i pazienti. Freud ha sviluppato una teoria dell’inconscio applicandola sistematicamente allo studio e alla cura dei disturbi mentali ed estendendola alla spiegazione di fatti psichici non patologici.

L’apparato psichico: es, io, super-io

  • Es: irrazionale e inconscio, è il luogo dove originano le pulsioni, desideri potenti espressione di bisogni fondamentali. Segue il principio di piacere, cerca la pura gratificazione. È naturale, lo si possiede già alla nascita.
  • Io: razionale e conscio, segue il principio di realtà, cioè tiene conto degli ostacoli che si incontrano nella realizzazione dei desideri. Cerca di mediare tra realtà e pulsioni e favorisce l’autoconservazione. È acquisito, si forma via via che il bambino fa l’esperienza di vedere infrangere i propri desideri contro la realtà.
  • Super-Io: fa da coscienza morale: anziché badare a che cosa è piacevole o conveniente, basa a ciò che è giusto fare. È acquisito, frutto dell’educazione.

Metodi per esplorare l’inconscio

Per indagare l’inconscio Freud ha fatto ricorso a due metodi:

  1. Associazioni libere: il paziente rilassato riferisce ogni pensiero che gli passa per la mente senza censurare nulla. Freud pensava che il rilassamento allentasse il controllo dell’Io e del Super-Io. Soprattutto cercava collegamenti tra pensieri apparentemente sconnessi, convinto che il filo conduttore stesse in pulsioni e conflitti interiori.
  2. Interpretazione dei sogni: dato che per Freud realizzano i desideri di cui non siamo consapevoli, i sogni sono come una finestra sull’inconscio. I pensieri inconsci sta all’analista portarli alla luce decifrando il senso simbolico delle scene e delle vicende sognate.

Fortuna e frammentazione della psicanalisi

A cominciare dal 1902 attorno a Freud si formò un gruppo. Da questo primo nucleo nascerà la Società psicanalitica viennese. Alcuni restarono più o meno fedeli all’ortodossia del caposcuola, altri se ne discostarono e fondarono altre scuole autonome.

Un bilancio

La psicoanalisi ha senz’altro contribuito all’affermazione della psicologia. Ha poi alimentato la psicologia sperimentale con una massa incalcolabile di idee e suggerimenti su cui lavorare e l’ha vivacizzata, spostando l’attenzione su temi più vicini alla vita concreta. D’altra parte, la tesi della psicanalisi per lo più non sono state confermate e alla luce della psicologia sperimentale vanno riviste.

Il comportamentismo

Nel 1913 lo psicologo Watson pubblicò l’articolo La psicologia dal punto di vista comportamentista, considerato il manifesto programmatico di una nuova corrente: il comportamentismo. Il principio fondamentale è l’antimentalismo, il rifiuto della mente. Per il comportamentismo più radicale (analitico) la mente non esiste, per il più moderato (metodologico), ammesso che esista, non si può e non si deve studiare. A spingere verso l’antimentalismo è stata l’esigenza di rigore e di oggettività, giudicati evidentemente più importanti della pertinenza e della soggettività.

Supponevano che l’individuo apprenda per condizionamento, cioè che modifichi i propri comportamenti per effetto dei rinforzi prodotti dagli stimoli, la spiegazione non intenzionale del comportamento diviene possibile. Basta mettere in relazione stimoli e risposte considerando la mente un’ipotetica macchina che li elabora di cui non conosciamo il funzionamento. È il modello della scatola nera. Quando Watson proponeva l’approccio comportamentista, c’era già una tradizione di ricerche sull’apprendimento animale per condizionamento che nella sostanza adottava il modello della scatola nera. I principali esponenti erano Pavlov in Russia e Thorndike negli Stati Uniti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Arianna21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguaggio e comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Colombo Lucia.
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