Propedeutica al latino universitario IV – Problemi di fonetica
Apofonia indoeuropea
Conosciuto anche come alternanza vocalica o movimento vocalico, il fenomeno della cosiddetta "apofonia indoeuropea" riguarda tutte le antiche lingue del ceppo indoeuropeo. Questa apofonia consiste nella variazione del timbro vocalico che caratterizza gli elementi costitutivi della parola (radici, suffissi, desinenze): tale variazione fonica è destinata a modificare la funzione morfologica e semantica della parola.
Questo movimento vocalico era regolato secondo una gradazione quantitativa (normale, di quantità breve, e allungata) e timbrica (timbro medio: e; timbro forte: o), cosicché si potevano avere anzitutto quattro alternanze:
- Grado normale medio (e breve)
- Grado normale forte (o breve)
- Grado allungato medio (e lungo)
- Grado allungato forte (o lungo)
Ma sia il grado normale che il grado allungato potevano subire una riduzione: per il grado normale essa comportava la scomparsa assoluta della vocale, mentre per il grado allungato lasciava sussistere, là dove la parola sarebbe divenuta irriconoscibile, una vocale evanescente, di timbro indistinto, chiamata schwa, che in latino diventa a (breve). Si hanno perciò due ulteriori gradazioni:
- Grado normale ridotto (zero)
- Grado allungato ridotto (zero oppure schwa)
La lingua non sfrutta pienamente le possibilità offerte dal sistema delle alternanze; anzi, ciò che più conta, questo sistema cessa di essere produttivo già nello stadio più antico del latino. Se è vero infatti che le alternanze del tipo sedeo/sedi, venio/veni, video/vidi, mantengono una loro precisa funzionalità lungo tutto l’arco del latino classico, in quanto determinano la ripartizione tematica fra infectum e perfectum, è anche vero che la stessa funzione viene contemporaneamente svolta anche al di fuori dell’alternanza radicale, per esempio dalla suffissazione in -ui per tutta una categoria di verbi (amo/amaui, deleo/deleui, audio/audiui), che finisce per essere nel latino storico la più diffusa e l’unica veramente produttiva.
Apofonia latina (e sincope)
Un altro tipo di apofonia si riscontra in latino. Questa apofonia latina interessa unicamente le vocali brevi. Si tratta quindi di mutamenti del timbro vocalico, che hanno luogo quando una sillaba con vocale breve, originariamente in posizione iniziale o finale di parola, viene a trovarsi in posizione interna. Qualunque sia il timbro originario, si cambia o in i (breve) o in u (breve).
L’evoluzione in i (breve) o u (breve) viene raggiunta solo se la vocale breve viene a trovarsi in sillaba aperta. In sillaba chiusa, l’evoluzione verso i (breve) è arrestata dalla consonante di chiusura allo stadio e (breve) (cosicché una e di partenza rimane immutata). A sua volta, l’evoluzione verso u (breve) si compie in sillaba chiusa solo a partire da o (breve). Inoltre, il mutamento del timbro può essere variamente condizionato dalla qualità dei fonemi contigui. Per esempio: nonostante la sillaba chiusa, a e e passano a i davanti a n velare; nonostante la sillaba aperta, le vocali brevi passano a e davanti a r; davanti a l palatale, l’apofonia è quella prescritta; davanti a l velare l’esito è invece u, sia in sillaba aperta sia in sillaba chiusa.
L’apofonia latina svolge un ruolo molto importante anche nell’evoluzione dei dittonghi interni -ai- e -au-. La tendenza della lingua è quella di evolvere ai in ae, au in o. Ma poiché il dittongo è in sostanza una sillaba chiusa con vocale breve, la vocale a dei dittonghi ai e au subisce anch’essa il trattamento riservato normalmente ad a in sillaba chiusa. Tuttavia accade di constatare, tutt’altro che raramente, l’assenza dell’apofonia in casi nei quali pure sussistono tutte le condizioni che avrebbero dovuto provocarla (facio/conficio/calefacio, ago/exigo/perago, etc.).
Calefacio non è un vero composto ma semplicemente un giustapposto. Perago è un composto formatosi in un’epoca in cui l’apofonia aveva cessato di essere operante; lo stesso si deve dire comparo, che si spiega come una ricomposizione analogica, ossia come una reazione della lingua che restituisce al composto il vocalismo del verbo semplice in nome della coscienza etimologica.
Eneco, coesistente con enico, offre una testimonianza diretta e completa della stessa situazione; e il fatto che enico sia l’unica forma usata dalla lingua “popolare” dei comici mentre il latino classico, “colto”, attesta solamente eneco, consente di ripartire le due forme secondo precisi livelli stilistici. Diversamente si spiega invece la coesistenza di anates e anites: per casi obliqui come anas le forme apofoniche sono rarissime, perché sopraffatte da quelle che restituiscono il vocalismo originario del tutto casualmente, per una tendenza assimilatrice.
Altri casi degni di nota, in cui l’apofonia resta del tutto inoperante, sono dati dai composti di amo: adamo, deamo, redamo, esempi di composizione tardiva; da quelli di edo: comedo, exedo, etc., nei quali il mantenimento del timbro e fu favorito dalle voci atematiche es, est, esse dove la vocale lunga era insensibile all’apofonia; e va infine notato che l’apofonia non ha mai turbato una o (breve) nei composti verbali. Nel complesso, dunque, l’apofonia latina tende a portare i timbri più “chiari” (a, e) verso i timbri più “scuri” (i, u). Si tratta in sostanza di un indebolimento della vocale, una vera e propria riduzione che, spinta al limite, può condurre alla totale scomparsa, o sincope, della vocale interessata (calidus/caldus, solidus/soldus, etc.).
Natura e cause dell’apofonia latina
L’apofonia latina non incide sui valori grammaticali e semantici della parola che ne è interessata. La grande differenza tra l’apofonia indoeuropea e l’apofonia latina è che la prima è funzionale, la seconda è meccanica; l’una investe nello stesso tempo il dominio fonetico e quello morfologico-semantico, l’altra è puramente fonetica. Le vocali lunghe, dotate di maggiore durata e quindi fisiologicamente più robuste, hanno la capacità di resistere alla forza che tenderebbe a modificare il loro timbro.
Ma quale è questa forza perturbatrice? Nella maggior parte delle lingue, le sillabe immediatamente vicine alla sillaba accentata sono le più deboli: in queste sillabe atone, infatti, si verificano comunemente gli indebolimenti e le sincopi. La condizione di debolezza coincide con quella dell’atonia, la forza perturbatrice si identifica con quella stessa dell’accento che, reclamando per la propria sillaba un aumento dell’altezza e dell’intensità, contemporaneamente ne depaupera le sillabe atone e, fra queste, anzitutto la precedente e la seguente.
L’apofonia meccanica risale a un’epoca preletteraria: se ne deve concludere che la sede dell’accento nel latino preletterario non era regolata dalla legge della penultima, e così nasce il problema della localizzazione di questo accento “preistorico”. Poiché dunque la sede tipica dell’apofonia meccanica risulta in ogni caso la seconda sillaba, l’unica sede possibile rimane quella iniziale: la conferma viene dalla constatazione che una vocale breve di sillaba iniziale resta intatta, come deve accadere in sillaba accentata. Dunque l’accento latino di epoca preletteraria aveva la sua sede fissa nella prima sillaba, qualunque fosse la lunghezza della parola.
Altri fatti di vocalismo
Il preistorico accento iniziale, oltre a modificare la vocale breve della sillaba postonica, poteva influire anche sopra la sillaba più lontana, quella finale; e non pare dubbio che sia responsabile dell’apertura in -e (breve) di un originario -i (breve). E per le stesse ragioni si è costituita anche la categoria dei nomi neutri in -e della terza declinazione. Ancora l’influsso dell’accento protosillabico da un lato, e dall’altro la tendenza delle sillabe finali a ridurre la durata della propria vocale spiega le apocopi di -e (breve) e le sincopi di -i- (breve).
La desinenza del “genitivo locativo”, -i (breve), si agglutinava ai temi della prima declinazione in -a-, e della seconda in -o/e-, provocando così la formazione dei dittonghi -ai e, rispettivamente, -ei; la naturale evoluzione di -ai in -ae e di -ei in -i (lungo) portò alla completa omofonia tra locativo e genitivo, benché quest’ultimo partisse da basi completamente diverse.
Alcuni esiti italiani del vocalismo latino
In fase preromanza il latino perse le distinzioni quantitative e ridusse il suo vocalismo alle cinque gradazioni timbriche a e i o u. Ma in questo trapasso la quantità continuò a giocare un suo ruolo: in epoca classica alla diversa quantità delle vocali intermedie e e o corrispondeva un diverso grado di apertura, cosicché e e o (brevi) suonavano aperte, mentre e e o (lunghe) suonavano chiuse.
La semplificazione del sistema vocalico tardolatino ebbe come immediata conseguenza l’unificazione dei timbri i e e u o, rispettivamente. Per questo, in italiano, a i e u (brevi) corrispondono i timbri chiusi e e o; questo permette di riconoscere la quantità breve di i e u latine grazie alla semplice constatazione che in italiano vi corrispondono rispettivamente e e o (metto <mitto; pero < pirum; vedova < vidua; croce < crucem; gioco < iugum; foga < fuga).
Un altro esito tipico dell’italiano è la dittongazione avvenuta in sillaba tonica aperta di e (breve) in ie, di o (breve) in uo (dieci < decem; piede < pedem; nuovo < novum; fuoco < focum). Anche per questi mutamenti, come già per quelli apofonici, occorre avvertire che la loro presenza garantisce la quantità breve della vocale originaria ma la loro assenza non indica di per sé il contrario, ossia la quantità lunga.
Le semivocali
In latino come in italiano, a ciascuno dei due segni i e u corrispondono due distinte funzioni: in ieri e uomo come in iam e uorax, i e u designano dei veri e propri fonemi consonantici, in invece e unico come in ita e uxor indicano vere vocali. L’incongruenza dell’alfabeto è dovuta all’identità timbrica delle semivocali; ciò che, a parità di timbro, fa diversi i due tipi, è il minore o maggiore ostacolo frapposto dagli organi fonatori alla corrente d’aria in espirazione.
I e u sono le più chiuse tra le vocali, i e u sono le più aperte tra le consonanti; tra le une e le altre la distinzione è minima, cosicché non sorprende che a volte la lingua si consenta oscillazioni di i e u dall’uno all’altro stato. Questa instabilità, dovuta appunto alla natura intermedia di tali fonemi, al limite tra le vocali e le consonanti, spiega perché a i e u sia stato dato il nome di semivocali o di semiconsonanti.
In generale, la natura consonantica di i e u è condizionata dalla posizione che il fonema occupa nella parola e dalla natura dei fonemi contigui:
- I è consonantico in posizione iniziale prevocalica e mediana intervocalica: iecur, maior; diversamente è sempre vocale.
- U è consonantico nelle stesse condizioni di i: uectigal, lauare; tra consonante e vocale si ha ora u (consonantica), ora u (vocalica).
Quanto a -u- intervocalica consonantica, essa era soggetta a sparire tra due vocali di timbro uguale se la seconda era atona (delerun < deleuerunt).
Alcuni fatti di consonantismo
Tra i fenomeni di evoluzione delle consonanti latine il più vistoso è quello che prende il nome di rotacismo (quaestor > quaero; esse > eram; gessi > gero; nefas > nefarius). Le forme con s presentano il consonantismo originario, le forme con r sono frutto di evoluzione.
Come è evidente, r compare al posto di s soltanto in posizione intervocalica: qui l’originaria s sorda dapprima si sonorizzò, poi si mutò in r. Successivamente, una -r- frutto di rotacismo poté estendersi, per analogia, a posizione intervocalica: è il caso dei nominativi come labor, honor, etc. che l’uso ha dapprima affiancato e poi fatto prevalere sugli originari labos, honos sulla base dei casi obliqui laboris, honorem, etc.
A quest’ultima legge è da collegare il fenomeno della cosiddetta -s caduca. Questo genere di testimonianza metrica è diffusissimo in tutta la poesia arcaica, e poiché coincide con la testimonianza di varie iscrizioni, se ne deduce che la versificazione seguiva in tali casi una tendenza insita nella lingua parlata. Comunque sia, il fenomeno di -s caduca fu limitato nel tempo.
Interessa invece tutto l’arco della latinità, e non la sola fase arcaica, il fenomeno di -m caduca, per il quale, a differenza di -s, non si pone il problema della quantità vocalica precedente, che è sempre breve in epoca storica. Anche per m la tendenza a scomparire in fine di parola è testimoniata.
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