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l’unificazione dei timbri i e e u o, rispettivamente. Per questo, in italiano, a i e u (brevi)

corrispondono i timbri chiusi e e o; questo permette di riconoscere la quantità breve di i e u latine

grazie alla semplice constatazione che in italiano vi corrispondono rispettivamente e e o (metto <

mitto; pero < pirum; vedova < vidua; croce < crucem; gioco < iugum; foga < fuga). Un altro esito

tipico dell’italiano è la dittongazione avvenuta in sillaba tonica aperta di e (breve) in ie, di o(breve)

in uo (dieci < decem; piede < pedem; nuovo < novum; fuoco < focum). Anche per questi

mutamenti, come già per quelli apofonici, occorre avvertire che la loro presenza garantisce la

quantità breve della vocale originaria ma la loro assenza non indica di per sé il contrario, ossia la

quantità lunga.

6. Le semivocali

In latino come in italiano, a ciascuno dei due segni i e u corrispondono due distinte funzioni:

in ieri e uomo come in iam e uorax, i e u designano dei veri e propri fonemi consonantici, in invece

e unico come in ita e uxor indicano vere vocali. L’incongruenza dell’alfabeto è dovuta all’identità

timbrica delle semivocali; ciò che, a parità di timbro, fa diversi i due tipi, è il minore o maggiore

ostacolo frapposto dagli organi fonatori alla corrente d’aria in espirazione. I e u sono le più chiuse

tra le vocali, i e u sono le più aperte tra le consonanti; tra le une e le altre la distinzione è minima,

cosicché non sorprende che a volte la lingua si consenta oscillazioni di i e u dall’uno all’altro stato.

Questa instabilità, dovuta appunto alla natura intermedia di tali fonemi, al limite tra le vocali e le

consonanti, spiega perché a i e u sia stato dato il nome di semivocali o di semiconsonanti. In

generale, la natura consonantica di i e u è condizionata dalla posizione che il fonema occupa nella

parola e dalla natura dei fonemi contigui: 1) i è consonantico in posizione iniziale prevocalica e

mediana intervocalica: iecur, maior; diversamente è sempre vocale; 2) u è consonantico nelle

stesse condizioni di i: uectigal, lauare; tra consonante e vocale si ha ora u(consonantica), ora

u(vocalica). Quanto a -u- intervocalica consonantica, essa era soggetta a sparire tra due vocali di

timbro uguale se la seconda era atona (delerun < deleuerunt).

7. Alcuni fatti di consonantismo

Tra i fenomeni di evoluzione delle consonanti latine il più vistoso è quello che prende il

nome di rotacismo (quaestor > quaero; esse > eram; gessi > gero; nefas > nefarius). Le forme

con s presentano il consonantismo originario, le forme con r sono frutto di evoluzione. Come è

evidente, r compare al posto di s soltanto in posizione intervocalica: qui l’originaria s sorda

dapprima si sonorizzò, poi si mutò in r. Successivamente, una -r- frutto di rotacismo poté

estendersi, per analogia, a posizione intervocalica: è il caso dei nominativi come labor, honor, etc.

che l’uso ha dapprima affiancato e poi fatto prevalere sugli originari labos, honos sulla base dei

casi obliqui laboris, honorem, etc. A quest’ultima legge è da collegare il fenomeno della cosiddetta

-s caduca. Questo genere di testimonianza metrica è diffusissimo in tutta la poesia arcaica, e

poiché coincide con la testimonianza di varie iscrizioni, se ne deduce che la versificazione seguiva

in tali casi una tendenza insita nella lingua parlata. Comunque sia, il fenomeno di -s caduca fu

limitato nel tempo. Interessa invece tutto l’arco della latinità, e non la sola fase arcaica, il fenomeno

di -m caduca, per il quale, a differenza, a differenza di -s, non si pone il problema della quantità

vocalica precedente, che è sempre breve in epoca storica. Anche per m la tendenza a scomparire

in fine di parola è testimoniata dalle iscrizioni e dalla metrica. E mentre -s arcaico cadeva davanti a

consonante e persisteva davanti a vocale, -m mantiene la sua consistenza prosodica davanti a

consonante, la perde invece davanti a vocale. La ragione di tale comportamento è forse nel fatto

che, mentre per -s si tratta di vera e propria instabilità del fonema, -m era un suono evanescente, e

poteva perciò ridursi ad appendice nasale della vocale precedente.

V – PROBLEMI DI MORFOLOGIA

1. Radice, tema, desinenza

La radice è l’elemento irriducibile comune a tutte le parole della medesima famiglia,

indipendentemente dalla loro categoria grammaticale. Come tale, essa è la portatrice del

significato più generale di una famiglia di parole, cioè il semantema. La irriducibilità della radica è

relativa e gli elementi vocalici possono cambiare. Si tratta di apofonia o alternanze vocaliche,

qualitative (quando cambia la vocale) o quantitative (quando cambia solo la quantità) o entrambe.

La funzione semantica delle alternanze vocaliche radicali in latino è operante solo nell’opposizione

infectum/perfectum. La desinenza è quella forma variabile che indica la posizione della parola

nella flessione (nominale o verbale), ossia, da un punto di vista sintattico, la sua funzione

nella proposizione. Praticamente, le desinenze specificano il genere, il caso e il numero nei

sostantivi, la persona e il numero nei verbi. La desinenza può mancare, come nel nom. timor. In tal

caso si ha una desinenza zero, e la parola può essere ridotta al puro tema. Tolta la desinenza,

resta il tema (detto anche radicale); esso di può definire come la forma che serve di base alla

flessione della parola. Nel caso di timere, è time-; di timor, è timor-. Il tema consta della radice e

di uno o più suffissi: tim-e- (la vocale che termina il tema si chiama vocale tematica o

predesinenziale). I suffissi possono essere raggruppati per formare temi morfologicamente più

complessi e semanticamente più definiti: tim-e-ba (tema dell’imperfetto indicativo). Così si formano

temi di derivati verbali (frequentativi e desiderativi) e nominali (diminutivi e peggiorativi). Anche i

suffissi possono presentare alternanze vocaliche. I prefissi premessi a un tema verbale si

denominano meglio preverbi. Esempi di prefissi nominali: in-sa-nus, dis-par, etc. Anche i prefissi

possono accumularsi, ma assai più raramente dei suffissi. Radice, tema, affissi (cioè prefissi e

suffissi) e desinenze sono astrazioni. Reale è la parola, nella cui unità fonetica essi sono fusi in

modo da non essere sempre ben riconoscibili, soprattutto per due motivi: 1) le modificazioni

fonetiche dovute all’apofonia, all’alterazione della vocale in sillaba finale, alla contrazione, alla

caduta della consonante finale, all’assimilazione consonantica, all’epentesi, alla sincope e alla

semplificazione dei gruppi consonantici; 2) l’assenza dei suffissi tematici e/o della desinenza.

2. La flessione nominale: temi e desinenze

Noi parliamo di cinque declinazioni: sarebbe più esatto parlare di temi, essendo il tema

l’elemento distintivo della flessione, sia nominale che verbale. Spesso la vocale tematica si fonde

con la desinenza, ma esiste un caso, il genitivo plurale, in cui, togliendo la desinenza -(r)um, si

ottiene il tema di tutte e cinque le declinazioni (I temi in -a-, II temi in -o/e-, III temi in -i- e in

consonante, IV temi in -u-, V temi in -e-). È tuttavia possibile un ulteriore raggruppamento delle

cinque declinazioni. Consideriamo le desinenze (o segnacaso): a parte le desinenze che sono o

erano comuni a tutte le declinazioni (come l’accusativo e il dativo singolare), c’è una netta

opposizione tra la I e II da una parte, la III e IV dall’altra nella distribuzione delle desinenze del

genitivo singolare e plurale e del dativo e ablativo plurale. Se si riflette che i e u sono semivocali e

che le nasali (homin-is) e le liquide (consul-is) sono sonanti, appare evidente che il latino tende a

opporre una flessione di temi in vocale (I e II) e una flessione di temi in semivocale, sonante e

consonante (III e IV). Resta la V, le cui desinenze concordano ora con quelle della I-II (diei,

dierum), ora con quelle della III-IV (diebus). Ma la V declinazione è poverissima e oscillante tra la I

e la III.

3. Le principali anomalie della flessione nominale

I. IL GENITIVO SINGOLARE IN -AS DEI TEMI IN -A-: Di fronte a questa forma aberrante i

grammatici antichi si chiedevano se si trattasse di accusativo o di grecismo. Si tratta del genitivo

singolare indoeuropeo dei temi in -a-, conservato in greco, e sopravvissuto in latino come residuo

di una norma più antica. Le attestazioni del genitivo in -as sono rarissime, tranne nel giustapposto

formulare pater (mater, filius, filia), familias, talora scritto paterfamilias. Cornelio Sisenna sostiene

che si doveva generalizzare il genitivo in -ae anche con pater, mater, etc. Da allora, gli scrittori

usano familias o familiae secondo le rispettive tendenze grammaticali: -as gli anomalisti, fra cui

Cicerone, -ae gli analogisti, fra cui Cesare, autore del De analogia. Al d fuori di pater familias, le

forme in -as sono limitate all’epica arcaica, dove hanno funzione di arcaismi solenni.

II. IL GENITIVO PLURALE IN -UM DEI TEMI IN -O/E-: Come mostra il confronto col greco,

la forma in -um è quella originaria, e quella in -orum è recenziore ed analogica del genitivo plurale

dei temi in -a- (luporum come rosarum). Non si parli quindi di “genitivo sincopato”. Sulle scelte

stilistiche inerenti ai doppioni -um e -orum abbiamo una preziosa testimonianza di Cicerone. Egli,

anomalista equilibrato, segue l’uso o consuetudo, respingendo le forme in -um che siano puri

arcaismi, ma accettando quelle consacrate in iuncturae tecniche o formulari. L’arpinate usa di

norma deorum, tranne che nella formula pro deum fidem, dove la netta prevalenza è per deum.

Cesare ha solo deorum, ma è anche vero che non ha mai la formula suddetta. Nella poesia

contemporanea e posteriore sono entrambe presenti, ma è significativo che nei poeti esametrici

deorum è sempre in clausola. Deum aveva il vantaggio dell’arcaismo, ma anche lo svantaggio di

essersi banalizzato nella formula d’uso pro deum fidem.

III. IL VOCATIVO DEUS: Sino all’età di Augusto non s’incontra nessuna forma che valga

come vocativo di deus; a partire da Orazio compare diue, propriamente vocativo di diuos; in

Seneca e nei Priapea, epigrammi di età imperiale, troviamo deus, cioè il nominativo usato come

vocativo: isolato nei pagani, è frequentissimo nei cristiani (“o deus!”). Di dee si conoscono in tutto

due attestazioni letterarie: Tertulliano e Prudenzio. L’interpretazione classica è quella del

Wackernagel: la mancanza del vocativo di deus, come in greco, si spiegherebbe col fatto che gli

antichi, in quanto politeisti, si rivolgevano alla singola divinità col solo teonimo, mentre usavano

normalmente il vocativo plurale di. Sarà il monoteismo ad avere bisogno del vocativo singolare di

deus. Svennung, invece, pensa a motivi fonetici. Non a caso sia in greco che in latino i nomi a

struttura fonetica identica a theòs / deus, cioè nèos, reus e meus, mancano anch’essi di vocativo.

IV. I PLURALI ETEROGENEI DEI TEMI IN -O/E-: Il caso classico è il doppio plurale

loci/loca, il primo anche in senso figurato (“luoghi di un libro”, come tòpoi), il secondo solo in senso

proprio. Ma l’opposizione originaria tra il plurale in -i e quello in -a era diversa: si trattava nel primo

caso di un plurale singolativo, nel secondo caso di un plurale collettivo: l’uno distingue e l’altro

ammassa. Semanticamente l’opposizione è viva in qualche passo del latino arcaico. Ma, altrove, i

due plurali sono interscambiabili o la scelta è dovuta a motivi eufonici o metrici. Lo stesso è

avvenuto in italiano, che ha esteso l’antitesi fra i due tipi di plurale (frutti/frutta, muri/mura,

ossi/ossa, etc.).

V. VIS, SUS, BOS: Vis è difettivo, per quanto tutti i grammatici latini ne diano il paradigma

completo. Se però Cicerone allinea de vi a maiestatis, significa che nella lingua (anche giuridica)

del suo tempo il genitivo di vis non era disponibile. Il suppletivismo vis roboris si deve a Luigi Ceci.

Fu infelice innovazione: vis e robur indicano due concetti che si toccano ma non si ricoprono: vis è

la forza in movimento, di genere animata, e quindi suscettibile di agire bene e/o male; robur,

invece, di genere inanimato, è il legno (rosso) della rovere, e metaforicamente la forza statica, che

sostiene e resiste. Sus è un tema in -u-, “cinghiale”. Ha una doppia forma del dativo-ablativo

plurale, subus/suibus: la prima etimologica, la seconda analogica degli altri sostantivi della terza

(suibus come ovibus). Bos è un tema in -ou-, come Iuppiter Iou-is: il dittongo originario si ritrova nel

greco bous e nei casi obliqui bou-is. La forma fonetica del genitivo plurale è boum; bouum è

analogica. Al dativo-ablativo plurale bou-bus dava bubus; bobus può aver subito l’influsso di bos.

VI. PARISILLABI E IMPARISILLABI: Il cosiddetto genitivo in -ium è quello dei temi in -i-

(puppi-um) e il genitivo in -um è quello dei temi in consonante (reg-um): la desinenza è in entrambi

la medesima, -um. La vecchia regola dei parisillabi e imparisillabi è puramente empirica, e si fonda

sul fatto che i temi in -i- hanno lo stesso numero di sillabe nel nominativo e nel genitivo singolare,

mentre i temi in consonante, col nominativo sigmatico o asigmatico, hanno una sillaba in più nel

genitivo. Tuttavia altri temi in -i- sono divenuti imparisillabi in seguito alla apocope o alla sincope

della vocale tematica al nominativo singolare. Essi sono: 1) i neutri in -ali- e -ari- (animal animalis);

2) gli aggettivi in -as e -is (nostras nostratis; Samnis Samnitis); 3) alcuni monosillabi (pars partis).

Per analogia molti altri monosillabi, originariamente in consonante, hanno assunto il genitivo in

-ium: dens dentis; mus muris; mas maris, etc. Queste tre categorie di nomi si chiamano temi misti.

D’altra parte alcuni temi in consonante si presentano come parisillabi. Sono principalmente di due

tipi: 1) pater mater frater, temi in -r- che in indoeuropeo avevano l’alternanza

e(lungo)/e(breve)/zero. Il latino ha abbreviato la vocale al nominativo (pater) e negli altri casi ha

generalizzato il grado zero (patris, patrum); 2) iuvenis senex canis panis mensis, antichi

imparisillabi che la lingua ha reso parisillabi o aggiungendo il suffisso -i- al nominativo o ricavando i

casi obliqui da un tema diverso.

4. La flessione verbale

I verbi latini possono raggrupparsi in due categorie. La differenza tra i due gruppi è che nel

primo si ha una vocale di collegamento fra la radice e la desinenza, nel secondo questa vocale

manca e la desinenza, quando c’è, si unisce direttamente alla radice. Dalla presenza o assenza di

questa vocale tematica i verbi del primo gruppo prendono il nome di verbi tematici, quelli del

secondo gruppo di verbi atematici. La prassi scolastica distribuisce i verbi tematici in quattro

coniugazioni, distinte dalla vocale predesinenziale: -are, -ere(lunga), -ere(breve), -ire. In realtà,

sarebbe più corretto parlare di temi in -a-, -e-, etc. Ma neppure così si ha una classificazione

soddisfacente. Innanzi tutto essa è valido solo per l’infectum, cioè per i tempi derivati dal presente;

poi non tiene conto dei verbi in -io della III coniugazione, capio capere. Si tratta di temi in -i-, la cui

vocale tematica è venuta parzialmente a coincidere o con quella dei temi in -i- dove quest’ultima si

è abbreviata o con quella dei temi in -e-(breve) dove la i si è aperta: per apofonia davanti a r

(capise > capere) o in finale (capi > cape). Si devono dunque riconoscere non quattro, ma cinque

temi, raggruppabili in due categorie: temi in vocale lunga (-a-, -e-. -i-) e temi in vocale breve (-e-,

-i-). Fuori di questo raggruppamento resta il verbo dare, in cui -a- non è vocale tematica, ma

radicale, e rimane sempre breve.

5. I principali tipi di verbi derivati

I. FREQUENTATIVI: Chiamati anche iterativi e intensivi. Morfologicamente sono verbi in

-a- derivati dal tema del participio perfetto o del supino: da dictus dictare, da pulsus pulsare, etc.

Dai verbi in -ito questo suffisso si è esteso a temi del presente, soprattutto della I coniugazione

(rogo/rogito, poto/potito, clamo/clamito, etc.) e fu utilizzato anche per creare una serie di

frequentativi di secondo grado (cano/canto/cantito, dico/dicto/dictito, etc.). I frequentativi, in quanto

derivati dal participio perfetto che indica stato, sono originariamente durativi: specto, “sto a

guardare”; habito, “abito”; amplexor, “tengo fra le braccia”. Perché questo valore sia evidente

occorre che sussista l’opposizione col verbo primitivo. Se il verbo primitivo indica anch’esso stato,

il frequentativo ne mette in risalto la continuità o la consuetudine. Se, invece, l’opposizione manca,

il valore durativo tende a sbiadire. Il fondamentale valore di durata si screzia in varie accezioni:

l’iterazione (iacto, nuto, pulso) e quindi l’intensità (grassor, presso, quasso, rapto); il conato

(prenso, capto, consulto); l’intermittenza, e quindi la consuetudine (cenito, cubito, dictito, factito);

più di rado l’attenuazione (dormito, lusito, volito). Infine, il derivato può essersi specializzato in

un’accezione particolare: cano, “(canto e) suono” / canto, “canto (e suono)”. Per la loro regolarità

ed espressività questi verbi sono preferiti dalla lingua d’uso.

II. INCOATIVI: Secondo il loro nome tradizionale, questi verbi della III coniugazione,

caratterizzati dal suffisso -sco, indicherebbero l’inizio del processo verbale. In realtà si tratta di

processi verbali che si realizzano progressivamente, durante un certo spazio di tempo. È dunque

più giusto dire che gli “Incoativi” indicano un divenire graduale, un progressivo cambiamento di

stato. È il loro dinamismo a opporli ai verbi di stato in -e-, egualmente durativi. E così: rubeo, “sono

rosso” / rubesco “divento rosso”; albeo / albesco; palleo / pallesco; caleo / calesco. La

progressione può concentrarsi in un momento e allora il valore passa da progressivo a ingressivo,

cioè da durativo a momentaneo: ma questo mutamento d’aspetto avviene normalmente,

mediante l’aggiunta di preverbi. Talvolta, l’incoativo deriva direttamente da un nome, sostantivo o

aggettivo, senza l’intermediario di un verbo (cioè è un denominativo e non un deverbativo):

irascor da ira, repuerasco da puer, iuvenesco da iuvenis, etc. Se non è chiaro né il rapporto

oppositivo né quello derivativo, l’incoativo rischia di perdere la sua caratterizzazione semantica: è il

caso di quiesco, posco, ulciscor, etc., mentre il valore dinamico, progressivo o ingressivo, è ancora

percepibile alla base di cresco, pascor e vescor (“prendo il cibo”), nosco (“prendo conoscenza”),

consuesco (“mi vado avvezzando”), proficiscor (“mi pongo in cammino”), nascor (“vengo al

mondo”). Il suffisso -sco è limitato all’infectum: il perfectum è comune al verbo di stato, in quanto

nell’azione compiuta non occorre distinguere fra stato e progressione. L’azione ingressiva può


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Berno Francesca Romana.

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