Propedeutica al latino universitario
La storia del latino
Diacronia e sincronia
La lingua può considerare da due punti di vista diversi: diacronico e sincronico. La diacronia studia la lingua attraverso il tempo, ossia come una serie di rapporti successivi; la sincronia la studia a prescindere dal tempo, ossia come un complesso di rapporti simultanei. Dunque il primo studio è dinamico e ha per oggetto le fasi di una lingua, il secondo è statico e ha per oggetto uno stato della lingua. Entrambe soddisfano due esigenze della lingua: la diacronia alla storicità, la sincronia alla sistematicità. Fu il padre della moderna linguistica strutturale, Ferdinand De Saussure, a porre nettamente questa antitesi.
L'indoeuropeo
Nella prima metà del secolo scorso il metodo comparativo permise di scoprire che non solo le due lingue classiche, il latino e il greco, ma anche altre lingue europee e asiatiche, avevano un'affinità genetica e risalivano a una lingua madre: l'indoeuropeo. Si tratta di un insieme di varietà dialettali parlate da tribù a struttura patriarcale in una zona settentrionale del continente euroasiatico, tra il quarto e il terzo millennio a.C. In seguito a successive migrazioni questi dialetti si sparsero e si affermarono su un territorio compreso tra India ed Europa, soppiantando quasi ovunque le lingue indigene.
Le fasi del latino
Il latino dunque è una lingua indoeuropea sorella del greco. Esso confinava ad est e a sud con l'osco, a nord con l'etrusco, da cui subì un moderato influsso. Incomparabilmente maggiore e ininterrotto, comunque, fu l'influsso del greco: di grecismi lessicali il latino si arricchisce per tutto l'arco della sua storia, mediante tre canali principali: il commercio, la tecnica e la cultura. Viceversa, se il latino seguì l'espansione dell'impero prima in Italia, poi nella parte nord occidentale, non poté però fare mai breccia nell'oriente ellenizzato: l'impero fu sempre, finché rimase unito, bilingue, e bilingue fu la sua cultura.
Nella storia del latino si distinguono grosso modo le seguenti fasi: latino preletterario, sino al principio del terzo secolo; arcaico, da Livio Andronico all'inizio del primo secolo; classico, nel primo secolo; augusteo, periodo del suo impero; postclassico o imperiale, nei primi due secoli dell'impero; cristiano, a partire dal secondo secolo; tardo latino o basso latino, negli ultimi secoli.
Gli strati del latino
Se prendiamo uno stato qualunque del latino in qualunque fase e ne consideriamo lo spaccato, lo vedremo composto da diversi strati o livelli stilistici: la lingua letteraria, fortemente stilizzata; le lingue tecniche delle varie arti e attività (agricola, giuridica, sacrale, politica e militare); la lingua d'uso della conversazione e della corrispondenza; il latino volgare degli indotti.
Ma la lingua letteraria è concetto ancora troppo compatto e uniforme. Una prima biforcazione è tra la lingua della prosa e la lingua della poesia. L'una si atteggia poi diversamente nell'oratoria, nella storiografia, l'altra nell'epica, nella tragedia, nell'elegia, nella commedia, nella satira. Sicché restò in piedi il potere centrale, anche il latino restò comunque relativamente unitario nelle varie parti dell'impero; ma con il prevalere delle forze centrifughe e con il disintegrarsi dello stato, il latino parlato subì un rapido processo di differenziazione geografica, agevolata dall'isolamento culturale e dal declassamento economico delle popolazioni. Siamo all'alba delle lingue romanze o neolatine: da est a ovest il rumeno, l'italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese (e il ladino, il provenzale e il sardo, dialetti).
Il latino dopo Roma
Il latino letterario fu salvato dalla chiesa, che lo cristianizzò e ne fece la lingua liturgica dell'occidente. Siccome la chiesa fu per tutto il medioevo la principale se non l'unica depositaria della cultura, il latino medioevale o mediolatino fu, sia pure imbarbarito, la lingua colta e internazionale dell'Europa occidentale. L'umanesimo parve segnare una seconda primavera del latino, ne fu in realtà l'autunno. Ricondotto ai modelli classici da un'elite di dotti (Lutero, Bembo), il latino umanistico andò lentamente irrigidendosi e alienandosi. Dopo il sedicesimo secolo la poesia latina continua una sua esistenza umbratile. Ma, in prosa, il latino si fa veicolo di un terzo universalismo, la scienza: da Copernico a Linneo, è il latino a gettare le basi del mondo moderno. L'ultima roccaforte del latino, la chiesa cattolica, è capitolata con il concilio vaticano II.
La pronuncia
Sufficiet quanto detto sopra.
La quantità e l'accento
Anima vocis
L'accento ha il compito di fornire un contrassegno formale a un'unità grammaticale, la parola, intermedia fra l'unità grammaticale minima, il morfema, e l'unità grammaticale massima. L'accento è dunque il mezzo che consente di articolare in parole, ossia di scandire in unità semantiche nettamente individuate, quella che altrimenti sarebbe una catena di sillabe inespressiva e uniforme.
Altezza e intensità
Si è creduto a lungo che la realizzazione meccanica dell'accento avvenisse mediante il potenziamento, in corrispondenza della sillaba accentata, o dell'intensità o dell'altezza, che sono due delle caratteristiche costantemente presenti nell'emissione di un suono (o meglio, fonema). L'intensità è data dalla forza con cui a colonna d'aria in emissione viene spinta attraverso gli organi fonatori: la sua maggiorazione consiste dunque in un maggiore sforzo muscolare. L'altezza dipende invece dalla frequenza delle vibrazioni a cui sono sollecitate le corde vocali in seguito al passaggio della colonna d'aria: l'aumento dell'altezza corrisponde perciò all'aumento di tale frequenza.
L'opinione suddetta condusse a una rigorosa distinzione tra lingue ad accento intensivo e lingue ad accento di altezza. Alle prime si rimandava l'italiano, alle seconde il latino. Per il latino, in realtà, la cosa non era affatto pacifica, mancando, come è ovvio, la possibilità del controllo acustico. Un primo colpo alle rigide contrapposizioni di scuola arrivò con la fonetica sperimentale, la quale constatò la contemporanea presenza, in ogni fonema, sia dell'altezza che dell'intensità, le cui variazioni sono interdipendenti. Che il potenziamento dell'una o dell'altra caratteristica non arrivi alle soglie della coscienza linguistica non significa che non sia anch'essa presente: c'è ma non viene utilizzata, resta lettera morta perché non rientra nell'economia della lingua. Solo una viene percepita, cioè assume, come si dice tecnicamente, un valore distintivo (vedi però nota sull'intonazione).
In questo senso, e solo in questo, si può ancora accettare la distinzione fra lingue ad accento intensivo (italiano, francese, tedesco, spagnolo) e lingue ad accento melodico (norvegese, svedese).
La natura dell'accento latino
Melodica fu la natura dell'accento greco in epoca classica, o almeno lo fu la coscienza che ne ebbero gli stessi greci: lo testimonia la terminologia tramandata dai loro grammatici, a partire dal nome stesso che fu dato all'accento (prosodìa, da odè, che significa canto); e la distinzione dei tre tipi di accento si richiama anch'essa a considerazioni melodiche: acuta è la sillaba che acuisce il suo tono, grave quella di tono più basso, perispomena è la sillaba che, per la sua lunghezza, consente una modulazione della voce dall'alto vero il basso.
I latini adottarono in blocco la terminologia greca dell'accento, come del resto di tutta la grammatica. E sarebbe sorprendente constatare che essi potessero ricalcare questi termini avendo invece una coscienza intensiva del proprio accento (tanto più che su queste questioni ebbero a riflettere personaggi autorevoli e sensibili all'argomento quali Cicerone e Quintiliano). Perciò sembra ragionevole concludere che il latino classico ebbe un accento melodico. Per quel che concerne poi le lingue romanze, prevalsero nuove strutture uditive, prevalse la coscienza dell'intensità: così esse acquistarono, e ancor oggi mantengono, un accento intensivo.
Fonemi e sillabe
Si è detto della lingua parlata come catena di sillabe (Saussurre). La sillaba è l'elemento di base della lingua, di cui costituisce, dal punto di vista fonologico, la più piccola unità dotata di autonomia. Sopra la sillaba si fonda la prosodia, ovvero quella parte di fonetica che studia i fattori costitutivi della catena parlata.
La sillaba si compone di uno o più fonemi ossia di suoni elementari che assumono una loro funzione distintiva. Manterremo qui la distinzione tradizionale tra vocali e consonanti: le prime sono quei fonemi di base, senza i quali la sillaba non può costituirsi e che possono, da soli, costituire sillaba; questo fulcro della sillaba che è la vocale può essere attorniato da altri fonemi, le seconde, le quali possono aversi sia a entrambi i lati delle vocali, sia soltanto prima sia soltanto dopo.
Ciò consente di stabilire una prima, importante, distinzione di quattro tipi sillabici:
- Di amo: solo vocale
- -Mo di amo: consonante d'inizio e vocale
- Al- di alto: vocale e consonante di chiusura
- Fal- di falso: consonante d'inizio, vocale, consonante di chiusura
Se ne può trarre una prima definizione operativa: la sillaba è un segmento della catena parlata, costituito da una vocale, che può combinarsi con una consonante precedente o con una seguente, o con tutte e due insieme.
Durata e quantità
Prima di procedere nell'esame della sillaba, occorre chiarire un concetto che riveste in latino un'importanza fondamentale, assai meno ovvio di quanto si possa immaginare: il concetto di quantità. La quantità è una durata, la dimensione temporale del suono, il quale si prolunga più o meno nel suo tempo di emissione. Si attribuisce, comunemente, una sola durata ai soli fonemi vocalici, mentre non si usa considerare, come si dovrebbe, la nozione.
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