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dal cielo i personaggi divini o fantastici. Era formata da un palo di legno piantato nel suolo con un

braccio perpendicolare in cima con un imbracatura,comandato con un sistema di carrucole per

sollevare e spostare l'attore. In Aristofane il mechané è usato in chiave comica.

Più incerte sono le notizie riguardo le scale di Caronte,un meccanismo di sopraelevazione

attraverso una botola nascosta che si apriva forse nell'orchestra e che rendeva possibile l'apparizione

dalla terra di mostri,dei,fantasmi.

L'ekkyklema era una macchina che permetteva di mostrare l'esterno della skené e di far vedere

azioni che si svolgevano dentro al palazzo o in luogo extra-scenico. Qui avvenivano tutti i fatti

cruenti che prevedevano lo spargimento di sangue e che avrebbe reso impura la rappresentazione.

La ekkyklema permetteva di esporre i cadaveri uccisi altrove. Forse era una pedana con ruote che

usciva da una porta della skené oppure era una specie di porta girevole con una piattaforma

praticabile. Si ipotizza che la ekkyklema potesse essere usata anche per creare un doppio piano di

azione.

Simile era la exostra ma di epoca più tarda. Era un balcone ligneo che poteva esser spinto fuori dal

piano superiore dell'edificio di scena e mostrare l'esito di azioni avvenute all'interno.

Le periacte sono rudimentali quinte posteriori rispetto al teatro originario. Erano alte strutture di

legno girevoli,forse a tre facce,ognuna delle quali decorata con pannelli sostituibili raffiguranti

luoghi extra-scenici. Le periacte ruotavano su perni fissati al logheion,poste all'estremità della

skené,rendevano meno statica la scena e permettevano agli attori di entrate dietro di esse.

Il bronteion era probabilmente una macchina usata per ricreare il rumore del tuono.

La scena era piena di oggetti e di arredi teatrali,anche di notevoli dimensioni. Erano presenti anche

animali veri.

Maschere e costumi.

Attori e coreuti indossavano sempre una maschere con le caratteristiche fondamentali dei

personaggi in modo che il pubblico potesse identificarli anche ad una notevole distanza. La

maschera permetteva agli uomini di recitare come personaggi femminili e che un solo attore potesse

interpretare più personaggi. Non c'erano maschere per ogni protagonista ma una serie di tipi che

permettevano di distinguere la categoria a cui il personaggio apparteneva. Un personaggio poteva,

nel corso dello spettacolo,cambiare la maschera perchè i suoi sentimenti erano mutati. La maschera

poteva essere trasformata anche direttamente in scena con giochi metateatrali di origine euripidea.

Elaborate e dettagliate dovevano essere le maschere dei personaggi mostruosi,capaci di creare

sgomento negli spettatori.

Le maschere fantastiche di animali reali o chimerici e della personificazione di agenti atmosferici

erano tipiche della commedia. Esistevano anche maschere di persone realmente esiste ad Atene.

Le maschere erano fatta di lino macerato,modellato e indurito con dei collanti,infine decorato. La

maschera copriva il volto frontalmente e anche il retro della testa;la maschera aveva una parrucca

annessa.

Per gli abiti di scena si sa che i personaggi tragici indossavano il chitone (tipica tunica di stoffa

dell'Antica Grecia) lungo fino ai piedi con un mantello più corto o dotato di maniche. Nel corso del

V secolo i costumi sono diventati sempre più sontuosi e impreziositi da ricami e materiali. Opposti

dovevano essere i costumi degli altri generi.

Più certi sono i costumi dei personaggio-tipo ben definiti (statisti,eroi...) o connotati dalla

professione,dalla condizione o dal luogo di azione,dall'appartenenza etnica.

I costumi della commedia antica erano connotati da un fallo di cuoio legato in cita e da imbottiture

per aumentare la pancia. Con la commedia di Menandro si annullano tutti i tratti buffi e sparisce il

fallo per costumi più realistici.

I costumi del coro riflettevano l'impianto generale dello spettacolo.

I tutti i tre generi si usavano stivaletti di cuoio morbido a suola piatta;più tardi sono state introdotte i

coturni,calzature rigide con una zeppa di 20 cm.

Le maschere negli elenchi di Polluce.

Nel II d.C. Polluce,un grammatico,nell'opera Onomastico ha redatto degli elenchi sui costumi e

attrezzature teatrali dell'età ellenistica imperiale. Colpisce l'elevata varietà di tipi di maschere e la

presenza dell'onkos,l'enorme acconciatura a piramide sulla fronte per elevare gli attori. L'onkos è

stata introdotta probabilmente da Licurgo per adeguare l'attore alla magnificenza del teatro di

Dioniso ristrutturato.

Professionisti della scena.

In greco l'attore teatrale è definito con la parola hypokrites,derivante dal verbo hypokrinesthai con

il significato di colui che risponde o colui che interpreta,spiega. Viene definita un'opposizione con

il coro e il singolo personaggio che si stacca da esso e instaura una dialogo,secondo il primo

significato. Invece il secondo significato rende l'attore come colui che introduce e spiega al

pubblico l'azione e le danze eseguite dal coro e completa le vicende evocate. Il termine hypokrites

era solo per attori tragici e comici;buffoni,mimi e saltimbanco erano di categorie inferiori e avevano

parole per indicarli.

A differenza dei romani,l'hypokrites è un cittadino libero con una posizione sociale di rilievo.

Ottiene onori e facilitazioni;gode di un ampio prestigio per l'eccellenza della sua arte e il servizio

che rende durante le festività dionisiache. Fino al III secolo la figura dell'attore è legata

caratteristiche di sacralità legate alle professioni religiose.

In origine attore e poeta erano la stessa figura. Il primo poeta che si rapportò con il coro fu Tespi,

inventore e attore recitante di alcune strutture-base del teatro come il prologos (sezione introduttiva

che contestualizza) e la rhesis (discorso informativo che porta in scena fatti extra-scenici). All'inzio

Tespi non portava la maschera ma si dipingeva solo il volto:era il coro che la indossava.

Eschilo introduce due personaggi in scena e Sofocle porta il numero a tre,che rimane il limite per

tutta la produzione greca. Tal convezione comporta che,se da un lato non ci sono limiti di

personaggi inseribili in un'opera,dall'altro non è possibile che in scena ci siano più di tre personaggi

contemporaneamente. Non possono esserci neanche più di tre attori e quindi è ovvio che ogni attore

fa più parti o che un personaggio sia interpretato da più attori. Questo è reso possibile con l'uso

della maschera.

Alcuni problemi sono risolti con l'uso di comparse e di personaggi di servizio. Alcune volte per le

scene di massa è il pubblico che “interpreta” la folla a cui il personaggio si sta rivolgendo.

L'abilità del poeta greco nello sfruttare i tre personaggi è evidente anche nel kophon prosopon (il

personaggio muto) la cui presenza è scelta dal drammaturgo come elemento indispensabile

all'azione ma che non può recitare.

Poco si sa delle tecniche recitative. La maschera impediva di far trasparire le emozioni sul volto e

quindi si usava il corpo per trasmettere le sensazioni,attraverso una gestualità stereotipata.

Importante era l'esercizio dell'emissione ed estensione vocale perchè la potenza vocale era

imprescindibile in uno spazio così ampio e senza sistemi di amplificazione.

Gli attori si distinguevano in base al ruolo:il protagonistes era il più importante e in origine era

assunto dal poeta stesso che affidava le parti secondarie ad attori di fiducia. Fu Sofocle il primo

poeta a rinunciare al ruolo di attore per la mancanza di voce ;non si se Euripide abbia mai recitato.

Per il V secolo il poeta poteva scegliere gli attori e dirigere lo spettacolo,identificandosi con il

chorodidaskalos (maestro del coro) anche se non si può paragonarlo al moderno regista.

Comunque il ruolo del poeta era molto più complesso di quello del drammaturgo moderno. Il poeta

componeva testo e musiche,istruiva il coro nei movimento mimici,scenici e nelle danze. I

costumi,le maschere e le soluzione tecnico-scenografiche facevano riferimento al poeta.

Nel V secolo i coreuti erano comuni cittadini addestrati per l'occasione;l'auleta (flautista) invece

era un professionista come lo erano gli attori.

Dal IV secolo in poi,con il diffondersi di teatri e rappresentazioni in tutta la Grecia,il protagonistes

acquisisce il ruolo di capocomico,mentre il poeta si riduce a colui che compone il testo. Il

protagonistes viene pagato dall'arconte,il suo nome compare nei documenti pubblici e il secondo e

terzo attori sono suoi dipendenti.

Dal III secolo di affermano,in Grecia ed Egitto,compagnie professionali,organizzate

gerarchicamente e con i diversi lavori dello spettacolo. I Dionysou technitai (gli artigiani di

Dioniso) comprendevano attori,poeti,musicisti,coreuti,chorodidaskalos e costumisti. Il ruolo

dominante è quello del protagonista che cresce con il fenomeno del divismo che porta visibilità

sociale e indipendenza rispetto i testi recitati,diventati spettacoli basati su un unico protagonista.

Dei testi scritti non esisteva una sola versione ma moltissime trascrizioni che trovano una versione

definita nel 330 a.C. quando Licurgo fece creare la copia ufficiale dei testi Eschilo,Sofocle ed

Euripide.

L'autonomia del protagonista fece diffondere performance solistiche antologiche,in cui venivano

recitati i pezzi più famosi di diversi testi.

Gli artisti di Dioniso.

A Samo si trova un epigrafe dove vengono riportati gli onori resi a Polo,uno dei più famosi attori

della seconda metà del IV secolo. Venne elogiato per l'interpretazione di Edipo e per il realismo

patetico con cui interpretò Elettra. Il cachet dell'attore era talmente elevato che la città lo pagava a

rate.

Un'altra epigrafe riporta un decreto dell'Anfizionia delfica relativo agli artisti di Dioniso ateniesi,

dove vengono elencate le tutele giuridiche e le esenzioni fiscali. Questi privilegi sono connessi alla

funzione ufficiale e sacrale degli artisti,che devono essere sempre pronti a svolgere le loro funzioni

restando incontaminati dal sangue.

Il coro,la musica,la danza.

Nel V secolo canto e danze del coro caratterizzano il dramma. L'introduzione di personalità singole

va ad attribuire maggior importanza al dialogo e all'azione,senza cancellare l'intervento del coro

sentito come necessario per il confronto tra singole e collettività.

Gli ampi momento di danza e canto del coro interrompono l'azione e la dividono in episodi separati

per lasciare spazio alla riflessione sull'azione stessa (stasimi). Il coro non abbandona mai lo spazio

scenico e,durante l'azione,dialoga in metro recitato con i personaggi attraverso la figura del corifeo

(capocoro) che si distacca e rappresenta il coro. Entro gli episodi sono previsti momenti di canto

corale e momenti in cui i personaggi interagiscono con il coro con il canto.

Il coro è compost da coreuti che fino alla metà del IV secolo non sono professionisti ma cittadini

ateniesi di pieni diritti e per le Lenee anche gli stranieri.

In Eschilo c'erano 12 coreuti,in Sofocle ed Euripide 15;uguale era il numero nel dramma satiresco,

mentre nella commedia erano 24. In alcune tragedie il coro era il protagonista;in altre c'erano due

cori separati anche se il coro aggiuntivo era un accompagnamento al seguito di un personaggio.

Il coro stava nell'orchestra;entrava attraverso una delle parodoi preceduto dall'auleta. Raggiunta

l'orchestra si disponeva in formazione rettangolare di 3 file e 5 righe per la tragedia (4 e 6 per la

commedia). Quando il coro non cantava e danzava probabilmente interagiva mimeticamente in

silenzio con l'azione in scena. Durante gli stasimi,il coro eseguiva i canti e la danza accompagnato

dal flauto.

Della musica del teatro greco si conosce pochissimo e per via indiretta. La tragedia doveva usare

armonie severe e solenni del modo dorico,commoventi e luttuose del modo mixolidio,estatiche e

voluttuose del modo frigio. Nel V secolo c'era la predominanza della dizione sulla musica con la

prassi del canto all'unisono e della corrispondenza univoca di nota-sillaba che rendeva facile la

comprensione. Nella seconda metà del V secolo la corrispondenza tra parola e melodia si fece più

complessa con l'introduzione di virtuosismi che fecero perdere la comprensibilità.

Questa progressiva perdita di comprensibilità porta,nel IV secolo,ad interventi indipendenti dalla

trama.

Il canto era accompagnato dall'aulos,il flauto a doppia canna. Nella rappresentazioni teatrali

venivano usati quelli con i registi più bassi.

Anche per la danza ci sono idee generiche:era di natura mimetica e simbolica;con gesti,movimenti e

posizioni fisse e convenzionali. La danza del coro della tragedia è la emmeleia con movimenti lenti

e maestosi. In alcuni momenti però poteva essere sostituita da una più frenetica e concitata. Ad

esempio dalla tybasia,danza frenetica tipica del ditirambo. La pirrica era in origina una danza da

guerra e tale rimase anche nelle feste Panatenee ma quando entrò nel ditirambo perse il carattere

guerresco e ne assunse uno dionisiaco,dove le armi vennero sostituite con oggetti del culto di

Dioniso. La iporchematica è la danza delle situazioni particolarmente gioiose. Il kordax è la danza

della commedia con carattere volgare e sessualmente esplicito. La sikinnis aveva un carattere più

acrobatico,ma comunque volgare,legata al dramma satiresco.

Gli schemata della danza,

Esistono alcuni antichi elenchi di schemata (le posizioni o figure convenzionali) della danza e del

suo uso nel dramma.

I generi dello spettacolo.

Il ditirambo.

Del ditirambo si sa poco per via della scarsità di testi giunti a noi e questo impedisce di valutarne la

connessione originaria con il culto dionisiaco,i suoi rapporti con il genere tragico e la sua incidenza

nella cultura del V secolo.

Le esecuzioni e le gare di ditirambo erano allestite con grandissima magnificenza.

Il ditirambo non appartiene al genere tragico perchè era poesia corale. Nacque come canto cultuale

corale in onore di Dioniso in epoca antica,tanto che nel VIII-VII secolo era già un genere affermato.

Non sono noti la sua struttura,i contenuti,l'importanza nel rituale e le forme di esecuzione.

Il termine dithyrambos è di origine indoeuropea ed è anche un epiteto di Dioniso ma il suo

significato era un mistero già per i Greci. Probabilmente si riferisce alla doppia nascita del dio,

teoria avvalorata dall'ipotesi che il ditirambo fosse il canto specifico per celebrare la doppia nascita

del dio. Ci sono anche riferimenti al vino e ad epiteti dei riti bacchici e orgiastici:probabilmente

erano canti da accompagnare al sacrificio di un toro.

Non si può escludere che i ditirambi fossero eseguiti in pubblico e poi semplificati per simposi

privati.

Non si può desumere se ci fosse un protagonista;sempre però certo che il coro fosse diviso in due

semicori e che ci fosse la figura del exarchon,colui che intona. Forse era il poeta stesso che cantava

in monodia un'anabolé,ovvero un proemio concluso in sé che introduceva ciò che il coro avrebbe

cantato con la funzione di contestualizzare.

Nella seconda metà del VI secolo si iniziò a dedicare il ditirambo anche ad altre divinità,con un

allagamento dei contenuti.

I primi due poeti ditirambici sono Arione nella Corinto di Periandro e Laso nell'Atene dei

Pisistratidi. Per tutto il V secolo il ditirambo era eseguito anche per feste di Apollo e alla fine del

seco9lo anche alla Panatenee e ad altre feste ateniesi. Nel 509/08 viene introdotto anche alle Grandi

Dionisie,prima eseguito nell'agorà e poi nel teatro di Dioniso. Gli agoni precedevano quelli

drammatici,duravano uno o due giorni e vedevano la partecipazione di 10 cori dei ragazzi e 10 degli

adulti,ciascuno composto da 50 coreuti. I coreghi venivano eletti nella tribù e poi approvati

dall'arconte;i coreghi sceglievano il poeta e l'auleta che preferiva. Il corega vincitore consacrava il

tripode vinto al dio.

I coreuti,con una corona di edera,danzavano e cantavano accompagnati dal flauto in uno schema

circolare (coro ciclico è un altro nome del ditirambo). L'exarchon intonava il proemio e alla fine del

V secolo iniziò una forma di dialogo tra i due.

Conclusa l'anabolé il coro narrava un episodio mitico-eroico fino alla seconda metà del V secolo,

quando il linguaggio si fece ampolloso,vacuo e volgare. Il ditirambo si spostò dalla funzione sociale

e religiosa alla spettacolarità vuota.

Non si sa se si usassero maschere e come si sfruttava l'area scenica anche se gli allestimenti erano

molto costosi. La natura narrativa del canto non avrebbe permesso l'emergere di un protagonista

anche se nel V secolo si va verso un tendenza al dialogo,sull'influsso della tragedia.

I giovani è l'unico ditirambo giunto (probabilmente) integro a noi e racconta della sfida tra Teseo e

Minosse sulla nave che portava i bambini al Minotauro.

La tragedia.

L'origine della tragedia è un problema a causa delle fonti contraddittorie e servirebbe poter risalire

alle forme più semplici,a cui risale anche l'origine del teatro.

Aristotele,nella Poetica,vede la tragedia come la stabilizzazione di forme antiche di

improvvisazione che nel tempo si sono adeguate a strutture formali. Questo va collocato all'interno

del culto dionisiaco e in particolare al ruolo dell'exarchon di guida del coro ditirambico. Il dialogo si

sarebbe poi evoluto privilegiando il ruolo e l'incidenza dei singoli personaggi con un ampliamento

del parlato rispetto alla danza.

Da Aristotele risulta più difficile capire il nesso tra tragedia e genere satiresco:per il filosofo,la

tragedia con i suoi grandi temi e solennità,si sarebbe evoluta da piccole storie scherzose satiresche.

Il tetrametro sarebbe stato sostituito dal giambo. Aristotele si riferisce al dramma satiresco nella sua

forma di improvvisazione più antica e semplice.

Durante i culti di Dionisio,il travestimento da satiri e l'interpretazione delle vicende popolari

permette l'assunzione di un'identità altra. La necessità della tragedia di far interagire personaggi

umani con i satiri portò alla stabilizzazione e alla sostituzione del coro dei satiri con uno umano.

Irrisolta resa l'abitudine ai generi drammatizzati da zone di dialetto dorico:prova di questa ipotesi

sarebbe il termine drama che venne usato ad Atene per indicare la composizione scenica basata

sull'azione ma di derivazione dorica. Anche il termine tragodia è di oscura provenienza e

significato:forse rimanda ad archetipe usanze nel culto dionisiaco. È anche vero che nella tragedia

non c'è nulla che abbia attinenza con il capro e i canti in suo onore.

Alcuni ritengono che le ipotetiche connessioni tra tragodia e rituali dionisiaci non siano da vedersi

come sacrificio del capro ma del capro come premio per chi vinceva la primitiva gara. Più

improbabile è l'ipotesi di tragodia come canto dei capri/satiri in quanto i satiri erano travestiti con

fattezze equine e non caprine.

La tragedia si è sempre più allontanata dalle sue origini tanto che le lodi e le allusioni a Dionisio

compaiono parallele a quelle di altri divinità. Dioniso come personaggio attivo è presente solo nelle

Baccanti di Euripide,una tragedia che mostra esplicitamente la volontà di indagare gli archetipi dei

riti bacchici.

La fissità delle strutture riporta alle convezione dei rituali ma anche alla necessità di regole fisse per

gli agoni.

Nelle Grandi Dionisie,ogni poeta portava una trilogia tragica seguita da un dramma satiresco. La

trilogia poteva essere legata se formata da tre opere che trattavano in successione tre momenti della

medesima vicenda;sciolta se formata da tre tragedie svincolate tra loro. Ogni tragedia aveva

un'organizzazione interna basata sull'alternanza di parti cantante e recitate.

Il prologo serviva a contestualizzare i termini essenziali dell'azione.

Il parodo era la parte cantata del coro entrato in orchestra.

Gli episodi erano la suddivisione dell'azione ed erano dai tre ai sette. Negli episodi,gli attori

interpretavano diversi ruoli,recitando e cantando in modo monodico o in alternanza con il coro. Gli

episodi erano intervallati da stasimi (fermate/stazioni) in cui il coro eseguiva nell'orchestra canti e

danze,mentre gli attori erano fuori scena.

L'esodo era l'uscita di scena di attori e coro,una volta che l'azione era terminata.

Le forme di interazione tra personaggi e coro avevano schemi fissi:lo scambio fra due personaggi

come discorsi recitati in sé compiuti e di una certa estensione era il rheseis,seguiva una seconda

contrapposizione di discorsi minori che si concludeva con lo sticomitia,uno scambio veloce di

battute concise do un solo verso. La disticomitia era la contrapposizione di battute di due versi

ciascuna;l'antilabé era la spezzatura in due o tre battute di personaggi diversi.

Il rheseis,il discorso compiuto,acquista particolare ampiezza quando è un monologo di un

personaggio per esprimere il percorso psicologico e conoscitivo. Il rheseis angeliké è il discorso

informativo del messaggero che porta le notizie di fatti avvenuti altrove ma la cui conoscenza è

necessaria per proseguire l'azione.

La monodia è il momento in cui l'attore si esprime attraverso un canto a solo;quando il canto è

l'interazione tra personaggi o personaggio e coro viene detto amebeo.

Il kommos è un parte dell'amebeo per la lamentazione per il defunto o per una situazione di

particolare dolore.

L'argomento preferito erano le saghe eroiche della tradizione epica con l'unica eccezione dei

Persiani di Eschilo che esaltava la potenza ateniese nella recente disfatta persiana Salamina. In

generale si cercava evitare gli argomenti della contemporaneità per evitare di turbare il pubblico

come era successo con la Prese di Mileto di Frìnico che fece scappare il pubblico in lacrime e costò

al poeta 1000 dracme di multa. Agli spettatori piaceva vedere vicende già note e godere della loro

rielaborazione per valutarne la resa dei messaggi tradizionali. La tragedia quindi si fonda sulla

compattezza delle conoscenze e della risposte ad un dato fatto che costituisce la base della

coscienza collettiva. Basando su una base consolidata,il pubblico avvertiva ogni minima deviazione

dalla tradizione. Nella tragedia si tratta di tutte le vicende eroiche dell'Iliade e dell'Odissea,dei temi

di Esiodo e di altri poemi epici perduti;si prediligono le grandi saghe familiari e alcuni figure semi-

divine. C'è anche la drammatizzazione di problemi civici e sociali contemporanei con la tendenza

ad esaltare Atene e la sua democrazia contro le città nemiche;la problematizzazione delle riforme

istituzionali;il punto di vista del poeta in merito a nuove riforme.

La conoscenza della tragedia greca si basa esclusivamente sui testi del V secolo di Eschilo,Sofocle

ed Euripide. Ma,nel 472 a.C. quando Eschilo rappresentò i Persiani,la tragedia era una genere

ammesso da oltre 60 anni nelle Grandi Dionisie. Cosa si avvenuto in questo periodo non è chiaro:

Tespi,primo vincitore del concorso tragico,si dice essere l'inventore della struttura a dialogo fra coro

e attore ma è soprattutto un personaggio leggendario. Ci sono anche drammaturghi più antichi:

Cherilo,il più antico,di cui non si è conservato nulla;Pratina di cui si hanno brevi frammenti di

dubbia autenticità; a Frinico si deve l'introduzione dei personaggi femminili e le trame

contemporanee ma le sue opere sono andate perdute.

Sicuramente ci sono stati altri poeti durante il V secolo come ad esempio Agatone che

probabilmente sperimentò nuovi schemi musicale e di trame. Nulla è rimasto anche della

produzione teatrale successiva.

La testimonianza di Aristotele.

Aristotele scrive che la tragedia nasce dall'improvvisazione per poi evolversi fino a raggiungere la

forme canonizzata dalla tragedia. Eschilo portò gli attori da uno a due,fece ridurre la parte del coro

e rese la recitazione la vera protagonista. Sofocle aumentò gli attori a tre e introdusse i fondali

dipinti.

Si passò dai racconti brevi e un linguaggio scherzoso all'elemento satiresco e infine ai toni solenni.

Si passo dal tetrametro al giambico:il tetrametro era adatto alla poesia satiresca accompagnata dalla

danza,mentre il giambico alla recitazione.

La tragedia è l'imitazione di un'azione seria,compiuta e di una certa estensione che usa un

linguaggio consono alle varie parti,condotta da personaggi che agiscono producendo purificazione

(katharsis) delle emozioni.

La katharsis in origine era una pratica medico-rituale di pratiche per eliminare dal soggetto agenti

patogeni o da una contaminazione relativa alla sfera del sacro. Le parole di Aristotele possono

alludere alla tragedia come contenimento ad attenuazione di emozioni eccessive e incontrollabili.

Le persone,identificandosi con il personaggio,possono trovare soddisfazione grazie all'arte

mimetica.

Il dramma satiresco.

Nel V secolo il dramma satiresco chiudeva la trilogia tragica con un'azione leggera e scherzosa per

rilassare la tensione emotiva. Venne ammesso nell'agone dionisiaco tra il 499-496 a.C. quando

Pratina arrivò ad Atene e gareggiò con Eschilo e Cherilo. Il dramma satiresco era composto dallo

stesso autore della trilogia tragica. Resta di completo solo Ciclope di Euripide;metà dei Segugi di

Sofocle e ampi frammenti dei Pescatori di Eschilo,oltre che a frammenti di altri autori.

Con la tragedia condivideva la giornata di rappresentazione,l'autore,gli attori,i coreuti e la struttura

compositiva. Vicende e personaggi sono gli stessi della tragedia ma il coro rende tutto più scherzoso

e abbassa la solennità.

Anche se mancano notizie certe,si ipotizza che il coro dei satiri portasse cinture di cuoio con fallo

eretto,orecchie e coda equine,maschere volgari:tutti tratti legati al culto della fertilità agreste,della

ricerca di sesso e vino contro ogni legge e convenzione sociale. La danza tipica era sfrenata,con

salti e capriole.

La commedia.

Già Aristotele scriveva che la tradizione del genere comico era andata perduta per la scarsità dei

testi disponibili.

La testimonianza di Aristotele.

Aristotele ammette che mancano le fonti perché la commedia non è stata oggetto di interesse fin

dalla sua comparsa. Dapprima i commedianti e il coro comico erano volontari e i poeti comici

propriamente detti si affermano quando il genere era già strutturato. Non si sa chi abbia introdotto le

prassi della commedie:dalla Sicilia arrivò il metodo compositivo;da Atene l'abbandono del

giambico e la composizione in discorsi.

La commedia era ritenuta un genere minore e questo spiega la difficoltà di risalire alla sua nascita.

Nel 489 a.C venne ammessa agli agoni delle Grandi Dionisie e aveva già una struttura consolidata.

Si evince che ad Atene gli spettacoli comici fossero inizialmente basati sull'invettiva giambica con

temi quali l'attacco personale,l'oscenità e la derisione. Il genere giambico,nato nella Ionia come

genere lirico tra il VII e il VI secolo,si sviluppò moltissimo nella commedia attica.

Nel mondo dorico,la comicità era legata ai racconti buffi. I Dori si ritenevano gli inventori sia della

tragedia che della commedia e in particolare i Megaresi che sostenevano la derivazione della

commedia dalle farse nate nella loro città con l'avvento della democrazia. I Sicelioti potevano però

vantare Epicarmo come loro concittadino e autore di commedie. A sostegno della derivazione dorica

ci sono anche i nomi drama e komodiai:i Dori chiamano i loro villaggi komai ma sostengono che il

termine non derivi da komazein,fare baldoria dopo un simposio;ma da kata komas,andare per

villaggi.

In realtà il termine deriva proprio dall'usanza dei cortei festanti dopo i simposi che intonavano canti

osceni o d'amore. Comunque la commedia mantiene sia elementi di derivazione dorica che attica. In

particolare i costumi deriverebbero dal mondo dorico. Oggi si ritiene che la commedia sia nata dalla

fusione di due tradizioni:quella attica per il ruolo del coro e quella dorica per le scene buffe.

La probabile connessione con il komos (corteo) indica che la commedia non è estranea all'ambito

dionisiaco:Aristotele ipotizza che sia derivata dalle battute spontanee durante le falloforie.

La testimonianza di Semo e l'interpretazione di Cornford.

Gli autokabdaloi (improvvisatori) indossavano corone di edera e recitavano improvvisate;il nome di

giambi venne dato sia agli esecutori che alle composizioni. Gli itifalli portavano maschere da

ubriachi e corone,avevano maniche variopinte e tuniche con un striscia bianca in mezzo,avevano un

mantello tarantino fino alle caviglie. I fallofori aveva corone di viole ed edera,spessi mantelli ed

entravano in scena cantando e marcando a ritmo. Poi schernivano chi veniva preso di mira. Chi

portava il fallo,marciava davanti a tutti coperto di fuliggine.

Probabilmente i canti fallici convivevano con la commedia e rimasero vivi nella tradizione del culto

bacchico.

La commedia greca è divisa in tre periodi:l'archaia (commedia antica) dal 486 a.C. fino al 385 a.C.

quando morì Aristofane;la mese (commedia di mezzo) dalla morte di Aristofane a quella di

Alessandro Magno (323 a.C.);la nea (commedia nuova) dove spicca Menandro.

Anche i drammi del siracusano Epicarno vennero poi ricondotti al genere della commedia.

La commedia antica.

La nostra conoscenza della commedia antica comincia con Aristofane. Orazio indica la triade aurea

della commedia con Eupolo,Cratino ed Aristofane che esprimono la caratteristica somma

dell'archaia:l'invettiva violenta contro le figure di rilievo della vita politica e culturale ateniese.

Della commedia attica si conoscono molti autori dei quali restano solo frammenti;solo di Aristofane

si hanno opere complete grazie ai codici bizantini che lo salvarono per la ricchezza della sua lingua

che si impose come modello. La conoscenza della commedia antica è aristofanocentrica ma l'autore

subì molte sconfitte e bisogna quindi elevare anche i suoi avversari.

Il filone di ispirazione giambica è il più frequentato al quale di affianca anche quelli di fantasia o di

evasione con trame fiabesche,dove il ridicolo scaturiva da situazioni assurde e tipi umani. Le due

tipologie si sono influenzate.

Le commedie impegnate,di derivazione giambica,rappresentavano,comicamente distorta,la vita

nella polis. Approfittando delle libertà comiche,portavano in scena temi di grandi interesse ed

attualità:già gli antichi ammiravano la libertà con cui questi poeti si esprimevano. Era diffusa la

pratica dell'onomasti komodein,lo scherno diretto contro personaggi pubblici. Ci furono solo due

casi in cui vennero promulgati decreti ad personam temporanei per impedire la rappresentazione di

due commedie:una inerente alla rivolta dei Sami,l'altra alla mutilazione delle Erme. Venne intentato

un processo da Cleone contro Aristofane per i Babilonesi doveva veniva derisa la dirigenza

democratica:si evince quanto potente fosse ritenuta la commedia. Aristofane derise anche Socrate

nelle Nuvole e Platone lo accusò di voler screditare il filosofo.

La commedia era il luogo dove la società veniva capovolta e si poteva deridere il codice socio-

culturale:gli stessi cittadini che derideva Cleone nelel commedie,lo rielessero stratega pochi anni

dopo. Gli Atenesi o aveva una grandissima capacità di discernimento tra arte e politica o le

commedie avevano scarsa incisività sull'opinione pubblica.

La commedia antica era strutturata da un prologo con uno o più personaggi che espongono la

situazione;segue il parodo,l'ingresso del coro. L'agone epirrematico è lo scontro tra due personaggi

o tra due personaggi minori o tra l'eroe e il coro. Al termine dell'agone,il coro restava solo in scena e

si toglieva il travestimento per esibirsi nella parabasi sfilando cantando e danzando davanti al

pubblico. Il coro esprimeva in prima persona le riflessioni dell'autore.

Nella seconda parte ci sono le scene episodiche di carattere giambico dove l'eroe si scontra con

personaggi minori. Si arriva all'esodo in cui,a conclusione,gli attori e i coreuti lasciano la scena in

forma di festosa processione.

Le parti dialogate erano in trimetri giambici,mentre le parti corale in molti vari metri.

Chionide fu il vincitore del primo agone comico nel 486 a.C.;Aristofane si lamenta dell'oblio in cui

è caduto Magnete che invece era un poeta di grande valore.

Cratete fu il primo ateniese ad abbandonare l'idea giambica a favore dei discorsi come facevano i

sicelioti. Fu il primo grande rappresentante del filone tradizionale che rinunciava agli attacchi

personale a favore delle favole popolari e dei tipi umani. Scrisse Bestie e Lamia. Vinse tre agoni.

Ferecrate fu un altro commediografo disimpegnato della seconda metà del V secolo. Autori di

racconti favolosi con fantasie culinarie di rilievo e anche personaggi realistici.

Cratino fu attiva dalla metà del secolo fino al 423 e fu il massimo esponente del filone politico.

Scrisse Dionisalessandro in cui Dionisio,travestito da Alessandro-Paride,giudica il concorso di

bellezza tra dee facendo vincere Afrodite e rapendo Elena,innescando una guerra e varie peripezie

che portano il vero Paride a sposare Elena. La commedia attacca in realtà Pericle e Aspasia,accusati

di aver iniziato una guerra per motivi amorosi. Pericle è attaccato anche in altri testi.

Importante è il filone con Polifemo. Nella Damigiana,Cratino porta in scena la Commedia,sua

moglie,che deve vedersela con la Damigiana,la sua amante.

Eupoli,contemporaneo di Aristofane,ridicolizza la tattica difensiva di Pericle per poi rivalutarlo

nell'ultima commedia i Demi.

Anche Platone scrisse commedie politiche e mitologiche.

La commedia di mezzo.

La sconfitta ateniese e la perdita della libertà politica,aveva spinto la commedia verso temi ed

atteggiamenti parzialmente nuovi o poco sviluppati.

Si conoscono i nomi di molti autori e molti loro frammenti ma sono troppo esigui per ricostruire

qualcosa. I più importanti furono Antifane,Alessi,Anassandride ed Eubulo. Ognuno ha lasciato

tantissime commedie che porta a pensare ad una larga diffusione della stessa.

Alcune opere prendono di mira i potenti del tempo ma,come si evince dalle parti del coro,la

tradizione della commedia antica è lontana. Il coro è usato per cantare gli intermezzi e non

scompare del tutto:l'evoluzione del coro è dovuta anche alla nascita di compagnie itineranti che

chiedevano la partecipazione dei cittadini.

Tra i temi parzialmente nuovi c'è la parodia dei soggetti mitologici:Polifemo è uno dei personaggi

preferiti ed è colto ed appassionato di filosofia,oltre che innamorato e buongustaio. Edipo viene

rappresentato con un parassita ed Amaltea come un'albergatrice.

Viene introdotto il tema dell'amore come sentimento che fa progredire la vicenda. Le componenti

mitologiche e sentimentali possono intrecciarsi nella stessa commedia.

Importante è il filone culinario;i personaggi corrispondono a categorie umane e professionali,sono

umanizzati,hanno un linguaggio più pacato e meno scurrile. Probabilmente anche i costumi si

adeguarono. La commedia diventa una caricatura.

La commedia nuova.

Nel 322 a.C. Menandro esordì sulla scena con l'Orghè (L'ira) quando la Grecia era stato

assoggettata da Filippo II e Alessandro. Le monarchie ellenistiche si sovrapposero alle poleis e le

assemblee cittadine aveva perso tutte le loro funzioni. Atene continuava il suo declino ed era una

città tra le tante. Questo aveva avuto ripercussioni sull'arte:agli intellettuali si chiedeva di dare voce

alla collettività per tramandare la memoria;non c'era più una funzione educatrice ma di

intrattenimento e informatrice. Si andava verso una fruizione scritta. Venne sospeso il theorikon,il

contributo che veniva dato ai cittadini per partecipare agli spettacoli,selezionando il pubblico.

Le tematiche della commedia divennero quelle della quotidianità:i rapporti che regolano la famiglia,

l'amore,l'amicizia,le figure che vivono in città,i tipi che poi si evolveranno nel genere comico. Le

commedie acquistano complessità degli intrecci e nella rappresentazione dei sentimenti.

Al centro della commedia c'è la famiglia:il coro viene ridimensionato perché non c'è più spazio per

il punto di vista della collettività. Il coro ha parti senza connessioni con l'azione,parti che non erano

neanche composte del poeta,che servivano a scandire i 5 atti.

Menandro fu il massimo rappresentante della commedia nuova,di cui resta una commedia intera e

ampi frammenti di altre sei. Altri poeti furono Difilo che si diede alla parodia mitologica ma la sua

produzione maggiore fu sulle tematiche borghesi;Filemone che scrisse commedie borghesi.

Durante l'ellenismo ci fu una copiosa produzione comica. Ad Atene si sviluppò la commedia nuova,

altrove una più cruda.

Macone di Corinto è un caso isolato di spettacoli comici mimetici che si rifanno a Sofrone (che nel

V secolo produsse prosa ritmica con personaggi della quotidianità) e a Rintone (che tra il IV e il III

secolo scrisse farse fliaciche che gli attori rappresentavano con un grosso fallo e imbuttiture per la

pancia).

Ci sono anche generi comici minori. I gesti si imposero sulla parola,aumentò la volgarità. Eroda

scrisse nel III secolo i Mimiambi,vivaci scenette con personaggi alle prese con la vita quotidiana.

Non si sa se fossero testi per la lettura o per la rappresentazione scenica,la particolarità era

l'applicazione del coliambo al genere comico.

Gli autori della tragedia.

Eschilo.

Nacque nel 525 a.C. circa ad Eleusi,un demo attico dove si celebravano i culti misterici per

Demetra e Kore. Di famiglia aristocratica,partecipò alle guerre persiane per poi esordire negli agoni

tragici a 25 anni. Nel 484 a.C. vinse il suo primo agone con opere a noi non note. Alla fine degli

anni '70 godeva di una solida fama e compì un viaggio in Sicilia alla corte di Ierone di Siracusa

probabilmente per celebrare la rifondazione dorica della colonia di Etna per la quale compose e

rappresentò le perdute Etnee e forse anche la prima replica della storia con i Persiani. Nel 468 a.C.

rientrò ad Atene,dove partecipò agli agoni fino al 458 a.C. quando presentò Orestea. Due anni dopo

si trovava a Gela,dove morì:secondo la leggenda,un'aquila scambiò il cranio pelato di Eschilo per

una roccia e vi gettò una tartaruga per romperne la corazza,uccidendo il poeta. Nell'epitaffio che

Eschilo compose per sé,si ricorda il coraggio mostrato a Maratona ma non viene menzionata

l'attività teatrale.

L'impegno politico traspare nelle opere di Eschilo e forse è proprio a causa di un fraintendimento su

questo argomento che Eschilo partì per il secondo viaggio in Sicilia. Atene amava Eschilo,tanto che

il governo incentivò economicamente la ripresa dei suoi drammi.

Le fonti attribuiscono ad Eschilo 70/90 composizioni drammatiche,12 vittorie in vita e 16 postume.

Sono giunte integre sette tragedie ma di alcune non c'è concordia sulla paternità. Non sono giunti

drammi satireschi anche se sicuramente ne compose. Gli Spettatori o Atleti ai Giochi Istimici sulla

ribellione dei satiri a Dionisio e Pescatori con la rete sono gli unici drammi satireschi conservati in

circa 100 frammenti.

Eschilo fu autore ed attore dei propri drammi ma seguiva con attenzione anche l'allestimento e la

messa in scena curando coreografia e recitazione con una regia spettacolare ed innovativa. Eschilo

introdusse il secondo attore per poter sviluppare i drammi in modo più vario ed articolato. Il dialogo

permetteva il confronto tra le parti e l'esposizione di ideologia. Il terzo attore,anche se alcune fonti

lo attribuiscono a lui,è stato introdotto da Sofocle. Eschilo mantiene il ruolo centrale del coro

rivelando un tratto arcaico.

Eschilo sceglie la trilogia o la tetralogia legata,presentando tre tragedie relative allo stesso mito o

ciclo mitico e un dramma satiresco ad esso connesso. Ogni dramma è connesso ad un contesto più

ampio e quindi offre al poeta la possibilità di esplorare il punto di vista della stirpe esaminata.

L'intessere è per il passato e futuro dell'eroe perché l'uomo non può sottrarsi al destino ma la

disubbidienza e l'hybris sono compiute consapevolmente dall'uomo e comportano una punizione

divina. La volontà personale coincide con il destino. La colpa si eredita ma si può anche far cessare

trovando una soluzione che ricostruisca l'ordine. La sofferenza porta alla conoscenza e alla

saggezza;Zeus è il garante della giustizia.

Il linguaggio di Eschilo è pregnante,ci sono neologismi,metafore e immagini suggestive. Lo stile è

alto e severo,a tratti aspro;la metrica è lirica e dal ritmo solenne.

Le opere eschilee conservate.

PERSIANI.

Secondo dramma della tetralogia che vinse le Grandi Dionisie nel 472 a.C. L'opera faceva parte di

una trilogia slegata che affrontava il recente passato della battaglia di Salamina del 480. Eschilo

rappresentò questo argomento nel momento in cui il principale artefice della vittoria,Temistocle,

aveva perso il consenso generale. La coregia venne retta da Pericle che da lì a poco sarebbe

diventato la guida del partito democratico.

I Persiani divenne un inno alla celebrazione di Atene e ai suoi cittadini che avevano difeso la

democrazia.

Eschilo adotta la prospettiva dei vinti:l'ambientazione è quella del palazzo reale di Susa e i

protagonisti sono i membri del palazzo reale. L'esaltazione ateniese per la vittoria viene posta come

il dolore per la sconfitta persiana evitando quello che era successo a Frinico. Egli aveva rievocato la

sfortunata ribellione delle città ioniche contro i Persiani ma l'argomento aveva talmente scosso la

platea che venne multato e fu impedito la replica dell'opera. Eschilo,con il punto di vista persiano,

evita il coinvolgimento del pubblico ma sviluppa comunque il proprio punto di vista.

Fin dalla parodo,c'è attesa per gli eventi:Eschilo riprende i versi di Frinico delle Fenicie ma

l'annuncio della sconfitta viene posticipato nelle seconda parte del primo episodio per poter

delineare i personaggi. Viene descritto l'esercito dorato di Serse che governa sugli uomini,

introducendo la distanza di mentalità tra la Grecia e l'Oriente. Questa viene approfondita con il

sogno di Atossa:Serse tentò di porre il giogo,con esiti diversi,all'Asia e all'Europa presagio della

sconfitta in Grecia e della diversa natura dei due popoli. Anche la regina viene accolta dal coro con

un atteggiamento reverenziale. La rappresentazione dei Persiani è uno stereotipo tanto che i Persiani

stessi si definiscono barbari.

Al centro c'è l'idea che ogni evento umano sia retto dal destino;la rovina del popolo persiano è

voluta dagli dei tanto che Zeus è visto come il distruttore dell'esercito reale. Ma c'è anche la

responsabilità di Serse per la disfatta. Nell'episodio successivo appare l'ombra di Dario che permette

di inserire Serse in una più ampia interpretazione etica. Il re ha agito da folle ignorando i vaticini e

attaccando i Greci,ha peccato di hybris e per questo è stato punito. Dario appare con un sovrano

ispirato e saggio quando in realtà compì molti atti bellici paragonabili a quelli del figlio.

Serse non ha accettato il proprio destino,ha voluto superare la fortuna del padre e per questo Ate l'ha

accecato sottraendogli la ragione. Ha peccato e quindi le conseguenze sono inevitabili e visibili

nell'esodo quando compare con le vesti stracciate a guida del coro delle lamentazioni per i defunti.

SETTE CONTRO TEBE.

Nel 467 a.C. vinse le Grandi Dionisie con una tetralogia dedicata alla saga dei Labdacidi:Sette

contro Tebe dovrebbe essere l'ultima tragedia preceduta da Laio ed Edipo e seguita dal dramma

satiresco Sfinge. Le vicende narrate sono conosciute come miti del pubblico ma non è possibile

sapere con certezza i contenuti dei primi due drammi.

Da Sette contro Tebe si può dedurre che Eschilo abbia rappresentato le infelici sorti della casa

regnante. Laio disobbedisce all'oracolo delfico di non generare figli;nasce Edipo che

inconsapevolmente uccide il padre per unirsi alla madre ma,scoperte le sue colpe,precipita nella

miserie;la cacciata della Sfinge dalla città;l'accecamento autoinflittosi;la maledizione sui figli nati

dall'incesto che avrebbero combattuto per l'eredità paterna fino all'estinzione della stirpe.

Sette contro Tebe inizia quando i figli di Edipo si stanno già scontrando e le schiere argive di

Polinice si preparano all'assalto decisivo. Nel prologo Eteocle riceve la notizia da un messaggero,

appena dopo aver esortato i Tebani ad opporsi ai nemici.

Secondo il mito Eteocle e Polinice si sarebbero dovuto alternare annualmente alla guida di Tebe ma

il primo smise di seguire l'accordo. Eteocle è il protagonista assoluto,sempre presente,intorno al

quale si sviluppa tutta l'azione;Polinice non appare mai se non alla fine come cadavere insieme al

fratello.

Eteocle guida la città,preoccupato per il benessere comune. Per sette volte si ripete lo stesso schema

compositivo:il messaggero riferisce il nome dell'eroe argivo alla porta e ne descrive l'effige sullo

scudo,Eteocle comunica quale tebano gli si opporrà e dà un'interpretazione dell'effige rivolgendo un

messaggio di morte al suo portatore;segue un commento del coro. Eschilo venne critica per la sua

prolissità. La ripetitività e la simmetria fanno aumentare il ritmo verso l'ultima coppia di guerrieri

costituita da Eteocle e Polinice. Eteocle sa che non può opporsi ai mali della stirpe:al coro che

rappresenta le fanciulle tebane che cerca di dissuaderlo,contrappone la certezza che la sua volontà

deve coincidere con quella degli dei. Nella conclusione avviene quanto previsto:un messaggero

informa dello scontro e il coro compiange i due figli di Edipo. Nell'esodo vengono introdotte

Antigone e Ismene,sorelle dei morti,e un araldo che annuncia l'impossibilità di seppellire Polinice.

Questa sezione appare come spuria sia per gli elementi linguistici e per quelli tematici,oltre a

prelude ad una prosecuzione pensate per aggiunte postume.

SUPPLICI.

Fa parte della tetralogia che comprende Supplici,Egizi,Danaidi e il dramma satiresco Amimone. La

data di rappresentazione è stimata tra il 466 e il 459 a.C. e con molta probabilità è il 463 a.C.

Il protagonista delle Supplici è il coro della Danaidi che è presente già nella parodo. Le figlie di

Danao rifiutano il matrimonio con i cugini anche se le ragioni non emergono esplicitamente. I

pretendenti sono violenti e prevaricatori,irrispettosi anche della protezione offerta dagli altari degli

dei alle Danaidi. La loro unione è empia perché sarebbe un matrimonio dettato dell'hybris contro la

donna. C'è un generale senso di odio per gli uomini,in particolare perché vogliono violare il tabù

dell'endogamia. Le Danaidi vogliono anche evitare che si avveri l'oracolo che preannunciava la

morte di Danao per mano di un genero. Questo oracolo è suggerito nelle Supplici ma doveva essere

presente negli Egizi,sovvertendo così l'ordine interno.

Le Danaidi arrivano sulla costa argiva e chiedono protezione a Pelasgo. Il sovrano sa che la

decisione coinvolgerà l'intera collettività:decide di riunire l'assemblea cittadina. La Danaidi hanno

una visione orientale del potere e si rivolgono a Pelasgo come re assoluto. Pelasgo ha un dilemma:

se accoglie le Supplici porterà la città in guerra ma rifiutarsi di accogliere scatenerà l'ira divina.

Prevale la paura dell'empietà e le Danaidi vengono accolte anche perché minacciavano di impiccarsi

alle statue degli dei. Pelasgo respinge l'araldo che le reclama. Si insiste sulla democraticità del re e

sull'esaltazione della città che ha aderito alle causa di Zeus,anche se all'epoca dei fatti la democrazia

non esisteva. Questa esaltazione si riconduce al clima politica e all'alleanza tra ateniesi ed argivi

contro Sparta.

A chiusura del dramma,le Danaidi vengono portate ad Argo da un coro secondario che,al loro rifiuto

di sposarsi,oppongono il rispetto per Afrodite. Secondo un'altra interpretazione,il coro finale si

dividerebbe in due semicori. Nel mito,alla morte di Pelasgo in guerra seguiva la celebrazione delle

nozze tra Danaidi ed Egizi e l'uccisione dei mariti durante la prima notte di nozze,ad eccezione di

Ipermestra che salva Linceo e dà origine alla stirpe reale argiva. La scarsità di informazioni non

permette di sapere con certezza come Eschilo avesse organizzato il tutto.

Il dramma satiresco narrava della danaide Amimone che,in cerca d'acqua,viene seguita da un satiro

e salvata da Poseidone che,dopo averla sedotta,le rivlea dove si trovano le sorgenti di Lerna.

ORESTEA.

L'unica trilogia tragica completa,rappresentata nel 458 a.C. insieme al dramma satiresco Proteo e

vincitrice del primo premio. Affronta una parte della saga degli Atridi e in particolare la vicenda di

Oreste:sono tutti episodi mitici ben noti al pubblico. È una trilogia legata che racconta la catena di

delitti che sembra interminabile ma che trova un termine e una comprensione.

AGAMENNONE.

L'Agamennone inizia con gli antefatti del banchetto con le carni dei figli imbandito da Atreo per il

fratello Tieste;con il sacrificio di Ifigenia compiuto dal padre Agamennone per consentire alle navi

di salpare per Troia. A questo di aggiunge l'assassinio del re da parte di Clitennestra ed Egisto che

getta le basi per il matricidio di Oreste. Il coro degli anziani ricorda che il destino prosegue

inesorabile perché dalla colpa si origina altra colpa che permette a Zeus di far acquisire saggezza

agli uomini.

All'inizio viene annunciata la caduta di Troia:è la giustizia divina per l'hybris di Paride e la

disonestà di Elena. Ma devono essere puniti,secondo la morale di Eschilo,tutti quelli che a loro

volta hanno peccato. Nel terzo episodio,Agamennone giunge trionfante,atteso e temuto:il suo

ingresso è preceduto dal coro che descrive l'azione di Ate,demone mostruoso. Agamennone

sottolinea la giustizia della vendetta contro il nemico ma cede alla tentazione,preparata dalla moglie

Clitennestra,di camminare sui tappeti purpurei. Accetta gli onori divini dimostrando di non saper

mettere in atto quanto imparato dal sacrificio della figlia. In un'impresa gloriosa,c'è sempre il

pericolo dell'eccesso:Clitennestra ha steso dei mantelli rossi come presagio di morte e mette in

discussione la volontà del re.

Nell'episodio successivo,Agamennone viene ucciso:questo viene anticipato dalle visioni di

Cassandra ma il nesso viene compreso solo dal coro,quando ripercorre tutte le colpe e delitti della

stirpe. Compiuto il delitto,Clitennestra,invoca la protezione di Zeus;sullo sfondo si vedono i

cadaveri di Agamennone e Cassandra,mentre la regina si proclama giustiziere di un uomo che aveva

acconsentito al sacrificio della figlia.

La chiusura prelude all'opera successiva:Egisto ha partecipato all'uccisione di Agamennone in

conformità con la necessità di giustizia;il coro dà il presagio del ritorno di Oreste e Clitennestra

invoca la fine della strage tra consanguinei.

Coefore.

Si apre alla reggia di Argo:vicino al palazzo c'è la tomba di Agamennone che resta una presenta

ingombrante. Nel prologo,Oreste è sulla tomba del padre a pregare;ad essa giunge Elettra e il coro

delle portatrici di libagioni. Il coro è stato mandato dalla regina per allontanare l'infausto sogno.

Elettra ed Oreste si riconoscono e decidono di vendicare la morte del padre.

La trama è tesa per via dell'odio comune a tutti i personaggi e ai nuovi delitti familiari.

Elettra,con l'aiuto del coro,fa l'invocazione rituale perché il fratello possa tornare in patria,quando

sulla tomba trova una ciocca di capelli e delle impronte identiche alle sue:non può che essere

Oreste. Euripide criticherà questa scena per l'assoluta mancanza di veridicità ma Eschilo voleva

essere simbolico:i due fratelli sono segnati dallo stesso destino,hanno gli stessi sentimenti e hanno

lo stesso obiettivo di vendicare la morte del padre. Oreste dimostra la sua identità attraverso una

veste tessuta in precedenza da Elettra.

Oreste deve vendicare la morte del padre secondo il volere dell'oracolo di Apollo anche se per farlo

deve uccidere la madre. Accetta il proprio compito,conscio di quello che significa. Compreso il

ruolo di Oreste,il sogno di Clitennestra appare chiaro:il serpente che la regina ha generato e nutrito

con latte e sangue è Oreste. Egisto viene ucciso nel palazzo e la sua morte è confermata da un servo.

Il suo cadavere è visibile sullo sfondo mentre Oreste si avvia al confronto con la madre.

Clitennestra aveva incontrato il figlio ma non l'aveva riconosciuto e Oreste le aveva annunciato la

sua (falsa) morte. Adesso cerca di impedirgli di ucciderla e si scopre un seno per impietosire il

figlio:Oreste tentenna ma Pilade pronuncia la sua unica battuta e gli ricorda i giuramenti all'oracolo

di Apollo. Oreste conduce Clitennestra nel palazzo e qui la uccide accanto all'amante. Lo

spostamento fa calare la tensione ma è funzionale alla non-rappresentazione in scena del delitto.

Nell'esodo,Oreste mostra i cadaveri dei tiranni e sta per partire per Delfi quando vede la Erinni

vendicatrici invocate da Clitennestra. Incapace di sostenerne la presenza,fugge con parole sconnesse

mentre il coro si chiede quando la furia di Ate finirà.

Eumenidi.

Inizia da santuario delfico di Apollo;il dio stesso espone gli eventi nel prologo. Oreste si libererà

dalle pene ad Atene,dopo esser andato supplice al tempio di Atena ed esser stato giudicato da

appositi giudici;Apollo sosterrà le ragioni che lo spinsero ad uccidere la madre.

La parte inizia no crea più tensione ma uno spazio per la riflessione sulla giustizia:dichiarando che i

problemi di Oreste sono finiti,Eschilo si apre ai contenuti politici e religiosi.

Il rapporto tra necessità oggettiva di commettere il matricidio e la responsabilità soggettiva viene

inserito nell'orizzonte di confronto di due diverse concezioni di divinità:i nuovi dei olimpici e le

antiche personificazione di forze primordiali. Apollo vuole proteggere Oreste,mentre la corifea

vuole perseguirlo:viene chiesto il giudizio di Atena.

Apollo e il coro escono e sulla scena vuota compare Oreste supplice ad Atena e rientra anche il coro

delle Erinni. La vicenda si sposta da Argo ad Atene che sottolinea anche l'alleanza antispartana tra

le due città. Il mutamento del luogo dell'azione,per quanto raro,venne usato da Eschilo anche nelle

Etnee. Oreste continua a dirsi innocente e sostiene di aver compiuto tutti i riti di purificazione;le

Erinni rivendicano il loro diritto di perseguitare colui che uccise sua madre. Atena giunge invocata

e,ascoltate entrambi le parte,istituisce un apposito tribunale.

La scena di sposta nell'Areopago,dove Oreste è assolto e giura fedeltà ed alleanza tra Argo ed

Atene. Determinante è il voto di Atena che in caso di pareggio,avrebbe dato il vantaggio

all'imputato.

Si trova la legittimazione delle riforme compiute nel 462 da Efialte,radicale democratico,che aveva

lasciato all'Areopago il solo compito di giudicare i delitti di sangue per eliminare il potere che si

stava accentrando nell'aristocrazia. Atena descrive il sistema come incorruttibile;la dea persuade

anche le Erinni,alla ricerca di armonia tra vecchio e nuovo.

PROMETEO INCANTENATO.

Data,luogo,contesto e paternità dell'opera non sono certi. Probabilmente inserita in una trilogia

legata comprendente Prometeo incatenato,Prometeo liberato e Prometeo portatore di fuoco è

generalmente attribuita ad Eschilo. C'è incertezza sull'anno della rappresentazione e su alcuni

contenuti e scelte stilistiche non conformi con le sue opere precedenti. C'è l'ipotesi un'opera tarda,

rappresentata nel 430 a.C. sotto l'influenza sofista;c'è l'ipotesi di una rappresentazione nel 470;c'è

l'ipotesi di un lavoro incompiuto e poi completato postumo.

La tragedia è intorno alla figura di Prometeo,punito per aver sottratto il fuoco a Zeus e averlo

donato agli uomini,ritenuto un delitto contro gli dei. Prometeo ha infranto la distanza incolmabile

tra uomo e dei e per questo è inchiodato ad una rupe nella landa desolata della Scizia. Nella

rappresentazione,Prometeo è sopraelevato rispetto all'orchestra e questo viene sfruttato per diverse

soluzioni sceniche.

Prometeo è colpevole,ha agito conoscendo il destino e sapendo che non poteva opporvisi ma ha

comunque preferito il bene dell'umanità. Ha sfidato apertamente Zeus ma Prometeo sa che il potere

di Zeus è legato ad un profezia.

Zeus è un tiranno assoluto e prevaricatore,in una concezione distante da quella precedente di

Eschilo.

Eschilo pone l'attenzione su Prometeo,delineando Zeus come antagonista. È difficile sapere come

procede il dramma ma,nel mito,si trova una soluzione. Eracle sottrae Prometeo al supplizio perché

lo aveva aiutato a non perdere il trono:la profezia era che il figlio nato dall'unione di Teti e Zeus

sarebbe stato più forte del padre.

Sofocle.

Nacque nel 496 a.C. nel demo attico di Colono e morì a 90 anni ad Atene. Di famiglia agiata,

partecipò alla vita politica attivamente,uomo intelligente e benvoluto dai concittadini. Da efebo

guidò il coro per la vittoria a Salamina nel 480 a.C;fece parte del collegio degli ellenotami,i tesorieri

della Lega delioattica,nel 443-42 e nel 441 fu stratega con Pericle. Nel 413 a.C.,dopo la disastrosa

spedizione in Sicilia,fu uno dei 10 consiglieri incaricato di sorvegliare la saluta pubblica e che portò

all'instaurazione,nel 411,del governo oligarchico dei Quattrocento. Sofocle sostenne l'oligarchia

ritenendola la minore dei mali. Nel 420 a.C. ospitò a casa sua il simulacro di Asclepio finché il

santuario non venne edificato. Dopo la morte divenne oggetto di culto eroico.

Nel 468 a.C esordisce come tragediografo,sconfiggendo Eschilo:è incerta la veridicità di un esordio

così prodigioso,tanto che si preferisce data il suo ingresso nelle scene a due anni prima.

Inizialmente fu anche attore ma dovette lasciare per problemi alla voce. Da questo sono nate varie

leggende sulla sua morte:la gioia per la vittoria,la fatica per la lettura di un brano e il soffocamento

per un acino d'uva.

A Sofocle sono attribuite 120 drammi e 18 vittorie alle Grandi Dionisie più 6 alle Lenee,non si è

mai classificato terzo. Sono rimaste solo 7 tragedie integre,titoli e brevi frammenti delle altre. Poco

è rimasto anche dei drammi satireschi e l'opera di questo filone meglio conservata narra il furto

della mandria di buoi di Apollo da parte del neonato fratello Ermes.

A Sofocle sono attribuite innovazioni quali la skenographia,la pittura scenica o dei fondali forse con

la raffigurazione prospettica. Eschilo ignorava l'uso della scenografia. Anche se non ci sono notizie

certe,è più probabile che il terzo attore sia stato introdotto da Sofocle;i coreuti aumentano da 12 a

15.

Sofocle si orienta verso il rilievo dell'effetto drammatico del dialogo. Il protagonista è centrale e

sceglie la forma di trilogia slegata per concentrare l'attenzione sul singolo caso del mito. L'eroe si

trova a confrontarsi con il proprio destino e con il dolore che ne deriva,circondato da figure che ne

esaltano la grandezza e/o l'isolamento. Il coro ha il compito di mediare sugli eventi. Nello scontro

tra protagonista e realtà,quest'ultima deve essere necessariamente accettata. L'eroismo di determina

attraverso la difficoltà o l'impossibilità di comprendere le ragioni della sofferenza che però deve

essere comunque accettata. L'eroe patisce perché il caso non si può prevedere né contrastare. Non ci

sono riferimenti espliciti alla politica ateniese contemporanea:c'è il rapporto del singolo nei

confronti della collettività.

Lo stile di Sofocle è equilibrio ed armonia;un linguaggio espressivo e controllato con una metrica

sapientemente usata per caratterizzare i personaggi.

Le opere sofoclee conservate.

AIACE.

È ritenuta la più antica per alcuni elementi arcaici linguistici e per la composizione generale;la si

data tra il 450 e il 440 a.C.

Aiace è il protagonista,figura nota dell'Iliade,e in particolare la vicenda per la contesa delle armi di

Achille che è presupposta alla tragedia ed affrontata nella perduta Piccola Iliade.

Gli antefatti vengono richiamati nel prologo:le armi vengono assegnate ad Odisseo,provocando lo

sdegno di Aiace e la strage del bestiame. Il dramma analizza l'ultima giornata dell'eroe quando

scoprirà che,accecato dalla follia di Atena,ha ucciso tutto il bestiame e non i capi achei e deciderà di

suicidarsi.

Sofocle si concentra sulla reazione di Aiace che non ha visto riconoscersi il proprio valore;la follia

viene vista da rivale Odisseo che,guidato da Atena,vede senza essere visto. Ma Odisseo riconosce

anche la fragilità umana dell'avversario.

Nel primo episodio ritorna in scena Aiace annunciato dalle parole di Tecmessa che sostiene che

l'eroe è rinsavito ed è in preda al dolore per il gesto compiuto. È mostrato all'interno della tende con

le bestie sgozzate e chiede al coro dei marinai di Salamina di ucciderlo. Aiace non può sostene di

perdere l'onore presso quelli che già in precedenza non l'avevo ritenuto all'altezza. Sa che è colpa di

Atena ma sa che deve morire gloriosamente per dimostrare il proprio valore. Nella tradizione Aiace

si uccide in preda al risentimento;in Sofocle invece lo fa per la vergogna di esser stato folle,nel

pieno delle proprie facoltà mentali.

Solo tardivamente viene annunciata la profezia dell'indovino Calcante che individua nel disprezzo

di Aiace per gli dei,la causa della punizione inflittagli da Atena. La concatenazione colpa-punizione

è in secondo piano rispetto al percorso che l'eroe segue per decidere quali conseguenze debbano

avere le sue azioni.

Nel terzo episodio il coro è uscito e dietro un cespuglio Aiace si suicida gettandosi sulla spada di

Ettore,dopo un lungo monologo sul fatto che il suicidio sia stato indotto dalla rovina rappresentata

dai due Atridi.

Nel finale c'è la contesa tra Teucro,che vuole seppellire Aiace,e gli Atridi,che non vogliono. Il

destino dell'uomo prosegue dopo la sua morte e fa emergere un secondo tema:il suo eroismo.

Odisseo propone di riconoscere il valore dell'avversario senza farsi offuscare dall'odio. In nome

della comune natura umana,viene ristabilito l'ordine che la divina follia di Aiace aveva offuscato.

ANTIGONE.

La prima rappresentazione avvenne nel 442 a.C.,periodo nel quale Sofocle era coinvolto nella

politica di Pericle e il successo del dramma influì nell'elezione di Sofocle a stratega nel 441-40.

Nell'Ottocento l'Antigone conobbe un'enorme fortuna perché il conflitto tra ragioni di stato e di

famiglia s'addiceva perfettamente alla logica di Hegel,dandone però un'interpretazione parziale.

La vicenda è ambientata a tebe,dopo il fratricidio tra Eteocle e Polinice. Nel prologo c'è il dialogo

tra Antigone e la sorella Ismene,dove emerge l'intenzione id Antigone di seppellire il corpo del

fratello Polinice nel rispetto delle leggi divine e in opposizione a Creonte. La decisione non

ammette compromessi e nel secondo episodio,Antigone rifiuta il sostegno che le offre la sorella

perché non ha condiviso la sua scelta si dall'inizio. Ma anche la posizione di Creonte è indiscutibile:

Antigone non può agire contro le norme stabilite da chi detiene il potere.

Antigone antepone la norma etico-religiosa a quella politica-giuridica e accentra l'attenzione sul suo

destino eroico. Antigone risponde a leggi divine,Creonte alla concretezza del reale.

Nel secondo episodio Antigone è portata di fronte al re dopo esser stata scoperta ad onore il

cadavere di Polinice. I due espongono le loro posizioni senza accettare quella dell'altro. Creonte è

una figura tirannica che non inserisce le sue leggi in un contesto universale. Non cede agli appelli

del figlio minore Emone,promesso sposo di Antigone,e insulta Tiresia che gli dice di essere più

flessibile. Il coro fa ravvedere il re,spingendolo a seppellire Polinice e a liberare Antigone,ma è

troppo tardi. Antigone si suicida e spinge al suicidio Emone e la moglie di Creonte.

I due protagonisti sono tragici e le loro azioni coerenti all'isolamento che si sono creati.

TRACHINIE.

La collocazione temporale è incerta e varia dagli anni '50 agli anni '10 del V secolo. Deianira è la

figura centrale e una presenza costante,anche dopo la sua morte,dato che le conseguenze delle sue

azioni sono visibili fino all'esodo con le sofferenze di Eracle.

Il racconto della morte di Eracle a causa della veste intrisa del sangue del centauro Nesso,ordito

dalla moglie,è un mito tradizionale. Deianira agisce spinta dall'invidia e dalla gelosia,dal desiderio

di vendetta contro il marito che l'ha tradita.

Per Sofocle invece Deianira è un personaggio diverso:sa che alla forza di Eros è inutile opporsi e

accetta che il marito le preferisca la giovane Iole;segue però un'azione irrazionale. Anche se

dimostra di saper dominare l'ira,innesca un meccanismo che sa di non poter fermare. Nel terzo

episodio espone al coro il suo piano,ammettendo di non avere prove certe della sua efficacia ma

solo speranze. In seguito,consegnata la vesta per Eracle all'araldo Lica,capisce di esser stata

ingannata da Nesso e ritorna coerente e razionale. Decide di voler morire,anche se quello sarà il

destino del marito. Illo racconta gli effetti devastanti della veste:di fronte al figlio e alle

maledizioni,Deianira non può fare altro che uccidersi. La scoperta non porta all'accettazione del

dolore e al suo superamento e per questo si uccide.

Morta Deianira termina una parte del dramma e inizia,come se fosse un dittico,la tragedia sulle sorti

di Eracle. Marito e moglie si sostituiscono unito dalla veste intrisa del finto filtro d'amore. Deianira

l'aveva mostrata al coro prima di inviarla al marito che ora la indossa e ne mostra le conseguenze.

L'ingresso di Eracle è ritardato nell'esodo,è un ingresso in opposizione al trionfalismo suscitato dal

messaggero e dall'araldo:l'uomo è portato su una lettiga,dolorante e deformato. Da eroe che aveva

sconfitto mostri a moribondo sconfitto da un morto che ha sfruttato l'azione di una donna. Eracle

riconosce un ordine nelle vicende e la realizzazione degli oracoli di Zeus.

Nel finale,Eracle impartisce gli ordini al figlio Illo per comporre il suo corpo sulla pira,il quale

esterna perplessità sulle sorti umani e l'indifferenza degli dei. Manca l'esplicito rifermento alla

futura apoteosi dell'eroe che il pubblico doveva sottintendere dalla magnificenza del corteo.

EDIPO RE.

Ci sono diverse ipotesi sull'anno di rappresentazione:452,415 o 411 a.C. La tragedia viene posta in

relazione con l'attualità ateniese:il ricordo della peste durante la prima parte delle guerra del

Peloponneso viene richiamata dalla peste a Tebe;alcune riflessione sul potere politico si rifanno agli

scandali della spedizione in Sicilia e al regime dei Quattrocento.

Aristotele osserva che la peripezia,il rivolgimento dei fatti verso il loro contrario,e il

riconoscimento,il passaggio dell'ignoranza alla conoscenza,siano contemporanei. Anche oggi è

riconosciuta come una delle massime opere del teatro greco.

La tragedia è di un'unica giornata durante Edipo passa dal culmine della fortuna all'abisso

dell'infelicità,metafora dell'incertezza della vita umana.

La storia mitica di Edipo prevede l'uccisione del padre e l'incesto con la madre,atti inconsapevoli

che non veniva ritenuti una colpa che necessita di essere espiata. Sofocle si concerta sul desiderio e

sulla determinazione del protagonista.

Il dramma inizia quanto tutto si è compiuto:una tremenda pestilenza sta flagellando Tebe;nel

prologo Edipo appare come un sovrano fortunato ma partecipe del dolore dei sudditi,che promette

di trovare e di punire il responsabile. Inizia un'indagine ma i successivi eventi portano al

disvelamento delle azioni di Edipo. Gli episodi sono ritardati per posticipare la scoperta della verità.

Nel primo episodio l'indovino Tiresia rivela ad Edipo che è egli stesso la causa della pestilenza e gli

predice la rovina,una volta che la sua origine sarà nota. Ma questo non viene compreso da Edipo

anche se si era dimostrato l'uomo più intelligente,sconfiggendo la Sfinge.

Edipo ritiene che Tiresia faccia parte di un complotto e per orgoglio continua la propria indagine

che terminerà con la sua rovina.

Quando Giocastra e il messaggero di Corinto cercano di dimostrare che gli oracoli non si sono

realizzati,scoprono il contrario:cercano quindi di dissuadere il sovrano dallo scoprire chi sia

veramente ma invano. Edipo fraintende il comportamento di Giocastra che,in preda all'orrore per

esser stata sposa di suo figlio,scappa di casa e si uccide. Edipo,pensando che lo disprezzi per la sua

oscura origine,si proclama figlio della fortuna. Ma quando non restano dubbi sulla sua origine,

Edipo sceglie di accecarsi con le spille di Giocastra per privarsi degli occhi con cui non è stato

capace di vederne. Il sovrano rivela tutta la sua disgrazia e sovversione dell'ordine naturale.

Nell'esodo compare con le orbite scavate mentre si interroga sul senso del proprio destino e sulla

sua incapacità di far fronte al volere divino.

ELETTRA.

Composizione negli anni '10 del V secolo,contemporanea all'omonima tragedia di Euripide che ha

portato a discutere su eventuali rapporti di dipendenza tra le due. Attualmente si ritiene che quella

di Sofocle sia leggermente posteriore a quella di Euripide. Entrambe ripropongono la vicenda delle

Coefore di Eschilo.

Elettra è la figura centrale del dramma,portando in rilievo degli elementi inconsueti e ponendo in

secondo piano la figura di Oreste e il matricidio. La vendetta dell'uccisione di Agamennone resta in

motivo conduttore ma viene rappresentata dalla prospettiva della figlia,privata ingiustamente del

padre. Elettra si distingue per l'odio che prova verso Clitennestra ed Egisto.

Elettra è in una condizione di isolamento per l'eccessivo dolore sin dal prologo,quando straziata per

la morte del padre,si presenta in scena. Nella parodo,il coro la fa riflettere sull'insensatezza di tanto

dolore. Anche la figura della sorella Crisotemi,che si adegua a vivere con la madre e il patrigno,

mettere in risalto Elettra.

Elettra e Clitennestra si scontrano verbalmente in un agone che si conclude con un'invettiva di

Elettra. L'eroina si conforta solo con il pensiero che Oreste arrivi per punire gli assassini del padre.

Oreste entra nel prologo insieme a Pilade e al tutore,esponendo il piano per la vendetta del cui

Elettra non è ne partecipe. Anzi viene a sapere della (finta) morte del fratello e piange sull'urna di

quelle che crede esserne le ceneri. Sofocle indugia sull'episodio del riconoscimento che Eschilo

aveva reso con una semplicità simbolica criticata da Euripide. Sofocle richiama le Coefore ma con

tragica ironia:Crisotemi trova il ricciolo di Oreste ma questo momento di speranza si vanifica con la

notizia della sua morte.

La vendetta si realizza nell'esodo:Oreste uccide la madre ed Elettra ne ode le urla all'esterno,


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LaTita

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher LaTita di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura teatrale della Grecia antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Cavalli Marina.

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