La macchina della parola - Christian Ruggiero
Introduzione: Perché il talk politico in televisione
Il talk show è definito da Aldo Grasso come un macrogenere che a partire dalla seconda metà degli anni '70, modifica e ingloba l'informazione politica, economica, sportiva, culturale, mette in scena il mondo privato della gente comune o di persone note, o cerca di problematizzare temi controversi. Questa definizione riguarda il talk televisivo, ma anche quello radiofonico che si basa essenzialmente sul "potere della parola".
La definizione di talk show in un'Enciclopedia della televisione italiana è legata alla politica, questo è un caso italiano infatti il talk, che ben si inserisce come appuntamento fisso nella televisione di flusso, è legato a diverse tematiche negli altri paesi. Intorno al ruolo del talk quale mezzo per influenzare l'azione comunicativa della massa sono sorte molte riflessioni. In Italia, ad esempio, il terremoto di Tangentopoli fu alimentato proprio dai talk; nei programmi di Gad Lerner e Santoro la politica italiana si è confrontata con la piazza. La "discesa in campo" di Berlusconi ha significato la sperimentazione del potere televisivo e la creazione di norme sulla par condicio.
In questo volume vengono perciò analizzati alcuni tipi di talk per studiare il rapporto tra televisione e politica. Il tipo di talk di maggiore successo è individuato nel salotto di Bruno Vespa a cui si contrappone il talk tipo faccia a faccia, lanciato e mantenuto vivo nel tempo da Lucia Annunziata. Ancora rimane inalterata la vivacità del talk tipo piazza (Lerner, Santoro) che si evolve verso la piazza non conflittuale di Floris e l'iper-piazza di Gianluigi Paragone.
Capitolo 1: La TV delle parole
La natura profonda del talk show sta nella stessa definizione, parola e spettacolo, ovvero la spettacolarizzazione della pratica discorsiva. Quel che costituisce il motore del formato è l'interazione dialogica tra diversi soggetti che ricoprono un ruolo più o meno istituzionalizzato, e che si scambiano parole all'interno di uno spazio ritualizzato di discussione.
Goffman fu il primo a scoprire la ritualità insita nei comuni scambi della vita quotidiana e a innovare la teoria comunicativa puntando sulla dinamicità dell'interazione come azione legata alla situazione sociale. Introdusse la nozione di "mossa", ovvero ogni segmento di parlato o di suoi sostituti che ha un distinto rapporto unitario con qualche insieme di circostanze in cui i partecipanti si trovano, come un sistema di comunicazione dei vincoli rituali, una negoziazione economica, un "ciclo di insegnamento".
Ne consegue che un enunciato che costituisce una mossa in un gioco lo può essere anche in un altro. Cambia con questa concezione la prospettiva del ricevente, infatti le "mosse" indicano turni in cui i partecipanti sono congiuntamente immersi; queste mosse possono essere più brevi di un turno di parola o estendersi per diversi turni ed arrivano a comprendere anche elementi paraverbali di interazione. In tale nuovo modello, tanto il ruolo del parlante quanto quello dell'ascoltatore vengono scomposti in uno schema di produzione e in un analogo formato di partecipazione.
Il primo comprende tre diverse funzioni: l'animatore (funzione parlante come macchina fonica), l'autore (entità che formula il testo) e il mandante (colui che assume piena responsabilità del contenuto del messaggio). Il formato di partecipazione distingue tra ascoltatori ratificati e non ratificati, a seconda del loro "diritto" a prendere parte alla conversazione e tra le loro sottocategorie. L'introduzione di queste nuove categorie facilita la distinzione di diversi tipi di eventi linguistici, fra i quali quello dello speaker televisivo e quindi nel talk show televisivo.
Goffman fa comprendere come la parola sia un oggetto comunicativo di grande complessità. Conduttore, ospiti, pubblico, qualcosa di cui parlare: sono elementi base di un talk show televisivo che hanno una molteplicità di funzioni rituali. Il conduttore presenta l'argomento e fa da tramite con il pubblico, ma il conduttore non solo partecipa alla discussione, è il partecipante più importante in quanto ha conoscenza e performanza che gli garantiscono la posizione di opinion leadership; è inoltre il mandante della rete del programma. Così avviene una prima confusione dei ruoli, elemento al centro del meccanismo generativo del talk che si confonde grazie alla parola.
Il talk genera una confusione dei ruoli sociali: quella tra pubblico e privato. Il conduttore infatti si muove in ambienti che simulano settings domestici divenendo così più familiare. Alla metà degli anni '80 Meyrowitz aveva ricondotto la capacità del mezzo elettronico di influenzare il comportamento sociale alle tre dimensioni della fusione tra maschile e femminile, della confusione tra infanzia e maturità, del mutamento dell'autorità che aveva introdotto la figura ambigua dell'eroe politico come uomo comune.
Nei primi anni '90 è il talk show il formato televisivo che più di tutti sembra in grado di rappresentare e incoraggiare nel suo pubblico questa "sfumatura dei confini", questa confusione delle categorie tradizionali alla base dell'ordine sociale: normale e deviante; pubblico e privato; realtà e finzione.
Studiosi come Abt e Seesholtz vedono il talk come strumento che mette in crisi la costruzione sociale della realtà in quanto hanno posizioni molto estreme. L'ipotesi è che l'esposizione al medium televisivo in generale e al talk show in particolare, contribuisca in maniera decisiva a indebolire i valori tradizionali di riferimento di una società e che la chiacchiera in scena finisca col danneggiare il pubblico televisivo.
Alcuni controlli empirici fatti da Marie Louise Mares confermano questi assunti, cioè i ragazzi discutono di tematiche proposte nei talk anche se non interessati. I media elettronici hanno la capacità di costruire comunità in modo complementare piuttosto che oppositivo rispetto ai rituali e alle relazioni sociali che definiscono la comunità in senso tradizionale.
Silverstone introduce a riguardo tre dimensioni dei media e della comunità: espressioni, rifrazione e critica. Il primo processo è rappresentato dai discorsi radiofonici diffusi dalla BBC nel corso del secondo conflitto mondiale che mostravano il mito della nazione inglese. La comunità viene rifratta dai media, ad esempio nel talk show di Springer (NBC, 1991) in cui i confini tra regola e trasgressione vengono definiti e infranti per poi a fine puntata reintegrare l'anomalo (incesti, infedeltà, transessualità) nelle forme dominanti di realtà.
Secondo sempre le ricerche della Mares i talk show rafforzerebbero gli strumenti di giudizio critico e morale. Questa concezione del talk show legata alla teoria del "panico morale" non è molto convincente, più interessante invece l'approccio postmoderno che vede il talk show come moltiplicatori delle identità dei partecipanti. Il talk show in tale prospettiva sarebbe caratterizzato da una instabilità produttiva che è diventata il paradigma per un rapporto medium-spettatore mercificato, che risponde alla condizione postmoderna nella quale il significato oscilla costantemente.
Riproduce l'instabilità della cultura del consumo, troppi beni e informazioni e stile di vita che risponde al richiamo del consumo. Le caratteristiche fondamentali che Munson attribuisce al talk show radiofonico, e che Tolson estende a quello televisivo, sono la sua eterogeneità e discontinuità: la capacità di calare un elemento centrale nella cultura orale premoderna (il discorso) entro la radice di più radicale affermazione della postmodernità (lo spettacolo); la forma televisiva ibrida generata da una mescolanza di generi che prende il nome di infotainment.
Munson prende come riferimento il programma statunitense Art Linkletter House Party, andato in onda tra il 1952 e il 1970 sulla CBS dove una casalinga è portata in studio e vengono ricostruiti gli ambienti della casa per commercializzare i prodotti annullando lo spazio tra palco e realtà. Nell'arena del talk spesso si confrontano persone comuni che raccontano le loro storie con persone esperte che danno il loro parere. Il confronto tra queste due figure si risolve con la vittoria del senso comune la cui nozione rimanda a un senso condiviso della realtà strutturalmente indispensabile all'individuo, a credenze condivise che non necessitano di spiegazione né di dimostrazione proprio in quanto condivise.
L'argomentazione critica che riguardava prima la sfera pubblica (Habermas) non rispecchia la logica della performance che governa il nuovo spazio pubblico televisivo e le forme di coinvolgimento del pubblico che passano per l'esibizione e la celebrazione di discorsi di senso comune costruiscono una nuova sfera pubblica, che, rispetto a quella habermasiana appare svuotata. Un'efficace definizione di "senso comune" è offerta da Jedlowski ovvero un insieme di conoscenze, regole, abitudini e convinzioni che non hanno bisogno di essere interrogate e che formano il substrato della nostra esistenza, presupposti taciti del nostro agire quotidiano.
Le discussioni dei talk show a cui partecipano anche gli esperti hanno portato ad una riflessione in cui secondo Giddens l'individuo diventa diffidente; egli individua un doppio processo definito di dequalificazione e riqualificazione che descrive i mutamenti nel concetto di competenza alla luce della ridefinizione di quello di fiducia. Si ha una sorta di riappropriazione del sapere in cui si assorbe la competenza tecnica e la si fa propria. L'esperto permane come elemento centrale del talk perché la dialettica tra partecipanti, esperti e laici costituisce uno degli ingranaggi fondamentali del suo meccanismo di funzionamento.
Il formato talk è dunque un oggetto di studio d'interesse in primo luogo per la sua capacità di mettere in moto la macchina comunicativa attraverso un meccanismo al tempo stesso semplice, economico eppure in grado di sollecitare livelli di partecipazione, in secondo luogo per la possibilità di vedere riflesso nelle interazioni messe in scena sullo schermo alcune delle caratteristiche più interessanti del soggetto nella postmodernità.
Louann Haarman fornisce una categorizzazione del talk show che ha il vantaggio di tenere insieme gli esempi più importanti di programmi provenienti dai due modelli televisivi di riferimento, quello statunitense e quello britannico, analizzando la geografia dello studio, le sequenze interattive, i contenuti-tipo proposti al pubblico, le procedure di interazione tra pubblico e conduttore, e gli descrive tre tipi di talk:
- Evening or celebrity format: trova il prototipo nella televisione statunitense con The Tonight Show. La struttura del format di norma in onda in prima o in seconda serata prevede come ambientazione un teatro o uno studio che abbia le sembianze di un teatro. Una piattaforma rialzata o un palco ospita il conduttore in una specie di salotto, poi ci sono gli ospiti, in genere personaggi famosi. Il conduttore apre la serata salutando il pubblico e introducendo il tema ottenendo un rapporto di familiarità con il pubblico; il pubblico è collocato separatamente. I contatti con il pubblico divengono più radi durante la performance proprio per rispettarla. La teatralità dell'ambiente è richiamata anche dalla presenza di una piccola band. Una simile organizzazione richiama programmi italiani come il Maurizio Costanzo Show solo da un punto di vista strutturale. (il modello anglosassone si occupa più di argomenti leggeri) La distinzione con il modello britannico sta nell'importanza del conduttore infatti il Tonight Show dà grande risalto ai suoi ospiti mentre il talk serale britannico dà più importanza alle storie personali.
- Issue-oriented format: trova la sua compiuta realizzazione nel talk della ABC "The Oprah Winfrey Show". Gli ospiti sono occasionalmente personaggi famosi, di norma al centro della scena stanno personaggi comuni. Rispetto al modello statunitense qui il conduttore non mantiene una posizione fissa ma si muove tra il pubblico, questo fa sì che i conduttori si pongano come figure in grado di interpretare ruoli terapeutici nei confronti del pubblico a casa. Questo format è il più complesso infatti merita un'ulteriore sottocategorizzazione, tale tipo di talk può infatti concentrarsi su vicende d'attualità, problemi sociali legati a una prospettiva personale, problemi personali e sociali spettacolarizzati. Il primo caso, che si avvicina di più ai talk italiani, è ben esemplificato dal Jonathan Dimbleby in cui il controllo del conduttore sulla trasmissione è dato dalla posizione dominante e dalla sua capacità di gestire la progressiva focalizzazione del tema oggetto di discussione. Invece in formati come Oprah la volontà del conduttore è di creare una profonda intimità con il pubblico. Qui il pubblico si divide tra esperti e laici. La terza articolazione prevede un coinvolgimento del pubblico ancora maggiore senza il conduttore ma creando due gruppi, i "riconosciuti" e gli "inconsapevoli" e misurando le loro reazioni. Programmi come Jerry Springer offrono la presa di parola ad esponenti di classi e gruppi sociali ben definiti i cui tratti sono esasperati da un registro linguistico che spesso sconfina nella volgarità.
- Audience discussion format: pone il pubblico al centro della discussione attraverso un originale mix di strategie strutturali e interazionali. In programmi come Kilroy, in onda su BBC One dal 1986 al 2004, condotto da Robert Kilroy-Silk, ex politico, gli argomenti di discussione spaziano da problemi politici e sociali a questioni intime e private. L'organizzazione dello studio ricalca questa voluta ibridazione dei sotto-generi: non c'è distinzione tra palco e platea, ma una disposizione semicircolare di poltroncine tra le quali il conduttore può sia muoversi che prendere posto spostando l'attenzione sui partecipanti. Kilroy lancia la discussione, provoca reazioni e mantiene la disciplina.
Le interazioni tra il palcoscenico del talk e la discussione di argomenti di pubblica rilevanza diviene particolarmente interessante nel contesto italiano, dove il talk si diffonde in ritardo rispetto ai paesi anglosassoni e si collega molto strettamente alla riflessione sugli effetti politici della televisione. Sviluppandosi in parallelo con la politica-spettacolo il formato talk raggiunge la sua maturità tra la fine degli anni '80 e la prima metà degli anni '90. Questo si è meglio diffuso su Rai Tre perché ha una pressione politica minore degli altri due canali Rai, infatti hanno trovato terreno fertile programmi come Linea rovente (1987) condotto da Giuliano Ferrara sulla falsariga di un procedimento processuale articolato in tre parti (presentazione imputato, fiction della vicenda, verdetto), nel 1987 imputato è il segretario del Psdi Nicolazzi e ogge
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