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Stato e società nell'Italia unita

L'Italia nel 1861

Al momento dell'unità l'Italia era abitata da circa 22 milioni di persone. Tra questi, altissimo era il tasso di analfabetismo (con punte fino al 90%) e pochissimi erano coloro in grado di usare correntemente la lingua italiana: si ricorreva nella norma all'uso del dialetto.

Intorno al 1860, inoltre, l'Italia era uno dei paesi europei con il maggior numero di città, ma la maggior parte era priva di attività produttive di grande rilievo, dal momento che le poche industrie di cui il paese disponeva erano di solito dislocate lontane dai grossi centri. La maggioranza degli italiani viveva però nelle campagne e traeva i suoi mezzi di sussistenza dall'agricoltura. Tuttavia, contrariamente a quanto affermava un luogo comune, quella italiana non era un'agricoltura favorita dalle condizioni naturali del paese: il territorio era per due terzi montagnoso, molti erano gli spazi occupati da terre incolte o da terreni paludosi e si trattava in genere di un'agricoltura povera.

Soltanto nella Pianura Padana si erano sviluppate, tra la fine del '700 e l'inizio dell'800, numerose aziende agricole moderne che univano l'agricoltura all'allevamento dei bovini, erano condotte con criteri capitalistici e impiegavano manodopera salariata.

L'Italia centrale era invece dominata dalla mezzadria: la terra era divisa in poderi dove le colture cerealicole si mescolavano a quelle arboree. Ogni podere produceva il necessario per il mantenimento della famiglia che vi lavorava e per il pagamento del canone in natura dovuto al signore. Questo sistema, se da una parte costituiva un ostacolo all'innovazione tecnica e allo sviluppo di un'agricoltura moderna, dall'altro manteneva una certa pace sociale e un certo grado di salvaguardia del territorio.

Nel Mezzogiorno e nelle isole la situazione era molto diversa. Qui l'agricoltura si basava sul latifondo: grandi distese, per lo più coltivate a grano, con la popolazione concentrata in pochi e grossi borghi rurali. Le tracce dell'ordinamento feudale, scomparso solo agli inizi dell'800 (in Sicilia nel 1838), si facevano sentire nei contratti agrari basati sullo scambio in natura e nei rapporti tra signori e contadini, spesso caratterizzati da forme di dipendenza. Tutto ciò si rifletteva nel bassissimo livello di vita dei contadini, che si nutrivano quasi solo di pane e pochi legumi e vivevano, in particolare al Sud, ammassati in piccole e malsane abitazioni.

La situazione, anche se non poteva essere del tutto ignota ai membri della classe dirigente, non fu conosciuta nei suoi termini reali e nelle sue dimensioni dalla maggior parte dell'opinione pubblica. Del resto nel paese mancavano non solo dati statistici completi e attendibili, ma soprattutto un sistema di comunicazione fra le varie parti della penisola.

La classe dirigente: Destra e Sinistra

Il 6 giugno 1861 morì a Torino il conte di Cavour. I suoi successori si attennero alla politica da lui già impostata nelle grandi linee: una politica rispettosa delle libertà costituzionali, accentratrice, liberista in campo economico e laica nei rapporti con la Chiesa. Il gruppo dirigente che governò il paese, vecchia maggioranza della Camera subalpina, a cui si erano uniti moderati lombardi, emiliani, toscani e, in minor parte, meridionali, anche se diversi per provenienza geografica, per formazione culturale ed esperienze politiche, formarono un gruppo abbastanza omogeneo, dal punto di vista sia sociale che politico.

In questi primi anni di regno la maggioranza si collocava a destra e “Destra” venne poi definita. Si trattava in realtà però di un gruppo di centro moderato: la vera destra, clericali e nostalgici dei vecchi regimi, si erano autoesclusi dalla politica del nuovo Stato, non riconoscendone la legittimità. All'opposizione si trovavano gli esponenti della vecchia sinistra piemontese, con patrioti mazziniani e garibaldini; anche in questo caso i mazziniani di stretta osservanza e i repubblicani più intransigenti decisero di non partecipare all'attività politica.

La Sinistra si appoggiava su una base sociale più ampia, formata da gruppi piccolo e medio borghesi delle città e anche da gruppi di operai e artigiani del Nord, esclusi dall'elettorato. Questi due gruppi erano comunque espressione di una classe dirigente molto ristretta, che poco rappresentava il “paese reale”. Del resto la legge elettorale piemontese, estesa a tutto il Regno, concedeva il diritto di voto solo ai cittadini sopra i 25 anni, capaci di leggere e scrivere e che pagassero almeno 40 lire di imposte: alle prime elezioni dell'Italia unita gli iscritti nelle liste elettorali erano solo 400.000. In questo modo la vita politica appariva oligarchica e personalistica e questi caratteri finirono per accentuare l'isolamento della classe dirigente.

Nonostante ciò gli uomini della Destra storica si distinsero per onestà e rigore, tanto da costituire, da questo punto di vista, un esempio mai più superato nella storia del paese.

Lo Stato accentrato, il Mezzogiorno, il brigantaggio

La preoccupazione di salvaguardare l'unità del paese condizionò pesantemente le scelte dei primi governi. Infatti, gli uomini della Destra sarebbero anche stati disposti a riconoscere un sistema decentrato, basato sull'autogoverno delle comunità locali, ma nei fatti prevalsero le esigenze pratiche che spinsero i governanti a dirigersi verso un modello di Stato accentrato. Decisiva a proposito fu l'opera svolta dal ministero La Marmora, tra il 1859 e il 1860, che varò, senza alcun controllo parlamentare, numerose leggi riguardanti settori fondamentali della vita del paese, come la legge Casati sull'istruzione e la legge Rattazzi sull'ordinamento provinciale e comunale.

Fra i motivi che spinsero la classe dirigente a scegliere questa soluzione il principale fu costituito sicuramente dalla situazione che si era creata nel Mezzogiorno, dove l'antico malessere delle masse contadine si unì all'ostilità nei confronti del nuovo potere costituito che non aveva apportato alcun cambiamento dei rapporti sociali. I disordini, già scoppiati nell'ultima fase dell'impresa garibaldina, si fecero sempre più frequenti via via che la realtà del nuovo Stato si veniva manifestando con i suoi tratti più spiacevoli, incoraggiati da una parte del clero e finanziati dalla corte borbonica a Roma. Fin dal 1861 tutte le regioni del Mezzogiorno erano attraversate da bande di irregolari, che assalivano soprattutto i piccoli centri, massacrando i notabili comunali e incendiando gli archivi comunali, e poi si ritiravano nelle montagne. I governi reagirono allora con durezza: nel 1863 circa la metà dell'esercito era impegnato nella lotta al brigantaggio e, nello stesso anno, una legge stabilì un regime di guerra nelle regioni dichiarate in “stato di brigantaggio”. Così, già nel 1865, le bande più importanti erano state isolate e distrutte.

I problemi politici e sociali tuttavia rimasero: alla Destra mancò la capacità di attuare una politica per il Mezzogiorno capace di ridurre le cause del malcontento. Quest'ultimo era legato alla mancanza di realizzazione di secolari aspirazioni contadine alla proprietà della terra; del resto la divisione delle terre demaniali fu attuata con scarsa incisività e, anche la vendita dei terreni dell'asse ecclesiastico, incamerato dallo Stato con una legge del 1866, non migliorò la situazione dei contadini che non erano in grado di acquistare i fondi.

La politica economica: i costi dell'unificazione

I governi della Destra storica dovettero affrontare anche il problema dell'unificazione economica del paese. Nell'affrontare questi problemi la classe dirigente seguì la strada già intrapresa da Cavour (principi liberisti), estendendo a tutto il territorio la legislazione doganale vigente nel Regno sardo. Rapido fu lo sviluppo delle vie di comunicazione, in particolare della rete ferroviaria, da cui trasse giovamento tutto il settore agricolo, in termini di incremento produttivo, e, in particolare, tutte le produzioni agricole più specificamente rivolte all'esportazione. Nessun vantaggio venne invece al settore industriale, che fu anzi penalizzato dall'accresciuta concorrenza sul piano internazionale.

Questi processi, anche se rappresentavano un fattore di modernizzazione dell'apparato produttivo, non furono accompagnati da un'azione dei poteri statali capace di dare impulso ai settori più avanzati, alla quale si opponevano oltre che fattori oggettivi, anche le idee della classe dirigente che non concepiva altro modello di sviluppo economico al di fuori del liberalismo. Non mancarono tuttavia alcuni effetti positivi, quali una rapida integrazione dell'Italia nel contesto economico europeo e una piccola accumulazione di capitali. Però il tenore di vita della maggioranza degli italiani non era migliorato. Ne fu responsabile la durissima politica fiscale, dettata dalla necessità di coprire i costi ingentissimi dell'unificazione. All'inizio la pressione tributaria era stata distribuita in maniera abbastanza equilibrata, attraverso imposte dirette e indirette; dopo una crisi internazionale e la guerra contro l'Austria, nel 1866, la situazione peggiorò: furono accelerate le operazioni di incameramento e liquidazione dell'asse ecclesiastico; nel 1867 fu introdotto il corso forzoso, ossia la circolazione obbligatoria di carta-moneta emessa dalle banche autorizzate; infine, nel 1868, fu varata la tassa sul macinato. Questa tassa aumentò l'impopolarità della classe dirigente e provocò, nel 1869, le prime agitazioni su scala nazionale, che furono duramente represse. Alla fine comunque il rigore finanziario riuscì a portare, 1875, al pareggio del bilancio.

Il completamento dell'unità

Fra i difficili compiti che la Destra storica dovette assolvere c'era anche il completamento dell'unità. Infatti, c'erano territori, abitati da popolazioni italiane, che erano rimasti fuori dai confini politici del Regno, quali il Trentino, il Veneto, Roma e il Lazio. Sulla necessità di completare l'unità erano d'accordo sia i moderati che i democratici, in particolare la rivendicazione di Roma capitale era stata proclamata da Cavour in una delle sedute del Parlamento; ma, mentre i leader della Destra si affidavano ai tempi lunghi della diplomazia, la Sinistra restava fedele all'idea della guerra popolare.

Il problema più spinoso era costituito proprio dalla presenza del Papa, non solo per i rapporti con la Francia (manteneva un corpo di occupazione a Roma ed era per l'Italia il più sicuro alleato e partner politico); ma soprattutto perché i cattolici erano la stragrande maggioranza della popolazione e il clero rappresentava spesso l'unica presenza organizzata nelle zone rurali e forniva quasi la metà del corpo insegnanti alla scuola pubblica.

Anche in questo caso i primi governi cercarono di procedere sulla strada indicata da Cavour (“libera Chiesa in libero stato”), che, già prima della proclamazione del Regno d'Italia, aveva avviato trattative con il Vaticano, con cui gli assicurava la piena libertà di esercitare il suo potere spirituale, in cambio della rinuncia a quello temporale e del riconoscimento del nuovo Stato. Tuttavia il suo disegno si scontrò con l'intransigenza di papa Pio IX.

Il fallimento del tentativo di Cavour e del suo successore Bettino Ricasoli diedero nuovo spazio all'iniziativa dei democratici. Nel 1862 Garibaldi tornò in Sicilia e rilanciò il progetto di una spedizione contro lo Stato pontificio. Le autorità non fecero nulla per sconfessarlo, ma quando Napoleone III mostrò di essere deciso ad impedire con la forza un attacco contro Roma, Vittorio Emanuele II dovette impedire con un proclama l'impresa garibaldina. Decretò poi lo stato d'assedio in Sicilia e nel Mezzogiorno.

Il 29 agosto 1862 i volontari sbarcati in Calabria sotto il comando di Garibaldi furono intercettati dall'esercito regolare sull'Aspromonte. Ci fu un breve combattimento, in seguito al quale Garibaldi stesso venne arrestato.

Dopo l'episodio il governo riprese le trattative con Napoleone III, che si conclusero nel 1864 con la “Convenzione di settembre”: il governo si impegnava a rispettare i confini dello Stato pontificio e in cambio otteneva il ritiro delle truppe francesi dal Lazio. A garanzia del suo impegno, il governo decise di trasferire la capitale a Firenze.

Nel frattempo all'Italia si presentò l'occasione di liberare il Veneto. Nel 1866 infatti Bismarck, che si preparava a combattere contro l'Impero asburgico, avanzò la proposta di un'alleanza militare italo-prussiana. L'intervento italiano fu decisivo per le sorti del conflitto, rendendo possibile la vittoria prussiana di Sadowa, ma si rivelò un insuccesso per l'Italia, che fu sconfitta a Custoza e a Lissa. Inoltre dalla pace di Vienna (3 ottobre 1866) l'Italia ottenne solo il Veneto, senza la Venezia Giulia e il Trentino.

La terza guerra di indipendenza si concluse lasciando il paese in una duplice crisi, sia sul piano morale che su quello finanziario. La situazione diede di nuovo slancio all'attività dei gruppi democratici e Garibaldi ricominciò ad organizzare una spedizione contro Roma. Questa volta l'azione di volontari, radunatisi in Toscana nell'estate del 1867, avrebbe dovuto appoggiarsi su un'insurrezione degli stessi patrioti romani. Presentando dunque il colpo di mano come un atto di volontà popolare, si sperava di evitare l'intervento francese. L'insurrezione però fallì per la sorveglianza della polizia e per la scarsa partecipazione popolare e, il 3 novembre 1867, le forze garibaldine furono sconfitte a Mentana dalle truppe francesi. L'episodio di Mentana chiudeva definitivamente la stagione delle imprese risorgimentali.

L'occasione di conquistare Roma si presentò poco dopo, in seguito alla guerra franco-prussiana e alla caduta del Secondo Impero. Infatti, nel 1870, dopo la sconfitta di Sedan, il governo, non sentendosi più vincolato agli accordi presi con la Francia, decise di mandare un corpo di spedizione nel Lazio e contemporaneamente di avviare un negoziato con Pio IX, che però rifiutò ogni accordo.

Il 20 settembre 1870, aperta con l'artiglieria una breccia nella cinta muraria intorno a Roma, l'esercito italiano entrò nella città presso Porta Pia. Pochi giorni dopo un plebiscito sancì l'annessione di Roma e del Lazio.

Il 13 maggio 1871 i problemi tra il Vaticano e lo Stato italiano furono regolati dalla “legge delle guarentigie”, ovvero delle garanzie, poiché con esse il Regno garantiva al papato il libero svolgimento del suo magistero spirituale e gli riconosceva prerogative simili a quelle di un capo di Stato. Questo non bastò però ad attenuare l'intransigenza del papa nei confronti del Regno. Anzi, nel 1874, l'invito rivolto ai cittadini ad astenersi dalla partecipazione alla vita politica, si trasformò in un divieto pronunciato dalla Curia romana e riassunto nella formula non expedit.

La Sinistra al governo

Negli anni '70 nel quadro politico italiano si verificarono alcuni importanti cambiamenti: aumentò il numero dei candidati “di centro”; si accentuarono le fratture interne alla Destra; si fece evidente lo slittamento di buona parte della Sinistra parlamentare su posizioni più moderate; accanto alla Sinistra storica venne emergendo una nuova Sinistra, espressione di una borghesia moderata. A mettere ulteriormente in crisi la maggioranza fu la defezione del gruppo toscano, uno dei più conservatori: il 18 marzo 1876 la Destra si presentò divisa nella discussione alla Camera per il passaggio alla gestione statale delle ferrovie.

Il governo Minghetti, messo in minoranza, presentò le dimissioni; pochi giorni dopo il re fece costituire ad Agostino Depretis un nuovo governo, che fu formato interamente da uomini della Sinistra. Nelle elezioni politiche dello stesso anno la Sinistra riportò un nettissimo successo. Con la cosiddetta rivoluzione parlamentare del 1876 si apriva un nuovo capitolo della politica italiana, dove giunse al potere un ceto dirigente del tutto nuovo a esperienze di governo e che riuscì a esprimere in qualche modo il desiderio di democratizzazione della vita politica diffuso in larga parte della società.

Protagonista di questa fase fu Agostino Depretis, che restò al potere per più di dieci anni (fra il 1878 e il 1881 l'esecutivo fu affidato a Benedetto Cairoli). Il programma della Sinistra era basato su pochi punti: allargamento del suffragio elettorale; riforma dell'istruzione elementare; sgravi fiscali soprattutto nelle imposte indirette; decentramento amministrativo.

La prima riforma attuata fu quella dell'istruzione. Nel 1877 la legge Coppino ribadiva l'obbligo della frequenza scolastica (già legge Casati), portandolo fino a nove anni e aggiungendo alcune sanzioni per i genitori inadempienti. Fino alla fine del secolo comunque la percentuale degli analfabeti rimase molto alta, fattore dovuto alle condizioni di povertà in cui la maggior parte della popolazione versava e alle insufficienti capacità dei comuni di adempiere ai compiti loro spettanti.

Nel 1882 fu approvata la nuova legge elettorale, con la quale si concedeva il diritto di voto a tutti i cittadini che avessero compiuto ventun anni e avessero superato l'esame del corso elementare obbligatorio. Rimase il requisito di capacità di lettura e scrittura.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher colinity di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Gatti Gian Luigi.
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