Luigi Anolli - Fondamenti di psicologia della comunicazione
Capitolo 1: Prospettive sulla comunicazione umana
La comunicazione ha molte facce
L’uomo è un essere comunicante: la comunicazione è una dimensione psicologica costitutiva dell’essere umano, ed è un’attività eminentemente sociale, ossia per definizione si ha comunicazione solo all’interno di gruppi o comunità.
Dimensione culturale
La comunicazione è anche partecipazione, poiché richiede la condivisione di significati e segni che sono esito di accordi e convenzioni culturalmente stabilite all’interno della comunità. Non è inoltre prerogativa umana.
Dimensione cognitiva
Riguarda tutto ciò che è connesso ai processi di pensiero, permettendone l’espressione.
Connessione all’azione
Crea un’interdipendenza tra pensiero e azione: comunicare è sempre fare qualcosa nei riguardi di qualcun altro da parte del comunicante e viceversa.
Non è disgiunta dalla discomunicazione
La discomunicazione comprende una serie di fenomeni comunicativi particolari, come la menzogna, l’ironia, la seduzione ecc.
L’approccio matematico: comunicazione come trasmissione di informazioni
Parte dal concetto generale di informazione, che per definizione è:
- Espansiva: informazione genera ulteriore informazione (diffusiva, si riproduce, può essere solo condivisa e non scambiata)
- Comprimibile
- Facilmente trasportabile
È definibile come un qualsiasi dato conoscitivo nuovo in grado di ridurre una condizione di incertezza.
La comunicazione come trasmissione di informazioni
Il modello è stato approfondito da Shannon, e consiste nel passaggio di un segnale, o messaggio, da una fonte A (emittente) attraverso un trasmettitore (esempio la voce) lungo un canale (ad esempio il filo del telefono), più o meno disturbato da un rumore, a un destinatario B (ricevente) attraverso un recettore (esempio apparato acustico).
A questi primi elementi, Shannon e Weaver aggiungono i concetti di:
- Ridondanza: ripetizione nell’operazione di codifica del messaggio per favorire la sua decodifica
- Filtro: processo di selezione di alcuni aspetti del segnale da parte di chi lo decodifica
- Feedback o retroazione: quantità di informazione che dal ricevente torna al mittente
Approccio caratterizzato da una teoria forte del codice, poiché ritiene che la condizione necessaria e sufficiente per comunicare sia avere a disposizione un codice di trasmissione dei messaggi. Tuttavia questa focalizzazione sul codice elimina l’attenzione ai contenuti, e ciò ha impedito di prendere in considerazione altri fondamentali aspetti della comunicazione, come la condivisione di significati, l’intenzionalità ecc.
L’approccio semiotico: comunicazione come significazione e come segno
Il processo della significazione
La semiotica è la scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale. Il processo di significazione è la capacità di generare significati e la proprietà di ogni messaggio di avere un senso. Il diagramma della significazione pone in relazione tre aspetti: l’espressione (il segno o il simbolo), la referenza (immagine mentale del significato del segno) e il referente (l’oggetto a cui si riferisce il segno nella realtà fisica).
Segno come equivalenza e come interferenza
Il segno come equivalenza, secondo de Saussure e la prospettiva strutturale: il segno è unione di un’immagine acustica (significante o espressione) e un’immagine mentale (il significato o contenuto); tra espressione e contenuto c’è una relazione di identità, e da qui equivalenza.
Il segno così concepito non è una realtà fisica, è una funzione (segnica o semiotica); è inoltre arbitrario e oppositivo (si definisce opponendosi a tutti gli altri segni di un certo sistema linguistico).
La lingua è dunque definita come un sistema di differenze di suoni combinati a un sistema di differenze di significati. Il segno come equivalenza implica la nozione di codice.
Il segno come interferenza, secondo Pierce: il segno è qualcosa A che conduce ad un interpretante B in corrispondenza con qualcosa C (un oggetto) per cui A sta per C.
Il segno così concepito assume una funzione di rimando, cioè rimanda a qualcosa di diverso da sé. In base al rapporto con il referente, tre tipi di segni:
- Icone (somiglianza)
- Indici (contiguità fisica e analogia)
- Simboli (convenzione)
Il segno è inteso come inferenza perché costituisce un indizio da cui trarre una conseguenza; in quanto tale esso comporta la presenza di modelli mentali e culturali che consentono di cogliere il senso dei messaggi colmando gli aspetti mancanti. Tale concezione di segno spiega la variabilità e plasticità dei segni stessi, colma lo scarto tra ciò che è detto e ciò che è implicato e ci fa capire che un soggetto comunica sempre più di quanto effettivamente dica. Il segno come inferenza implica la nozione di contesto.
L’approccio pragmatico: comunicazione come interdipendenza fra testo e contesto
Morris (1938) distingue:
- Semantica: studio dei significati dei segni
- Sintassi: studio delle relazioni formali tra i segni
- Pragmatica: studia la relazione dei segni con i comunicanti, ossia indaga l’uso dei significati
Wittgenstein dimostra che il significato non è un’entità mentale statica, univoca e astratta, bensì è dinamico, motivato e concreto perché risulta dallo scambio e dalla collaborazione fra i parlanti in un contesto immediato, nelle pratiche comunicative.
Dunque la pragmatica esamina le relazioni che intercorrono fra testo e contesto e fra segni e interpretanti. L’enfasi è posta sull’atto concreto. Deissi: tra i fenomeni che rientrano nel contesto, la deissi consiste nei riferimenti espliciti che il testo fa al contesto (qui, laggiù, ora ecc).
Implicatura conversazionale (inferenza per colmare lo scarto tra ciò che è stato detto e ciò che si è lasciato intendere). Presupposizione (l’insieme delle condizioni implicate da un enunciato).
La teoria degli atti linguistici
Il punto di vista pragmatico valorizza la comunicazione come azione e come fare. Con l’obiettivo di attirare l’attenzione su questi aspetti, Austin propone la teoria degli atti linguistici, secondo cui dire qualcosa è anche, sempre, fare qualcosa, individuando in particolare tre tipi di azioni che compiamo quando parliamo:
- Atti di dire qualcosa (atti locutori), ossia le azioni che si compiono per il fatto stesso di parlare (ex emettere suoni) —> rappresentano ciò che si dice
- Atti nel dire qualcosa (atti illocutori), ossia che si compiono attraverso l’atto stesso di parlare —> ciò che si fa mentre si dice qualcosa. Si dividono in assertivi, direttivi, commissivi, espressivi, dichiarativi
- Atti con il dire qualcosa (atti perlocutori), ossia che producono determinati effetti da parte del parlante —> ciò che si vuole ottenere dicendo qualcosa
Austin distingue poi ulteriormente gli atti linguistici in:
- Diretti: forza illocutoria conforme e corrispondente al significato letterale
- Indiretti: forze illocutoria che deriva non dal significato letterale ma dai modi non verbali in cui viene manifestato, come tono e intensità della voce, ritmo di emissione delle parole, ecc.
Esiste dunque uno scarto comunicativo tra frase (l’espressione linguistica astratta) e l’enunciato (uso concreto della frase in un contesto reale), poiché l’enunciato esprime molto più di quanto sia contenuto in una frase.
Principio di cooperazione e implicature conversazionali
Grice parte dalla distinzione della comunicazione umana in:
- Significato naturale
- Significato convenzionale
La comunicazione è dunque un processo guidato dall’intenzione da parte di un soggetto di far sì che il ricevente pensi o faccia qualcosa, e opera in modo che il ricevente riconosca l’intenzione dell’emittente. Siamo nell’ottica di una trasparenza intenzionale.
L’intenzionalità inoltre non è solo un’intenzionalità informativa, ma un’intenzionalità comunicativa, distinguendo infatti tra:
- Comunicazione: A vuole rendere consapevole B di qualcosa di cui non è consapevole facendo ricorso ad un sistema di significazione condiviso da entrambi
- Notizia: in cui A trasmette involontariamente a B qualcosa che non sa indipendentemente dalla partecipazione di quest’ultimo al processo
Ecco dunque il principio di cooperazione di Grice: dai il tuo contributo al momento opportuno, così com’è richiesto dagli scopi e dall’orientamento della conversazione in cui sei impegnato.
Questo principio generale è stato declinato da Grice in 4 massime:
- Massima di quantità: dai un contributo che soddisfi la richiesta di informazioni in modo adeguato agli scopi, non scarso né eccessivo
- Massima di qualità: cerca di fornire un contributo vero
- Massima di relazione: sii pertinente
- Massima di modo: sii perspicuo (evita espressioni oscure, ambigue, sii breve e ordinato)
Distingue poi la logica del linguaggio (si applica al significato letterale) e la logica della conversazione (i processi che gli individui usano per inferire ciò che il parlante vuole comunicare). La logica della conversazione implica la differenza fondamentale tra:
Dire-significare
Tra questi due livelli infatti c’è uno scarto che è colmato attraverso un processo mentale che Grice chiama implicatura, che a sua volta distingue in:
- Convenzionale (regolata dalla grammatica)
- Conversazionale (regolata da un processo inferenziale che tenta di andare il significato letterale di ciò che viene detto)
L’implicatura conversazionale è possibile soltanto se:
- Si presume che il parlante segua le massime
- L’inferenza rispetta le massime
- Il parlante pensa che il destinatario applichi un processo di inferenza
Le implicature conversazionali consentono di estrarre il significato non detto ma contenuto in modo implicito nell’enunciato.
Le implicature conversazionali sono poi caratterizzate da 4 proprietà:
- Cancellabili: si possono dissolvere se si aggiungono altre premesse oltre a quelle originali
- Non distaccabili dal valore semantico dell’enunciato (ex. pg. 26)
- Calcolabili, poiché prevedono che in un determinato contesto l’interlocutore sappia fare una certa inferenza
- Non convenzionali, poiché sono negoziate di volta in volta in funzione al contesto d’uso
Principio di pertinenza e modello ostensivo inferenziale
Partendo da Grice, Sperber e Wilson hanno elaborato una diversa prospettiva pragmatica per spiegare i processi della comunicazione. Essi propongono un modello ostensivo-inferenziale.
Innanzitutto distinguono l’intenzione in:
- Intenzione informativa: informare il destinatario di qualcosa
- Intenzione comunicativa: informare il destinatario sulla propria intenzione informativa
In secondo luogo, precisano il concetto di mutuo ambiente cognitivo, un insieme di ipotesi (affermazioni, richieste, comandi) che i partecipanti condividono. Quale ipotesi verrà scelta in un dato momento dipende da un’unica proprietà: la pertinenza di quell’ipotesi in quello specifico contesto.
Pertinenza per Wilson e Sperber è la capacità di generare nuove informazioni combinando vecchio e nuovo; tuttavia occorre combinare questa competenza umana con la disposizione del soggetto nel manifestare le proprie intenzioni, ossia con l’ostensione. Combinando comportamento ostensivo, che consente di inferire pensieri e ipotesi, e garanzia di pertinenza (poiché gli uomini prestano maggior attenzione a ciò che sembra loro più pertinente), si avrà la formula di successo della comunicazione.
Perché l’informazione sia comunicata con successo occorre un lavoro pragmatico di inferenza da parte degli interlocutori, ossia un processo per cui alla fine un’ipotesi è ammessa come vera sulla base di altre ipotesi certe in partenza. Si tratta di un’inferenza non dimostrativa, basata cioè sulle proprie conoscenze e i vincoli cognitivi posti dal contesto, come ad esempio le implicazioni contestuali, le quali creano gli effetti contestuali che migliorano la comprensione dei processi comunicativi in atto.
A questo punto si chiarisce il concetto di pertinenza: un’informazione è tanto più pertinente quanto maggiori sono gli effetti contestuali da essa generati e quanto minore è lo sforzo cognitivo richiesto per elaborarla. Inoltre, la pertinenza riguarda sempre il contesto.
Il modello pragmatico di Sperber e Wilson è da tenere in considerazione, sebbene il loro rifiuto di ogni forma di codice e la loro eccessiva contestualizzazione della comunicazione rendono difficile capire in che modo si produca la stabilità dei significati.
I significati presuntivi
Levinson integra le prospettive di Grice e quelle di Sperber e Wilson e propone il modello pragmatico dei significati presuntivi, intesi come le interpretazioni preferite prodotte dalla struttura degli enunciati data la struttura di un certo linguaggio.
Levinson ritiene che una teoria della comunicazione debba considerare tre livelli esplicativi:
- Il significato-tipo della frase (significato letterale, astratto)
- Il significato-occorrenza dell’enunciato (uso della frase in un contesto)
- Il significato-tipo dell’enunciato (significato ricorrente in una determinata classe di contesti)
L’ultimo livello corrisponde alle interpretazioni preferite e alla interpretazione per default (quando si assume per garantito) e al concetto di regolarità di contesti e di contesto standard, su cui Levinson riprende poi la nozione di implicatura conversazionale generalizzata, guidata da euristiche standard, sulle quali si instaurano a loro volte tre principi pragmatici per spiegare la conversazione:
- Principio Q:
- Massima per il parlante: non fare un’affermazione che a livello informativo sia più debole di quanto la tua conoscenza lo consenta
- Corollario per il destinatario: assumi che il parlante faccia l’affermazione più consistente con quanto egli conosce
- Principio I:
- Massima per il parlante: dì il minimo indispensabile
- Corollario per il destinatario: amplia il contenuto informativo dell’enunciato del parlante, facendo l’interpretazione più specifica possibile
- Principio M:
- Massima per il parlante: segnala una situazione non usuale facendo ricorso a espressioni marcate
- Corollario per il destinatario: ciò che è comunicato in modo non usuale indica una situazione non usuale (enunciato marcato=situazione marcata)
Levinson si pone in una posizione intermedia fra il forte contestualismo della teoria ostensivo-inferenziale e la semantica tradizionale. In sintesi, la prospettiva pragmatica, nel suo insieme, si configura come ricca di contributi e consente di cogliere la complessità dello scambio comunicativo nel suo farsi, nonché l’interdipendenza tra testo e contesto. Tuttavia, pur nella sua complessità, rimane ancora legata a fenomeni prevalentemente linguistici e non considera gli aspetti relazionali e interattivi della comunicazione.
L’approccio sociologico: comunicazione come produzione sociale
Distingue innanzitutto tra:
- Microsociologia: studia i processi della vita quotidiana
- Macrosociologia: studia i processi generali inerenti le istituzioni e le organizzazioni complesse
La microsociologia di Goffman
Goffman elabora una sociologia delle occasioni, lo studio delle circostanze in cui hanno luogo le esperienze quotidiane e ricorrenti. Egli si focalizza sulla conversazione e si interessa al modo in cui la dimensione sociale la influenza. Egli individua delle precise regole che definiscono la situazione e che variano in base al frame, ossia il contesto in cui avviene lo scambio comunicativo.
La conversazione dunque sembra quasi essere un processo ritualizzato, ossia regolato da rituali, sequenze di atti attraverso i quali un soggetto controlla e rende visibili le implicazioni simboliche del suo comportamento quando si trova direttamente esposto ad un altro soggetto.
Inoltre, Goffman ritiene che lo scambio comunicativo rimandi a sistemi di comunicazione stabiliti all’interno di un certo gruppo di partecipanti, ed è regolato da strategie di comunicazione a loro volta selezionate in funzione delle costrizioni comunicative e dal frame. Partendo da qui egli esamina una serie di fenomeni sociali della vita quotidiana come l’etichetta (codice formale che governa gli incontri), “salvare la faccia”, definito come un insieme di modalità per proteggere la propria immagine.
Il concetto di postmoderno e globalizzazione
Postmoderno: prospettiva postindustriale e antiutopica che si declina nell’ambito della psicologia della comunicazione come riconoscimento dell’importanza della comunicazione e dell’informazione come merce di scambio, come distaccamento da un sistema universale e razionale di norme e certezze, aumento della riflessività sociale e individuale e della globalizzazione da un lato e frammentazione dall’altro.
Globalizzazione è un processo contraddittorio di spinte e controspinte:
- Universalismo vs particolarismo
- Integrazione vs frammentazione
- Omogeneizzazione vs differenziazione
- Centralizzazione vs decentralizzazione
- Giustapposizione vs sincretizzazione
È dunque un processo di ibridazione, implica nuove forme di pluralismo e una molteplicità di punti di vista diversi; la società non ha più un centro.
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