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Tra i due estremi c’è una fascia di eventi intermedi che consideriamo parzialmente controllabili. È qui che l’illusione

del controllo si manifesta con la convinzione che il controllabile si insinui e si espanda nell’incontrollabile.

L’illusione di controllo interviene al momento di attribuire meriti e responsabilità di successi e insuccessi. L’illusione di

controllo è un tentativo di superare i limiti umani.

TENDENZA ALLA POSITIVITA’

Detta anche effetto Pollyanna, dal nome della protagonista di una storia per ragazzi che riusciva a vedere lati positivi in

tutto, consiste nel considerare gli eventi positivi più frequenti e più probabili dei negativi. Si crea così una visione del

mondo in cui le cose positive sono la regola e le negative l’eccezione.

Dalla tendenza alla positività c’è chiara traccia nel linguaggio e nella comunicazione.

I termini positivi vengono usati abitualmente per riferirsi ai fatti normali, mentre i negativi per parlare di quelli che

derivano dalla norma.

La tendenza alla positività ci fa affrontare fiduciosi la vita e ci fa evidenziare e isolare i fatti negativi, inducendoci a

intervenire per migliorare le cose. Espone però evidentemente ad errori e può favorire l’emarginazione delle persone

che vivono esperienze negative.

BIASES DI ATTRIBUZIONE

Si conoscono varie tendenze che intervengono quando cerchiamo di spiegarci i fatti individuandone le cause.

• Errore fondamentale. Descritto da Heider e da Ross consiste nella tendenza a spiegare i comportamenti

preferibilmente con attribuzioni interne anziché esterne, sopravvalutando la persona e sottovalutando i

condizionamenti dovuti dalla situazione. Spiega come mai dai sondaggi risulta che per lo più la gente, a meno

che non sia direttamente interessata, attribuisce fenomeni come la povertà, gli incidenti stradali ecc alle

persone piuttosto che all’ambiente e alle circostanze. L’errore fondamentale distorce anche i giudizi sulle

persone, perché ci fa dimenticare che molti comportamenti sono dettati dal ruolo sociale: stentiamo a credere

che il burocrate pignolo, la commessa gentile, stanno semplicemente interpretando il proprio ruolo. L’errore

fondamentale non si manifesta sempre. I comportamenti che contrastano con le aspettative vengono in genere

spiegati con attribuzioni esterne.

Varie ricerche suggeriscono l’esistenza di differenze culturali: l’errore fondamentale è tipico delle culture

individualistiche come l’occidentale.

Quando veniamo a conoscenza di un fatto, in prima battuta siamo portati automaticamente a spiegarlo con

attribuzioni interne. Probabilmente questo accade per due ragioni:

o L’individuo è saliente, è visibile;

o La situazione è poco visibile se non invisibile.

Se scopriamo evidenze contrarie o ci riflettiamo con attenzione siamo nella condizione di dover correggere la

prima spiegazione elaborata, dando più importanza alla situazione. Tuttavia a questo punto la correzione di

solito è insufficiente per la cospirazione di più tendenze, quali l’euristica dell’ancoraggio, l’illusione del

controllo e l’autoconvalida. Decisive sono le risorse mentali che abbiamo e impegniamo nella spiegazione. In

condizioni di chiusura cognitiva possiamo fermarci al primo stadio, mentre se siamo accurati possiamo

correggere anche di molto la prima spiegazione.

• Effetto attore-osservatore. Consiste nella tendenza a preferire le attribuzioni interne per spiegare i

comportamenti degli altri e esterne quando si tratta di spiegare i propri. L’effetto attore-osservatore prevale

sull’errore fondamentale, che perciò non si manifesta quando spieghiamo le nostre azioni. Le persone parlano

di sé in termini concreti mentre degli altri in termini astratti, definendo come sono.

Una ragione per cui le attribuzioni degli attori sono diverse da quelle degli osservatori è che i primi hanno più

informazioni sulla situazione: quando facciamo qualcosa, sappiamo che cosa stiamo facendo, perché e come.

Come per l’errore fondamentale si è ipotizzato che contino le regole culturali di interpretazione: le differenze

nei discorsi su di sé e sugli altri potrebbero indicare modi differenti culturalmente condivisi di ragionare su di

sé e sugli altri.

• Self-serving biases. Le persone tendono attribuire a se stesse i successi e agli altri o alle circostanze gli

insuccessi. Questa tendenza attributiva serve a salvaguardare l’autostima. Consente anche di ben figurare,

salvando la faccia in pubblico.

Un altro bias al proprio servizio consiste nel fare attribuzioni difensive che nascondono la nostra vulnerabilità.

Al proprio servizio è anche la tendenza egocentrica: l’idea che il nostro contributo a un compito collettivo sia

superiore al reale.

L’effetto del falso consenso consiste nell’attribuire illusoriamente agli altri le proprie convinzioni facendoci

l’idea che la maggioranza la pensi come noi.

• Group-serving biases. Nelle relazioni tra gruppi sociali si registra la tendenza a spiegare i comportamenti

delle persone in modo da mettere in luce migliore il proprio gruppo.

CAPIRE I BIASES

CARATTERISTICHE DEI BIASES

Qualunque tentativo di capire i biases, deve tener conto di alcune loro caratteristiche:

• Sono massicciamente diffusi. Se analizziamo anche solo per pochi minuti i pensieri di una persona scopriamo

che sono intrisi di biases e vale per tutti.

• Influiscono anche sui giudizi professionali. Professionisti di ogni genere sono soggetti a biases anche nei

giudizi che esprimono sul lavoro.

• Sono sistematici. Agiscono nel rispetto di regolarità tanto da essere prevedibili.

• Possono fuorviare, ma sono funzionali. È evidente che espongono a rischi ed errori. Questo però non deve

far dimenticare che sono utili e generalmente efficaci.

COME MAI SIAMO SOGGETTI A BIASES?

Le ragioni sono più d’una. Possiamo ricondurle ad alcune fondamentali:

• Parzialità. Spesso ci accomodiamo le cose in conformità con i nostri interessi e le nostre esigenze. In genere la

deformazione della realtà avviene inconsapevolmente. Di conseguenza di crea una falsa coscienza dura da

rimuovere che emerge nel fenomeno dell’ostilità dei media: quando ci sono gruppi sociali o fazioni politiche in

conflitto, da una parte e dall’altra i media sono accusati di non essere neutrali.

• Bisogno di coerenza. Alcuni biases rimandano chiaramente al bisogno di conservare la propria visione di sé e

del mondo e di sfuggire al disordine cognitivo.

• Razionalità limitata. Spesso i biases sono il risultato di euristiche che adottiamo per superare i limiti della

nostra razionalità dovuti a fattori interni e a fattori esterni.

• Razionalità ecologica. La funzionalità dei biases fa pensare che si tratti di meccanismi ereditati

dall’evoluzione grazie ai quali rispondiamo bene all’ambiente in cui viviamo, così come vuole la teoria della

razionalità ecologica. Il fatto che siamo capaci di correggerli però suggerisce che anche le procedure razionali

ideali fanno parte del nostro equipaggiamento mentale.

• Influenze socio-culturali. Abbiamo visto che nell’errore fondamentale di attribuzione e nell’effetto attore-

osservatore intervengono regole socio-culturali su come elaborare le spiegazioni.

E QUANDO È NECESSARIA L’OBIETTIVITÀ?

In molte situazioni occorre essere obiettivi, non solo nelle attività professionali, ma anche nella vita privata. In questi

casi è evidente che la motivazione di accuratezza ci è di aiuto, spingendoci a un’elaborazione più analitica.

CAPITOLO 3- LA COMUNICAZIONE NEL REGNO ANIMALE

Gli etologi hanno studiato la comunicazione degli animali effettuando confronti sistematici e cercando di cogliere

l’origine e il significato evolutivo dei fenomeni. Ne è emerso uno scenario complesso dietro il quale si scorge la storia

evolutiva della comunicazione. È importante mettere a punto i messaggi in modo che siano adeguati alle situazioni, noi

lo facciamo abitualmente. Nel regno animale troviamo segnali strutturati, come scolpiti dall’evoluzione, per funzionare

al meglio in certe situazioni. Le ricerche etologiche sulla comunicazione degli animali forniscono elementi per capire

perché, come e in quali condizioni è emersa e si è sviluppata la comunicazione. Conoscere la comunicazione animale e

la storia evolutiva della comunicazione aiuta a capire come mai la comunicazione umana è così. Tra comunicazione

animale e umana ci sono differenze marcate, che riguardano soprattutto l’uso del linguaggio e la partecipazione mentale

alla comunicazione, in particolare l’intelligenza e la consapevolezza con cui si comunica.

LA SCOPERTA DELLA COMUNICAZIONE ANIMALE

L’interesse per la comunicazione animale è nato in tempi recenti.

DARWIN: L’ESPRESSIONE DELLE EMOZIONI

Il primo studio sistematico sulla comunicazione animale si deve a Darwin. L’idea di fondo è che anche i comportamenti

espressivi sono adattamenti riusciti all’ambiente. Darwin aveva cercato di dimostrare che la morfologia, l’anatomia, la

fisiologia e gli altri stili di vita degli animali sono funzionali al problema di adattarsi all’ambiente. Vuole dimostrare che

anche le posture, i gesti, le espressioni ci sono in quanto utili alla sopravvivenza in un dato ambiente. La reazione di

rabbia e paura di un gatto alla presenza minacciosa di un cane è un chiaro esempio di comportamento espressivo

funzionale all’adattamento. È pronto all’azione di attaccare o fuggire. I segnali scoraggiano l’aggressore e ha più

probabilità di sopravvivenza.

Secondo Darwin l’espressione delle emozioni nella maggior parte dei casi risponde a schemi innati, selezionatisi nel

corso dell’evoluzione ed ereditati geneticamente dall’individuo.

Dall’altra parte Darwin ritiene probabile che anche la capacità di riconoscere l’espressione delle emozioni negli altri

animali sia innata. È per questo che la comunicazione in genere è efficace.

Il fatto che Darwin si concentri su comportamenti che hanno a che fare con la comunicazione e per la prima volta ponga

il problema del significato evolutivo della comunicazione è notevole. Questo lavoro presenta però limiti abbastanza

vistosi agli occhi di uno studioso dei tempi nostri: c’è una concezione riduttiva delle emozioni, considerate mere

reazioni fisiologiche e della comunicazione animale. Stando all’analisi di Darwin sembra che per gli animali

comunicare voglia dire solo manifestare all’esterno uno stato interiore e agire in qualche modo sui riceventi. Gli animali

avrebbero due funzioni comunicative:

• Espressiva

• Segnaletica o di appello o conativa.

Non si vede un’altra funzione che consiste nel passare al ricevente info sul mondo e che è chiamata simbolica o

cognitiva.

È stata una convinzione dominante fino alla metà del Novecento che gli animali fossero incapaci di comunicare tra loro

sul mondo.

Funzione espressiva, segnaletica e simbolica sono in gerarchia:

1. Più rudimentale perché richiede solo l’emittente

2. Meno perché implica il ricevente

3. La più complessa mette in gioco emittente, ricevente e mondo.

Uno zoologo austriaco arriva a scoprire che semplici insetti sono capaci di comunicare sul mondo in modo

sorprendentemente complesso.

KARL VON FRISCH: COME LE API COMUNICANO SULLE FONTI DI CIBO

IL PROBLEMA DELLA COMUNICAZIONE DELLE API

Non ci sono dubbi: tra le api di una colonia dev’esserci uno scambio di info sulle fonti di cibo.

IL SISTEMA DELLA DANZA

A risolvere il problema della comunicazione delle api è stato lo zoologo austriaco Karl von Frisch grazie ad accurate

indagini sperimentali portate avanti per un quarantennio.

Se la fonte di cibo è vicina, la bottinatrice (ape segnata) esegue la danza circolare: gira ripetutamente in cerchio

invertendo il senso di marcia ogni due-tre giri. Nell’alveare è buio e le altre api non vedono ma la seguono da vicino e

così possono ricostruire il percorso che fa e avvertire le vibrazioni della danza e l’odore dei fiori. Di tanto in tanto offre

un assaggio di cibo. Il fatto che il movimento sia circolare dice che la fonte è vicina. L’intensità indica quanto è ricca.

La comunicazione risulta efficace. Quando la fonte è lontana la bottinatrice ricorre alla danza dell’addome, che

fornisce info precise su come raggiungere il posto dell’avvistamento. La figura tracciata somiglia a un otto: lungo il

tratto scodinzola vistosamente. Prende come punto di riferimento il sole.

VARIANTI DEL SISTEMA DELLA DANZA

Sebbene tutte le api effettuino la danza circolare e la danza dell’addome, ci sono differenze nel sistema di

comunicazione tra una varietà e l’altra. Generalmente cambia la distanza della fonte di cibo alla quale si passa da un

tipo di danza all’altro. L’ape italiana fino a 10 metri danza circolare, dopo i 100 dell’addome, tra i 10 e i 100 un’altra

danza detta a falce.

LE PROVE EMPIRICHE

Sembra che le api che hanno assistito alla danza sappiano in anticipo quale distanza devono percorrere visto che si

riforniscono di una quantità di miele (carburante) adeguata al viaggio.

Von Frisch ha ideato esperimenti per misurare l’efficacia della comunicazione sulla direzione e sulla distanza.

Nell’esperimento “a scala” si dirigevano in massa verso il luogo dell’avvistamento ignorando le ciotole incontrate prima

lungo il cammino. Nell’esperimento “a ventaglio” si dirigevano compatte nella direzione dell’avvistamento.

UN LINGUAGGIO DELLE API?

Von Frisch parla di linguaggio delle api volendo intendere che il sistema di segni della danza ha caratteristiche simili al

linguaggio umano. Come il linguaggio viene usato in funzione simbolica, per trasmettersi informazioni sul mondo.

La danza dice cose molto accurate su concetti astratti come la distanza e la direzione.

Il sistema della danza come il linguaggio umano, è fatto di segni arbitrari e convenzionali.

Salta all’occhio però una differenza cruciale: col linguaggio noi parliamo di tutto, anche di ciò di cui nessuno ha mai

parlato, una caratteristica di solito chiamata apertura, mentre il sistema della danza ha un ambito di riferimento limitato.

Si è scoperto che il sistema della danza viene adoperato per comunicare oltre che sulle fonti di cibo, su siti dove

edificare nuovi alveari su sorgenti d’acqua.

In ogni caso serve a comunicare circa l’ubicazione di risorse del territorio da sfruttare.

Restiamo sorpresi dal castoro che fa calcoli per costruire una diga o dallo scimpanzé così abile nei rapporto sociali, ma

non dobbiamo farci fuorviare dai nostri preconcetti su che cos’è intelligenze. Un animale può essere intelligente nel

senso che ha le capacità cognitive che gli occorrono per vivere come vive nel suo ambiente.

ALTRI CASI DI COMUNICAZIONE SIMBOLICA: CHIAMARE PER NOME PREDATORI

I richiami di allarme, che avvisano i compagni di un pericolo, sono molto comuni nel regno animale.

Lanciare un grido che dice “c’è un pericolo” non significa necessariamente riferirsi al mondo. Quando però il richiamo

specifica qual è il pericolo le cose cambiano. I citelli animaletti a metà tra uno scoiattolo e una marmotta, hanno due

fischi distinti, uno per segnalare l’arrivo di un rapace, l’atro di un predatore terrestre. A un tipo di fischio i compagni

rispondono entrando in una tana qualsiasi, all’altro entrando in una tana fornita di doppia uscita. I cercopitechi hanno un

vocabolario d’allarme di più termini.

Le magnuste nane con i segnali di allarme informano gli altri sul tipo di predatore, sulla distanza a cui si trova,

sull’altezza del suolo se è alato.

MESSAGGI MESSI A PUNTO BENE: POETICA DELLA COMUNICAZIONE ANIMALE

Il linguista Jakobson ha attirato l’attenzione sulla funzione poetica del linguaggio umano. Mentre la funzione espressiva

è centrata sull’emittente, la segnaletica sul ricevente, la simbolica sul mondo, la funzione poetica è centrata sul

messaggio. Consiste nella messa a punto del messaggio, nella scelta adeguata degli elementi e nella loro combinazione.

C’è funzione poetica nella comunicazione animale?

Negli uccelli si conoscono due tipi di richiami di pericolo. Il richiamo di mobbing emesso quando qualcuno scopre un

predatore nelle vicinanze. Il richiamo scatena quello che in etologia si chiama mobbing: una pressione collettiva nei

riguardi del predatore. I compagni cominciano a emettere a loro volta lo stesso segnale col risultato che spesso il

predatore se ne va.

Il siit di allarme è invece adoperato quando viene avvistato un rapace che vola nel cielo sovrastante. Non resta che

mettersi al riparo. Il confronto dei due tipi di segnali mostra che hanno caratteristiche che li rendono particolarmente

adatti alla comunicazione in cui sono impiegati.

Il mobbing perché funzioni occorre che chi ha scoperto il predatore faccia arrivare il segnale ai compagni lontani.

Questi devono localizzare la fonte del segnale, dato che localizzarla vuol dire localizzare il predatore.

Il siit di allarme è debole.

La messa a punto di richiami di pericolo degli uccelli differisce dalla nostra messa a punto dei messaggi per un aspetto

importante: è opera dell’evoluzione non dei partecipanti alla comunicazione. Sono state le pressioni selettive della storia

evolutiva a modellare i richiami.

Negli uccelli il canto è utilizzato dai maschi per il corteggiamento, per la riproduzione e la difesa del territorio dagli

intrusi.

I maschi di una specie poligama di scricciolo hanno canti più complessi di quelli delle specie monogame: ne hanno

bisogno per reggere alla maggiore competizione sessuale.

Mentre i richiami di allarme sono ereditati geneticamente, il canto è per lo più appreso. Anche se c’è una

predisposizione genetica a imparare il canto questo si acquisisce nei primi mesi di vita attraverso l’imprinting del canto,

l’imitazione e l’esercizio.

Alcuni uccelli formano canti individuali, che, pur rispecchiando le caratteristiche del canto della specie, sono

composizioni particolari ottenute prendendo pezzi di altri canti di cospecifici vicini, canti di altre specie o suoni diversi.

A CHE SCOPO SI COMUNICA NEL REGNO ANIMALE?

COMUNICAZIONE E SCOPI

La comunicazione animale è strettamente legata agli scopi. Se l’azione che uno fa modifica il comportamento altrui è

comunicazione. Spesso c’è passaggio di informazioni senza che chi le riceve risponda con qualche comportamento

manifesto. Anche se fossimo in grado di stabilire sempre se c’è o meno passaggio di informazioni, non per questo

saremmo in grado di individuare i casi di comunicazione. Un animale può trasmettere a un altro informazioni in

situazioni in cui non ha nessun interesse a farlo. Per discriminare tra comunicazione e non-comunicazione nel regno

animale occorre ragionare in termini di scopi. Se ravvisiamo uno scopo comunicativo, cioè che coinvolge gli altri,

possiamo essere certi che sia comunicazione, indipendentemente da ogni altra considerazione.

COME INTENDERE LA DOMANDA “A CHE SCOPO?”

Basandoci sulla nostra esperienza di esseri umani, tendiamo a identificare gli scopi con le intenzioni che sono mentali e

implicano la coscienza. Nella maggior parte dei casi di comunicazione animale sono evidenti gli scopi, mentre non si

può dire che ci siano intenzioni.

Quando studiamo la comunicazione animale siamo costretti a scindere scopi e coscienza. Molti animali non hanno

coscienza.

Una risposta ce la dà la cibernetica, la scienza che studia da un punto di vista matematico e ingegneristico i sistemi che

si autoregolano in vista di scopi. Un sistema cibernetico ha uno scopo in quanto aggiusta le azioni confrontando i

feedback con un criterio interno. Per fare questo non occorre la coscienza, che implicherebbe un sistema ulteriore che

valuta e decide quali criteri interni adottare. Un animale privo di coscienza potrebbe agire in vista di scopi.

Lorenz ha fatto notare che gli scopi senza coscienza si spiegano facilmente se si tiene conto della genetica, specie di

quella molecolare. Noi pensiamo che uno scopo sia legato necessariamente alla coscienza, perché occorre la coscienza

per proiettarsi nel futuro, anticipare gli effetti e poi tornare indietro a pianificare i mezzi per ottenere quegli effetti. Un

animale, anche se non ha in mente nessuna meta, può avere nel suo patrimonio genetico le istruzioni per compiere

un’azione che lo porta a una meta.

L’etologia rifiuta il finalismo, cioè la concezione secondo la quale la realtà, l’universo stesso tende a fini. Non c’è un

disegno intelligente della natura. È attraverso la storia evolutiva che si sono selezionati scopi adattivi, utili alla

sopravvivenza. Lorenz dice “l’evoluzione è proprio il contrario di un processo diretto a uno scopo, non essendo in grado

di compiere alcuna previsione per il futuro”.

Possiamo distinguere tra scopi intenzionali, accompagnati da coscienza, rari nella comunicazione animale e scopi

evoluzionistici, senza coscienza, frutto della selezione naturale e di riscontro abituale nella comunicazione animale.

LO SCOPO DI FONDO: ACCRESCERE LA FITNESS

Lo scopo evoluzionistico ultimo di ogni comunicazione animale è produrre un vantaggio evolutivo cioè favorire

l’adattamento all’ambiente. Si è spesso pensato in termini di conservazione della specie. L’idea però non regge, perché

la selezione non opera a livello di specie presa nel suo insieme, ma a livello di singoli individui.

Il vantaggio prodotto dalla comunicazione consiste nel miglioramento della fitness che si può definire come la capacità

di far sopravvivere il proprio patrimonio genetico.

Si può pensare che la fitness coincida molto semplicemente con il successo riproduttivo, questa è solo una componente.

I miei geni si trovano nel mio genoma, ma molti di essi sono presenti anche nel genoma dei miei parenti. Possono

favorire la sopravvivenza del mio patrimonio genetico mettendo al mondo una prole come prendendomi cura dei miei

parenti. Nel primo caso si parla di fitness diretta, nel secondo di fitness indiretta. La somma è la fitness globale di un

individuo.

COOPERARE: LA COMUNICAZIONE ONESTA

LA COMUNICAZIONE NELLE ATTIVITA’ COOPERATIVE

La comunicazione interviene normalmente a rendere possibili attività svolte in collaborazione, come

l’approvvigionamento di cibo, la protezione. Lo scambio di informazioni sulle fonti di cibo è abituale, anche se spesso

consiste nel semplice fatto che gli animali che le scoprono attirano gli altri con richiami. È adoperata anche per

organizzare e coordinare la caccia. La comunicazione è essenziale in uno dei più importanti sistemi di protezione dai

pericoli, la vigilanza reciproca: chi scopre il pericolo lancia l’allarme.

Nel regno animale è diffuso il gregarismo, cioè la tendenza a raggrupparsi in formazioni. Per restare in formazione

mentre ci si sposta occorre sincronizzare e coordinare i movimenti, cosa che richiede di comunicare.

Per una riproduzione efficace gli animali devono riuscire in più cose:

1. Incontrare il partner, cosa non facile se non si vive in gruppo;

2. Sincronizzarsi in modo che l’accoppiamento avvenga nel periodo in cui si è fecondi;

3. Conservare l’isolamento della specie, evitare quindi l’incrocio tra specie diverse;

4. Superare l’aggressività del partner

Per superare l’aggressività di solito si adoperano segnali di sottomissione o pacificazione.

Nelle cure parentali la comunicazione genitori-figli serve a regolare la nutrizione e le altre cure in ragione delle

esigenze, a gestire il distacco nello svezzamento e a insegnare.

Gli scimpanzé sono abili istruttori dei piccoli. Quando fanno da modello per l’imitazione compiono le azioni in modo

più lento e schematico. Controllano l’apprendimento del piccolo attraverso uno scambio di segnali non-verbali.

LA MUTUALITA’ EVOLUTIVA

La comunicazione cooperativa migliora la fitness sia dell’emittente, sia del ricevente. Il reciproco vantaggio in termini

di fitness è evidente. Nel caso dell’approvvigionamento di cibo: se il cibo viene spartito, tutti possono contare su un

rifornimento alimentare più abbondante e continuo. Nelle api entra in gioco l’importanza della fitness indiretta. Le

operaie sono tutte sorelle, figlie della stessa regina e dello stesso maschio che ha provveduto a fecondarla.

L’utilità per la fitness della comunicazione del gregarismo si coglie se si pensa che stare in formazione facilita la difesa

dai predatori.

LA VERIDICITA’

La comunicazione cooperativa è veritiera, senza inganno. Non sempre la comunicazione animale è veritiera. Se lo

sfondo è competitivo, è tipicamente menzognera.

COMPETERE: L’INGANNO

A TUTTO VANTAGGIO DELL’EMITTENTE

Capita spesso che ci sia competizione per la fitness, cioè che l’animale si trovi in una situazione in cui per salvaguardare

la propria fitness deve compromettere quella dell’altro.

Si ha competizione per la fitness ogni volta che gli animali combattono, che si tratti di conflitti interspecifici o tra

cospecifici. Di solito i combattimenti tra animali di specie diverse, sono più cruenti. Tra cospecifici sono frequenti i

combattimenti ritualizzati, in cui si evita di adoperare le armi pericolose. Tuttavia anche i combattimenti tra cospecifici

possono risultare lesivi, specie tra gli animali più evoluti.

Non c’è ovviamente competizione col partner, ma c’è competizione tra maschi o tra femmine che hanno a disposizione

gli stessi partner per migliorare la loro fitness.

La competizione per la fitness si insinua anche all’interno di rapporti cooperativi consolidati. Può nascere se si segue

una strategia superegoistica, di massimizzazione della fitness, che tende a sommare i vantaggi della cooperazione ai

vantaggi della competizione.

Nelle situazioni di competizione per la fitness la comunicazione avvantaggia l’emittente e svantaggia il ricevente.

Tipicamente è menzognera. Per ottenere infatti che il ricevente si comporti in modo da compromettere la propria fitness

è necessario fuorviarlo.

L’INGANNO TRA PREDATORI E PREDE

Il mimetismo è una forma comune di inganno adoperata dalle prede e dai predatori. Ne esistono diversi tipi ma tutti

consistono nell’assumere sembianze fuorvianti. In molti casi l’inganno è creato interamente col comportamento. Un

esempio di inganno nei riguardi di predatori è il comportamento dell’ala rotta, che si osserva in numerosi uccelli.

L’INGANNO NEI COMBATTIMENTI

Un caso interessante è stato descritto nei cercopitechi. Se in una battaglia uno dei due gruppi è in rotta e un individuo di

questo gruppo si vede a mal partito, può fermarsi improvvisamente e lanciare il richiamo d’allarme per il leopardo. Il

combattimento cessa e tutti si arrampicano sugli alberi.

Negli scimpanzé un sistema adottato consiste nel fingere la pace per aggredire meglio.

L’INGANNO NEI RAPPORTI COOPERATIVI

Una norma sociale ferrea, soggetta a dura repressione, tra le scimmie Rhesus è che chi trova una fonte di cibo lo segnali

agli altri. A volte una scimmia, specie se ha scoperto cibo abbondante e di buona qualità, si guarda intorno e se è certa

che nessuno la vede non emette alcun segnale.

In alcuni uccelli i maschi si incaricano delle cure parentali e sono territoriali. Una femmina, accoppiandosi con un

maschio poligamo, può sperare in un buon successo riproduttivo solo se il territorio è sufficientemente ricco. Le

femmine tendono ad essere monogame: se vedono che un maschio ha già una femmina, tirano oltre. I maschi, dopo aver

accolto una femmina in un territorio vanno a procurarsene una seconda a distanza. Il 15-20% delle femmine cade nel

tranello. Dopo aver adescato la seconda femmina, il maschio fa la spola fra i due territori e finché può mantiene

l’inganno. Quando la seconda femmina si accorge della prima in genere è troppo tardi. Dopo la riproduzione il maschio

privilegia i figli della prima femmina, la moglie legittima. Per la moglie illegittima la perdita di fitness è significativa. Il

maschio però guadagna in fitness, perché anche se i figli della seconda moglie non ricevono cure adeguate, ha

comunque una discendenza più numerosa.

IL CONTROINGANNO

Se in un rapporto cooperativo un individuo inganna, si precipita in uno stato di competizione per la fitness. A questo

punto gli altri possono cercare di ripristinare la cooperazione, cosa che abitualmente si ottiene con la repressione

sociale. Possono accontentarsi di salvare la cooperazione accettando che ci sia una quota tollerabile di inganno in un

quadro generale cooperativo.

SCHEMI DI COMUNICAZIONE INGANNEVOLE

È utili rintracciare schemi, modelli formali degli inganni osservabili nella comunicazione animale. È anche utile cercare

di capire in che cosa differiscono, quali sono più semplici e quali più complessi. Nelle forme più semplici di inganno

l’animale si limita a scegliere dove stare e a calarsi nella parte.

In altre forme di inganno, più complesse, l’animale manipola gli elementi di una comunicazione abituale, con una sua

rigida struttura. Può operare sull’emittente: si finge l’emittente legittimo e si avvantaggia delle conseguenze. Le femmes

fatales o maschi di Plotinus impegnati nella competizione riproduttiva. Possiamo chiamare questo schema spacciarsi

per il titolare.

Diversamente l’animale può operare sul rapporto segnale-contesto in due modi:

• Uno è l’occultamento di informazioni, che consiste nell’omettere il segnale nel contesto in cui abitualmente

andrebbe emesso e trarre vantaggio dalla mancata segnalazione.

• Nell’altro, la falsificazione attiva, il segnale viene prodotto in un contesto diverso da quello abituale e

l’emittente beneficia del fatto che in quel contesto i comportamenti innescati dal segnale lo favoriscono.

Uno schema ulteriore è quello in cui l’animale fa una parte, si traveste da un altro nel modo di agire così da introdurre

un elemento di un altro contesto interattivo più vantaggioso per lui e innescarlo, schema facciamo che.

È lecito avere dei dubbi sul fatto che questi siano effettivamente casi di inganno. Abbiamo l’impressione che alla fine

emittente e ricevente siano d’accordo.

Uno schema ancora più complesso è quello rintracciabile nei casi che Byrne e Whiten hanno definito inganno tattico.

Ne sono esempi gli scimpanzé che fingono la pacificazione, i babbuini che fingono di essere vittime di aggressione. Qui

quello che colpisce è la manipolazione degli altri.

LA COMUNICAZIONE ALTRUISTICA

A VANTAGGIO DEL RICEVENTE

L’emittente si avvantaggia sul piano della fitness sia nella comunicazione cooperativa, sia nella competitiva. È il

ricevente che nel primo caso si avvantaggia anche lui, mentre nell’altro subisce un danno. Si direbbe che il ricevente sia

nella posizione più debole. Senonché nel regno animale si danno casi in cui il ricevente in forza della comunicazione ha

più probabilità di sopravvivenza. Quando questo accade si chiama comunicazione altruistica. Ovviamente come la

cooperativa è veritiera.

Aumenta sicuramente la fitness del ricevente e sembra ridurre quella dell’emittente.

SEGNALI DI ALLARME ALTRUISTICI

Quando un citello lancia l’allarme alla vista di un predatore aereo aumenta le proprie probabilità di sopravvivenza e dei

suoi compagni. Quando però avvisa dell’arrivo di un predatore terrestre riduce le proprie e rischia decisamente più dei

compagni. Una comunicazione altruistica simile si trova nei cani della prateria. Nel pesce zebra i cosiddetto allarmisti si

sacrificano per avvertire gli altri.

COMUNICAZIONE ALTRUISTICA E ALTRUISMO

Bisogna fare attenzione a non confondere la comunicazione altruistica con l’altruismo. Nel regno animale l’altruismo è

diffuso e si ha quando un individuo fa qualcosa a esclusivo vantaggio di un altro ed eventualmente a rischio proprio. La

comunicazione altruistica è un caso di altruismo. Il più delle volte l’altruismo si basa su comportamenti che non hanno a

che fare con la comunicazione. I comportamento altruistici sono supportati dalla comunicazione, ma non è detto che sia

una comunicazione altruistica. Il più delle volte è cooperativa e a volte è ingannevole (altruista nei riguardi dei piccoli

al rapace è ingannevole).

E LA COMUNICAZIONE LUDICA E DISPETTOSA?

A SCAPITO DI ENTRAMBI

Se classifichiamo la comunicazione animale in base alle ricadute sulla fitness di ricevente e emittente, in teoria c’è una

quarta possibilità non ancora considerata: che nessuno dei due si avvantaggi e tutti e due ci rimettano. Comunicare,

come qualsiasi attività ha dei costi. Immaginiamo che emittente e ricevente comunichino per collaborare a un’attività

dannosa. La comunicazione ha tutta l’aria di essere cooperativa, ma non lo è, dato che manca la mutualità evolutiva.

SENZA SCOPO EVOLUZIONISTICO?

Sapere se nel regno animale esistono comunicazioni in cui i partecipanti perdono in fitness è della massima importanza.

La teoria dell’evoluzione biologica non ammette che sopravvivano comportamenti che mandano in perdita. Perciò se

troviamo una comunicazione che va a scapito di emittente e ricevente o come nel caso dell’altruismo si dimostra che in

effetti c’è un guadagno o bisogna ipotizzare di essere finiti in un ambito in cui le leggi dell’evoluzione biologica vanno

applicate in modo più elastico.

Andando a fondo potremmo trovare elementi per capire se, dove, quando nel regno animale c’è comunicazione

intenzionale.

LA COMUNICAZIONE LUDICA

Alcuni animali giocano. Il gioco è un’attività che si riconosce perché tipicamente è fatta di moduli comportamentali

presi da altri contesti che sono alterati nella forma e nella sequenza e non portano agli esiti soliti.

Gli animali accompagnano il gioco con una speciale comunicazione, comunicazione ludica o di gioco.

Si inviano segnali di sollecitazione al gioco. Segnalare che si tratti di un gioco cambia il significato dei comportamenti.

Il segnale è un metasegnale cioè è un segnale che dà informazioni su altri segnali che in quel contesto vengono emessi.

Si tratta di segnali contrari, i cani ringhiano e scodinzolano.

L’inchino per il gioco è un segnale complesso che contiene anch’esso una negazione.

L’UTILITA’ DEL GIOCO

La comunicazione ludica sembra corrispondere al caso, postulato teoricamente, di una comunicazione che dietro

parvenze cooperative nasconde una perdita di fitness di emittente e ricevente. Il gioco è utile in vista della fitness?

A prima vista no, non si ottiene nulla di serio, è costoso perché si spendono energie. Tuttavia gli etologi sono convinti

che il gioco accresca la fitness degli animali. Ci sono diverse teorie:

• Teoria del surplus di energia. Spencer ritiene che con l’evoluzione gli esseri viventi si adattano sempre

meglio al loro ambiente, per cui impiegano meno risorse nella lotta per la sopravvivenza e vengono a trovarsi

con energia in più da spendere.

• Teoria dell’esercizio. Il principio è che il gioco è uno spazio di tranquillità e di libertà in cui ci si esercita in

modelli di azione o attività che servono nella vita. Kant, Fröbel e Groos elaborano la prima teoria

dell’esercizio. Si adattano flessibilmente all’ambiente, hanno bisogno di periodi di maturazione, nei quali

grazie al gioco acquisiscono e affinano le abilità di cui si serviranno nella vita adulta. Grazie al gioco l’animale

interagisce col proprio ambiente fisico. Varie acquisizioni dell’etologia confermano la teoria dell’esercizio.

• Teoria motivazionale. Alle teorie dell’esercizio si è rimproverato di sottovalutare il gioco, considerandolo un

comportamento immaturo. Resta in ombra il gioco degli adulti come residuo infantile. Eibl-Eibesfeldt ha

supposto che ci sia una specifica motivazione di gioco per need for competence, non conta il risultato che si

ottiene con l’azione, ma fare l’azione di per sé, l’idea di una spinta motivazionale al gioco è plausibile. Fin

dalla prima metà del Novecento sono state raccolte osservazioni che testimoniano la presenza di motivazioni

intrinseche. Certi comportamenti di gioco degli animali fanno pensare che vadano proprio a soddisfare

motivazioni intrinseche.

• Teoria della creatività. Avere uno spazio di tranquillità e libertà può essere decisivo per trovare la soluzione a

un problema. Köhler ha fatto lo studio su Sultano, uno scimpanzé comincia a giocare con i bastoni e scopre

come arrivare alla banana.

Per tutte e quattro le teorie il gioco è utile in senso evolutivo, vale a dire accresce la fitness. Nonostante le teorie

dell’utilità del gioco siano convincenti e confortate da varie osservazioni, non possono ritenersi assodate. Alcuni

studiosi le hanno criticate. Sebbene i più siano convinti dell’utilità evolutiva del gioco, c’è chi pensa che non abbiamo

elementi sufficienti per esserne certi e chi è del parere che fino a prova contraria il gioco sia da considerare un’attività

priva di scopo evolutivo, spiegabile solo chiamando in causa le intenzioni.

LA COMUNICAZIONE DISPETTOSA

Tra gli esseri umani sono noti esempi di comunicazione dispettosa. La comunicazione dispettosa sembra proprio

configurare il caso in cui sotto una parvenza conflittuale si nasconde una perdita di fitness per i partecipanti. È più facile

ipotizzare che, anziché scopi evoluzionistici, entrino in gioco intenzioni. Esistono negli animali? Le osservazioni a

riguardo sono scarse e alcuni etologi sostengono che casi davvero documentati di comportamento dispettoso non

esistono.

COMUNICAZIONE E SOCIETA’

COMUNICARE PER FAR FUNZIONARE LA SOCIETA’

Gli animali nella stragrande maggioranza dei casi conducono vita solitaria e hanno rapporti con i cospecifici solo per la

riproduzione o in certi periodi della vita o dell’anno o in particolari occasioni. La vita solitaria è abituale nelle specie

inferiori. Ci sono però animali che vivono stabilmente assieme a cospecifici. È difficile precisare la soglia a partire dalla

quale è lecito parlare di società, ma è certo che molti animali vivono in società. Per loro la comunicazione assume un

valore particolare: è lo strumento fondamentale che consente alla società in cui vivono di esistere e funzionare.

Alcuni animali sono società-dipendenti, nel senso che non sono capaci di vivere da soli.

Altri animali, pur non essendo società-dipendenti, traggono comunque vantaggio in termini di fitness della vita

associata.

DUE TIPI DI SOCIETA’ ANIMALI

Nel regno animale troviamo due tipi di società molto diversi tra loro:

• Da una parte abbiamo le società di insetti sociali, sistemi altamente organizzati e funzionanti in cui i

comportamenti sono rigidamente preordinati e gli individui si rapportano senza riconoscersi individualmente.

• Dall’altra parte abbiamo le società di animali superiori, infinitamente più piccole e anche meno organizzate,

dove gli individui si conoscono uno per uno e interagiscono in modo meno rigido e prevedibile.

LE GRANDI SOCIETA’ ANONIME DI INSETTI SOCIALI

Le società di insetti hanno popolazioni che vanno da alcune migliaia a decine di milioni di abitanti.

La caratteristica più evidente di una società di insetti è la divisione dei compiti. La prima netta divisione è tra i

riproduttori e la massa di addetti alle attività lavorative. Nelle termiti della riproduzione si incarica una coppia reale e

tutti gli altri si dedicano al lavoro.

Le api operaie invece assumono compiti diversi a seconda dell’età e della fase del ciclo di vita. L’organizzazione sociale

consente agli insetti sociali di compiere imprese collettive straordinarie, non solo per mole di lavoro, ma anche per

qualità.

Come facciano animali dotati di un cervello modesto a fare cose simili è un enigma affascinante. La forza di questi

animali sta nelle loro società.

Wheeler he ipotizzato che le società di insetti siano superorganismi cioè organismi fatti di tanti organismi individuali.

Robinson ha suggerito che una società di insetti sia un supercervello, un insieme di cervelli che danno vita a una mente

collettiva.

LA COMUNICAZIONE NELLE SOCIETA’ DI INSETTI

Le formiche comunicano con segnali uditivi prodotti da un organo stridulante posto sull’addome, con la postura e con il

tatto, ma si servono soprattutto di segnali chimici, i feromoni.

La comunicazione serve a produrre e perpetuare la struttura sociale.

È evidente che la comunicazione fa funzionare la società portando le informazioni dove servono. Le società di

formiche, come qualsiasi società, si reggono sull’informazione sociale, cioè su una conoscenza codificata su come

comportarsi nelle varie circostanze. La comunicazione fa arrivare l’informazione sociale nel posto giusto al momento

giusto. La questione cruciale è se la comunicazione si limiti a smistare l’informazione sociale o se concorra a produrla.

Nel primo caso la società è genetica: l’informazione sociale arriva agli individui attraverso i geni e le sue origini

affondano nella storia evolutiva.

Nel secondo caso l’informazione sociale almeno in parte è culturale: origina nella storia del gruppo sociale e si diffonde

da un individuo all’altro grazie alla comunicazione.

Molte cose suggeriscono che sia genetica.

Quando avvistano una fonte di cibo, molte formiche possono reclutare o meno compagne a seconda del bisogno d’aiuto.

La formica che fa l’avvistamento torna al nido lasciando una scia odorosa. Alcune compagne seguendo la scia arrivano

alla potenziale preda. Se questa merita un coinvolgimento maggiore, tornano al nido sottolineando la scia; in breve

tempo si può avere un reclutamento di massa che aumenta esponenzialmente.

La comunicazione può far funzionare un sistema sociale, anche in modo complesso, semplicemente facendo da

interfaccia.

L’importante è che l’informazione sociale a monte sia completa.

LE PICCOLE SOCIETA’ INDIVIDUALIZZATE DI PRIMATI

Salvo quelli che tendono a fare vita solitaria i primi si associano in unità riproduttive, che possono assumere diverse

configurazioni.

In alcuni casi si tratta di gruppi famigliari: una coppia monogama con la sua prole. In altri abbiamo unità ad harem,

composte da un solo maschio adulto, un certo numero di femmine e i piccoli.

Frequenti sono anche le unità multi maschili, branchi con alcuni maschi e un numero maggiore di femmine.

Abbiamo poi unità matriarcali, con una femmina e la prole.

Più unità riproduttive collegate possono dar luogo a gruppi sociali più ampi.

I gruppi sociali di primati spesso hanno un territorio che difendono a volte hanno un home range, uno spazio vitale che

condividono con altri gruppi. I gruppi si mantengono ben distinti: anche se in alcune occasioni si mescolano senza

problemi.

Paragonate a quelle di insetti, le società di primati sono decisamente piccole. Qui i rapporti sono individualizzati. Gli

individui non si rapportano l’uno all’altro esclusivamente in ragione dei ruoli ma anche in considerazione di ciò che

ciascuno è per l’altro.

Nelle società di primati si riscontra anche un grado di flessibilità sconosciuto a quelle di insetti.

Le gerarchie dei primati sono complesse e fluide. Un individuo può avere posizioni gerarchiche diverse in ambiti

diversi. La posizione reciproca di due individui cambia a seconda degli alleati su cui in quel momento può contare.

Giochi di alleanze in seno al gruppo possono far retrocedere alcuni e far salire altri.

Diversamente da quanto accade nelle società di insetti, qui l’informazione sociale è in buona parte culturale.

Lo zoologo Kummer aveva notato la tendenza dei maschi di babbuini a rispettare i rapporti coniugali e a non portar via

le femmine degli altri maschi, anche quando questi erano subordinati.

I maschi delle unità ad harem delle amadriadi controllano strettamente le proprie femmine. Quando una cerca di

allontanarsi la minacciano con lo sguardo e, se non basta la rincorrono e la mordono al collo.

Un’organizzazione flessibile su basi culturali è vantaggiosa perché consente di adattarsi più rapidamente a cambiamenti.

TRE FUNZIONI DELLA COMUNICAZIONE NELLE SOCIETA’ DI PRIMATI

La comunicazione dei primati colpisce per la sua ricchezza e intensità. Ogni individuo è costantemente bombardato da

segnali, in genere sottili che gli vengono dagli altri.

Come in quelle di insetti sociali, nelle società di primati la comunicazione serve a smistare l’informazione sociale. Qui

però ha almeno altre tre funzioni:

1. Veicolare l’informazione sociale culturale. La trasmissione ereditaria veicola l’informazione sociale

lentamente e in modo limitato, passandola solo ai discendenti e procedendo sempre in avanti. La

comunicazione è invece un veicolo rapido e potenzialmente illimitato, capace di passare le informazioni a

chiunque e anche all’indietro, dai più giovani ai più anziani.

2. Monitorare la vita sociale. Se i rapporti sono individualizzati, la struttura sociale è flessibile e l’informazione

sociale può nascere dalla storia del gruppo, è necessario tenere continuamente sotto osservazione la vita

sociale.

3. Controllare gli sviluppo sociali. In una società elastica non basta monitorare la vita sociale. Gli individui sono

chiamati a intervenirvi per pilotarla nella misura in cui si può e conviene: bisogna essere proattivi.

LA COGNIZIONE SOCIALE NEI PRIMATI

Riconoscere il richiamo di un figlio è un comportamento frequente nel regno animale, che di solito non viene

considerato segno di cognizione sociale. Può darsi che la madre abbia semplicemente una conoscenza procedurale che

la guida a rispondere.

Un indizio più significativo è il fenomeno dell’aggressività stornata o della riconciliazione stornata. Un individuo

vittima di un’aggressione può prendersela in seguito con terzi più deboli, che non vengono scelti a caso, ma tra i parenti

dell’aggressore. Dopo un litigio un individuo può cercare la riconciliazione con i parenti del rivale. Sembrerebbe che i

primati abbiano concetti tipo “madre”, “padre”, “fratello” ecc.

LA COSTRUZIONE SOCIALE NEI PRIMATI

Se gli individui intervengono a indirizzare la vita sociale, in qualche misura concorrono a costruire la società in cui

vivono. La comunicazione in questo è fondamentale. Buona parte del tempo è dedicato a produrre coesione sociale per

evitare che il gruppo si disgreghi. Una spinta forte alla disgregazione è la competizione riproduttiva. Si è ipotizzato che

sia importante l’attrazione sessuale che comunque le femmine esercitano. La coesione però è in gran parte mantenuta

con uno sforzo costante. Le gerarchie riducendo i conflitti, favoriscono la coesione. Un altro meccanismo è la

concentrazione dell’attenzione sui piccoli. I primati sono attratti naturalmente per predisposizione biologica, dalle

fattezze infantili. Ci sono specie che hanno madri permissive, che lasciano che i figli siano coccolati da altri e specie

con madri gelose.

La competizione è diventata insostenibile ma non si vuole perdere la faccia, cioè non si vuole guastare la propria

immagine. Il problema è come salvaguardare la posizione sociale senza distruggersi nella competizione. La soluzione è

una messa in scena corale. Tutto questo implica un tentativo di manipolare la conoscenza sociale degli altri a proprio

vantaggio. Non si interviene più semplicemente sulla realtà sociale, ma sulla conoscenza della realtà sociale. La

strategia adottata, la bugia condivisa, è un intreccio di inganno e intesa. A un livello ci si inganna, ma a un altro ci si

intende. Per ingannarsi intendendosi occorre comunicare a due livelli: dell’inganno e dell’intesa.

CANALI DI COMUNICAZIONE

IL CONCETTO DI CANALE

È un errore comune confondere il canale con il mezzo fisico. Un canale è qualcosa di molto più complesso, tant’è vero

che occorre un lungo cammino evolutivo perché ne nasca uno. Possiamo definire il canale una via attraverso la quale

l’informazione può viaggiare dall’emittente al ricevente che viene a crearsi grazie a una serie di condizioni.

Occorre un apparato di ricezione in grado di percepire quei suoni.

Ci vuole un mezzo fisico, attraverso il quale il suono si propaghi. Perché i suoni non siano semplici suoni occorre un

codice condiviso.

I CINQUE CANALI DEL REGNO ANIMALE

Ci sono animali che dispongono di un solo canale. Generalmente ne hanno più d’uno. L’uomo ne ha ereditati quattro.

IL CANALE CHIMICO

La comunicazione chimica è la più antica filogeneticamente ed è l’unica dei protozoi, gli organismi unicellulari

considerati il livello più basso della scala. È la più diffusa nel regno animale. A veicolare le informazioni sono i

feromoni, messaggeri chimici ritenuti i progenitori evolutivi degli ormoni, che svolgono una funzione simile all’interno

dell’organismo regolando il funzionamento degli organi.

IL CANALE ACUSTI

La comunicazione acustica è un prodotto relativamente recente dell’evoluzione. Sebbene sia presente negli invertebrati

è diffusa soprattutto nei vertebrati.

I suoni possono essere prodotti percuotendo qualcosa o facendo vibrare qualcosa. Generalmente gli animali dispongono

di organi appositi per produrre i suoni.

IL CANALE VISIVO

La comunicazione visiva è molto diffusa: tende a instaurarsi ogni volta che la visione è possibile. Generalmente avviene

dove c’è luce. L’emittente può limitarsi a sfruttare segnali permanenti, esponendo parti specializzate del corpo,

particolarmente vistose per i colori o la forma.

IL CANALE TATTILE

La comunicazione tattile è poco diffusa. Richiede che gli animali siano a stretto contatto. La ritroviamo negli insetti in

sostituzione della visiva. Importante nei primati, dove il contatto serve a consolidare i rapporti sociali.

IL CANALE ELETTRICO

La comunicazione elettrica è rara ed è stata scoperta solo di recente. Si trova in due famiglie di pesci africani. Grazie

alla capacità di emettere scariche elettriche.

ECOLOGIA DEI CANALI DI COMUNICAZIONE

Le specie tendono a privilegiare determinati canali. Anche quando ne usano diversi, uno o due sono i più importanti.

Se determinati canali si sono affermati, è perché sono risultati vantaggiosi in termini di fitness, perché hanno dimostrato

di avere costi inferiori ai benefici. Ciascun canale differisce dagli altri per una serie di caratteristiche dal punto di vista

evolutivo.

Le caratteristiche dei vari canali vanno lette in un’ottica ecologica, che tiene conto del complesso rapporto tra l’animale.

Un canale si impone nell’evoluzione se è:

• Praticabile, cioè se è utilizzabile date le sue caratteristiche anatomo-funzionali e se non richiede eccessivo

dispendio di energia;

• Adatto all’uso;

• Ecologicamente efficiente, cioè in grado di trasmettere informazioni con alto rapporto benefici-costi, date le

condizioni ambientali dell’habitat dell’animale;

• Ecologicamente efficace, cioè in grado di raggiungere lo scopo della comunicazione senza compromettere

l’adattamento dell’animale all’ambiente.

EVOLUZIONE DI MEZZI DI COMUNICAZIONE

COME NASCE UN SEGNALE

I PRECURSORI ANCESTRALI

I segnali si formano nel corso dell’evoluzione a partire da precursori ancestrali, comportamenti originariamente privi di

significato comunicativo. In alcuni casi è facile risalire al precursore ancestrale.

In molti casi il segnale a prima vista è inspiegabile o strano e per risalire al precursore ancestrale occorre un’analisi

comparata dei comportamenti di specie affini.

TIPI DI PRECURSORI ANCESTRALI

Si conoscono tre tipi di precursori ancestrali. Tutti hanno in comune il fatto di essere comportamenti carichi di

informazioni per il ricevente e funzionalmente poveri, cioè poco idonei a fare qualcos’altro.

• Componenti di emozioni. Come aveva colto Darwin alcuni segnali esprimono emozioni. Le manifestazioni

esteriori delle emozioni devono essersi specializzati come segnali perché in grado di informare il ricevente sul

problema che l’emittente ha e su ciò che probabilmente farà.

• Componenti di azioni. Il segnale può derivare da un atto isolato dalla sequenza di azioni di cui costituisce un

segnale.

• Esiti di conflitti motivazionali. Se un animale è preda di due motivazioni che lo spingono a tenere

comportamenti opposti, può risolvere il conflitto producendo un comportamento misto, alternando in rapida

sequenza i due comportamenti. Un’altra possibilità è liberarsi del conflitto facendo qualcosa di completamente

diverso, di non pertinente in quel contesto: si parla di comportamento sostitutivo. Sia i comportamenti misti

che i sostitutivi fanno da precursori ancestrali. Comportamenti misti e sostitutivi sono abbastanza insoliti da

essere notati.

LA RITUALIZZAZIONE

Un precursore ancestrale si trasforma in segnale attraverso un processo di ritualizzazione. Il comportamento perde la

funzione che aveva e diviene un rito che serve a comunicare. Nel segnale il comportamento originario appare alterato.

Può essere incompleto, fissato, esagerato. A volte è accompagnato da sottolineature come l’emissione di suoni

particolari.

COME NASCE UN CANALE

Perché una specie acquisisca un canale devono crearsi tutte le condizioni della sua esistenza. È essenziale che gli

individui di quella specie arrivino a possedere apparati di emissione e di ricezione adatti e che il loro impiego nella

comunicazione si riveli ecologicamente efficace ed efficiente. Gli appartati di emissione e ricezione non si formano per

consentire all’animale di comunicare. L’evoluzione non procede con un disegno in mente, come dice Lorenz, non

prevede il futuro. Questi apparati si formeranno per altre ragioni e una volta utilizzati per comunicare, la selezione

naturale li consoliderà e affinerà.

LA DINAMICA EVOLUTIVA

LE SPINTE EVOLUTIVE

Una volta instaurata, una modalità di comunicazione può non solo stabilizzarsi, ma anche migliorare sempre più sembra

che i motori evolutivi siano due.

• Capirsi. Nelle comunicazioni cooperative e altruistiche i malintesi e in genere le disfunzioni della

comunicazione possono compromettere la cooperazione e l’aiuto, riducendo la fitness dei partecipanti. La

selezione naturale premia la comunicazione efficace ed efficiente.

• Affinare le armi. Quando c’è competizione, la comunicazione migliora per una sorta di corsa alle armi. Chi

inganna deve comunicare in modo da non essere scoperto e per non essere ingannati occorre adoperare segnali

sempre più difficili da imitare.

L’EQUILIBRIO TRA ONESTÀ E INGANNO

Ci sono buone ragioni per pensare che nel cammino evolutivo la corsa alle armi abbia preceduto lo sforzo di capirsi. La

comunicazione inizialmente dev’essersi evoluta per ingannare. Se la comunicazione cooperativa è un sottoprodotto

della competitiva e se l’altruismo è un fenomeno circoscritto alla parentela e alla reciprocità, per un certo tempo la

storia evolutiva della comunicazione dev’essere stata una storia di inganni sempre più agguerriti.

L’inganno permane nel regno animale a tutti i livelli. I calcoli dicono che in alcuni casi addirittura ha un’incidenza

maggiore dell’onestà.

LA PARTECIPAZIONE MENTALE ALLA COMUNICAZIONE

AUTONOMI O ESSERI PENSANTI?

Dinnanzi ad animali che interagiscono e comunicano si pone un interrogativo fondamentale: sono automi o mentre

interagiscono pensano?

L’interrogativo si impone seriamente, perché sappiamo che l’evoluzione produce programmi interattivi degli esseri

viventi, che simulano comportamenti intelligenti degli individui, ma che in realtà manifestano solo l’intelligenza della

selezione naturale. Siamo portati a vedere menti al lavoro anche dove probabilmente non ci sono.

LE FARFALLE NOTTURNE E I PIPISTRELLI

Pipistrelli e farfalle notturne ingaggiano straordinari inseguimenti aerei. I pipistrelli per individuare le prede al buio

utilizzano una specie di sonar a ultrasuoni. Ogni farfalla notturna ha intorno a sé una ziona rischio, se un pipistrello si

aggira fuori dalla zona, se ne sta tranquilla, se entra dà segni d’allarme. Nel caso in cui punti verso di lei esegue una

manovra di allineamento: si mette sulla stessa traiettoria del pipistrello e gli vola davanti. Così riduce la superficie

corporea esposta al sonar e ha buone probabilità di fuggire. Qualora dovesse arrivare a due metri e mezzo circa la

farfalla sfodera il volo erratico: vola disordinatamente e convulsamente.

Roeder con esperimenti semplici ha dimostrato che il comportamento della farfalla durante l’inseguimento è frutto di

percezione meccanica.

Buona parte del comportamento della farfalla dipende da una sensibilità selettiva ai suoni.

La farfalla dispone di un repertorio fatto di tre comportamenti stereotipati da attivare in risposta ai segnali acustici:

1. Stato di allerta

2. Allineamento

3. Volo erratico.

Si tratta di comportamenti programmati geneticamente e eseguiti automaticamente.

L’USO DI CONOSCENZE PREGRESSE NELLA COMUNICAZIONE

LA CONOSCENZA NELLA RICEZIONE

Per funzionare un segnale deve trovare un ricevente sensibile che lo capta e ne viene modificato in qualche modo. Non

è detto però che gli effetti sul ricevente debbano essere di tipo cognitivo. L’effetto è cognitivo solo se il segnale mette in

gioco rappresentazioni mentali del mono e l’informazione che porta entra in un processo mentale.

Quando entrano in gioco rappresentazioni mentali nella comunicazione animale? Non è facile dirlo, ma molto dipende

da quello che intendiamo per rappresentazioni mentali. Possiamo pensare che una rappresentazione mentale debba

essere per forza una descrizione del mondo fatta di concetti e relazioni tra concetti o di immagini che riproducono la

realtà. In tal caso limitiamo la nozione a qualcosa di altamente elaborato. C’è da aspettarsi che nel regno animale siano

pochi i casi di ricevente che operano con simili rappresentazioni mentali.

Gallistel è possibile assumere una nozione di rappresentazione mentale più ampia basandoci su considerazioni di tipo

funzionale. Anziché restare ancorati all’idea che una rappresentazione mentale debba necessariamente descrivere il

mondo, chiediamoci come funziona. In quest’ottica una rappresentazione mentale è un sistema di elementi presenti

nell’individuo funzionalmente isomorfo a un sistema di elementi del mondo. Funzionalmente isomorfo vuol dire in

concreto che a un cambiamento introdotto nel sistema del mondo corrisponde un cambiamento analogo nel sistema

interiore dell’individuo. Così intesa può essere descrittiva, come più semplicemente procedurale. Non c’è bisogno che il

sistema interiore produca descrizioni del mondo, può anche dar luogo direttamente a istruzioni, comandi per

l’individuo.

Se definiamo così le rappresentazioni mentali, con ogni probabilità nel regno animale troveremo molti più casi di

ricezione cognitiva dei segnali.

COMUNICAZIONE TOPOGRAFICA E MAPPE COGNITIVE

Tutto fa credere che le mappe cognitive delle api siano di tipo procedurale, non descrittivo. Un’ape sa trovare un

percorso alternativo per arrivare a una fonte di cibo da un punto di partenza diverso dal solito, ma non va oltre. Se

disponesse di una mappa descrittiva pianificherebbe i percorsi.

Un commesso che deve visitare un ceto numero di clienti tende a seguire il percorso ottimale. Per individuarlo ha

bisogno di una mappa descrittiva, non può servirsi di una procedurale.

Gli scimpanzé posseggono mappe cognitive descrittive.

Non sembra che gli scimpanzé facciano un grande uso nella comunicazione di mappe descrittive del territorio. Forse

questo si deve al fatto che sono più interessati ad altro.

LA CONOSCENZA NELL’EMISSIONE

Generalmente un animale emette un segnale solo in un contesto appropriato. Questo può avvenire semplicemente

perché l’individuo è programmato per rispondere emettendo quel segnale in presenza di uno stimolo-chiave o di

un’associazione di stimoli-chiave. Può anche esserci però una mediazione cognitiva: l’animale confronta la situazione

percepita con la rappresentazione della situazione di pericolo che ha in mente e decide. La rappresentazione mentale

può essere procedurale o descrittiva. Non siamo in grado di appurare se e quando entrano in gioco rappresentazioni

mentali di quale tipo.

L’EFFETTO AUDIENCE

Si conoscono casi in cui gli animali adeguano l’emissione di segnali ai riceventi presenti.

L’effetto audience teoricamente si può spiegare considerandolo una risposta meccanica a più stimoli associati, ma è

complicato. È ragionevole supporre che si usino rappresentazioni mentali. Non occorre scomodare le rappresentazioni

descrittive, le procedurali sono sufficienti.

L’INTENZIONALITÀ

IL CONCETTO DI INTENZIONALITÀ

Nel linguaggio comune l’intenzionalità è la caratteristica delle azioni volute, premeditate, calcolate.

La nozione di intenzionalità è grossolana: da un lato è troppo vaga, dall’altro troppo restrittiva.

Il concetto di intenzionalità viene dalla filosofia ed etologia e psicologia e lo prendono in prestito.

La nozione di intenzionalità del senso comune è più ristretta di quella filosofica: fa riferimento solo alle intenzioni

pratiche, alla volontà di agire, mentre sono intenzioni anche credenze, desideri e ogni altro stato mentale.

LIVELLI DI INTENZIONALITÀ

Per il filosofo della mente Dennet l’intenzionalità è il risultato di un “atteggiamento intenzionale” cioè della tendenza a

pensare in termini di intenzioni.

Attribuendo a sé stessi e agli altri intenzioni si riesce a spiegare e predire comportamenti che diversamente resterebbero

incontrollabili, anche se le conclusioni cui si arriva sono approssimative.

Così intesa, un’intenzione non è che un comodo modo di rappresentarsi la realtà. Ci sono diversi livelli intenzionali:

• Un individuo A può semplicemente proiettarsi mentalmente verso un oggetto del mondo. A questo livello

l’intenzione è una rappresentazione di un contesto con dentro l’individuo che agisce;

• Si sale di livello se A pensa che B abbia un’intenzione. In questo caso l’intenzione di A è di secondo livello,

dato che è la rappresentazione di una rappresentazione.

• A un terzo livello A pensa che B pensi che A abbia un’intenzione. Siamo in presenza della rappresentazione

della rappresentazione di una rappresentazione.

Ovviamente possiamo andare oltre.

Le intenzioni nella teoria di Dennet sono rappresentazioni riflessive, capaci cioè di rappresentare se stesse, per cui

possiamo avere:

• Intenzioni semplici: se non includono altre rappresentazioni;

• Metaintenzioni: se ne includono altre.

ICONE INTENZIONALI O LETTURA DELLA MENTE?

Le intenzioni come le intende Dennet sono qualcosa di decisamente complesso.

Millikan ha proposto una teoria dell’intenzionalità in grado di spiegare interazioni anche complesse tra individui con

intenzioni semplici, senza ricorrere a metaintenzioni. La nozione chiave è quella di icona intenzionale. Si tratta di

un’interfaccia interattiva, simile all’icona che ci permette di dialogare col computer. Un’icona intenzionale informa

l’individuo A che l’individuo B è disposto a compiere l’azione Y.

Secondo Millikan le icone intenzionali nell’evoluzione nascono quando organismi diversi cooperano e si coevolvono.

Troviamo icone intenzionali che fanno dialogare anche parti di uno stesso organismo.

A livello teorico possiamo tentare di azzardare risposte alla domanda riflettendo sull’evoluzione. Se l’uomo ha

sviluppato intenzioni più complesse delle icone, dev’essere stato perché nel suo adattamento all’ambiente erano

vantaggiose. Le icone intenzionali funzionano se mettono in grado un individuo di prevedere con relativa sicurezza

quale azione l’altro farà in risposta ad una sua. Devono essere connesse alle azioni tra cui fanno da interfaccia in modo

sistematico: non si dice che la connessione debba essere necessaria, ma almeno che ci sia una buona probabilità.

L’inganno certamente riduce la funzionalità delle icone, ma non al punto da renderle inservibili, anche perché si viene a

creare un equilibrio onestà-inganno. A rendere aleatorio il nesso icona-azioni con ogni probabilità è stata la vita in

società individualizzate elastiche e culturali, che possono essere cambiate dal basso, cioè dall’attività di costruzione

sociale degli individui che ne fanno parte. In un ambiente sociale instabile le azioni connesse a un’icona si moltiplicano

e si è costretti a decidere caso per caso quali azioni sono in gioco.

Chiedersi se hanno intenzioni gli animali vuol dire porsi una domanda troppo generica. Dobbiamo precisare di quale

tipo parliamo.

Dobbiamo anche cercare di stabilire quando ne fa uso. Teoricamente un animale può disporre di metaintenzioni ma

adoperarle solo in casi particolari quando non può cavarsela con le icone.

GLI ANIMALI COMUNICANO INTENZIONALMENTE?

Se ci concentriamo sulla comunicazione, i quesiti sull’intenzionalità si possono ridurre a 3:

1. Gli emittenti hanno intenzioni?

2. I riceventi attribuiscono intenzioni agli emittenti?

3. Gli emittenti attribuiscono intenzioni ai riceventi, in base alle quali fanno calcoli sugli effetti che la

comunicazione produrrà su di loro?

FATTI SOSPETTI

Vari comportamenti osservati nella comunicazione animale fanno nascere il dubbio che sotto ci siano intenzioni.

• Inganni. Gli inganni predisposti dall’evoluzione, come nel caso del mimetismo, certamente non sono

intenzionali. Quelli da prendere in più seria considerazione sono quelli che sembrano improvvisati. Si può

tentare di capire se l’inganno è intenzionale osservando come si comporta mentre lo porta avanti. Gli inganni

nei primati sembrano ideati lì per lì. Non possiamo dire con certezza però se l’animale ha avuto modo in

passato di imparare la strategia che cade sotto l’osservazione. Potrebbe semplicemente aver imparato a

interagire con l’interfaccia di icone. Sono particolarmente suggestivi i casi di inganno tattico. Non è una prova

certa di intenzionalità.

• Effetto audience. Con buona probabilità l’effetto audience testimonia che l’emittente si rappresenta la

situazione. Non dice però come si potrebbe pensare, che ha intenzioni di terzo livello di Dennet che lo portano

a calcolare gli effetti sul suo pubblico.

• Produzione di segni convenzionali. I segni stabilmente codificati sono eredità dell’evoluzione e si formano

attraverso processi di ritualizzazione. I primati però tendono anche a produrre culturalmente segnali

convenzionali. Vari esperimenti dimostrano che i primati, quando ne hanno bisogno, sanno produrre segnali

accordandosi sul codice da adottare. Il fatto che si producano segnali apposta per comunicare in una data

circostanza fa pensare a un’intenzione. Anche qui però possiamo sempre trovare spiegazioni più semplici

rifacendoci all’apprendimento.

• Gioco. I segnali della comunicazione ludica sembrano implicare a prima vista rappresentazioni di terzo livello

di Dennet. La comunicazione ludica si può spiegare più semplicemente in termini di icone intenzionali.

• Didattica. Per insegnare efficacemente è di grande aiuto leggere la mente dell’allievo: vedendo le cose dal suo

punto di vista è possibile rendersi conto delle difficoltà che incontra e assisterlo. Si rendono conto delle

difficoltà dell’allievo.

ESPERIMENTI DI LETTURA DELLA MENTE

Daniel Povinelli e i suoi collaboratori hanno condotto diversi esperimenti di lettura della mente in scimpanzé e in

macachi Rhesus. In un esperimento veniva messa alla prova la capacità di questi di assumere il ruolo dell’altro.

Gli scimpanzé dopo aver appreso un ruolo non avevano nessuna difficoltà ad assumere l’altro. I macachi invece

dovevano imparare la nuova parte da capo.

In un altro esperimento veniva saggiata la capacità di discriminare tra chi ha visto e sa e chi non ha visto e non sa. Gli

scimpanzé seguivano quasi sempre l’indicazione della persona che aveva nascosto il cibo, dando l’impressione di

sapere che non ci si poteva affidare a chi non aveva visto la scena. Per i macachi invece le indicazioni dell’uno e

dell’altro erano sullo stesso piano.

Sembrerebbe che gli scimpanzé siano in grado di collegare il vedere al sapere. I risultati fanno pensare che gli

scimpanzé si regolino in base a indizi esteriori, piuttosto che scrutare seriamente la mente dell’altro.

ESPERIMENTI DI COMUNICAZIONE INTENZIONALE

Woodruff e Premack hanno cercato di dimostrare che gli scimpanzé quando sono emittenti calcolano gli effetti della

comunicazione sui riceventi e quando sono riceventi tengono conto delle intenzioni dell’emittente. Dopo un po’ gli

scimpanzé comunicano solo con il partner cooperativo. Si avvalgono delle indicazioni e imparano presto a distinguere

tra i due tipi di partner. Sembra che abbiano capito che quel partner tende a dire il contrario di come stanno le cose. Non

è chiaro perché abbiano bisogno ogni volta di mettere in segna verità e menzogna.

COME STANNO LE COSE?

Sebbene non abbiamo certezze, con buona probabilità è da escludere che animali diversi dalle antropomorfe vadano

oltre l’uso di intenzioni di primo livello e di icone intenzionali. Nel caso delle antropomorfe, degli scimpanzé in

particolare, sembra che ci sia una capacità di comprendere le intenzioni degli altri. Tuttavia i risultati contradditori delle

ricerche inducono a dubitare che ci sia una era e propria lettura della mente. Comprendere in qualche modo le intenzioni

degli altri vuol dire saper leggere la mente come la leggiamo noi.

LA COSCIENZA DI SÉ

COSCIENZA E AUTOSCIENZA

A risvegliare l’interesse per la coscienza degli animali è stato Nagel. Poco dopo Griffin scrisse un libro in cui sosteneva

che, studiati con l’approccio giusto, gli animali risultano dotati di coscienza più di quanto immaginiamo.

Griffin tende a confondere attività mentali, intenzionalità, pensiero e coscienza. Di fatto gli studi sugli animali si sono

concentrati essenzialmente sull’autocoscienza, sulla consapevolezza che l’individuo ha di sé.

Con ogni probabilità esistono diversi livelli di autocoscienza:

• A un livello più elementare, l’individuo possiede un’autoconsapevolezza soggettiva: si percepisce come

agente, vede un sé soggetto delle zioni. Si possono distinguere due sottolivelli:

o In uno l’individuo si rende conto di essere quello che compie quelle azioni che producono certi effetti

nell’ambiente;

o Nell’altro tiene conto anche di come le azioni influiscono sulle impressioni che gli altri formano.

• Di livello più alto è l’autoconsapevolezza oggettiva, in cui l’individuo si colloca in una mappa del mondo,

esce idealmente da sé e vede un sé soggetto. Due sottolivelli:

o A seconda che l’individuo abbia una mappa sociale fatta semplicemente di intenzioni proprie e altrui;

o O che riesca a rappresentarsi la situazione dal punto di vista proprio e degli altri;

• Ancora più su troviamo l’autoconsapevolezza individuale, in cui un individuo ha la sensazione che tutte le

esperienze passate e presenti trovino unità in lui e può dire “questo sono io”.

A livello teorico è ragionevole supporre che coscienza e autocoscienza siano presenti nel regno animale. Tuttavia un

conto è che l’esistenza di forme di coscienza sia teoricamente plausibile, altro è dimostrarla empiricamente.

INDIZI DELLA COSCIENZA DI SE’ NELLA COMUNICAZIONE

Negli esseri umani la comunicazione mette in gioco decisamente il sé e si accompagna a un lavoro di gestione del sé

che richiede come minimo autoconsapevolezza oggettiva.

RICONOSCERSI ALLO SPECCHIO

Köhler aveva notato che gli scimpanzé dinnanzi a uno specchio si comportano in modo particolare. Dapprima cercano

di comunicarci, dopo un po’ cominciano a servirsi dello specchio per ispezionare parti del proprio corpo normalmente

inaccessibili alla vista.

Sembra che si riconoscano. Sono molti gli animali che trattano l’immagine dello specchio come un cospecifico. Questi

animali, cani, gatti, galline, però non arrivano a riconoscersi. Anche i bambini prima dei 18 mesi, che non hanno ancora

acquisito l’autoconsapevolezza oggettiva, evitano lo specchio.

Gallup ha ideato il famoso test della macchia sul viso. Al test sono stati sottoposti numerosi animali ma solo due,

scimpanzé e orango hanno risposto positivamente.

La risposta positiva al test indica sicuramente che l’animale è capace di autoriconoscimento: possiede una

rappresentazione del proprio corpo e la usa.

È DAVVERO COSCIENZA DI SÉ?

Le tesi di Gallup sono state oggetto di varie critiche. L’autoriconoscimento non implica necessariamente

l’autoconsapevolezza oggettiva o per lo meno non richiede un’autoconsapevolezza oggettiva di livello elevato: davanti

allo specchio posso capire che quello sono io, anche se non ho una precisa mappa del mondo fisico e sociale in cui

metto me stesso. Certe critiche appaiono eccessive.

CAPITOLO 4- IL LINGUAGGIO

Una caratteristica evidente della comunicazione umana è che si avvale del linguaggio. L’uomo è l’unico nel regno

animale a disporre di questo strumento.

Il linguaggio è uno strumento di coesione potente, perché si può parlare contemporaneamente a più persone, mentre si

sta facendo qualcosa o mentre ci si sposta. Il linguaggio è uno strumento essenziale della cultura, non solo perché

facilita la tradizione, ma anche perché grazie ad esso è possibile costruire rappresentazioni condivise del mondo e della

stessa realtà sociale.

Il rapporto tra linguaggio e mente è controverso.

Alcuni pensano che il linguaggio sia un prodotto della mente e che perciò presupponga una mente già molto evoluta.

Altri che a far sviluppare la mente umana sia stato proprio il linguaggio. È certo comunque che il linguaggio ha favorito

lo sviluppo intellettivo dell’uomo. Molti filosofi della mente sono convinti che il linguaggio sia un prerequisito

dell’intenzionalità della coscienza e arrivano a sostenere che la mente in senso forte, quella fatta di stati di coscienza,

come noi la conosciamo, è solo umana. Questa convinzione urta contro il fatto che forme di intenzionalità e di

coscienza sembra ci siano in animali che non posseggono il linguaggio.

Quasi certamente al linguaggio dobbiamo lo sviluppo delle capacità analitiche, di ragionamento e riflessione. Il

presupposto di un modo di procedere del genere è che nel linguaggio si trovi come cristallizzata la nostra conoscenza

razionale della realtà: è la cosiddetta teoria linguistica dell’immagine razionale del mondo. Non è un’idea bizzarra,

se pensiamo che il linguaggio è analitico, che è usato molto per parlare del mondo e che è un’eredità in cui possono

essersi sedimentate conoscenze millenarie dell’uomo.

Oltre che l’analisi il linguaggio favorisce l’astrazione: induce a prescindere dalle determinazioni particolari delle cose

per trarne una conoscenza universale, in altri luoghi in altri tempi.

A stimolare l’astrazione è soprattutto il distanziamento, la caratteristica per cui il linguaggio consente di parlare di cose

presenti altrove.

Anche lo sviluppo della scrittura deve molto al linguaggio.

La psicologia studia il lato mentale dell’uso del linguaggio, cioè le attività cognitivi e che consentono a un individuo di

comunicare attraverso il linguaggio. Si tratta di attività complesse, in cui entrano in gioco, oltre a attività di base quali

percezione, attenzione, memoria, anche abilità motorie e attività di pensiero, come comprensione della realtà, soluzione

di problemi, decisione. Altro tema è il rapporto tra linguaggio e mente. Per capirne gli aspetti psicologici occorre aver

chiaro che cos’è il linguaggio, com’è fatto e come funziona.

DUE DEFINIZIONI DI LINGUAGGIO

IL FONDAMENTO COMUNE DELLE LINGUE NATURALI

È un merito della linguistica aver messo in evidenza che le molte lingue naturali sono in sostanza simili. Ad attirare

l’attenzione sulla logica che accomuna le lingue naturali ha contribuito Chomsky.

Tutte le lingue conosciute di oggi e di ieri, analizzate a un livello astratto, mostrano la stessa architettura e gli stessi

principi di funzionamento. C’è una base universale. Questo fondamento comune è il linguaggio. Buona parte della

linguistica ha per oggetto il linguaggio: solitamente si distinguono una linguistica descrittiva, che studia le singole

lingue, e una linguistica generale, che studia il linguaggio.

LO SPECIALE SISTEMA DI COMUNICAZIONE DELL’UOMO

Il linguaggio cosa lo distingue dagli altri sistemi naturali di comunicazione. Sembra che si distingua per due

caratteristiche:

• È tipicamente umano. Gli animali dispongono di sistemi di comunicazione a volte complessi, ma il

linguaggio è uno specifico possesso umano e anche ai livelli inferiori di intelligenza, ai livelli patologici,

troviamo una facilità di espressione totalmente inaccessibile per una scimmia. Gli sforzi per dimostrare che

certi animali possono imparare a farne uso sono risultati deludenti.

• È speciale. Il linguaggio appare un sistema di comunicazione fuori dall’ordinario, che si stacca decisamente

dagli altri. Vari tentativi di precisare che cos’ha di speciale il linguaggio. A confronto i sistemi comunicativi

naturali con l’intento di individuare i tratti costitutivi. Hockett è arrivato a individuarne 16:

o canale uditivo-vocale;

o trasmissione a distanza e ricezione direzionale

o rapida evanescenza: svaniscono rapidamente i suoni;

o intercambiabilità: i partecipanti possono alternare i ruoli di emittente e ricevente;

o feedback completo: il canale consente a chi parla di ascoltare ciò che dice e controllare via via

l’eloquio;

o specializzazione: il sistema è dedicato interamente alla comunicazione;

o semanticità: usato correttamente in funzione simbolica per parlare del mondo;

o arbitarietà: le parole non somigliano a ciò che indicano non hanno carattere iconico;

o carattere discreto: è formato da unità elementari distinte che si combinano;

o distanziamento: può essere impiegato per parlare di cose che non si trovano nel contesto della

comunicazione ma sono lontane nel tempo e nello spazio;

o apertura: capacità di dire cose che non sono mai state dette o udite;

o tradizione: nasciamo predisposti ad apprendere una lingua;

o dualità di strutturazione o doppia articolazione: il significato non è trasmesso dai suoni in sé ma da

come si combinano a formare strutture astratte;

o prevaricazione: i messaggi possono essere falsi, il mentire sembra essere estremamente raro tra gli

animali diceva Hockett (chiaramente aveva torto);

o riflessività: il linguaggio può essere usato per comunicare sul linguaggio stesso;

o apprendibilità: il parlante di una lingua è in grado di impararne un’altra qualsiasi.

L’IPOTESI DELL’UNICO EVENTO ORIGINARIO

Il linguaggio sembra essere nato una volta per tutte in un unico centro. Non si può usare il linguaggio se non usando una

specifica lingua naturale. I primi uomini ad acquisire il linguaggio devono aver avuto perciò una loro lingua. È stata

questa la protolingua mondiale, la lingua a partire dalla quale nel corso della storia successiva si sono formate le altre

lingue. La base è rimasta la stessa. La cosa si può spiegare pensando che il linguaggio è una dotazione evolutiva e

quindi permanente dell’uomo, mentre le varie lingue nascono nella storia culturale.

• Forse esiste un albero genealogico delle lingue. Schleicher ha introdotto il concetto di albero linguistico,

l’idea cioè che le lingue derivino da ceppi comuni attraverso diversificazioni successive come i rami di un

albero. Pensava che l’origine delle lingue fosse simile a quella delle specie. Oggi sappiamo che da una lingua

madre possono formarsi lingue figlie grosso modo come sosteneva Schleicher. Si è riusciti a ricostruire

l’origine delle lingue della famiglia indoeuropea arrivando a individuare e a descrivere in parte il ceppo di

partenza, il protoindoeuropeo. Ci si è spinti oltre risalendo a una lingua di cacciatori da cui deriverebbero, oltre

alla famiglia indoeuropea, l’uralo-altaica, la dravidica, l’afro-asiatica e la cartvelica.

• Non esistono lingue primitive. Nel XIX secolo era in voga la convinzione che ci siano lingue più avanzate e

meno. Oggi è chiaro che sono tutte allo stesso livello. Messe a confronto si rivelano alla pari per complessità

della struttura grammaticale e ricchezza del lessico. Le lingue pidgin (business) sono le uniche ad avere un

vocabolario ristretto e una grammatica semplificata. Si tratta però di lingue commerciali. Fatto importante,

tutte le lingue hanno la stessa potenzialità espressiva.

• Le differenze sono adattamenti culturali. A produrre la differenziazione linguistica è la differenziazione

culturale. La conseguenza è che ogni lingua è adatta per la cultura che la parla.

LE ORIGINI DEL LINGUAGGIO

Le origini del linguaggio sono nel nostro passato evolutivo.

Secondo il modello emergentista, che ha un riferimento in Chomsky, il linguaggio è un’emergenza evolutiva, cioè un

fenomeno qualitativamente diverso che compare all’improvviso, e va collocato in tempi relativamente recenti della

nostra storia evolutiva.

Per il modello evoluzionista, che ha un riferimento in un linguista, Pinker, il linguaggio è stato modellato lentamente

dall’evoluzione e verosimilmente è antico.

FATTI CERTI

Nel corso dell’evoluzione del genere Homo sono comparsi il linguaggio e una serie di adattamenti anatomo-fisiologici

correlati: la discesa della laringe, la specializzazione della sensibilità uditiva, lo sviluppo cerebrale con la

lateralizzazione e la differenziazione delle aree di Broca e Wernicke.

L’ipotesi che già gli antenati di Homo, gli australopitechi, avessero una forma di linguaggio sembra proprio da scartare.

PRODOTTO DELL’EVOLUZIONE O DELL’INTELLIGENZA UMANA?

Per gli evoluzionisti a produrre sia gli adattamenti anatomo-fisiologici che il linguaggio è stata la selezione naturale.

Cervello, apparato fonatorio e uditivo dovevano essere un minimo adeguati perché i nostri antenati cominciassero a

parlare, ma quando hanno cominciato a parlare gli organi implicati si sono perfezionati. In particolare l’enorme

sviluppo del cervello è in gran parte una conseguenza del fatto che l’uomo parla. Gli emergentisti sostengono che prima

si sono avuti gli adattamenti anatomo-fisiologici e che solo parecchio tempo dopo il linguaggio. La discesa della laringe

potrebbe essere legata alla stazione eretta e lo sviluppo cerebrale ala fabbricazione di utensili. Il linguaggio sarebbe un

sottoprodotto di questi cambiamenti.

La teoria emergentista si accorda facilmente con l’ipotesi dell’evento unico originario e di conseguenza con tutto ciò

che sappiamo sull’unità di fondo delle lingue. È poco credibile che cervello e intelligenza abbiano avuto un sviluppo

simile indipendentemente dal linguaggio. Oggi è in voga l’ipotesi della mente sociale, si tende a pensare che

l’evoluzione della mente sia stata condizionata soprattutto da una vita sociale sempre più impegnativa. Vita sociale,

linguaggio e cervello devono essere cresciuti assieme.

COME COLMARE IL SALTO EVOLUTIVO?

Anche la teoria evoluzionista ha i suoi punti deboli. Deve chiarire come può essere accaduto che, pur essendo frutto di

un lento cammino evolutivo, il linguaggio che noi conosciamo sembra nato in un unico evento. Un altro problema: non

riusciamo a rintracciare stadi intermedi tra comunicazione non linguistica e linguistica, né nel nostro passato evolutivo,

né in animali vicini a noi come le antropomorfe. I ricercatori che hanno provato a insegnare il linguaggio ad animali

speravano di scoprire elementi di continuità. Circa i precursori del linguaggio la teoria dei gridi istintivi sostiene la tesi

alquanto ovvia che i suoni del linguaggio derivino da suoni emessi per altre ragioni. Più ingegnosa è la teoria oro-

gestuale. Le articolazioni linguistiche sarebbero sostituti orali dei gesti. Grazie alla stazione eretta i nostri antenati

avrebbero migliorato la capacità di comunicare con i gesti. Successivamente hanno cominciato a imitare i gesti con

movimenti della lingua e delle labbra accompagnati da emissioni sonore. Sebbene bizzarra, la teoria ha avuto

recentemente una conferma indiretta, perché si è visto che l’area di Broca che presiede alle attività motorie del

linguaggio, è ben implicata anche nella produzione e nel riconoscimento di gesti e che un’area omologa è deputata nelle

scimmie alla comunicazione gestuale.

QUANDO?

Gli emergentisti tendono a considerare il linguaggio un fatto recente collocandolo in genere nella storia di Homo

sapiens moderno. Gli evoluzionisti invece per lo più pensano che il linguaggio sia antico, Homo habilis. A riprova

dell’origine recente del linguaggio ci sono le conoscenze sulle abitudini di vita dei nostri antenati che si possono inferire

dai reperti archeologici. A favore dell’origine antica del linguaggio ci sono i dati sugli adattamenti anatomo-fisiologici.

Dai resti ossei. Ovviamente adattamenti anatomo-fisiologici antichi per l’emergentista non dicono che il linguaggio sia

antico, ma la lateralizzazione e lo sviluppo delle aree di Broca e Wernicke sono in un ominide che non parla.

IL SISTEMA LINGUAGGIO

UN CODICE DIGITALE

Il linguaggio è un sistema di segni, cioè di cose che rappresentano altre cose. Esistono due modi fondamentali di

rappresentare le cose, ai quali corrispondono due tipi di codici. Il codice analogico si basa sulle somiglianze strutturali

tra aspetti della rappresentazione e dell’oggetto rappresentato, mentre il codice digitale o numerico prescinde dalla

somiglianza e sfrutta le proprietà combinatorie di sistemi come i numeri. Il linguaggio è un codice digitale.

LA STRUTTURA GERARCHICA

Il linguaggio ha una struttura gerarchica, a strati sovrapposti: gli elementi di uno strato, combinandosi tra loro secondo

regole stabilite, formano quelli dello strato successivo. Partendo dal basso, dal livello dei suoni, si passa al livello

morfologico degli elementi dotati di significato poi al livello sintattico, dove le parole vengono combinate in frasi, e

infine al livello testuale, dove le frasi formano testi o discorsi. Ciascun livello è oggetto di studio di branche diverse

della linguistica.

LIVELLO DEI SUONI

Il livello dei suoni è formato da due sottolivelli, uno fonetico, dei suoni come sono, cioè considerati per le loro

caratteristiche acustiche e articolatorie, e uno fonologico, dei suoni in astratto, come vengono percepiti e adoperati da

quelli che parlano una lingua. Le unità di base del livello fonologico sono i fonemi: le più piccole entità sonore dotate di

valore funzionale nel linguaggio.

Ogni lingua ha un dato numero di fonemi. È importante rendersi conto che i fonemi sono entità astratte, presenti nella

mente di chi parla e di chi ascolta, non nei suoni effettivi del parlato. Nel piano fonetico troviamo i suoni fonetici o

foni. Sono questi i suoni effettivamente pronunciati. A riprova della natura mentale dei fonemi, foni diversi possono

essere versioni dello stesso fonema, suoni diversi dal punto di vista acustico e articolatorio che però hanno la stessa

funzione linguistica: si parla di allofoni.

La sillaba è un’unità fonologica di livello superiore al fonema. Ci si basa sulla divisione in sillabe per andare a capo nei

testi scritti.

In ogni lingua sono permesse diverse variazioni rispetto alla struttura base. Fonemi e sillabe combinandosi formano

unità di livello superiore dotate di significato. La combinazione non avviene a caso, ma ogni lingua ha la sua fonotassi,

cioè le sue regole di disposizione dei fonemi.

LIVELLO MORFOLOGICO

La più piccola unità linguistica dotata di significato non è la parola, ma il morfema. Ci sono lingue in cui una parola

contiene addirittura un’intera frase.

Un morfema è fatto di uno o più fonemi. A seconda che possano stare da soli o che debbano stare assieme ad altri, si

distinguono morfemi liberi e morfemi legati. Per la funzione che hanno i morfemi sono di tre tipi:

1. Il tema o radice indica il contenuto principale di cui si parla;

2. La derivazione consente di derivare da una forma grammaticale un’altra e precisa come intendere il contenuto

principale;

3. La flessione può servire a precisare il numero e il genere per nomi e aggettivi e per i verbi la persona, il tempo

e il modo.

Le lingue isolanti mancano completamente di morfemi di flessione e hanno aggettivi, nomi e verbi invarianti.

Ovviamente in una lingua le radici sono moltissime, mentre le derivazioni e le flessioni sono poche. Non è detto che

una parola contenga tutte e tre i tipi di morfemi. Le cosiddette lingue agglutinanti usano aggregare morfemi, fino ad

arrivare ai casi estremi delle lingue che in una parola condensano una frase. Come i fonemi non si combinano a caso,

così si seguono regole nella combinazione dei morfemi.

LIVELLO SINTATTICO

Le parole combinandosi secondo regole sintattiche formano le frasi. Si tratta di un passaggio di livello importante, dato

che una frase veicola un contenuto di informazione superiore a quello delle parole che la compongono. Certe parole

possono avere più significati e quale sia quello giusto si comprende solo grazie al contesto linguistico.

Una frase si può considerare una stringa di parole disposte secondo un ordine lineare. Tuttavia non si tratta di una

semplice sequenza di parole. Tra la frase e la parola si individuano unità intermedie dette costituenti. I più elementari

sono i sintagmi, i più complessi le proposizioni. Un sintagma è un gruppo di parole che grammaticalmente equivale a

una sola parola. Tra la frase e la parola si individuano unità intermedie dette costituenti. I più elementari sono i

sintagmi, i più complessi le proposizioni. Un sintagma è un gruppo di parole che grammaticalmente equivale a una sola

parola, perché al suo interno non figurano soggetto e predicato.

Una frase semplice è tipicamente formata da un sintagma nominale e da un sintagma verbale che a loro volta non sono

composti da determinati elementi grammaticali obbligatori o facoltativi.

La sequenza di parole non è rigida.

Sfruttando regole ricorsive cioè che consentono di reiterare le strutture, si può espandere una frase. Le proposizioni

sono costituenti più complessi dei sintagmi, perché si tratta di gruppi di parole tra le quali figurano un soggetto e un

predicato, con l’aggiunta a volte di un complemento.

Una frase semplice formalmente è una sola proposizione, dato che vi figurano un solo soggetto e un solo predicato.

Le frasi complesse, anche considerate semplicemente sul piano formale, sono formate da due o più proposizioni. Le

proposizioni possono essere in un rapporto di coordinazione se sono sullo stesso piano o di subordinazione, se una

modifica l’altra in qualche aspetto. Il rapporto di subordinazione può essere una relativizzazione, se la secondaria

restringe il significato della principale o una complementazione, se la secondaria assume ruolo di complemento

consentendo alla principale di diventare soggetto.

Dal punto di vista logico i nessi tra proposizioni nel rapporto di coordinazione possono essere di vario tipo: aggiuntivi,

disgiuntivi esclusivi, disgiuntivi inclusivi, causali, oppositivi.

Chomsky ha introdotto la distinzione, largamente accettata in linguistica, tra struttura superficiale di una frase, che la

rende ben formata, corretta, e struttura profonda, che sta sotto alla superficiale, è più astratta e dà senso a ciò che si dice.

Che le frasi siano strutturate a due livelli si coglie pensando che possiamo produrne di corrette ma insensate.

I concetti di struttura superficiale e profonda sono di grande interesse per la psicologia del linguaggio. Si tratta però di

concetti della linguistica, da rivisitare per poterli trasferire in psicologia, e di concetti su cui non c’è accordo tra i

linguisti.

LIVELLO TESTUALE

Come una frase veicola più informazioni delle parole che la compongono, così un testo o un discorso dice di più delle

frasi di cui è fatto. Ci sono frasi ambigue che diventano chiare nel testo, grazie al contesto linguistico o al contesto, al

testo che le accompagna.

Un discorso non è un insieme di frasi giustapposte, ma un complesso strutturato, tanto che noi lo percepiamo come un

tutt’uno.

• Un aspetto dell’organizzazione dei discorsi è la coesione. Consiste nel fatto che il discorso mantiene lo stesso

mondo di riferimento, cioè nel suo snodarsi continua a parlare delle stesse persone e delle stesse cose. La

coesione è ottenuta grazie a legami coesivi tra parole e espressioni di una frase e dell’altra basati sull’identità

referenziale, cioè sul fatto che queste si riferiscono alle stesse realtà.

I termini anaforici riprendono significati espressi in precedenza.

I termini semanticamente convergenti pur avendo significati diversi, rinviano ad un dominio comune.

• Un altro aspetto dell’organizzazione dei discorsi è la continuità tematica. Chi parla mantiene costante il

mondo di riferimento, ma al tempo stesso in qualche misura lo cambia, introducendo novità che si aggiungono

al già noto. Chi parla è soggetto a un vincolo: ogni novità dev’essere ragionevolmente correlata al già dato.

• Un terzo aspetto dell’organizzazione dei discorsi è la coerenza, che è l’unità di senso, il fatto che i vari pezzi

possano essere composti a formare un unico quadro interpretativo.

L’USO DEL LINGUAGGIO

IMPORTANZA DELL’USO

Il significato non dipende solo dalle parole e dalla struttura delle frasi e dei discorsi, ma anche dalle circostanze in cui le

cose si dicono e da come si dicono. Il significato, oltre che del sistema linguistico di segni, è funzione del contesto

extralinguistico, cioè è influenzato da una serie di fatti esterni al linguaggio: chi sono gli interlocutori, dove sono ecc.

A volte il significato cambia a seconda del contesto extralinguistico.

Il contesto extralinguistico è strettamente legato all’uso, dato che a conti fatti ci dice come gli interlocutori trattano il

linguaggio durante quella comunicazione e quella interazione. L’importanza dell’uso emerge anche se riflettiamo sulla

competenza linguistica, cioè sulle capacità che occorrono per avvalersi del linguaggio. È evidente che per parlare

adeguatamente e comprendere quel che si dice non basta conoscere l sistema linguistico, ma occorre avere

dimestichezza anche con l’uso. Chi non ha pratica dell’uso sottoutilizza il linguaggio, non è in grado di sfruttarne le

potenzialità.

C’è un’altra ragione per cui se non si ha dimestichezza con l’uso si è in difficoltà. Il linguaggio non è solo un mezzo per

trasmettersi informazioni sul mondo. È anche un mezzo per agire nella vita sociale e rapportarsi agli altri.

LA PRAGMATICA

A occuparsi del versante del linguaggio legato all’uso e al contesto extralinguistico è la pragmatica. Morris divide tre

aree della ricerca semiotica:

• La sintassi, che studia le relazioni formali tra segni;

• La semantica, che studia le relazioni dei segni con gli oggetti cui si riferiscono;

• La pragmatica, che si occupa del rapporto tra segni e soggetti per cui questi hanno valore di segni.

Come la intendeva Morris, la pragmatica è un campo assai vasto che coinvolge la filosofia, la biologia, la psicologia, la

sociologia, l’antropologia del linguaggio.

Pur avendo uno spirito interdisciplinare è una specializzazione della linguistica, che si occupa principalmente degli usi

codificati del linguaggio e dei significati legati al contesto extralinguistico dei discorsi.

L’AGIRE LINGUISTICO

Quando parliamo compiamo azioni. Ci sono azioni non linguistiche, fatte in silenzio.

Molte azioni però sono linguistiche, fatte con le parole.

Che ci sia un agire linguistico può sembrare ovvio. Eppure è qualcosa di cui ci si è resi conto chiaramente solo nel XX

secolo, grazie alla teoria degli atti linguistici elaborata da Austin. La teoria ha suscitato grande interesse in linguistica,

psicologia ecc.

Il linguaggio è certamente un mezzo per rappresentare la realtà, ma è anche un mezzo per fare cose nella vita sociale.

TRE TIPI DI ATTI LINGUISTICI

Un’azione linguistica è articolata, formata da più componenti:

• Atto locutorio: consiste nel produrre l’enunciato, si chiamano enunciati le espressioni linguistiche pronunciate

in un dato contesto;

• Atto illocutorio: è l’atto che chi parla compie verso chi ascolta per il fatto stesso di produrre quell’enunciato.

• Atto perlocutorio: atto locutorio e illocutorio producono un effetto sull’ascoltatore. L’atto perlocutorio è

quello che si compie sull’ascoltatore col dire quel che si dice, come conseguenza del fatto che chi parla si

rivolge a chi ascolta in quel modo.

ATTI ILLOCUTORI E PERLOCUTORI: COMUNICAZIONE E INFLUENZA SOCIALE

Gli illocutori sono raggruppabili in alcune famiglie fondamentali:

• Certezza della riuscita. Quando produciamo un enunciato possiamo essere abbastanza sicuri che ci riuscirà un

dato tipo di atto illocutorio, mentre non possiamo contare sul fatto che si realizzi qualcosa di simile all’atto

perlocutorio che abbiamo in mente.

• Controllo del partner/dipendenza dell’ascoltatore. Una ragione per cui gli atti illocutori riescono più

facilmente dei perlocutori è che sono maggiormente sotto il controllo di chi parla e dipendono meno da chi

ascolta. Se chi parla dice le cose giuste nel modo giusto e al momento giusto, l’atto illocutorio di regola riesce.

Le cose stanno diversamente nel caso degli atti perlocutori. Qui il controllo del parlante è asso e la dipendenza

dell’ascoltatore alta.

• Convenzionalità. Gli atti illocutori riescono facilmente anche perché si eseguono seguendo procedure

convenzionali, regole di esecuzione note al parlante e all’ascoltatore.

• Test del performativo esplicito. Gli atti illocutori e i perlocutori si comportano diversamente quando

nell’eseguirli si fa ricorso a performativi espliciti. Se adoperiamo un performativo esplicito per compiere un

atto illocutorio, il nostro modo di fare sarò formale, ma le intenzioni che abbiamo risulteranno dette

chiaramente e le probabilità di riuscita in linea di massima aumenteranno. Ci sono circostanze in cui

abitualmente si ricorre a performativi espliciti. Non essendo la riuscita dell’atto perlocutorio sotto il controllo

di chi parla, il performativo viene a somigliare a una formula magica con la quale si tenta di piegare la realtà. Il

fatto che gli atti illocutori siano relativamente certi e che si possano eseguire esplicitandoli a parole suggerisce

che sono parte integrante della comunicazione linguistica. Diversamente dagli illocutori, gli atti perlocutori,

anziché manifestare le nostre intenzioni, servono principalmente a influenzare gli altri e a manipolare in

qualche modo la realtà sociale che ci circonda: sono strumenti di influenza sociale.

GLI ATTI LINGUISTICI INDIRETTI

Un fenomeno che caratterizza l’agire linguistico è l’obliquità: spesso per compiere un atto ne eseguiamo un altro. L’atto

effettivamente compiuto si nasconde dietro un atto apparente. Si parla perciò di atti linguistici indiretti (ALI).

Gli atti illocutori indiretti sono piuttosto frequenti.

Molti atti illocutori indiretti sono legati alla cortesia: rappresentano strategie di mitigation, di ammorbidimento dei

rapporti.

A volte gli atti illocutori indiretti rispondono a un’esigenza di prudenza.

In concomitanza con gli atti illocutori indiretti si eseguono abitualmente atti perlocutori indiretti. Quando a tavola

chiedo c’è del sale?. All’atto illocutorio diretto del domandare corrisponde l’atto perlocutorio diretto di ottenere

informazioni e all’atto illocutorio indiretto di richiedere o ordinare l’atto perlocutorio indiretto di persuadere a passare il

sale. Atti perlocutori indiretti si possono avere anche in assenza di atti illocutori indiretti.

GRAMMATICA DELL’AGIRE LINGUISTICO

L’agire linguistico è regolato da un codice che gli interlocutori conoscono.

Per eseguire con successo un determinato atto illocutorio dobbiamo attenerci a un complesso di regole. Si tratta di

regole costitutive, cioè che definiscono l’atto, che fanno sì se rispettate che a essere compiuto sia quell’atto. In questo

somigliano alle regole dei giochi.

La grammatica dell’agire linguistico va oltre le regole per compiere gli atti illocutori. Ci sono regole che dicono come

conviene produrre l’enunciato e comunicare per accrescere la probabilità che le nostre intenzioni vengano colte e l’atto

illocutorio riesca.

ATTI LINGUISTICI DIFETTOSI

Sono abbastanza comuni atti linguistici eseguiti male, nel senso che qualche regola costitutiva viene violata. Gli atti

difettosi sono interessanti, perché tendono a dire qualcosa in più di un atto corretto. Spesso sono eseguiti

intenzionalmente, proprio per trasmettere l’informazione in più veicolata dal difetto. Quand’è così di solito

l’intenzionalità è segnalata dall’uso del performativo esplicito.

Gli atti difettosi somigliano agli atti indiretti, perché in entrambi i casi abbiamo un atto apparente e un atto effettivo.

Tuttavia quando eseguiamo un atto indiretto, l’atto diretto in fin dei conti è ben eseguito.

IL SIGNIFICATO

Se il linguaggio è un sistema per comunicare, un codice, non può essere semplicemente un’architettura vuota. Deve

portare con sé significati. Tutta la comunicazione veicola significati.

CHE COS’E’ IL SIGNIFICATO?

Non è facile darne una definizione. Per la psicologia della comunicazione il significato ha natura psicologica: è la

conoscenza della comunicazione maturata dai partecipanti. Che il ricevente elabori conoscenze nello sforzo di

comprendere la comunicazione è evidente.

Non solo chi ascolta, ma anche chi parla al momento di parlare ha bisogno di comprendere. Per mettere a punto il mio

enunciato devo immaginare la situazione comunicativa che sto per creare, mettermi nei panni del ricevente e capirla

come la capirebbe lui. Solo allora posso decidere come regolarmi in vista dell’effetto che intendo ottenere. Dire che il

significato è la conoscenza della comunicazione maturata dai partecipanti ha alcune implicazioni importanti:

• I significati rientrano nella conoscenza generale della realtà. Non dobbiamo pensare che i significati

veicolati dal linguaggio e dalla comunicazione siano qualcosa di speciale. Si tratta semplicemente di un tipo

particolare di conoscenza della realtà. Noi siamo costantemente impegnati a comprendere la realtà che ci

circonda. Anche quando afferiamo il significato di un enunciato linguistico stiamo elaborando cognitivamente

l’esperienza, solo che ci concentriamo sull’esperienza del comunicare.

• I significati sono costruiti. Vengono prodotti dalla mente degli interlocutori a partire dagli stimoli forniti

dall’esperienza della comunicazione. Non esistono dentro i discorsi o da qualche altra parte fuori dalla testa dei

partecipanti prima che le persone comincino a pensarli.

• I significati sono soggettivi. Non c’è significato oggettivo di un enunciato, ma solo i significati soggettivi che

gli assegnano i partecipanti alla comunicazione e che possono essere diversi tra loro. Quello che chiamiamo

significato oggettivo di un enunciato non è altro che il significato che a nostro avviso gli interlocutori più

comunemente gli assegnano o dovrebbero assegnargli.

• I significati sono indeterminati. Non possiamo essere sicuri in partenza che in una comunicazione emergano

questi o quei significati.

L’idea che il significato sia di natura psicologica è ragionevole e si adatta bene a ciò che di fatto accade nella

comunicazione. Eppure contrasta con teorie del significato della tradizione.

I MOLTI SENSI DI UN ENUNCIATO

Sebbene ci si possa occupare del significato delle parole prese di per sé o del significato delle frasi, nello studio del

significato l’unità di analisi dovrebbe essere l’enunciato. Il significato di una frase va oltre quello della somma delle

singole parole. Il senso dei discorsi si coglie per intero solo a livello di enunciato: l’enunciato è l’unità minima che

consente una piena comprensione. Non tutti gli studiosi concordano con la tesi che lo studio del significato debba

incentrarsi sugli enunciati. Per lo psicologo della comunicazione la centralità dell’enunciato è fuori discussione. Alla

parola enunciato non c’è un unico significato. I vari partecipanti potranno intendere l’enunciato in modo più o meno

simile, ma difficilmente concorderanno esattamente sul suo senso.

Non c’è semplicemente il significato del parlante o dell’ascoltatore, ma ci sono i significati che il parlante o

l’ascoltatore vanno elaborando nel tempo.

Un enunciato ha molti sensi non solo perché è soggetto a varie interpretazioni, ma anche perché ciascuna

interpretazione è articolata e contempla più aspetti. Generalmente le convinzioni che ci formiamo nella comprensione di

un enunciato sono tante.

SESO LETTERALE E FIGURATO

Il senso strettamente linguistico di un enunciato si afferra cercando di rispondere all’interrogativo più ovvio con cui

l’interprete deve cimentarsi: che cosa vogliono dire le parole dette? Spesso il senso linguistico è duplice, perché oltre al

significato letterale ce ne è uno figurato.

Si distingue solitamente tra metafore congelate o morte, espressioni figurate di uso convenzionale, e metafore nuove o

vive, che non ripetono formule prefissate. Di fatto esiste tutta una gamma di espressioni figurate a diverso grado di

convenzionalità. Si va da espressioni cristallizzate talmente dall’uso da essere divenute modi di dire insostituibili, ad

altre che, pur essendo modi di dire sostituibili, abitualmente non sono più percepite come figure, ad altre percepite come

figure solite ad altre come figure insolite.

La gente solitamente riconosce con facilità il linguaggio figurato e lo distingue dal letterale.

Il linguaggio corrente è carico di figure. Questo vale non solo in certi contesti in cui si cerca di dare alla comunicazione

speciale forza persuasiva o poetica o comica, come la pubblicità, la vendita.

È stato stimato che mediamente una persona che parla usa 4 figure al minuto.

• Funzioni espressive . Sono legate allo sforzo di tradurre in messaggi linguistici adeguati i contenuti che si

hanno in mente. Le figure possono essere usate per soddisfare diverse esigenze espressive:

o Rendere esprimibile l’inesprimibile. Ortony ha messo in evidenza che grazie al linguaggio figurato

riusciamo a dire cose che diversamente sarebbe difficile, se non impossibile, dire.

o Accrescere efficacia ed efficienza delle espressioni. Ortony ha osservato che il linguaggio figurato

favorisce l’espressione anche di quei contenuti che potremmo esprimere restando nel letterale.

Consente di esprimersi in modo economico, di dire molto con poche parole.

o Adattare il messaggio al contesto. Gli stessi contenuti possono essere espressi in forme diverse e

può essere preferibile una forma o l’altra a seconda del contesto. Uno dei problemi principali posti dal

contesto è quello delle ricadute sociali di ciò che si dice. Ad esempio, generalmente cerchiamo di

evitare che le nostre parole suonino scortesi.

• Funzioni cognitive . Il linguaggio figurato, oltre che un mezzo per influire sull’interlocutore e per esprimere

adeguatamente ciò che abbiamo in mente, è di supporto alle attività mentali.

o Memoria. Le figure possono essere d’aiuto alla memoria.

o Conoscenza di realtà nuove. Sembra che le figure abbiano a che fare con i processi mentali

attraverso i quali conosciamo realtà nuove. Per padroneggiare cognitivamente un dominio di

esperienza nuovo la prima cosa da fare è concettualizzarlo, cioè costruire categorie nuove, che ci

permettano di classificare gli oggetti di quel dominio e così alleggerire il carico informativo e liberare

risorse per trattare le informazioni a un livello più alto. Possiamo costruire categorie nuove

induttivamente, dal basso, a partire dall’osservazione che tra gli oggetti esistono somiglianze.

Possiamo farlo però anche dall’alto, ordinando la realtà sulla base di nostre idee e interessi. Nel

secondo caso costruiamo quelle che Barsalou ha chiamato categorie ad hoc. Si tratta di categorie che

raggruppano oggetti di per sé diversi, ma che risultano in qualche modo collegati per noi, nella nostra

visione del mondo. Secondo Glucksberg e Keysar la metafora è d’aiuto nella costruzione di nuove

categorie ad hoc. Accostando due termini diversi fa intravedere una categoria più generale che li

comprende e fornisce un nome da dare a questa. Capire un dominio nuovo non è solo

concettualizzarlo. Dobbiamo sapere come vanno trattati i concetti che ci siamo formati per rispondere

a quesiti, risolvere problemi, prendere decisioni in quell’ambito. Ci serve una teoria di com’è fatto e

come funziona il dominio nuovo. Un metodo per sviluppare una teoria di un ambito nuovo sfruttando

ciò che sappiamo di un altro ormai familiare è il ragionamento analogico. Stabiliamo una

corrispondenza tra un dominio concettuale a noi ben noto e il dominio concettuale poco noto che ci

interessa capire e trasferiamo conoscenze dall’uno all’altro (vita è come un viaggio, soggetto in

camino). L’importanza del pensiero analogico in scienza e nell’arte, oltre che nella comune attività

mentale, è suffragata da numerosi riscontri empirici. Secondo Lakoff dietro al linguaggio figurato c’è

un pensiero figurato. Quando parliamo di realtà non familiari, ricorriamo a figure perché, nello sforzo

di capire il nuovo, pensiamo per figure.

o Soddisfazione di bisogni cognitivi e esercizio mentale. Ricorriamo al linguaggio figurato anche per

il semplice gusto di farlo, perché la cosa ci dà soddisfazione in sé, indipendentemente dalle

conseguenze vantaggiose che può avere sulla nostra capacità di pensare, esprimerci, influenzare gli

altri. In effetti produrre e comprendere figure risponde a bisogni cognitivi fondamentali, quali la

curiosità, il bisogno di procurarsi lavoro mentale esplorando l’ambiente e il need for competence, il

bisogno di controllare l’efficacia delle proprie abilità cognitive. Curiosità e need for competence,

come oggi sappiamo, sono bisogni innati e intrinseci, cioè fine a se stessi,

SENSO PRAGMATICO

Generalmente l’interlocutore che cerca di comprendere un enunciato non ha in mente la teoria degli atti linguistici.

A suo modo distingue tra:

• azioni codificate compiute nei riguardi dell’ascoltatore (atti illocutori);

• tentativi di manipolare l’ascoltatore (atti perlocutori);

• azioni nascoste (atti indiretti);

• azioni insolite (atti difettosi).

SENSO INTENZIONALE

Una parte importante della comprensione di un enunciato consiste in ciò che l’ascoltatore pensa che il parlante pensi.

Gli esseri umani tendono a leggere la mente, ad attribuire cioè a sé e agli altri stati mentali che stanno dietro ai

comportamenti.

Il senso intenzionale di un enunciato è l’insieme delle convinzioni su ciò che ha in mente il parlante che chi interpreta

quell’enunciato si forma. Parlare di senso intenzionale è giustificato se ci si rifà al concetto di intenzionalità in senso

lato, com’è stato elaborato nella tradizione filosofica: qualsiasi stato mentale in rapporto con qualcosa del mondo

esterno. Al parlante possono essere attribuiti gli stati mentali più vari:

• Intenzioni. Ai parlanti vengono abitualmente attribuite intenzioni come l’intenzione generica di comunicare o

quella più specifica di produrre certi effetti sull’ascoltatore.

• Percezione della situazione. In genere è importante capire come chi parla percepisce la situazione, cioè come

se la rappresenta e come la giudica. Può essere individuata una percezione del parlante per ciascuna

componente della situazione.

• Presupposizioni. Prima ancora che in linguistica, le presupposizioni sono state oggetto di studio in filosofia,

ad opera di autori interessati al problema logico del riferimento. Una presupposizione è un’affermazione

logicamente implicata dall’enunciato che chi parla dà per scontata. La dà per scontata in due sensi:

o Da un lato, come sottolineava Lakoff assume che sia vera, cioè che trovi riscontro nella realtà del

contesto extralinguistico.

o Dall’altro, come nota Jackendoff, la tratta come informazione in comune con l’ascoltatore, che

presume sia conosciuta e accettata da entrambi.

Non tutti i contenuti che un enunciato implica sono presupposizioni. Ci sono affermazioni che logicamente

possiamo ricavare da quanto viene detto, ma che il parlante non dà per scontate. Le presupposizioni sono una

componente della condizione mentale del parlante importante per comprendere la comunicazione. Ci dicono

che cosa per chi parla è la novità e che cosa è il dato, qual è l’informazione nuova da trasmettere e quale

l’informazione di sfondo che le fa da premessa scontata.

Oltre che articolato, il senso intenzionale è spesso stratificato. In generale la stratificazione è legata alla

finzione: mostro di pensare una cosa, mentre dentro di me ne penso un’altra e tutto rientra in un disegno

strategico.

SENSO CONNOTATIVO

Un enunciato non viene solo capito a livello concettuale, ma ha anche un impatto sul vissuto dell’individuo e suscita in

lui emozioni e pensieri soggettivi. Si parla di senso connotativo o associativo o affettivo per indicare tutti quei

significati che rispondono al quesito: che cosa provocano in me queste parole?

La tecnica del differenziale semantico, ideata da Osgood ha permesso di studiare il significato connotativo di singole

parole. Si è visto cos’ che una parola suscita impressioni che variano da cultura a cultura e da persona a persona

all’interno di una cultura. Nella stessa persona il significato connotativo di una parola cambia in funzione del contesto

linguistico diversa il costruttore è stato ingegnoso e in il rapinatore è stato ingegnoso. Cambia anche in funzione del

contesto extralinguistico, bravo ha valore diverso a seconda di chi parla.

Sebbene i significati connotativi assegnati alle parole varino molto, le persone di tutto il mondo reagiscono alle parole

in modo simile giudicandole secondo le stesse tre dimensioni:

• Valore: positiva o negativa?

• Potenza: forte o debole?

• Attività: attiva o passiva?

SENSO DI AVVENIMENTO

Quando qualcuno pronuncia determinate parole in un dato contesto, pensiamo sia accaduto qualcosa, pur banale o

importante che sia.

TRE CARATTERISTICHE DEL SIGNIFICATO

• ESPLICITO E IMPLICITO. Poco di ciò che afferriamo è esplicito, il grosso è implicito.

o Implicito a intenzione scoperta. I contenuti non sono detti apertamente, ma è chiaro che chi parla

intende trasmetterli, dato che certi segnali lo svelano. Rientrano in questo genere di implicito il senso

figurato, i significati pragmatici relativi agli atti illocutori e le presupposizioni.

o Implicito a intenzione coperta. Qui l’ascoltatore può riferire il contenuto nascosto, ma non ha modo

di stabilire se chi parla intendeva comunicarglielo o se è semplicemente lui a leggerlo dietro

l’enunciato. Sono impliciti a intenzione coperta i significati pragmatici relativi agli atti perlocutori, i

significati intenzionali escluse le presupposizioni.

• FISSITA’ E FLUIDITA’. Il linguaggio è caratterizzato al tempo stesso da fissità e fluidità semantica: da un lato

il significato di ciò che diciamo è stabilito, fissato a prescindere dalle circostanze, dall’altro muta col mutare

delle circostanze. Se in linea di massima possiamo stare tranquilli circa il senso di ciò che diciamo, a volte c’è

incertezza. Un fenomeno interessante è la vaghezza semantica. Generalmente partiamo dal presupposto che

una parola o un’espressione rimandino a un senso preciso. Non è così: spesso parole ed espressioni mancano di

senso preciso. Una conseguenza della vaghezza semantica è che non possiamo essere sicuri delle nostre parole.

Per avere la certezza che la comunicazione funzioni dobbiamo negoziare il senso col nostro interlocutore.

Possiamo indicare l’oggetto che chiediamo.

Come si spiega la coesistenza di fissità e fluidità semantica? Entrambe sono funzionali. La fissità semantica

facilita l’uso del linguaggio per comunicare. Grazie ad essa gli interlocutori hanno un’elevata probabilità di

capirsi e comunicare con il linguaggio richiede un dispendio limitato di risorse mentali: basta seguire le regole

senza bisogno di controllare il procedimento ad ogni passo. D’altro canto la fluidità semantica rende il

linguaggio più rispondente al nostro pensiero e più funzionale a certe esigenze relazionali e sociali della

comunicazione. Nella comunicazione sono abituali situazioni in cui è preferibile lasciare nel vago il senso di

ciò che si dice. Fa parte del gioco diplomatico lasciare aperto il senso di ciò che si è detto in modo da avere più

facoltà di manovra. Senza la fluidità semantica non sapremmo come cavarcela in situazioni del genere,

frequenti non solo in diplomazia, ma in molti altri contesti.

La fissità è poco importante, perché parlandosi faccia a faccia tra gente della stessa cultura, intendersi è

relativamente facile anche se le parole vengono usate con una certa libertà.

• ESPANSIBILITA’ E COMPRIMIBILITA’. Un’altra caratteristica del significato è che può essere dilatato a

dismisura come ridotto a poco. Dinnanzi a un enunciato possiamo sviscerarne il senso cercando di coglierne i

vari aspetti e le sfumature o accontentarci di uno o due elementi. La mole di significati colti dipende da come il

ricevente elabora il messaggio. Se tende alla chiusura cognitiva e tratta l’informazione in arrivo

supercifialmente, sforzandosi di fare economia di risorse cognitive e di arrivare presto al senso il ricevente

tende a comprimere il significato. Al contrario il significato viene dilatato quando il ricevente è accurato e si

impegna nell’elaborazione. L’interesse per quella comunicazione l’umore del momento sono fattori che

influenzano il tipo di elaborazione. Anche la personalità del ricevente conta. Le persone con spiccata

intelligenza ed elevato bisogno di conoscenza tendono a essere più accurate e di conseguenza il senso degli

enunciati per loro generalmente è più ricco e più articolato.

I PROCESSI MENTALI DI PRODUZIONE DEL PARLATO

UN’ATTIVITÀ MENTALE SPECIALIZZATA

Gli esseri umani, a meno che non soffrano di qualche disturbo del linguaggio o non siano ancora in tenera età trovano

facile e naturale parlare. Eppure dietro al parlare c’è un’attività cognitiva complessa, che richiede molte operazioni

diverse e esattamente coordinate. Sembra assodato che riusciamo a parlare perché disponiamo di speciali abilità

cognitive e perché impegniamo in questa attività notevoli risorse mentali. Gli esseri umani nel corso dell’evoluzione

hanno sviluppato un sistema di produzione del linguaggio con un’architettura cognitiva complicata, che si avvale di una

vasta e intricata rete neurale a livello cerebrale. Testimoniano l’impegno mentale profuso nel parlare le interruzioni

dell’eloquio e i lapsus linguae, gli errori di produzione.

DAL PENSIERO AL PARLATO

Parlare implica un’attività mentale altamente specializzata. Possiamo dire che il lavoro da fare è tradurre il pensiero in

parlato. Se consideriamo la mente un elaboratore di informazioni, che trasforma gli stimoli in ingresso in prodotti in

uscita la produzione del parlato appare un’attività in uscita. La percezione invece è un’attività in entrata e il pensiero sta

nel cuore del sistema.

LINGUAGGIO E PENSIERO

Se occorre un lavoro particolare per tradurre i pensieri in discorsi, evidentemente pensiero e linguaggio sono sistemi

simbolici distinti. Essendo in gran parte automatici, i processi mentali di traduzione tendono a sfuggire alla coscienza. Il

fatto che ne siamo poco consapevoli non dice però che non si verifichino. L’impressione di pensare a parole, d’altra

parte, è dovuta al fatto che disponiamo di un’immaginazione uditivo-verbale, una sorta di voce interna, grazie alla quale

a volte ci raffiguriamo i pensieri come se fossero discorsi. Lo facciamo per aiutare la memoria a conservare i dati su cui

stiamo operando fino a operazioni ultimate e così supportare il pensiero nei momenti di fatica e difficoltà. Quando

sentiamo la voce interna non stimo pensando a parole: in realtà abbiamo prima tradotto i pensieri in parole e poi le

parole in pensieri.

Fodor ha fatto notare che la distinzione è teoricamente plausibile, se solo si sviluppa l’analogia tra mente e computer. In

un computer possiamo introdurre i dati e ottenere le risposte. È probabile che il pensiero utilizzi un codice indipendente

dai codici delle attività in entrata e in uscita. Alcune osservazioni empiriche sembrano indicare chiaramente che

pensiero e linguaggio sono sistemi distinti. Le persone prive di linguaggio, come i sordomuti dalla nascita pensano

normalmente. Evidentemente non pensiamo a parole. In neuropsicologia sono stati descritti casi di pazienti con deficit

selettivo del pensiero: il linguaggio è normale, mentre è compromessa la capacità di elaborare i concetti. Le ricerche di

psicologia cognitiva degli ultimi decenni indicano che noi pensiamo probabilmente in due formati:

• le immagini mentali: sono rappresentazioni analogiche che riproducono le percezioni e risultano perciò assai

diverse dal linguaggio;

• le proposizioni mentali: sono rappresentazioni digitali che somigliano a descrizioni verbali, è diversa da una

proposizione verbale in quanto formata da concetti puri senza ambiguità, più essenziale dato che contiene solo

concetti collegati ad altri concetti.

LINGUAGGIO E ABILITA’ MOTORIE

Parlare è in fin dei conti un’attività motoria: in ultima analisi ciò che dobbiamo fare è muovere adeguatamente

componenti dell’apparato articolatorio.

Qualsiasi cosa facciamo è la mente a guidarci programmando quali movimenti compiere in quale combinazione e in

quale ordine. Il parlare è sostanzialmente diverso da altre abilità motorie per due ragioni principali:

• esprime pensieri;

• lo schema che guida i movimenti è linguistico, cioè basato sulle regole del linguaggio

COME STUDIARE LA PRODUZIONE DEL PARLATO?

È difficile realizzare esperimenti di produzione del parlato. Eysenck e Keane per studiare la produzione del parlato non

basta disporre di una teoria del linguaggio, occorre anche una valida teoria dell’azione orientata. Parlare infatti è un

comportamento diretto a uno scopo.

LA DIFFICOLTA’ DI REALIZZARE ESPERIMENTI

È relativamente facile manipolare in condizioni controllate gli stimoli che provocano la comprensione e riscontrarne gli

effetti. Basta far ascoltare parole e misurare il tempo necessario alla comprensione o l’impegno profuso. Per lo

sperimentatore è difficile provocare una determinata intenzione nel parlante ed essere certo che sia proprio quella e non

un’altra.

L’ostacolo non è del tutto insormontabile. Una strategia è assegnare compiti espressivi controllati. Le difficoltà che si

incontrano nell’ideare esperimenti sulla produzione hanno indotto i ricercatori a orientarsi prevalentemente verso studi

basati sull’osservazione.

L’OSSERVAZIONE DELLE ALTERAZIONI

Osservare le persone che parlano servirebbe a poco, se non ci si soffermasse sulle alterazioni della produzione, sulle

situazioni in cui si devia dal parlare corretto e fluente.

Si tratta di fare un’opera paziente di ricostruzione a partire da indizi. Dobbiamo prima individuare delle regolarità e

tentare di capire come e dove si è prodotto il guasto e di inferire aspetti del processo che si è guastato. Mettendo poi

assieme inferenze basate su alterazioni diverse, cercheremo di ricostruire l’intero processo di produzione.

I LAPSUS

Un contributo importante alla conoscenza dei processi di produzione viene dallo studio dei lapsus. Questi errori di

esecuzione rientrano nella categoria più ampia dei lapsus, che comprende anche gli errori commessi nello scrivere e nel

fare qualcosa.

Freud pensava che i lapsus fossero la manifestazione di desideri inconsci che momentaneamente eludono la

sorveglianza della coscienza. Nell’ottica di Freud i lapsus sono manifestazioni di psicopatologia quotidiana: sintomi di

quei conflitti interiori che accompagna tutti noi nella vita.

Per la psicologia cognitiva i lapsus non svelano intenzioni inconsce. Del resto nella maggior parte dei casi, negli esempi

di Freud, non si vede quale possa essere il desiderio nascosto. Per la psicologia cognitiva i lapsus sono del tutto normali:

è l’architettura funzionale della nostra mente a predisporci all’errore. I lapsus si spiegano riconducendoli a semplici

disattenzioni.

La pratica di raccogliere esempi di lapsus che udivano fino a mettere assieme, nel corso di anni, corpus considerevoli.

Per il loro intento, che era ricostruire i processi mentali di produzione, più che spiegare gli errori, occorreva materiale

abbondante su cui condurre analisi sistematiche. Nei lapsus di linguaggio un intruso, un elemento linguistico errato

prende il posto del bersaglio, l’elemento linguistico giusto da produrre. I casi in cui due elementi vengono fusi possono

essere interpretati pensando che il bersaglio è formato da due elementi e l’intruso da uno solo. Errori si possono avere a

tutti i livelli della struttura gerarchica del linguaggio, ma bersaglio è intruso appartengono sempre allo stesso livello. Tra

bersaglio e intruso c’è un collegamento, che può consistere nel fatto che entrambi fanno parte del discorso che si sta

producendo o nel fatto che, indipendentemente da ciò che si sta dicendo, nella mente del parlante sono legati da una

relazione semantica, fonologica o di altro tipo. I tipi di errore di riscontro frequente sono pochi.

• Metatesi o scambi o spoonerismi. Due elementi linguistici della frase che si sta producendo vengono

scambiati di posto.

• Anticipazioni. Compare un elemento linguistico che avrebbe dovuto venire dopo.

• Perseverazioni. Un elemento linguistico fa sentire la sua influenza su un altro che viene dopo nella frase.

• Malapropismi. Prendono consistono nel fatto che, come nella paronomasia al posto della parola giusta viene

usata una parola sbagliata, che le somiglia per caratteristiche superficiali, per cui nella nostra mente è legata ad

essa da una relazione lessicale.

• Lapsus semantici. Sono quelli su cui ha insistito Freud. Al posto della parola giusta se ne usa un’altra ad essa

legata da una relazione lessicale di tipo semantico.

LE INTERRUZIONI DELL’ELOQUIO

Mentre parliamo spesso ci interrompiamo. Si distinguono abitualmente esitazioni o non-fluenze e pause, a loro volta

distinte in pause piene, contenenti sospiri, vocalizzazioni o altre emissioni sonore, e pause vuote o silenzi. Le non-

fluenze tendono a essere più brevi e danno chiaramente l’impressione di spezzettare il discorso anziché chiuderne una

parte per aprirne un’altra.

Freud accomunava le interruzioni dell’eloquio ai lapsus e pensa che come questi fossero sintomo di conflitti interiori,

espressione di un lavoro di “critica interna”.

Oggi sappiamo però che, al pari dei lapsus, le interruzioni dell’eloquio sono normali e non necessariamente rivelano

conflitti interiori o stati d’ansia.

Molte interruzioni cognitive servono a liverare risorse per progettare meglio ciò che si sta per dire.

Le interruzioni cognitive sono di grande interesse nello studio dei processi mentali di produzione. Sapere dove cadono e

come incidono sulla successiva produzione del parlato può aiutarci a capire i processi mentali alla base dei discorsi.

IL FENOMENO DELLA “PUNTA DELLA LINGUA”

A tutti noi probabilmente è capitato di avere in mente un’idea, di conoscere la parola per esprimerla e ciononostante non

riuscire a rintracciarla. Questo stato frustrante è noto come fenomeno della “punta della lingua”.

Il fenomeno svela un aspetto del funzionamento della nostra memoria: quando rievochiamo un dato, prima facciamo

una ricerca preliminare, per vedere se il dato è disponibile, e poi passiamo alla ricerca effettiva, al recupero del dato

nella sua integrità. Se la ricerca preliminare dà esito positivo e la ricerca effettiva fallisce, abbiamo la sensazione di

sapere senza sapere davvero.

Il fenomeno però è interessante anche per capire i processi mentali di produzione del parlato. Se ai soggetti che hanno

una parola sulla punta della lingua si fanno domande su caratteristiche di questa che non riguardano la forma sonora

parlata si ottengono risposte esatte.

DISTURBI DEL LINGUAGGIO DA LESIONI NEUROLOGICHE

Alla conoscenza della produzione del parlato concorre anche la neuropsicologia. Lo studio di casi di pazienti con

disturbi del linguaggio da danno cerebrale può infatti confermare ipotesi sui processi sottostanti alla produzione. Se

pensiamo che nel processo mentale di produzione intervengano due attività distinte opera di sistemi separati, la riprova

può venire dall’esistenza di casi di dissociazione, cioè di deficit selettivi, che compromettono un’attività lasciando

intatta l’altra. Un disturbo selettivo interessante è l’afasia grammaticale o agrammatismo.

Di particolare interesse sono anche i casi di anomia, disturbo caratterizzato dalla difficoltà a trovare le parole giuste.

L’intoppo varia da caso a caso, tanto che sotto l’etichetta di anomia classifichiamo in realtà disturbi diversi.

Le ricerche di neuropsicologia confermano l’ipotesi che nel nostro lessico mentale abbiamo diverse rappresentazioni

delle parole e che per parlare dobbiamo accedere in ultima analisi al formato fonologico.

PIANIFICAZIONE ED ESECUZIONE

LA PIANIFICAZIONE PRELIMINARE

Prima di cominciare a pronunciare suoni e parole, progettiamo l’espressione da dire.

La produzione ha luogo in due fasi successive:

1. Pianificazione, in cui elaboriamo una rappresentazione mentale di ciò che stiamo per dire;

2. Esecuzione, in cui, inviando comandi motori all’apparato articolatorio, implementiamo il progetto ideato.

Che debba esserci una fase preliminare di pianificazione sembra ovvio. Eppure nella prima metà del Novecento la

psicologia comportamentista ha sostenuto che dietro il parlato non c’è alcuna pianificazione.

Skinner ha risolto il problema con il modello delle risposte a catena. Produciamo un suono o una parola in risposta a

uno stimolo esterno.

Ogni produzione condiziona la successiva perché nell’esperienza abbiamo imparato ad associare determinati suoni e

determinate parole.

La concezione di Skinner è stata al centro della disputa Skinner-Chomsky sul linguaggio accesasi alla fine degli anni

Cinquanta. Già da qualche anno Lashley aveva messo in discussione il modello delle risposte a catena. Porta una prova

decisiva a sostegno dell’idea che ci sia una pianificazione preliminare: ci sono lapsus, quali le anticipazioni e gli

spoonerismi, che si spiegano solo ammettendo che chi parla ha in mente fin dall’inizio un segmento abbastanza lungo di

parlato.

LE UNITA’ DI PIANIFICAZIONE

L’ampiezza dei segmenti pianificati varia da caso a caso, a seconda di fattori linguistici e cognitivi, come i contenuti o

la mole di dati da tenere in memoria. I segmenti pianificati tendono comunque a coincidere con i costituenti delle frase:

sintagmi e proposizioni. Generalmente progettiamo una proposizione alla volta e, se non arriviamo a un’intera

proposizione prima di cominciare a parlare, progettiamo almeno un sintagma completo.

Quando ripetiamo o ci correggiamo, tendiamo a ripetere o correggere intere proposizioni. A sostegno della tesi che le

unità di pianificazione sono costituenti sintattici abbiamo anche prove sperimentali.

IL PROCESSO DI PIANIFICAZIONE

La pianificazione di un’unità non avviene tutta assieme, ma per gradi: se ne definisce un aspetto linguistico, poi un altro

e così via fino ad arrivare al progetto completo.

I lapsus di scambio sono sempre tra elementi dello stesso livello della struttura gerarchica del linguaggio: fonemi con

fonemi, morfemi di radice con morfemi di radici, parole con parole. Quasi mai poi si verificano contemporaneamente

errori che interessano livelli differenti.

Tutto fa pensare che le operazioni ai differenti livelli avvengano in stadi distinti del processo. Del resto i disturbi

descritti in neuropsicologia sembrano indicare l’esistenza di moduli mentali appositi per progettare i contenuti del

messaggio, la struttura sintattica, la morfologica, la fonologica.

Sembra che nel processo intervengano 3 moduli mentali:

• Uno concettuale: elabora il messaggio a livello concettuale;

• Uno grammaticale: con due ordini di azioni, struttura l’espressione dal punto di vista sintattico e morfologico;

• Uno fonologico: produce una rappresentazione mentale in grado di guidare l’articolazione dei suoni.

Le tappe sono quattro:

• Elaborazione concettuale del messaggio. Si definisce che cosa dire a livello astratto. Anche se non dispone

ancora di un enunciato linguisticamente formato, nella fase di elaborazione concettuale del messaggio il

parlante è già chiamato a mettersi dal punto di vista del ricevente e a comprendere come comprenderebbe

questi.

• Codifica sintattica. Viene delineata l’architettura sintattica della frase, ancora però a un livello astratto e come

nel vuoto. Per esprimere i concetti si adoperano lemmi presi dal lessico mentale. Col termine lemma si indica

la rappresentazione mentale della parola priva delle informazioni sulle sue caratteristiche morfologiche,

ortografiche e fenologiche. Successivamente si assegna a ciascun lemma il ruolo sintattico che deve avere la

sua funzione nell’espressione.

• Codifica morfologica. Si dà all’espressione una forma precisa. Prima si inseriscono i morfemi di radice, poi si

posizionano gli elementi in ordine lineare e i morfemi di derivazione e flessione e si completa con le necessarie

parole funzionali.

• Codifica fonologica. Porta a una rappresentazione in grado di guidare l’articolazione. Una specificazione

segmentale definisce la sequenza di fonemi da pronunciare e una specificazione metrica rappresenta gli accenti

e le divisioni sillabiche.

L’ESECUZIONE

Una volta che il parlante si è formato la rappresentazione fonologica dell’espressione, partono i comandi per l’apparato

fonatorio e il piano viene implementato. Le cose però non sono così semplici come si può credere. Non sarebbe

possibile parlare, se i comandi consistessero semplicemente in una serie di istruzioni standard. Deve fare una

programmazione più complessa e flessibile. La ragione va cercata nei cosiddetti effetti di coarticolazione.

Gli organi vocali sono soggetti a inerzia e non passano istantaneamente da una posizione all’altra. Di conseguenza i

movimenti necessari a pronunciare un fonema non sono sempre gli stessi, ma dipendono dall’assetto che l’apparato

vocale ha subito prima e da quello che avrà subito dopo.

I PROCESSI MENTALI DI COMPRENSIONE DEL PARLATO

DAI SUONI AL SENSO

La comprensione del parlato segue in linea di massima il cammino inverso della produzione. Lì si va dal senso che il

parlante ha in mente e intende esprimete ai suoni del parlato prodotti. Qui si va invece dai suoni uditi al senso dato al

messaggio. Come la produzione, anche la comprensione è un processo a più tappe.

Il primo passo è percepire i suoni linguistici. Dopo di che occorre riconoscere le parole, individuare le relazioni

sintattiche tra le parole riconosciute e arrivare infine al senso. Il riconoscimento delle parole non può influire sulla

percezione dei suoni linguistici. Sulla base della parola riconosciuta potremo valutare se i suoni percepiti sono quelli

giusti. Il processo è rigorosamente unidirezionale. Diversamente con tappe in parallelo, il processo è interattivo: ciascun

livello di elaborazione influenza i successivi e ne è a sua volta influenzato.

Si instaura un dialogo continuo tra i diversi operatori e il risultato ottenuto a ciascun livello è un’integrazione di

percezione, analisi lessicale, analisi sintattica e comprensione del senso.

La questione è dibattuta: c’è chi propone modelli seriali e unidirezionali del processo di comprensione e chi invece ne

propone di paralleli e interattivi. A spingere verso i modelli seriali sono principalmente considerati teoriche.

I riscontri empirici si accordano con i modelli interattivi. Si è accumulata una gran mole di dati sperimentali che

dimostrano influenze dei livelli superiori di elaborazione su quelli inferiori.

PERCEZIONE DEI SUONI LINGUISTICI

PERCEZIONE ACUSTICA E LINGUISTICA DEI SUONI

È importante rendersi conto che percepire i suoni del parlato non è come percepire un qualsiasi stimolo sonoro. Quando

ascoltiamo i comuni suoni dell’ambiente in cui viviamo ci limitiamo a una percezione acustica.

Quando ascoltiamo qualcuno parlare la percezione linguistica, che legge i suoni in chiave linguistica.

Nella percezione linguistica dei suoni non ci rappresentiamo i fenomeni acustici del parlato così come sono, ma li

trasformiamo in modo da farne una rappresentazione linguistica. La tesi prevalente nella tradizione della

psicolinguistica è che si tratti di una rappresentazione fonologica, grosso modo una sequenza di fonemi. Foss e Blank

hanno sostenuto che prima ci formiamo una rappresentazione fonetica, fatta di foni e poi una fonologica. Altri ritengono

che nella percezione linguistica arriviamo direttamente a una rappresentazione morfologica formata da stringhe di

morfemi o di parole.

In ogni caso il risultato non è una rappresentazione mentale di tipo acustico, ma linguistica. Per trasformare il fenomeno

acustico del parlato in una rappresentazione linguistica occorre un lavoro mentale assai complesso.

C’è parecchia differenza tra il parlato come fenomeno acustico e il parlato come fenomeno linguistico.

OLTRE L’IPOTESI DEI PATTERN ACUSTICI

Per spiegare come percepiamo i suoni linguistici la cosa più semplice è supporre che a ogni fonema percepito

corrisponda uno specifico pattern acustico. L’ipotesi dei pattern acustici è semplice e attraente e i ricercatori hanno

provato a sostenerla verso la metà del Novecento. Ai riscontri empirici però si è presto dimostrata infondata.

La confutazione più convincente dell’ipotesi dei pattern acustici viene dall’analisi strumentale del parlato.

L’idea di pattern acustici implica anche che per ogni fonema ci sia una configurazione acustica invariante, cioè un

complesso sonoro che si presenta sempre allo stesso modo.

La configurazione acustica in cui riconosciamo un fonema cambia anche a seconda del contesto fonologico, cioè dei

fonemi che vengono dopo o prima.

Possiamo renderci conto facilmente del fatto che le configurazioni acustiche dei fonemi sono influenzate dal contesto

fonologico confrontando il sonogramma di una parola con i sonogrammi dei fonemi che la compongono pronunciati

singolarmente. Il fonema si spiega se pensiamo agli effetti di coarticolazione che intervengono nell’esecuzione: per

inerzia dell’apparato i movimenti articolatori effettuati nell’intento di pronunciare un fonema sono condizionati dai

fonemi vicini.

ILLUSIONI PERCETTIVE

Che la percezione del parlato sia un processo top-down è comprovato dal fenomeno delle illusioni percettive: in questi

casi le conoscenze guidano l’elaborazione al punto che vengono percepiti input che di fatto non ci sono. L’analisi

strumentale dei suoni mostra che il più delle volte i confini di parola non sono marcati da interruzioni dell’eloquio. È la

nostra mente a segmentare il parlato in parole anche dove la segmentazione non c’è.

Mentre nell’illusione dei confini di parola percepiamo interruzioni che non ci sono nelle illusioni dei fonemi mancanti

interruzioni che ci sono restano inavvertite, perché la nostra mente le riempie con fonemi.

Un’illusione del genere è il ripristino percettivo di fonemi, dimostrato sperimentalmente per la prima volta da Warren (il

colpo di tosse veniva avvertito, ma non ci si accorgeva della mancanza del fonema).

Un’altra illusione dei fonemi mancanti è il fenomeno split-split, scoperto originariamente da Liberman. Qui un silenzio

introdotto nel mezzo di una parola viene interpretato come un fonema in più che configura un’altra parola. Slit

introducendo un intervallo di circa 0,08 secondi [s] e [l], gli ascoltatori riempiranno il vuoto col fonema [p] e

percepiranno la parola split.

Illusioni da fonemi mancanti non si producono solo con materiale manipolato artificialmente, ma intervengono nella

normale percezione del parlato. Bianchi e Giovanni hanno scoperto che nell’eloquio compaiono interruzioni all’interno

di parole che non vengono percepite come tali, ma danno impressioni di ritmo o di enfasi, concorrendo alla melodia del

parlato. Si parla perciò di intervalli melodici.

Qui il vuoto viene riempito prolungando il fonema immediatamente precedente, anziché producendo mentalmente il

fonema che avrebbe dovuto occupare quella posizione. Prolunghiamo il suono precedente grazie alla memoria

sensoriale ecoica, che è in grado di tenere in vita le sensazione acustiche illusione ecoica.

Illusioni percettive sono alla base anche dei comuni lapsus d’orecchio, le situazioni in cui sentiamo una cosa per

un’altra.

UN PROCESSO INFERENZIALE GUIDATO DALL’ALTO

Non sappiamo come si svolge esattamente l’attività mentale di percezione del parlato. Sembra assodato però che si tratti

di un processo inferenziale guidato dall’altro: partiamo da indizi presenti negli input e, con l’aiuto di ciò che sappiamo

già, arriviamo a conclusioni che vanno oltre l’informazione in arrivo.

Gli indizi principali sono indicatori acustici, caratteristiche dei suoni che segnalano alla mente la presenza di questo o

quel fonema.

Sono indicatori acustici i pattern formantici, cioè certe configurazioni assunte dalle prime due formanti.

Disporre di più indicatori acustici per un fonema ne facilita l’identificazione.

Gli indicatori acustici non sono le uniche informazioni provenienti dal mondo esterno di cui ci serviamo nella

percezione del parlato. Varie informazioni di supporto, raccolte con la vista oltre che con l’udito, ci aiutano a

interpretare gli indicatori acustici.

Aspetti prosodici, quali il ritmo o l’intonazione, e segnali non verbali, come le espressioni del viso, gli sguardi, i gesti

illustratori, punteggiano il parlato e ci aiutano a segmentarlo adeguatamente in vista della percezione linguistica.

Utilizziamo anche la lettura delle labbra. La gente pensa di ricorrere ai movimenti delle labbra solo in condizioni

particolari quando il suono non arriva o arriva male. In effetti ci serviamo della lettura delle labbra correntemente,

purché si vedano. Solo che in condizioni normali lo facciamo automaticamente.

Nella percezione del parlato le informazioni provenienti dal basso, dagli input, vengono integrate con informazioni top-

down, provenienti dall’alto. Molte informazioni top-down sono conoscenze che possediamo, seppure implicitamente.

Altre informazioni top-down sono quelle che derivano dalle elaborazioni di livello superiore.

Possiamo verificare se i suoni percepiti sono appropriati al contesto linguistico in cui vanno inseriti.

Come in genere i processi inferenziali, il processo di percezione del parlato è costruttivo: con la mente andiamo al di là

dei dati raccolti con i sensi, producendo rappresentazioni che non esistono come tali nella realtà empirica. Si tratta

anche di un processo circolare, fatto di aggiustamenti a feedback: azzardiamo ipotesi e le controlliamo fino a che non ne

siamo convinti. Naturalmente le operazioni mentali compiute restano inconsapevoli.

ANALISI LESSICALE

DATI SPERIMENTALI SUL RICONOSCIMENTO DI PAROLE

Il riconoscimento di parole viene studiato con varie procedure sperimentali. Dalle ricerche condotte fino ad oggi sono

emersi alcuni risultati.

• Effetto frequenza. È forse l’effetto che si riscontra con maggiore evidenza e puntualità. È più facile

riconoscere parole di uso più frequente.

• Effetto priming. Il riconoscimento di una parola target è influenzato dalla precedente presentazione di una

parola prime, se la parola prime le somiglia semanticamente o per caratteristiche superficiali, cioè se sono in

rapporto di vicinato. L’effetto priming è di facilitazione: riconoscere il target è più agevole in presenza di una

parola prime del suo vicinato. Bisogna distinguere però tra effetto priming vero e proprio e effetto aspettativa

cioè l’influenza che esercita sul riconoscimento del target il fatto di aspettarsi una parola simile alla prime. Il

processo mentale dell’effetto priming è automatico mentre quello dell’effetto aspettativa è controllato.

Manipolando le aspettative dei soggetti sperimentali è possibile creare le condizioni perché si verifichino

isolatamente l’effetto priming vero e o l’effetto aspettativa. L’effetto priming suggerisce che le relazioni

lessicali trovano rispondenza nel lessico mentale.

• Effetti di contesto. Il riconoscimento di una parola è influenzato dal contesto linguistico, cioè dall’espressione

o dalla frase in cui è inserita- il contesto può produrre effetti di priming lessicale.

MODELLI DI RICONOSCIMENTO DI PAROLE

Nel tentativo di ricostruire il processo di riconoscimento di parole sono stati elaborati diversi modelli. I primi proposti

intendevano spiegare sia il riconoscimento di parole lette sia udite. Successivamente è prevalsa la tendenza a costruire

modelli specifici per la lettura e per l’ascolto. Alcuni modelli si basano sul principio dell’attivazione, l’idea che gli

stimoli verbali diffondano una sorta di carica energetica in settori specifici del lessico mentale. Altri si basano sul

principio della ricerca d’archivio: il lessico mentale è organizzato in modo da consentire la ricerca e gli stimoli verbali

recano informazioni che la indirizzano intelligentemente.

• Modello del logogeno di Morton. È il tipico modello basato sul principio di attivazione. A ciascuna parola

presente nel lessico mentale corrisponde quello che Morton chiama un logogeno. Non contiene informazioni

sul significato o su altre caratteristiche delle parole, ma è un’unità di attivazione, un sistema capace di caricarsi

di energia quando vi arrivano informazioni sulla parola. Se l’attivazione raggiunge una data soglia, il logeno

innesca l’accesso alle informazioni lessicali e la risposta di riconoscimento. Il modello spiega l’effetto

frequenza presupponendo che le parole di uso comune abbiano una soglia più bassa.

• Modello della ricerca per file di Fordster. Tipico modello basato sul principio della ricerca d’archivio. Nel

lessico mentale accanto a un master file, un archivio generale, ci sarebbe una serie di file di accesso, di archivi

periferici in cui le rappresentazioni delle parole sono raggruppate per categorie fonologiche, ortografiche,

sintattiche, semantiche. L’effetto frequenza si spiega perché nei file di accesso le parole sono in ordine di

frequenza e di conseguenza le più comuni sono le prime ad essere trovate.

• Modello della coorte di Marslen-Wilson. Il modello della coorte ha il pregio di applicarsi bene alle parole

ascoltate, dato che tiene conto del tempo. C’è una differenza fondamentale tra parola letta e ascoltata: la prima

può essere percepita tutta in una volta, l’altra ci arriva poco alla volta in un lasso di tempo che, per quanto

breve non consente la percezione simultanea delle sue componenti. Il modello è in grado di spiegare

agevolmente effetto di frequenza, di priming e di contesto e rende ragione anche del fatto che si può

riconoscere una parola prima di averla udita tutta.

PAROLE AMBIGUE

Molte parole hanno più significati. Può trattarsi di significati collegati, polisemia, o di significati indipendenti,

omonimia.

Gli omofoni si pronunciano allo stesso modo, ma oltre ad avere significati diversi si scrivono diversamente. A dirimere

l’ambiguità è il contesto.

Secondo l’ipotesi dell’accesso multiplo o esaustivo, quando siamo dinnanzi a una parola ambigua, nella nostra mente si

attivano tutti i significati possibili, anche se non ne siamo consapevoli. Successivamente il contesto ci porta a

selezionare il significato giusto.

L’ipotesi dell’accesso selettivo sostiene invece che il contesto interviene precocemente e che si attiva solo il significato

pertinente.

ANALISI SINTATTICA

IMPORTANZA DELL’ANALISI SINTATTICA

Il fatto che una frase veicoli un carico di informazioni decisamente superiore alle parole che vi figurano induce a

ritenere che l’analisi sintattica sia un passaggio fondamentale nel processo di comprensione del parlato. Eppure c’è chi

ha sostenuto che nella comprensione si può fare a meno dell’analisi sintattica e nel campo delle intelligenze artificiali

sono stati elaborati programmi di comprensione che funzionano abbastanza bene senza fare elaborazioni sintattiche,

come il sistema FRUMP di De Jong.

Sistemi come il FRUMP arrivano al senso saltando l’analisi sintattica grazie all’impiego di una vasta conoscenza

enciclopedica. Operano in domini specifici che conoscono a fondo, sui quali hanno una gran massa di dati, e riescono

così a inferire il significato delle frasi individuando quelli più plausibili.

LE UNITA’ DI ANALISI

Contrariamente a quanto si può credere, l’analisi sintattica non procede frase per frase, ma opera sui costituenti delle

frasi.

Varie osservazioni suggeriscono che le unità di analisi sono le proposizioni. Sembra che mentalmente trattiamo le

proposizioni come blocchi successivi.

Alcuni esperimenti dimostrano che la facilità con cui ricordiamo parole udite dipende dalle proposizioni in cui sono

inserite. Jarvella leggeva ai soggetti brevi testi chiedendo di ripeterli parola per parola. Venivano ricordate meglio le

parole delle proposizioni udite per ultime, ma le parole di una proposizione venivano ricordate tutte allo stesso modo,

effetto recency.

STRATEGIE DI ANALISI

Sembra che nell’analisi sintattica si seguano strategie, espedienti per inferire la struttura profonda a partire da indizi

superficiali. Nell’analisi si utilizzano anche informazioni prosodiche e paralinguistiche, come l’intonazione o le

interruzioni dell’eloquio che punteggiano proposizioni e sintagmi, e informazioni sul contesto linguistico e sul senso.

Sembra però che ci si attenga anche a certe regole procedurali. Ci sono prove che si segue un processo a garden-path:

anziché portare avanti più interpretazioni possibili, si va avanti con una fino a che viene confermata o si finisce in un

vicolo cieco e si deve ricominciare da capo.

Sono stati individuati alcuni principi, adottati anche nella costruzione di analizzatori sintattici artificiali: il late closure,

nei limiti del possibile attacca le parole nuove che analizzi al sintagma che stai già elaborando, e il minimal attachment

cerca di costruire meno sintagmi possibile. Si tratta di principi economici.

IL RICORDO DELLE STRUTTURE SINTATTICHE

Mentre il significato di una frase viene ricordato a lungo, la sua struttura sintattica tende a restare in memoria

esclusivamente per il tempo necessario ad arrivare al significato. Non sempre la memoria delle strutture sintattiche è

fugace.

COSTRUZIONE DEL SENSO

OLTRE GLI INPUT LINGUISTICI

Se ci fermassimo alle informazioni veicolate dalle parole e dalle strutture sintattiche, il senso dei discorsi ci sfuggirebbe.

Ignorando gli impliciti l’ascoltatore non potrebbe rispondere a domande fondamentali per comprendere i messaggi. Gli

sfuggirebbero persino l’unitarietà dei discorsi visto che i riferimenti alle stesse cose e persone i nessi logici e ciò che

lega il nuovo al dato non sono generalmente esplicitati.

ELABORAZIONE DEGLI INPUT LINGUISTICI

Per arrivare al senso gli input linguistici vanno elaborati: sono come indizi dai quali partire per inferire ciò che c’è da

capire. A volte l’elaborazione è semplice e consiste nell’applicare strategie inferenziali basate sulla presenza di

determinati segnali linguistici. È quel che accade di solito quando si tratta di risolvere il problema di rintracciare tra le

cose dette prima un antecedente cui riferire un pronome ecc.

Alcuni criteri linguistici comunemente adoperati:

• I pronomi devono concordare per genere e numero

• Referente e termine anaforico solitamente hanno lo stesso ruolo sintattico

• Di una lista di cose dette è più probabile che il referente anaforico sia l’ultima.

Nella maggior parte dei casi l’elaborazione degli input linguistici è un’attività costruttiva, che ci proietta molto al di là

dell’informazione data, grazie al fatto che le informazioni in arrivo interagiscono con le conoscenze che abbiamo sul

mondo, oltre che sul linguaggio.

In alcuni casi è necessario ricorrere a elaborazioni più complesse.

In linea di massima i processi di elaborazione degli input linguistici che mettono in gioco la conoscenza del mondo

somigliano ai processi attraverso i quali conosciamo la realtà in genere. Vengono selezionati gli input da esaminare.

Sono riconosciuti, cioè concettualizzati e arricchiti. Dopo di che i dati ottenuti vengono integrati, collegati e si fanno

inferenze che portano a conclusioni nuove. Lungo tutto il processo intervengono conoscenze pregresse.

PROVE DELL’ATTIVITÀ INFERENZIALE

Vari studi indicano che gli impliciti inferiti vengono memorizzati.

Certi contenuti inferiti di particolare rilievo per il senso restano in memoria più di quelli esplicitamente detti.

Le ricerche sulla memoria dei contenuti inferiti ci lasciano con un dubbio: l’implicito viene colto al momento della

comprensione o ricostruito dopo, al momento della prova di memoria? Per ragioni tecniche è più facile dirimere la

questione con esprimenti di comprensione della lettura anziché del parlato. Abbiamo bisogno infatti di stabilire durante

la comprensione stessa se c’è inferenza.

Just e Carpenter hanno dimostrato che il tempo di lettura di una frase si allunga considerevolmente se per collegarla alla

precedente c’è bisogno di fare un’inferenza non fatta prima.

TIPI DI INFERENZE

Si distinguono solitamente due tipi:

• Inferenze all’indietro (backward inferences). Sono inferenze retrospettive, che facciamo lavorando su

segmenti di discorso precedente che l’informazione nuova in arrivo ci spinge a riprendere. Dal momento che

collegano informazione nuova e vecchia si chiamano anche inferenze ponte.

• Inferenze in avanti (forward inferences). Sono inferenze che non sono necessarie per integrare

l’informazione nuova nella vecchia, ma che servono ad arricchire le informazioni veicolate dalle parole in

arrivo, a espandere il senso dei messaggi. Si parla anche di inferenze elaborative.

Mentre le inferenze all’indietro che si possono trarre sono limitate di numero possiamo fare anche molte inferenze in

avanti.

In letteratura ricorre anche la distinzione tra inferenze logiche e inferenze pragmatiche, che ricalca la distinzione,

importante in filosofia, tra verità di fatto o sintetiche e verità di ragione o analitiche.

Le inferenze logiche si fanno basandosi sulla ragione mentre le pragmatiche richiedono un riscontro empirico per essere

confermate.

PROCEDIMENTI LOGICI

L’inferenza, come l’argomentazione, è un ragionamento. Nella tradizione logica, fin dall’antichità, le forme

fondamentali di ragionamento prese in esame sono state la deduzione e l’induzione.

• Deduttivo

o TUTTI I LIBRI DELLA BIBLIOTECA HANNO L’ETICHETTA CON LA COLLOCAZIONE / QUESTO

LIBRO È DELLA BIBLIOTECA / QUESTO LIBRO HA L’ETICHETTA CON LA COLLOCAZIONE

• Induttivo

o TUTTI I LIBRI DELLA BIBLIOTECA VISTI FINORA HANNO L’ETICHETTA CON LA COLLOCAZIONE /

TUTTI I LIBRI DELLA BIBLIOTECA HANNO L’ETICHETTA CON LA COLLOCAZIONE

• Abduttivo

o TUTTI I LIBRI DELLA BIBLIOTECA HANNO L’ETICHETTA CON LA COLLOCAZIONE / QUESTO

LIBRO HA L’ETICHETTA CON LA COLLOCAZIONE / QUESTO LIBRO È DELLA BIBLIOTECA.

L’abduzione, anziché far discendere una conclusione sul singolo caso da una regola generale o ricavare una regola

generale da singoli casi, mette assieme una regola e un’osservazione relativa a un caso particolare per azzardare

un’ipotesi.

L’induzione ha poca importanza, perché per capire il senso dei discorsi più che scoprire regole occorre supporre dati di

fatto specifici.

Deduzione e abduzione vengono invece entrambe adoperate.

L’abduzione presenta il vantaggio di consentire inferenze meno routinarie e più penetranti, capaci di cogliere volta per

volta ciò che va colto.

Sebbene siano meno penetranti, in compenso le inferenze deduttive sono più economiche, nel senso che richiedono

meno impegno mentale.

CONOSCENZE ADOPERATE

Nei ragionamenti inferenziali entrano in gioco almeno tre tipi di conoscenze:

• Regole. Ci serviamo di ogni genere di regole presenti nella nostra memoria, dalle leggi naturali alle regole

personali, alle norme sociali. Particolare importanza hanno le norme sociali che disciplinano l’attività

comunicativa, come le regole di conversazione.

• Informazioni ponte. Sono informazioni prese dal contesto o dalla comunicazione in atto che rinviano a una

regola. Le informazioni ponte collegano l’esperienza alle nostre teorie sul mondo e attivano il processo

inferenziale.

• Informazioni guida. Sono conoscenze che indirizzano verso questa o quella inferenza tra le varie plausibili.

È interessante osservare che le conoscenze adoperate possono essere più di background o più di foreground, riguardare

cose che stanno sullo sfondo o che emergono al momento. Schematicamente possiamo distinguere tre livelli:

1. Sullo sfondo sta la realtà naturale e socio-culturale in cui si iscrive l’evento comunicativo;

2. A metà il contesto extralinguistico.

3. In primo piano troviamo la comunicazione in atto, con le cose dette e i segnali non verbali.

BIASES

Le inferenze che si fanno nella comprensione sono soggette alle comuni tendenze cognitive e a errori.

Non bisogna credere che inferire in condizioni di carenza di informazioni rappresenti una prestazione eccezionale. Nella

vita reale è la regola dal momento che quasi mai disponiamo di tutte le informazioni necessarie per interpretare ciò che

ascoltiamo.

LA GESTIONE DELLE INFERENZE

Nello studio della comprensione del linguaggio spesso si è partiti dal presupposto che ci sia un modo standard di

inferire, valido per l’uomo in generale, adottato da chiunque in qualsiasi situazione.

Possiamo immaginare che al momento di inferire chi comprende si trovi a operare una serie di scelte strategiche: se

limitarsi a inferenze all’indietro o farne in avanti, quante e quali in avanti fare, se ragionare per deduzione o abduzione

ecc. il processo di inferenza assumerà configurazioni diverse a seconda delle decisioni prese.

Di Giovanni, Bianchi e Di Giovanni hanno riscontrato differenze individuali nella gestione delle inferenze legate ai

punteggi ottenuti alla scala di self-monitoring e quindi alla tendenza ad adattare la presentazione del sé alle situazioni

della vita sociale.

CAPITOLO 5- LA COMUNICAZIONE NON VERBALE

I SEGNALI NON VEBRALI

IL REPERTORIO DELLA CNV

Quando parliamo con qualcuno non ci limitiamo al linguaggio, ma adoperiamo vari segnali non verbali, non fatti di

parole. Per comunicazione non verbale (CNV) si intende tutta quella parte dello scambio comunicativo che si avvale

di segnali diversi dalle parole. Disponiamo di un ricco repertorio di segnali non verbali. Si tratta di un complesso

eterogeneo di segnali che differiscono per vari aspetti.

In una comunicazione faccia a faccia sono di regola attivi il canale acustico, detto anche uditivo-vocale, e il canale

visivo o visivo-cinesico, dato che gli esseri umani producono segnali visivi col movimento di parti del corpo o di tutto il

corpo.

Occasionalmente entrano in funzione anche il canale tattile o motorio-tattile, come quando ci si stringe la mano o ci si

abbraccia, e il chimico o chimico-olfattivo se per qualche ragione avvertiamo odori dell’altro. L’elettrico è assente

nell’uomo.

Molti segnali non verbali vengono trasmessi attraverso il canale uditivo-vocale. Rientrano in due diversi sistemi. Il

prosodico sfrutta gli aspetti del parlato, il paralinguistico è fatto invece di tutti gli aspetti non verbali del parlato privi

di carattere musicale, come le interruzioni dell’eloquio, i sospiri ecc.

Anche se spesso si parla genericamente di sistema vocale non verbale, le differenze tra segnali musicali e non musicali

sono tali da configurare due sistemi distinti.

Molti altri segnali non verbali passano attraverso il canale visivo-cinesico. Si fanno rientrare in un unico sistema: il

cinesico o visivo-cinesico, che però raccoglie vari sottosistemi e quindi molti modi di segnalare.

I segnali non verbali differiscono tra loro anche per altre caratteristiche. Una è la stabilità. Si va da segnali che restano

a lungo invariati ad altri più mutevoli e modulabili.

La salienza è un’altra dimensione utile per classificare i segnali non verbali. Alcuni balzano in primo piano si

impongono all’attenzione, mentre altri restano sullo sfondo. La salienza dipende anche dalle circostanze.

SEGNALI PROSODICI

LA MELODIA DEL PARLATO

Parlando creiamo una specie di musica, una particolare melodia carica di informazioni per chi ascolta. Possiamo

rendercene conto ascoltando un discorso in una lingua sconosciuta. Che il parlato sia musicale è sicuramente un fatto

interessante. La musicalità è necessaria al buon funzionamento del linguaggio e forse è stata determinante per la sua

nascita. La musicalità dipende dalle caratteristiche acustiche dei suoni articolati, dalla loro distribuzione nel tempo e da

come si intrecciano elementi acustici e linguistici.

LA FORZA VOCALE

È il volume della voce. Acusticamente si traduce in suoni più o meno intensi.

Ogni persona ha un volume di voce caratteristico, legato principalmente alla conformazione dell’apparato fonatorio. Le

persone però adattano anche il volume di voce alle esigenze sociali e culturali.

Modifichiamo abitualmente la forza vocale anche nel corso stesso di una conversazione. I bruschi cambiamenti di forza

vocale hanno in genere l’effetto di attirare l’attenzione.

Alzando o abbassando la voce possiamo segnalare distanza o vicinanza, sia fisica, spaziale psicologica o sociale.

Gridare rivolgendosi a un interlocutore che effettivamente è lontano è come dirgli che c’è troppa distanza fisica, se

l’interlocutore è vicino possiamo dirgli che è mentalmente lontano.

Gli innalzamenti e gli abbassamenti di voce servono spesso a qualificare i discorsi.

L’INTONAZIONE

Dal punto di vista acustico il tono è dato dalla frequenza della fondamentale. Il fatto che nella fonazione si producano

suoni più acuti o più gravi dipende dalla tensione delle corde vocali.

Come ha colto il linguista Halliday l’intonazione è legata alla tensione novità-dato: come regola generale

l’innalzamento del tono segnala che si sta dicendo qualcosa di nuovo, mentre l’abbassamento indica che tutto è in linea

con le aspettative. L’intonazione fa da punteggiatura della struttura sintattica, circoscrivendo sintagmi e proposizioni. I

profili intonazionali degli enunciati ne segnalano il senso pragmatico: dicono che cosa il parlante sta facendo.

Proprio perché apre alla novità o chiude nel dato, l’intonazione serve a regolare i rapporti con chi ascolta, creando

attorno ai discorsi un clima di interesse o al contrario di ovvietà. Così diamo senso connotativo alle cose che diciamo e

certe risultano banali, indiscutibili altre sorprendenti. Importanti differenze di intonazione si riscontrano tra una lingua

e l’altra e tra varianti della stessa lingua, come gli accenti o i dialetti. In alcuni casi l’intonazione tende a essere

ascendente, in altri discendente.

LA VELOCITA’ DI ELOQUIO

È il numero di sillabe pronunciate al secondo. È funzione sia della velocità con cui articoliamo i suoni, sia del numero

di interruzioni dell’eloquio. In linea di massima la velocità di eloquio funziona come indicatore di ansietà-tranquillità:

una velocità alta segnala fretta e preoccupazione e una bassa calma e serenità.

Il rallentamento dell’eloquio attira l’attenzione sulle espressioni pronunciate lentamente o, se esteso, può essere un

modo di chiedere all’interlocutore di basare ai discorsi. I cambiamenti di velocità servono anche a marcare la struttura

sintattica delle frasi.

I FENOMENI DI DURATA

I suoni linguistici possono essere compressi o stirati, variando così la durata di parole o parti di parole. Sono comuni gli

allungamenti o i raddoppiamenti di vocali.

IL RITMO

Quando si scrive si mettono solo pochi accenti (accenti grafici) previsti dall’ortografia della lingua. Nel parlato però gli

accenti (accenti dinamici o espiratori) sono onnipresenti. Nella catena dei suoni linguistici mettiamo in rilievo alcune

sillabe, imprimendo loro più forza vocale, e appoggiamo le altre, pronunciate più debolmente, su queste.

Se gli accenti cadono in punti prestabiliti possiamo operare sulla durata: stirare le sillabe in modo da accorciare o

allungare gli intervalli tra due accenti. Ricorriamo però anche a un espediente più sofisticato: inserire intervalli

melodici.

Il ritmo svela la tipica pronuncia di chi parla, è importante nel segnalare il temperamento, l’umore e le emozioni che si

provano. Influisce anche sul significato degli enunciati, facendo leva principalmente sul senso connotativo.

L’ENFASI

Consiste nel mettere in rilievo una parola o parte di una parola. Si ottiene attraverso la combinazione di più espedienti

melodici. Di solito si inseriscono intervalli melodici prima e dopo del segmento da enfatizzare, si rallenta la velocità di

eloquio e si modifica la forza vocale, per lo più si abbassa.

L’enfasi fa capire qual è il fuoco di una frase o di un discorso e in alcuni casi è essenziale per afferrare il senso.

L’enfasi è un potente mezzo per produrre nell’interlocutore aspettative. Duncan e Rosenthal hanno dimostrato che

l’enfasi può essere all’origine di profezie che si autoadempiono, cioè di situazioni in cui facciamo capire all’altro ciò

che ci aspettiamo da lui e l’altro finisce per comportarsi proprio come noi pensavamo.

SEGNALI PARALINGUISTICI

LA PARALINGUISTICA

Il termine paralinguistica è stato introdotto da Trager. Per Trager rientrano nella paralinguistica tutti i segnali non

verbali prodotti con la voce, musicali e non musicali. Ci sono buone ragioni però per limitare l’etichetta di

paralinguistica ai soli segnali non musicali. In realtà, quando parliamo, tutta la comunicazione non verbale poco o tanto

partecipa all’attività linguistica. Tuttavia la prosodia è talmente connaturata con l’attività linguistica che resta difficile

considerarla paralinguaggio.

Qui per segnali paralinguistici si intendono tutti quei segnali non verbali che accompagnano il parlato, passano per il

canale uditivo-vocale ma non sono dotati di musicalità.

LE INTERRUZIONI DELL’ELOQUIO

Abitualmente si distinguono le esitazioni o non-fluenze, interruzioni brevi che frantumano il discorso, e pause, più

lunghe, che ordinano il discorso. Le pause possono essre piene o vuote. Quando si parla di silenzi si intendono le pause

vuote.

Questa classificazione ha il difetto di essere centrata sul parlante. Se pensiamo che in una conversazione si parla a turno,

possiamo distinguere tre tipi di interruzioni:

• Interruzioni interne , in cui il parlante violando le aspettative dell’interlocutore, smette momentaneamente di

parlare per poi riprendere.

• Nei passaggi di turno: un interlocutore smette di parlare e dopo poco comincia l’altro;

• Dovute al fatto che nessuno prende la parola e la conversazione scivola nel silenzio.

Sacks, Schegloff e Jefferson chiamano pause l’interruzione dentro il turno, gap quella tra turni e lapse quella in cui gli

interlocutori concorrono a mantenere il silenzio.

AMBIGUITA’ DEL SILENZIO

Il silenzio è un segnale strutturalmente ambiguo. Può avere senso costruttivo, come quando è usato per esprimere

consenso, o per esprimere la concentrazione su un contenuto ideativo o affettivo. In senso distruttivo invece dice il

contrario: dissenso, distanza, chiusura.

Proprio in quanto strutturalmente ambiguo, il silenzio è un segnale cui si ricorre quando non si vuol prendere posizione.

È tipico delle culture occidentali trattare il silenzio come una minaccia.

Diversamente ci sono culture orientali in cui il silenzio è visto come una risorsa: vuol dire che si medita e ascolta.

Probabilmente la differenza si spiega pensando che, mentre le culture occidentali sono individualistiche, certe orientali

sono olistiche e considerano l’individuo semplicemente parte di un tutto costituito dalla collettività o dal cosmo.

Siccome per l’occidentale la fonte delle conoscenze è l’individuo, tacere durante una comunicazione vuol dire sottrarsi

al lavoro di costruzione collettiva.

LA QUALITA’ DELLA VOCE

QUALITA’ DELLA VOCE E VOCALIZZAZIONI

I vari segnali vocali non verbali differiscono per due caratteristiche fondamentali: la stabilità e i legami con la

produzione linguistica. Alcuni tendono a restare costanti nel corso della conversazione altri variano continuamente in

rapporto a ciò che si dice. Trager nel suo saggio sui segnali vocali non verbali che accompagnano il parlato distingue tra

qualità della voce e vocalizzazioni.

CHE COSA INFRIAMO DALLA QUALITA’ DELLA VOCE?

Sicuramente traiamo parecchie info dalla qualità della voce di chi parla. La difficoltà sta nel riuscire a isolare le

componenti non verbali.

Una tecnica consiste nell’adoperare filtri che eliminano le frequenze più alte impedendo la comprensione del

linguaggio.

Le ricerche sulla decodifica dei segnali vocali non verbali indicano che gli ascoltatori dalla qualità della voce

inferiscono essenzialmente due ordini di informazioni: sulla persona che parla e sul contesto in cui parla.

VOCE E PERSONA

La voce è un tratto distintivo individuale. La voce funziona da indizio nella percezione interpersonale, quando cioè ci

formiamo impressioni su persone che incontriamo. Dalla voce possiamo capire l’età di chi parla, il sesso ecc. Le

persone spesso cercano di modificare la voce per mascherare la propria estrazione socio-culturale. È relativamente

facile imitare una parlata diversa dalla propria sul piano strettamente linguistico, è difficile modificare gli aspetti non

verbali dell’eloquio. Formuliamo giudizi sulla personalità di chi parla anche indipendentemente dalle inferenze sul

gruppo socio-culturale di appartenenza. Dalle ricerche risulta che alcuni tratti di personalità sono più riconoscibili di

altri dalla voce e che nel riconoscerli ci si basa su indizi abbastanza precisi.

VOCE E CONTESTO

Ci sono tratti della voce di una persona stabili, ma ce ne sono altri che variano da un episodio di comunicazione all’altro

in funzione del contesto.

Molte ricerche si sono occupate di come la voce fornisce informazioni sulle emozioni provate dal parlante. Davitz ha

dimostrato che le emozioni di una persona si possono riconoscere basandosi esclusivamente sulla qualità della voce.

Davitz aveva notato che paura e rabbia venivano riconosciute con maggior precisione. Scherer ha messo in evidenza

che è più facile decodificare correttamente le emozioni negative.

È interessante il fatto che gli errori di riconoscimento delle emozioni siano sistematici confondiamo facilmente tra gioia

e sorpresa, orgoglio e soddisfazione, collera e disprezzo.

Ci si è interessati anche a come la voce manifesta gli atteggiamenti interpersonali di chi parla, cioè il modo in cui si

pone nei riguardi dell’interlocutore o degli interlocutori. La distinzione tra emozioni e atteggiamenti interpersonali non

è netta, dato che spesso le emozioni sono rivolte a qualcuno e chi parla può essere arrabbiato o sprezzante o tenero nei

riguardi di persone presenti. Tuttavia l’atteggiamento interpersonale del parlante, più che una reazione a uno stimolo

emotigeno, è lo stile o il registro interpersonale che questi adotta in quella comunicazione.

Da classici lavori sulla comunicazione degli atteggiamenti interpersonali sappiamo che la voce, assieme alle espressioni

del viso e ad altri segnali non verbali, esprime efficacemente atteggiamenti del tipo amichevole-ostile o dominante-

sottomesso.

La voce è un indicatore anche dell’atteggiamento verso i contenuti del discorso. Cambiamenti della forza vocale, del

tono, della velocità di eloquio possono segnalare se li consideriamo positivamente o negativamente, se per noi si tratta

di cose importanti o no.

SEGNALI VISIVO-CINESICI

L’ASPETTO ESTERIORE

L’aspetto esteriore comprende tutto ciò che concorre a presentare l’immagine dell’individuo agli occhi degli altri. Ha

due componenti fondamentali:

• Aspetto fisico. L’altezza. Il peso, la conformazione del corpo ecc determinano il modo in cui una persona

appare fisicamente. L’aspetto fisico può essere poco controllato dall’individuo. È abituale cercare di modificare

l’aspetto fisico apparente. L’aspetto fisico fornisce informazioni sull’età, il sesso e la razza delle persone, oltre

che sullo status sociale. Dall’aspetto fisico riconosciamo abitualmente le persone.

Dall’aspetto fisico inferiamo anche la personalità, per lo meno è quel che accade nel caso delle prime

impressioni, quando formuliamo un giudizio superficiale su qualcuno che abbiamo appena visto e che non

conosciamo a fondo. Sheldon elaborò una mota teorica della personalità, secondo la quale ci sono tre tipi fisici

fondamentali ai quali corrispondono altrettanti tipi psicologici. L’ipotesi non ha trovato conferma. Di fatto non

c’è correlazione significativa tra conformazione fisica e personalità. La teoria di Sheldon ripete una teoria

ingenua:

o le persone grasse sono bonarie e arrendevoli;

o le persone magre nervose e pessimiste;

o le persone muscolose forti e audaci.

È interessante il fatto che, sebbene non ci sia una correlazione significativa, una debole correlazione c’è.

Probabilmente per effetto di profezie che si autoadempiono, i nostri comportamenti cambiano.

Il viso può essere un’altra fonte di informazioni sulla personalità. I maschi adulti con tratti infantili del viso

tendono a essere considerati più ingenui, onesti. Dati contrastanti si hanno sulla percezione degli uomini con la

barba: a volte sono ritenuti maturi e virili, altre aggressivi.

L’aspetto fisico non fornisce informazioni solo agli altri, ma anche all’individuo stesso. Uno dei modi in cui ci

formiamo conoscenze sul nostro conto e costruiamo il nostro sé è l’autopercezione, l’osservazione di come

siamo fatti e di come ci comportiamo.

• Abbigliamento. Intendiamo non solo l’abbigliamento in senso stretto, ma tutto quanto dell’aspetto esteriore è

facilmente controllabile e manipolabile dall’individuo. L’abbigliamento è un importante indicatore di status

sociale. Segnala la posizione che l’individuo occupa: la sua condizione economica, il potere che ha ecc.

L’abbigliamento fornisce anche informazioni sul sesso e sull’età, dato che ci sono un abbigliamento femminile

e uno maschile e modi di vestire appropriati per le varie età. Il fatto che l’abbigliamento segnali lo status e

aspetti dell’identità egli individui ha valore funzionale: consente di interpretare immediatamente i contesti di

vita sociale e di prevedere le interazioni e serve anche a mantenere i rapporti, specie i rapporti di potere, in

seno alla società conservandone la struttura.

Proprio perché è socialmente regolamentato, l’abbigliamento è in grado di fornire informazioni su un aspetto

della psicologia individuale: l’atteggiamento verso le norme sociali e la cultura dominante. L’abbigliamento

svela a volte quanto una persona tiene all’immagine e se è capace di curarla in funzione dell’effetto prodotto

sugli altri. Se uno cura l’abbigliamento in modo da apparire più giovane di quel che è ma evidenti dettagli

dell’aspetto fisico tradiscono l’età effettiva, rischia di apparire ridicolo.

Dall’abbigliamento non ricaviamo solo informazioni sull’atteggiamento verso le norme e la cultura, ma anche

su altri tratti della personalità.

Le persone con gli occhiali in prima battuta sono ritenute più intelligenti. Se però si tratta di ragazze si pensa

anche che siano più timide e morigerate. Le donne che portano il sorretto tendono a essere considerate più

frivole e anche ansiose.

I tatuaggi sono decorazioni permanenti che si sono diffuse anche all’interno delle moderne società complesse a

struttura elastica. Indicano il desiderio di rendere permanente l’appartenenza a un gruppo o la fedeltà a

un’ideologia o a un partner.

Nelle società complesse l’abbigliamento di una persona cambia continuamente. L’abbigliamento, come

l’aspetto fisico, comunica a se stessi, oltre che agli altri. La soddisfazione provata controllandosi allo specchio

contribuisce all’autostima. Le persone tendono poi a immaginare di essere come appaiono. Importanti effetti

psicologici dell’abbigliamento sono l’individuazione e la deindividuazione.

La deindividuazione è l’effetto contrario: si diventa meno riconoscibili e si sparisce nell’anonimato. Si può

ottenere con misure più o meno drastiche di mascheramento dei tratti che rendono riconoscibili, dai cappucci

ecc.

LA BELLEZZA

All’aspetto esteriore è legata la bellezza di una persona. Esiste una bellezza interiore e molti sostengono di dare più

importanza a questa che all’esteriore. Ci sono ricerche empiriche dalle quali risulta che in effetti, se ci piace il carattere

di una persona, tendiamo a trovare gradevole anche il suo aspetto fisico.

Nonostante la bellezza interiore conti, l’aspetto esteriore pesa molto più di quanto si possa credere. Le persone belle

esteriormente tendono a essere considerate belle anche interiormente. Inoltre, è difficile ricredersi quando emerge che le

qualità interiori fanno difetto. Meccanismi di autoconvalida intervengono a conservare la prima impressione e la

persona esteriormente bella non smette di affascinarci.

Generalmente le persone si impegnano molto nello sforzo di apparire belle, intervenendo sull’aspetto fisico e

sull’abbigliamento. Non sbagliano, per lo meno a giudicare dal fatto che, stando a varie ricerche, il fascino è un

passaporto per il successo.

Nel caso delle donne però la bellezza può essere un’arma a doppio taglio, come si evince dal fatto che il successo di una

donna attraente viene facilmente attribuito più al suo aspetto che alle sue capacità. La stessa persona bella può avere

dubbi in proposito e chiedersi se i suoi successi sono davvero dovuti alle capacità. Un eccesso di bellezza può d’altra

parte provocare invidie e risentimenti, il che spiegherebbe come mai a volte i più popolari in un gruppo di amici o

colleghi non sono i più belli.

La bellezza non ha lo stesso effetto sugli uomini e sulle donne. Gli uomini tendono a dare più importanza delle donne al

lato estetico. Tra i maschi di certe età è diffusa una vera e propria mistica della bellezza femminile: se ne parla spesso e

si dà per scontato che si tratti di un valore fondamentale.

La sensibilità alla bellezza varia anche da un individuo all’altro.

Va tenuto presente che non si punta ovunque ad affascinare con l’aspetto esteriore. Ci sono popoli presso i quali è più

importante apparire potenti e spaventare.

Dalla bellezza di una persona inferiamo abitualmente tratti di personalità. Dion, Berscheid e Walster hanno visto che

opera lo stereotipo “quel che è bello è buono”. Soggetti di entrambi i sessi tendevano ad attribuire a maschi e femmine

attraenti una serie di caratteristiche positive. La bellezza è associata soprattutto ad abilità sociali: le persone belle

appaiono certamente socievoli, estroverse, brillanti.

Lo stereotipo “quel che è bello è buono” ha chiaramente un nocciolo di verità, se si considera che anche la ricerca

scientifica dice che le persone belle sono avvantaggiate nelle relazioni con gli altri e nella vita sociale. Siccome

vengono generalmente trattate meglio, le persone belle diventano effettivamente più disinvolte e sicure di sé. I canoni

estetici dipendono dalla cultura e variano da popolo a popolo e a seconda del momento storico. Tuttavia alcune ricerche

indicano che esistono tratti ideali universalmente apprezzati. Cunningham ha presentato a uomini adulti di differenti

culture 50 fotografie di donne di varie nazionalità e ha riscontrato che in quelle giudicate più attraenti ricorrevano 24

tratti del viso.

Sembra che, come ha sostenuto Eibl-Eibesfeldt uno standard universale sia costituito dalle fattezze infantili. Tra i tratti

individuati da Cunningham c’erano le tipiche fattezze infantili del viso e anche da altre ricerche risulta che donne e

uomini con fattezze infantili piacciono di più.

L’attrazione per le fattezze infantili si spiega facilmente pensando all’importanza che hanno le cure parentali nell’uomo.

Un altro criterio universale di bellezza è la prototipicità. È stato Francis Galton a supporre che i visi che ci piacciono

riassumono i tratti ricorrenti nei visi che vediamo. L’ipotesi è stata confermata.

È probabile che il piacere estetico provocato da un viso che riassume in sé i tratti correnti derivi dal fatto che in quel

viso riconosciamo il viso ideale.

LA PROSSEMICA

Il termine prossemica, coniato da Hall evoca l’idea di prossimità di una persona all’altra ed è usato abitualmente per

indicare lo studio di come le persone strutturano lo spazio, lo usano e così facendo comunicano. Comunichiamo a

seconda di come ci collochiamo nello spazio intorno a noi, di come ci muoviamo al suo interno o di come entriamo in

rapporto con le regioni che lo compongono.

Quando il professore va alla cattedra, gli allievi capiscono che la lezione sta per iniziare.

Quanto siano importanti le norme socio-culturali nel caricare di senso lo spazio è illustrato bene da un resoconto

dell’antropologa Ochs. Nel corso di sue ricerche sull’interazione verbale di bambini delle Isole Samoa restò sorpresa del

fatto che quando andava a far visita a una famiglia di solito i bambini si sedevano compostamente su stuoie vicine alla

sua e aspettavano che parlasse. Non si esprimevano nel registro abitualmente adoperato nelle conversazioni ma nella

“parlata buona”. Senza rendersene conto la Ochs si metteva nella parte della casa che di solito è rivolta verso la strada e

il centro cerimoniale del villaggio ed è il luogo dove si accolgono gli ospiti importanti e si svolgono attività formali.

Sapendo che era un’insegnante i bambini interpretavano il fatto che la Ochs andasse in quella parte della casa.

• TERRITORIALITA’ NEGLI ANIMALI. I comportamenti territoriali, cioè che hanno a che fare con spazi

posseduti da qualcuno, sono una parte importante della prossemica. Ci sono somiglianze abbastanza

sorprendenti tra i comportamenti territoriali dell’uomo e i comportamenti territoriali degli animali. Dal

territorio vero e proprio si distingue l’area familiare che è lo spazio entro i cui confini l’animale è abituato a

muoversi. Gli animali difficilmente si avventurano in posti sconosciuti. Mentre dal territorio gli estranei sono

esclusi, nell’area familiare la loro presenza può essere tollerata. Possedere un territorio è vantaggioso, perché

consente di svolgere indisturbati le attività e di operare in un ambiente noto. Possedere territori ha poi vantaggi

a lungo termine, che si concretizzano con un popolamento e uno sfruttamento ottimale dell’habitat e nella

diminuzione dei conflitti e dei rischi legati alle aggressioni.

• TERRITORI PERSONALI. Le persone tendono ad avere spazi propri. Alcuni sono territori stabili, come la

casa, altri temporanei, come l’albergo. A seconda di come ne viene percepito il possesso si possono

distinguere:

o Territori primari, di cui ci sentiamo a pieno titolo possessori;

o Territori secondari, accessibili anche ad altri, ma molto controllati da noi;

o Territori pubblici, su cui si ha momentaneamente diritto, ma a cui non si è legati.

L’invasione di un territorio primario è quella che suscita maggiori reazioni. Ci sono spazi che somigliano alle

aree familiari descritte dagli etologi. Tendiamo a considerare in qualche misura nostro uno spazio per il solo

fatto che lo usiamo abitualmente. Le persone marcano i territori personali scrivendo sulle porte, lasciando

oggetti personali o dando al luogo un’impronta visibile per il modo in cui sono tenute le cose. Come negli

animali, i territori assicurano l’accesso a risorse e lo svolgimento agevole di attività abituali.

Nell’uomo però i territori acquistano una funzione psicologica che trova scarso riscontro negli animali, se non

a livello di primati: serve alla privacy, a provare il piacere di stare soli o con pochi intimi senza essere

osservati e disturbati. Va tenuto presente che i territori personali possono essere invasi non solo entrandoci, ma

anche con lo sguardo, con i suoni ecc.

• SPAZIO PERSONALE E DISTANZA INTERPERSONALE. Mentre i territori personali sono luoghi

geografici, lo spazio personale accompagna l’individuo ovunque va. Gli etologi parlano di territorio al seguito.

Per rispettarlo gli altri devono evitare di entrarci mantenendo le opportune distanze interpersonali. Non tutti gli

animali hanno territori al seguito. Lo spazio personale ha funzione di difesa: controllando che gli altri non lo

invadano ci sentiamo sicuri nei riguardi di minacce fisiche e psicologiche. Lo spazio personale ha anche

funzione di regolazione dell’intimità e di comunicazione. A seconda delle persone con cui abbiamo a che

fare, della nostra condizione e della situazione abbiamo bisogno di aprirci o di chiuderci. I confini dello spazio

personale di un individuo possono essere individuati empiricamente chiedendogli di fermare altre persone che

gli si avvicinano non appena prova disagio. In effetti però lo spazio personale è elastico e non c’è un unico

spazio personale a seconda del rapporto che abbiamo con l’altro e delle circostanze teniamo distanze

interpersonali diverse.

o Distanza intima: 45 cm. Tipica dei rapporti stretti;

o Distanza personale: da 45 a 120 cm. Distanza tipica delle normali conversazioni informali;

o Distanza sociale: dai 120 ai 360 cm. Distanza dei rapporti più formali.

o Distanza pubblica. Dai 360 a 750 cm. Non c’è coinvolgimento.

Non sempre la distanza interpersonale può essere regolata come si vuole. Le situazioni in cui si è costretti a

stare vicini fanno capire che la distanza interpersonale non è definita soltanto dallo spazio fisico che divide le

persone. Sul piano psicologico la distanza interpersonale dipende anche da come ci si guarda, dalla postura,

dalla voce, da quel che si dice.

Le donne adottano abitualmente distanze interpersonali minori degli uomini. Sono note anche differenze legate

all’età. Particolarmente significative sono le differenze culturali.

• L’ORIENTAZIONE. L’orientazione faccia a faccia consente di controllare maggiormente l’altro e di

invaderne più facilmente lo spazio personale. È tipica delle situazioni di competizione o di contrattazione e in

genere dei rapporti formali.

La posizione laterale è frequente quando si è seduti, specie se intorno a un tavolo. Orientazioni oblique ad

angolo acuto sono comuni nei gruppi di discussione. Come dimostrato in classici esperimenti le persone

tendono a scegliere l’orientazione più consona al tipo di rapporto che si aspettano di instaurare o che

desiderano instaurare. Accade anche il contrario: se per qualche ragione ci si dispone con un’orientazione si è

spinti a instaurare il clima corrispondente.

LA POSTURA

È la posizione del corpo tenuta durante la comunicazione.

La dimensione tensione-rilassamento si manifesta a un estremo con arti simmetrici, capo e mani composti e

all’opposto con arti asimmetrici, capo inclinato da un lato e mani abbandonate. Segnala rapporti di dominanza-

sottomissione o differenze di status o il grado di formalità dell’incontro.

La dimensione apertura-chiusura si manifesta protendendosi in avanti o tirandosi indietro, aprendo braccia e gambe o

serrandole. Dice attrazione o repulsione o interesse o disinteresse.

C’è poi la dimensione erezione-rannicchiamento. Se si sta impettiti con le mani sui fianchi e il capo all’indietro, si

segnala dominanza, mentre se si abbassa il capo sottomissione.

Queste posture somigliano da vicini ai comportamenti di minacci a e di sottomissione degli animali.

Le posture possono segnalare emozioni. Durante la conversazione gli interlocutori addumono un numero limitato di

posture, generalmente da una a quattro. Forniscono informazioni agli altri non solo le posture adottate, ma anche i

cambiamenti. A volte le persone tendono a imitare l’una la postura dell’altra. Sembra che lo facciano quando si trovano

simpatiche e sembra pure che vedere una persona che imita la nostra postura ci induca a pensare che le siamo simpatici.

Molte posture sono soggette a norme socio-culturali: ci sono posture adatte a mangiare, a conversare in poltrona, a

prendere il sole al mare ecc.

I GESTI

Sono i segnali prodotti con i movimenti del corpo, soprattutto delle mani, ma anche del capo delle braccia, dei piedi e a

volte del tronco. Sono molti e importanti, come suggerisce il fatto che una parte consistente del cervello è impegnata nel

loro controllo.

• Tipi di gesti : distinguere i gesti in categorie è essenziale per analizzare e capire la comunicazione gestuale, ma

non è semplice.

o Gesti funzionali al discorso. È stato Kendon a distinguere tra gesti funzionali al discorso, che sono

tutt’uno col parlare, che hanno senso solo nel contesto della comunicazione verbale e concorrono alla

sua riuscita, e gesti semioticamente autonomi, capaci di veicolare da soli significati paragonabili a

quelli del linguaggio. Rientrano in questo tipo di gesti i regolatori e gli illustratori della

classificazione di Ekman e Friesen. I gesti regolatori sono adoperati per controllare l’andamento

dell’interazione verbale: fornire e chiedere feedback all’interlocutore ecc. I gesti non sono gli unici

segnali adoperati per regolare l’interazione. Concorrono a questa funzione altri segnali non verbali,

sia visivo-cinesici, sia uditivo-vocali, come modulazioni dell’intonazione. Quanto contino i segnali

visivo-cinesici nella regolazione dell’interazione verbale è dimostrato da un semplice esperimento di

Rimé. Ai soggetti si chiedeva di trattenersi a conversare a due a due sugli interessi cinematografici, in

vista di un’inchiesta sull’argomento. Metà delle coppie potevano vedersi normalmente, mentre per

l’altra metà gli scambi visivo-cinesici erano impediti da uno schermo posto sul tavolo. I soggetti del

secondo gruppo mostrarono evidentemente maggiori difficoltà a coordinarsi nell’interazione. I gesti

illustratori sono quelli che si fanno costantemente si parla e che supportano i discorsi. Kendon li

chiama gesticolazioni e McNeil gesti rappresentazionali. Ci sono culture in cui quando si parla si

gesticola molto e culture in cui si tende a muoversi meno.

I gesti illustratori non si limitano a colorire e ribadire quel che si dice: trasmettono molte info non

contenute nei discorsi e possono anche contraddirli. La ragione per cui questo avviene è che sono

come una finestra aperta sull’attività cognitiva del parlante. Sembra assodato che i gesti illustratori

siano parte integrante del lavoro mentale di pianificazione del parlato.

I gesti illustratori si possono distinguere a seconda della fase del processo di pianificazione in cui

intervengono. McNeil distingue tra:

 Gesti proposizionali, fanno parte del processo di ideazione, di elaborazione concettuale e

contribuiscono a definire la struttura profonda di esso. Sono decisamente dentro il pensiero.

 Gesti non proposizionali, intervengono più avanti, nella messa a punto del messaggio, nella

definizione della sua forma superficiale. Sono proiettati verso la comunicazione.

McNeill considera tre tipi di gesti proposizionali:

 Gli iconici rappresentano analogicamente con raffigurazioni spaziali o movimenti, contenuti

concreti del discorso.

 I gesti metaforici rappresentano in modo figurato concetti astratti, possono essere usati

anche per rappresentare la struttura concettuale di quel che si pensa.

 I deittici, i gesti che indicano qualcosa o qualcuno, sono il terzo tipo di gesti proposizionali.

Si fanno solitamente con il dito indice, ma si possono fare anche con l’intera mano. Oltre che

a dare indicazioni spaziali servono a precisare vari aspetti di ciò che il parlante ha in mente.

 Sono gesti non proposizionali i beats, piccoli colpi menati su e giù o avanti e indietro con

una o entrambe le mani. Servono a enfatizzare parti del discorso.

I gesti individuati da McNeill forniscono info su come il parlante elabora i contenuti e su come si

sforza di comunicarli. Molti gesti illustratori ci informano sugli atteggiamenti che il parlante ha nei

riguardi dell’universo del discorso e sugli atteggiamenti che vorrebbe avesse l’interlocutore.

Schematicamente possiamo pensare che ci sono tre ambiti in cui il parlante si trova a operare: i

contenuti ideativi, il messaggio adoperato per comunicarli e le relazioni che si instaurano tra sé e i

contenuti, tra sé e il messaggio e tra sé e l’interlocutore. Molti gesti illustratori hanno a che fare con il

terzo ambito. Ai due principali tipi di gesti illustratori individuati da McNeill si può forse aggiungere

una terza categoria.

Possiamo parlare di gesti relazionali in senso lato, pensando non solo alla relazione interpersonale,

ma anche alla relazione tra persone da una parte e idee e discorsi dall’altra. Si tratta di gesti

metacomunicativi, nel senso che comunicano piuttosto sul senso che pensare e dire quei contenuti ha

per gli interlocutori e su come volve la comunicazione tra loro.

o Gesti autonomi. Sono gesti che hanno senso indipendentemente dai discorsi. Si possono tradurre in

parole, anche se, come osserva Argyle la traduzione non sempre si può fare o per lo meno non si può

fare efficacemente. Spesso i gesti autonomi accompagnano il parlato, ma vengono anche usati da soli.

Ci sono poi situazioni in cui la distanza o il rumore o altre barriere impediscono di servirsi del parlato.

In alcune attività professionali la comunicazione verbale è regolarmente impedita. Va tenuto presente

che un gesto può sostituire un intero enunciato. Ci sono alcuni gesti, detti olofrastici che di per sé

equivalgono a una frase semplice. I gesti autonomi possono essere classificati a seconda di come è

prodotto il significato. I gesti mimici imitano il referente, lo rendono presente alla mente

dell’interlocutore mediante una riproduzione, una raffigurazione o una messa in scena. Ricci Bitti e

Poggi chiamano la naturale tendenza umana a imitare col corpo cose, persone pantomima, termine

che sottolinea il carattere teatrale dei gesti mimici. Ovviamente con un gesto mimico non possiamo

imitare per intero ciò che intendiamo rappresentare. Dobbiamo scegliere qualche caratteristica

rilevante.

Gesti mimici possono essere inventati sul momento. Molti però sono standardizzati e adoperati

ripetutamente nella stessa forma dalle persone di una cultura o subcultura. Per quanto divenuti

convenzionali conservano carattere mimico: chi li fa chi li vede vi riconosce imitazioni del referente.

Diversamente dai mimici i gesti che Efron e Ekman e Friesen chiamano emblemi e altri autori

definiscono simbolici non sono percepiti come imitazioni di ciò che indicano: sono decisamente

convenzionali e il rapporto con il referente per chi li usa è arbitrario (il segno di OK).

In realtà gli emblemi derivano da gesti mimici. Per risalire all’origine di un gesto occorre scavare

nella storia culturale, raccogliendo prove di ogni genere e impegnandosi in una difficile opera

interpretativa. Non meraviglia che a volte anche per gli studiosi le origini restino misteriose. Tra i

gesti autonomi si fanno rientrare a volte anche quelli adoperati in linguaggi dei segni, come i

linguaggi dei sordomuti. Si parla di gesti codificati. Secondo alcuni però è azzardato considerare

comunicazione non verbale sistemi artificiali elaborati per comunicare visivamente in particolari

condizioni.

o Gesti emotivi. Ci sono gesti legati alle emozioni, più che alla comunicazione di specifici contenuti.

Alcuni manifestano emozioni. Il viso esprime molto meglio le emozioni, ma i gesti sono in genere più

rivelatori: controlliamo abbastanza bene le espressioni del viso da riuscire a mascherare un’emozione,

mentre i movimenti del corpo, specie degli arti inferiori, tendono a sfuggire al controllo e lasciano

trasparire lo stato emotivo. Sono emotivi anche i gesti adattatori che, piuttosto che esprimere

emozioni, servono a controllarle e ad adattarsi così alle situazioni. Si distinguono solitamente in:

 self-adaptors, effettuati su di sé (mangiarsi le unghie);

 alter-adaptors, diretti su qualcun altro (stringere e allentare la presa di una parte del corpo);

 object-adaptors, diretti su oggetti (giocherellare con la penna).

Sebbene siano utili, le classificazioni dei gesti vanno prese con cautela. I confini tra un tipo e l’altro

sono spesso sfumati.

 Ambiguità e contesto. I gesti solitamente sono ambigui e per decodificarli abbiamo bisogno di altre

informazioni, tratte da altri segnali non verbali o dai discorsi o dal contesto. I gesti sono ambigui perché spesso

lo stesso gesto può assumere significati diversi. Ci sono poi gesti apparentati, che si somigliano e differiscono

per caratteristiche a volte sottili.

 Differenze culturali. Esistono pochi gesti sicuramente o quasi universali. Tra questi ci sono i gesti deittici,

come l’atto di puntare con l’indice per indicare che si trova nei bambini piccoli e nei lattanti e sembra giochi

un ruolo nello sviluppo di abilità cognitive e comunicative. C’è da aspettarsi che gli emblemi, essendo

convenzionali, siano plasmati significativamente dalla cultura. Le ricerche interculturali lo confermano. Molti

pensano che i cenni del capo per dire sì e no siano universali. In realtà non è così.

LO SGUARDO

 Segnali degli occhi. Gli occhi sono lo specchio dell’anima. Simmel definisce il guardarsi negli occhi

“un’unione straordinaria e unica tra due persone” lo sguardo è un potente mezzo di comunicazione e di

regolazione dei rapporti sociali tra individui.

o Variazioni del diametro pupillare. La pupilla non è altro che il foro attraverso il quale la luce penetra

nell’occhio. Il diametro pupillare varia continuamente a seconda delle condizioni di luminosità. Il

diametro pupillare però varia anche in ragione dell’impatto emotivo che gli stimoli esterni hanno sul

soggetto. Se ciò che vediamo suscita in noi emozioni positive e provoca attrazione, le pupille si

dilatano, altrimenti si restringono. Ovviamente lo facciamo automaticamente, involontariamente e

inconsapevolmente: non siamo in grado di esercitare un controllo cosciente sul diametro pupillare.

Varie ricerche hanno dimostrato le reazioni pupillari emotive agli stimoli. Dagli esperimenti di Hess è

emerso anche che i maschi dilatano le pupille vedendo foto di donne nude attraenti, le donne foto di

maschi attraenti e gli omosessuali foto di persone dello stesso sesso. Sembrerebbe che nonostante le

donne tendano ad esporre meno dei maschi immagini di nudi dell’altro sesso, ne siano egualmente

attratte. La dilatazione delle pupille però non è legata solo all’attrazione sessuale. Le pupille

reagiscono dilatandosi o contraendosi a seconda dell’attrazione e della repulsione suscitata dagli

stimoli. Alla vista di pupille dilatate di solito si reagisce automaticamente, inconsapevolmente e

immediatamente dilatando le pupille. Si tratta di un meccanismo di sincronizzazione delle reazioni

emotive. La sincronizzazione delle reazioni pupillari si può dimostrare semplicemente presentando

disegni schematici di iridi con pupille e registrando le variazioni del diametro pupillare dei soggetti

che li vedono. Quando vediamo le pupille dilatate di un’altra persona, non ci limitiamo a dilatare le

nostre, ma proviamo a nostra volta emozioni positive di attrazione.

Hess ha anche visto che colleghiamo naturalmente pupille piccole con emozioni negative e grandi. Si

può obiettare che un conto è riscontrare certi fenomeni in laboratorio, altro nella vita quotidiana, dove

c’è più distrazione. Senonché alcuni riscontri sperimentali suggeriscono che la dilatazione delle

pupille prodotta farmacologicamente accresce la probabilità di risultare graditi agli altri e di essere

scelti come partner.

o Movimenti del globo oculare. Muoviamo gli occhi continuamente per orientare lo sguardo verso

punti diversi dello spazio intorno a noi. La maggior parte degli spostamenti è dovuta alle saccadi

rapidi scatti più o meno ampi.

La direzione dello sguardo costituisce un segnale importante. La direzione dello sguardo viene

interpretata integrandola con le espressioni della zona intorno agli occhi, con altri segnali non verbali

e verbali e con informazioni di contesto. Dirigere lo sguardo può avere funzione deittica,

analogamente ai gesti del dito o della mano. Nelle interazioni dirigiamo frequentemente lo sguardo sia

verso le altre persone, sia verso i centri comuni di interesse, anche semplicemente per tenere sotto

controllo la situazione e coordinarci. Accanto a sguardi diretti verso persone o oggetti ci sono sguardi

di sfondo. A meno di chiudere gli occhi, da qualche parte dobbiamo orientare lo sguardo, anche se

non abbiamo nulla o nessuno in particolare da guardare. Non è indifferente però guardare davanti a sé,

in alto o in basso, a destra o a sinistra. Uno sguardo proiettato in avanti dà l’idea di solito che si è

orientati a una meta e può suggerire sicurezza di sé. L’alto è in genere connotato positivamente e

legato a idee come superiorità, eccellenza, astrazione. Dirigere lo sguardo verso l’emispazio destro o

sinistro è indice di un diverso atteggiamento cognitivo, più analitico e razionale in un caso, più

intuitivo ed emotivo-sociale nell’altro. Sebbene i due emisferi cerebrali collaborino alle attività

mentali, c’è asimmetria funzionale. Nei destrimani l’emisfero sinistro opera di più e meglio nelle

attività linguistiche, nel ragionamento analitico e nelle fini attività motorie. Il destro tende a prevalere

nella comunicazione musicale e non verbale, nelle abilità visuo-spaziali e nella comprensione

d’insieme dei contesti, cosa essenziale per orientarsi nella vita sociale. Il contrario accade nei

mancini. Quando svolgiamo attività che impegnano maggiormente l’emisfero sinistro, come lavorare

su testi o risolvere problemi verbali o logici, tendiamo a guardare a destra mentre in attività come la

soluzione di problemi spaziali a sinistra.

Lo sguardo laterale sinistro è in genere più passionale, il destro più tipico della seduzione intellettuale.

Quando si distoglie lo sguardo da qualcuno si passa in genere a uno sguardo di sfondo. Si è visto che

le persone hanno un lato preferito: c’è chi interrompe quasi sempre lo sguardo scivolando a sinistra e

chi a destra. La preferenza risulta correlata a differenze di personalità. Le persone che interrompono a

sinistra sono più socievoli e più facilmente ipnotizzabili. La direzione dello sguardo di sfondo a volte

è dettata da esigenze di evitamento: guardiamo verso una porzione di spazio per il semplice fatto che

ci disturba guardare altrove.

 Guardarsi. Le persone si guardano spesso l’una l’altra. Lo fanno ogni volta che interagiscono. È utile

distinguere quattro modi di guardarsi:

o L’occhiata o sguardo breve: dura abitualmente meno di 5 secondi ed è discreta;

o La fissazione oculare o sguardo prolungato: dura di più e appare evidentemente strategica e

programmata, in quanto o fissa una parte del corpo o squadra;

o Il contatto oculare superficiale o sguardo reciproco consiste nel guardarsi l’un l’altro negli occhi

brevemente, per 1-2 secondi e senza dare l’impressione di penetrazione;

o Il contatto oculare profondo, che dura di più e penetra.

Ovviamente si tratta di una classificazione schematica, che non tiene conto di casi di confine. L’intensità del

guardarsi varia a seconda del contesto e della comunicazione in atto. Le persone sanno calcolare il grado di

intimità prodotto dal complesso dinamico di indicatori, confrontarlo con l’intimità standard di quel rapporto e

con l’intimità desiderata e regolare di conseguenza il guardarsi.

 Tra socievolezza e disagio sociale. Certo ci regoliamo in base alle persone con cui abbiamo a che fare, alla

natura dell’interazione e agli altri elementi del contesto e della comunicazione. Come hanno ipotizzato Argyle

e Dean col loro modello dell’equilibrio affiliativo, la dose di sguardi ritenuta conveniente dipende

dall’equilibrio che l’individuo trova in un conflitto motivazionale tra forze che spingono a immergersi nella

vita sociale e forze che spingono a starne fuori. Da un lato guardare gli altri è non solo socialmente

vantaggioso, ma indispensabile per un essere che conduce vita sociale. Serve a raccogliere info sulla vita

sociale, non solo sugli altri e su ciò che accade, ma anche su se stessi. Scambiare sguardi poi è in genere un

passaporto per essere accettati e inserirsi in mezzo agli altri. Alle persone piace essere guardate purché non si

superi una certa soglia. Lo sguardo è gratificante per varie ragioni. Se un altro ci guarda tendiamo a pensare

che prova interesse o simpatia per noi. Probabilmente il fatto di essere guardati ha anche un valore intrinseco di

ricompensa. Bisogna pensare che gli sguardi sono molto importanti nella socializzazione primaria. Scambiare

sguardi offre anche più probabilità di successo nella presentazione del sé. D’altra parte guardare gli altri è

rischioso per cui bisogna contenersi. Tanto per cominciare, guardare gli altri costa fatica mentale. In poco

tempo raccogliamo molte informazioni che la nostra mente deve processare. Per lo più vengono elaborate

automaticamente e quindi con costi minori.

I problemi maggiori però nascono per il fatto che chi guarda un altro in genere viene visto a sua volta. Il

guardare così diviene un segnale, significa esporsi. Gli altri possono reagire male. Quando percepiscono chi

guarda come un osservatore, provano disagio perché si sentono trattati come oggetti del mondo.

 Gli sguardi nella conversazione. Durante la conversazione gli sguardi illustrano i discorsi, servono a

sincronizzarsi nei passaggi di turno e a sollecitare e fornire feedback. Chi parla guarda l’altro meno di chi

ascolta. La differenza viene abitualmente ricondotta alla diversa attività cognitiva che i due ruoli comportano:

l’ascoltatore deve raccogliere informazioni non verbali e leggere le labbra, mentre il parlante deve piuttosto

cercare di risparmiare risorse cognitive per concentrarsi sulla pianificazione dell’eloquio. Di solito quando si

inizia un colloquio ci si guarda negli occhi. Chi comincia a parlare distoglie lo sguardo dall’interlocutore per

riportarlo su di lui di tanto in tanto. Lo guarda alla fine delle unità di pianificazione del discorso e durante le

interruzioni dell’eloquio comunicative per raccogliere e sollecitare feedback.

 Modi diversi di guardare. Le donne tendono ad usare lo sguardo più degli uomini, specie in situazioni

cooperative e se hanno bisogno di instaurare legami sociali. Le persone sofferenti di schizofrenia manifestano

in genere avversione per il guardarsi. La tecnica messa a punto da alcune persone sofferenti di schizofrenia è

emblematica, in quanto sembra mettere in sena il dilemma. Si guarda verso l’altro, ma con un movimento di

vergenza si mette a fuoco un punto dietro di lui. Si ha l’impressione di essere guardati da uno che in effetti non

ci guarda. È un po’ come dire: ti guarderei, ma non posso.

I bambini autistici evitano il contatto oculare. Diversamente dai bambini normali non si servono del contatto

oculare per richiamare l’attenzione. Spesso da piccoli mostrano avversione per gli occhi e le immagini

oculiformi, che invece attraggono i bambini normali fin dai primi mesi di vita.

LE ESPRESSIONI DEL VISO

Il viso ha grande importanza nei rapporti sociali. Riconosciamo le persone soprattutto dal viso. Contraendo poi i

muscoli della faccia produciamo espressioni diverse e siamo in grado di inviare molti segnali.

• I movimenti mimici della faccia. La mimica facciale comincia a svilupparsi nei primati, diviene significativa

nelle scimmie antropomorfe e assume proporzioni straordinarie nell’uomo. Lo studio dei movimenti mimici

della faccia risale al fisiologo francese Duchenne, ripetutamente citato da Darwin nel suo libro. Per ricostruire

le basi motorie delle espressioni del viso provocava la contrazione di specifici muscoli facciali attraverso

stimolazioni elettriche. Il suo metodo ha il difetto di essere centrato sui muscoli, anziché sul controllo nervoso

esercitato dal soggetto. Circa un secolo dopo, Hjortsiö condusse studi dettagliati centrati sul controllo motorio.

Con l’addestramento si può arrivare a produrre volontariamente ciascun movimento mimico isolatamente. Le

espressioni del viso sono spesso l’effetto di combinazioni dei movimenti mimici fondamentali. Seguendo un

metodo simile, Ekman e Friesen hanno messo a punto il Facial Action Coding System, che analizza le

espressioni del viso scomponendole in unità di azione ognuna delle quali prodotta dalla contrazione di un solo

muscolo o di due o più muscoli. Lo studio dei movimenti mimici è senz’altro utile e interessante, ma è illusorio

pensare di trovare corrispondenze rigide tra muscoli contratti e segnali espressivi.

• Alcuni atti comunicativi del viso. Ci sono segnali espressivi del viso che si possono considerare atti

comunicativi in quanto somigliano a enunciati dal senso compiuto, specie dal punto di vista pragmatico.

o Sorriso e riso. Riso e sorriso appaiono apparentati, come suggerisce il fatto che a volte una risata

comincia con un sorriso. Plessner riso e sorriso non sono pienamente intercambiabili. Si può fare una

risatina in una situazione in cui c’è da ridere, ma non si può ridere quando è d’obbligo il sorriso. Si è

supposto che riso e sorriso siano gradi diversi dello stesso comportamento. A ben guardare l’apparente

continuità tra le due forme espressive dice poco. Diversamente dal riso, il sorriso è un segnale

assolutamente pacifico, teso a fugare ogni ombra di aggressività. Ci sono sorrisi e sorrisi e alcuni non

si direbbero amichevoli. Di solito si riconoscono per sfumature. Sono stereotipati, procedono a scatti,

gli angoli della bocca non sono sollevati e a volte sono asimmetrici: la mimica controllata

dall’emisfero destro non collima perfettamente con quella del sinistro. Si sorride anche per imbarazzo

o paura. Sorrisi del genere si possono provocare sperimentalmente. Anche il fatto che possa sostituire

la risata non smentisce la natura del segnale amichevole del sorriso. Mentre il sorriso è assolutamente

antiaggressivo e antigerarchico, il riso contiene una componente aggressiva e gerarchica. Anche il riso

è capace di produrre coesione sociale: unisce infatti le persone che ridono assieme creando un clima

di intesa e solidarietà. Tuttavia la coesione interna ai due o al gruppo che ride è ottenuta a spese di una

disarmonia esterna, di una rottura con chi è oggetto del riso. La tipica situazione in cui il riso genera

significativa coesione è quella in cui due o più persone ridono assieme di qualcuno. Tra quelli che

ridono assieme si sviluppa un senso del “noi”, ma perché si è uniti contro il qualcuno di cui si ride.

Chi è oggetto del riso fa in realtà un’esperienza negativa. Se pensiamo al dilemma in cui viene messo

chi ne è oggetto, appare chiara la componente aggressiva e gerarchica del riso. Abbiamo preso in

esame il caso in cui alcune persone ridono assieme di qualcuno, ma spesso si ride di qualcosa o da

soli. Non è azzardato pensare che in questi casi ci siano una vittima o un compagno immaginari. Le

differenze psicologiche e funzionali tra riso e sorriso fanno pensare che si tratti di segnali

filogeneticamente distinti che nell’uomo hanno finito per convergere.

Van Hooff ha individuato il precursore filogenetico del sorriso nell’esibizione silenziosa a denti

scoperti o faccia ghignante e il precursore del riso nell’esibizione rilassata a bocca aperta, detta

anche faccia giocosa.

L’esibizione silenziosa a denti scoperti, riscontrabile in vari primati, è un’evoluzione dell’esibizione

rumorosa a denti scoperti diffusa nei primati e nella maggior parte dei mammiferi. L’esibizione

rumorosa è un segnale difensivo tipico delle situazioni in cui l’individuo si sente minacciato senza via

di fuga: è un sorta di controminaccia disperata. Col sorriso degli scimpanzé siamo quasi arrivati al

sorriso umano, salvo un passaggio importante. Gli scimpanzé sorridono agli amici per confermare

l’amicizia, mentre gli esseri umani sorridono anche agli estranei per proporre rapporti amichevoli.

L’esibizione rilassata a bocca aperta, presente in molti primati, è una tipica faccia di gioco, cioè un

segnale metacomunicativo adoperato nelle finte lotte, nei combattimenti scherzosi, per segnalare

“questo è un gioco”.

o Saluto oculare. È un sorriso accompagnato da segnali degli occhi e del capo che ne precisano il

senso, aggiungendo alla manifestazione di amichevolezza un messaggio che verbalmente potrebbe

tradursi Ah sì! Di solito c’è una tipica sequenza di azioni. Si entra in contatto oculare con l’altra

persona e qualche volta in questa fase iniziale lo sguardo si fa indagatore. Poi il capo viene sollevato e

spinto leggermente all’indietro, si sorride le sopracciglia vengono sollevate.

o Aperture e chiusura del viso. Se il capo va leggermente all’indietro con occhi e bocca spalancati, il

viso da un’impressione di apertura agli stimoli provenienti dal mondo esterno. Se invece occhi e

bocca sono chiusi o semichiusi specie se il capo si ritrae decisamente e il naso si arriccia, si ha

un’impressione di chiusura.

o Mostrare la lingua. L’atto di mostrare la lingua può essere ostile, o al contrario amichevole. Nel

primo caso la lingua viene spinta lentamente in avanti o piegata in basso e mantenuta per un certo

tempo, nel secondo invece tocca il labbro o viene spinta rapidamente dentro e fuori. La protrusione

ostile della lingua sembra sia universalmente diffusa. Le persone tirano fuori la lingua anche quando

sono concentrate. È come se volessero tener lontani gli altri ed evitare cos’ distrazioni. Si tratta di un

comportamento inconsapevole.

• Viso, emozioni e contesto. Fin dai primi del Novecento sono state condotte molte ricerche tese a stabilire

collegamenti tra espressioni del viso e emozioni. Si sono utilizzate tecniche di decoding, in cui si va a vedere

se soggetti sperimentali concordano nei giudizi sulle emozioni espresse da visi che vedono disegnati o in

fotografia o in filmati, e più raramente di encoding, provocando emozioni ed esaminando le espressioni del

viso. Da questo filone di ricerca emerge che alle emozioni, per lo meno alle fondamentali, corrispondono in

linea di massima configurazioni espressive tipiche. Alle ricerche sulle espressioni facciali delle emozioni sono

state mosse varie critiche. I metodi adoperati, nonostante a prima vista appaiano semplici, presentano serie

difficoltà, che possono falsare i risultati in un senso o nell’altro. Nel decoding è problematico sia ricorrere a

espressioni simulate, sia servirsi di espressioni reali di emozioni provocate esponendo a determinati stimoli. Le

espressioni simulate tendono a essere stereotipate e quindi più facilmente riconoscibili, ma spesso sono mal

simulate. Un altro problema del decoding è il linguaggio delle emozioni. Le persone usano tanti termini per le

emozioni e non sempre si trovano d’accordo. Perciò se si lasciano i soggetti liberi di decodificare con la

propria terminologia, la concordanza nei giudizi è scarsa. Il difetto principale delle ricerche sulle espressioni

facciali delle emozioni sta però nel fatto che sono artificiose, decisamente poco ecologiche. Nella vita reale

non leggiamo le emozioni degli altri basandoci su immagini statiche del viso e teniamo conto anche degli altri

segnali non verbali e del contesto. Se si assume un’ottica più ecologica, sembra errato l’approccio delle

ricerche tese a correlare emozioni ed espressioni del viso. Le espressioni del viso non sono il prodotto di

emozioni, ma di un complesso di fattori tra cui le emozioni.

• Espressioni del viso e atteggiamenti interpersonali. Il sorriso, il saluto oculare, l’apertura e chiusura del

viso. Se un’emozione a che fare con qualcuno quando la esprimiamo col viso, esprimiamo anche il nostro

atteggiamento verso quella persona. Certe espressioni indicano chiaramente rapporti di dominanza-

sottomissione: l’espressione più indica senso di superiorità e audacia, l’espressione meno senso di inferiorità

e timidezza. Si tratta di espressioni di frequente riscontro nei bambini, che negli adulti tendono ad attenuarsi e

a ridursi ad alcune componenti. L’espressione acqua cheta è una via di mezzo tra più e meno, dato che il capo

è chino timidamente in avanti, ma gli occhi, almeno di tanto in tanto, guardano decisi in alto e di lato e le

labbra si stirano accennando un sorriso.

• Mimica universale e culturale. Le espressioni del viso, più di tutti gli altri segnali non verbali, tendono a essere

simili, se non identiche nelle diverse culture. Varie espressioni del viso, come il riso e il sorriso, rappresentano

adattamenti filogenetici e sono innate. La mimica facciale è almeno in buona parte innata. Che un’espressione

del viso sia universale non significa che non risenta di influenze culturali. Le regole culturali poi disciplinano

l’uso delle espressioni e ne precisano il senso.

SEGNALI TATTILI

IL CANALE MOTORIO-TATTILE NELL’UOMO

Il canale motorio-tattile è particolarmente importante nei primati non umani, specie nelle comunicazioni con funzione

sociale. Nei rapporti parentali le interazioni motorio-tattili hanno un certo peso, specie tra madre e bambino ma anche

tra padre o altri adulti della famiglia e bambino.

SENGALI DI CONTATTO

Il contatto tra due individui ha luogo abitualmente nel corso di un’aggressione, nelle cure parentali o nei rapporti

sessuali. I segnali basati sul contatto indicano generalmente intimità e legame e conservano in parte questo significato

anche quando sono usati per regolare l’interazione verbale. A volte i segnali richiamano in qualche modo il sesso e le

cure parentali. Il contatto però può segnalare legame anche in forza del suo potenziale valore aggressivo. Toccare

qualcuno in una parte vulnerabile del corpo è come dire il nostro rapporto è tale che puoi essere sicuro che non ti farò

alcun male. Se l’altro si lascia toccare, conferma.

Semioticamente simili anche se non identici, sono i finti attacchi: scompigliare i capelli, dare buffetti, pizzicotti. Anche

nei finti attacchi il significato di legame discende dal fatto che chi viene toccato non si preoccupa, solo che qui il

potenziale aggressivo del contatto è scoperto. Alcuni segnali di contatto si usano solo in privato, altri anche in pubblico.

Anche segnali affettuosi sono protocollari.

SEGNALI CHIMICI

L’ODORE PERSONALE

Salvo il caso di peti emessi nel corso di un’interazione, è l’odore personale a funzionare da segnale chimico. L’odore

che una persona emana è dovuto al secreto delle ghiandole sudoripare. Ci sono due tipi di ghiandole sudoripare. Le

eccrine, diffuse su quasi tutto il corpo, hanno un secreto acquoso pressoché inodore. Invece odora il secreto oleoso delle

apocrine, presenti nelle ascelle, nelle zone genitali e anali, nei capezzoli e nelle palpebre. L’odore che abitualmente si

sente però è il risultato di trasformazioni che il secreto subisce ad opera della flora batterica saprofita. L’odore personale

può intervenire nel regolare la distanza interpersonale e può essere un mezzo con cui invadiamo lo spazio personale

degli altri. Ci sono prove che gli odori personali hanno effetto nell’attrazione per l’altro sesso. Nel secreto delle

ghiandole apocrine. Appena secreti hanno odore di muschio. In alcuni casi l’odore personale può intervenire anche nel

riconoscimento individuale. Persone in stretto rapporto sono in grado di riconoscersi dall’odore.

QUANTO CONTA LA COMUNICAZIONE OLFATTIVA?

La comunicazione olfattiva ha un ruolo superiore a quanto si può credere a prima vista. Si tratta pur sempre di un ruolo

marginale. D’altra parte i risultati delle ricerche non vanno esagerati. Alcuni etologi hanno cercato di dimostrare che la

comunicazione olfattiva tradizionalmente sottovalutata è importante nell’uomo come in altri animali.

DIFFERENZE INDIVIDUALI NELLA CNV

ABILITA’ DI LETTURA

Se si escludono condizioni patologiche caratterizzate da scarsa sensibilità ai segnali non verbali, tutti gli individui

mostrano buona capacità di captarli e di decodificarli. In genere i soggetti HSM, ad alto self-monitoring, si rivelano più

abili nella lettura della CNV e quest’abilità fa parte del concetto stesso di self-monitoring.

Alcune ricerche suggeriscono che le persone con più alta sensibilità alla CNV riescono meglio in professioni in cui

conta la componente relazionale, come l’insegnamento o la medicina. D’altra parte è possibile che l’esercizio di certe

attività sviluppi sensibilità alla CNV.

ESPRESSIVITA’

Da una persona all’altra varia l’espressività, cioè la tendenza a manifestare con la CNV i propri stati interiori in modo

facilmente leggibile per gli altri. L’espressività è un tratto alquanto stabile delle persone, che si correla ad altri tratti di

personalità, quali l’estroversione, l’impulsività, la dominanza. L’espressività è compromessa nell’autismo, nelle psicosi

e nelle depressioni gravi.

SELF-CONTROL ESPRESSIVO

Tra le persone ci sono anche differenze nel self-control espressivo. Ciascuno di noi in qualche misura si sforza di

esercitare un controllo sui segnali non verbali emessi. Lo facciamo perché teniamo all’autopresentazione e ci

preoccupiamo dell’impressione che facciamo agli altri. Ci sono persone però che mediamente hanno maggior self-

control espressivo di altre.

DIFFERENZE DI GENERE

UN’ABILITA’ FEMMINILE?


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Arianna21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguaggio e comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Colombo Lucia.

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