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Riassunto esame Giornalismo, prof. Bianca, libro consigliato Il mondo nella rete, Rodotà Appunti scolastici Premium

Sunto per l'esame Deontologia e diritto del giornalismo e del prof. Bianca, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato Il mondo nella rete, Rodotà. Gli argomenti trattati sono: diritti, politica, internet oggi, leggi e regolamentazione.

Esame di Deontologia e diritto del giornalismo docente Prof. M. Bianca

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IL MONDO NELLA RETE. QUALI I DIRITTI QUALI I VINCOLI – STEFANO RODOTA'

La rete avvolge l'intero pianeta, si è affermata come mezzo di comunicazione libertario quasi

anarchico dove tutti possono fare informazione. Nel corso degli anni però si è aperta la

discussione sulla possibilità di creare una governance per stabilire le regole del web.

La crescita di internet ha portato gli stati a far valere le proprie prerogative considerando la rete

stessa oggetto di desiderio per la sovranità. Ma pur cercando di stabilire un potere residuale gli

stati non riescono stabilire una sovranità nel cyberspazio.

La rete è troppo complessa per essere regolata, la sua autoreferenzialità porta a comprendere

come essa abbia già tutte le relazioni possibili.

CAPITOLO 1 – I DIRITTI POLITICI NELLA PIAZZA VIRTUALE

Guardando alla rete ci rendiamo conto che il mito direttamente collegato ad essa è l'Agorà di

Atene, mito fecondativo della democrazia.

Si è pensato infatti che in rete sarebbe stato possibile ricostruire le condizioni di democrazia

diretta. Anzi internet sarebbe venuto in soccorso di una democrazia ormai morente e l'avrebbe

resa solida e immediata.

Una dining room o push button democracy con cui ognuno trovava la sua forma di consultazione.

Verso la metà degli anni '90, Alvin Toffler il politico statunitense propose di passare ad un

congresso virtuale affidando ai cittadini di decidere attraverso il voto elettronico.

In quegli anni però si abbatteva anche il problema della privacy, così se da un lato si affermava

internet nella sfera pubblica, si cercava di bloccarlo sulla sfera privata.

Alle tecnologie della comunicazione viene affidato il compito di costruire dal basso il controllo

capillare sui cittadini. Con il passaggio al web 2.0 c'è stato un nuovo rapporto tra democrazia e

diritti, soprattutto dal punto di vista quantitativo.

Ciò ha trasformato anche le presenze delle persone nella sfera pubblica, la tecnologia è uscita

dallo schermo per invadere e ridefinire la sfera pubblica e ridistribuire i poteri.

Questo grande cambiamento c'è stato a partire dalla manifestazione contro il Wto, l'organizzazione

mondiale del commercio, tenutasi a Seattle nel 1999. Questa non sarebbe stata possibile senza la

rete che mise in contatto gli attivisti. Acquistò molta importanza perché uscì dalla rete e si

materializzò nelle strade di Seattle dove i manifestanti bloccavano i delegati impedendogli di

raggiungere il luogo della riunione.

Una vicenda analoga è quella delle primavere arabe, in particolare egiziane, dove i bloggers hanno

messo in evidenza il ruolo della rete e di come il movimento sia continuato anche dopo la caduta di

Mubarak.

La rete ebbe il ruolo di diffondere il messaggio proveniente dalle manifestazioni popolari, le

persone presenti in piazza Tahrir furono fondamentali ma come fondamentale fu il ruolo di Twitter.

Bisogna dunque guardare al rapporto tra luoghi virtuali e piazze reali, le piazze luogo storico della

comunicazione politica sono state riempite nuovamente grazie all'attivismo in rete.

Ciò che si nota è un'integrazione tra i vecchi e nuovi media con un gioco di rinvii destinato a forme

di rinnovamento continue. Ciò approda ad una richiesta di diritti, com'è avvenuto dopo la caduta

dei regimi autoritari nordafricani, è stato chiesto che Fb venisse riconosciuto come diritto

fondamentale della persona.

CAPITOLO 2 – LA CITTADINANZA DIGITALE

Questo tema è ancora nebuloso, ma è necessario per la definizione del cyberspazio. Il punto di

partenza è l'accesso alla rete, un diritto di espressione innanzitutto che comporta una nuova

distribuzione del potere sociale. Questo diritto è sempre più riconosciuto anche se in modi diversi.

I due padri di internet e della rete, Vvinton Cerf e Tim Berners Lee sono su fronti opposti: Cerf

sostiene che non si potrebbe parlare di un autonomo civil ord human right per l'accesso ad internet

in quanto la libertà riguarda in primo luogo la manifestazione di pensiero e non la strumentazione

tecnica utilizzabile.

L'equivoco è ovvio: nasce dalla confusione tra il diritto di accesso a internet e internet come diritto

delle persone.

Berners Lee accosta l'accesso ad internet all'accesso all'acqua, internet è un bene che consente

all'interessato di essere utilizzato per la sua esistenza.

La cittadinanza digitale dunque non è distaccata dalla cittadinanza intesa come l'insieme dei diritti

che una persona dispone concretamente.

Questa natura di cittadinanza è dinamica e integra la dotazione di diritti di una persona, sollecitata

dal mutamento tecnologico e dall'innovazione scientifica.

L'art. 21 della Costituzione italiana garantisce il diritto di manifestare il proprio pensiero con parola,

scritto e ogni altro mezzo di diffusione. L'art. 19 della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo

dell'Onu mette in evidenza il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso

ogni mezzo e senza riguardo a frontiere. Questo modello lo ritroviamo nell'art. 11 della carta dei

diritti fondamentali dell'Unione europea.

Pur dando rilievo a queste norme è necessario mettere in evidenza la specificità di internet che

introduce una novità indiscutibile rispetto agli old media.

Le modalità di accesso attraverso cui i vari paesi hanno riconosciuto l'accesso ad internet sono

vari, in Italia si potrebbe attuare un cambiamento dell'art. 21.

Da un punto di vista generale il problema italiano è anche a livello globale. Si manifestano continue

iniziative che considerano internet come un territorio in cui è possibile intervenire.

Modificare l'art. 21 va nella direzione di ribadire ed espandere i principi costituzionali riguardanti

l'eguaglianza e la libera costruzione di personalità.

L'apertura verso un diritto ad Internet rafforza il principio di neutralità della rete come bene comune

al quale deve essere sempre possibile l'accesso.

Deve dunque affermarsi una responsabilità pubblica per garantire questa componente della

cittadinanza, tenendo conto di tutti i media civili (e non solo i social network famosi).

GRAFICO

il grafico ci mostra i cambiamenti che stanno avvenendo a partire dal 2013 e in prospettiva come

cambieranno nel 2020. come si modifica la banda larga in termini di accessibilità e costi, come

aumenta la spesa pubblica per l'ICT, come il roaming sta cambiando le tariffe, come le aziende

ormai vendono sempre più online. Il 60% della popolazione con disagi usa internet regolarmente, il

75% della popolazione usa internet regolarmente, il 15% della popolazione non ha mai usato

internet.

A conclusione di un rapporto dell'Onu del 2011 è stato stabilito che: essendo internet uno

strumento indispensabile per rendere effettivo un gran numero di diritti fondamentali, per

combattere la diseguaglianza e accellerare lo sviluppo e il progresso civile, la garanzia di un

accesso universale ad internet deve essere una priorità per tutti gli stati.

CAPITOLO 3 – NEUTRALITÀ E ANONIMATO

La resistenza contro il diritto fondamentale dell'accesso ad internet è la conseguenza della paura

dei poteri dei vincoli che si creerebbero. Un fattore molto rilevante è la questione della neutralità in

rete che trova il suo fondamento nell'eguaglianza e consiste nel divieto di ogni discriminazione

riguardante i dati e il traffico su internet. La neutralità si presenta come precondizione che fa si che

il diritto di accesso a internet non venga svuotato impedendo che alcuni soggetti o contenuti

possano contribuire alla costruzione del bene globale della conoscenza. A questa libertà in entrata

deve essere affiancato un accesso che vada oltre la parte fisica e consenta il libero accesso alla

conoscenza presente in rete.

Il cyberspazio non può essere occupato da taluni soggetti, in questo senso la dichiarazione di

indipendenza vuole allontanare ogni pretesa egemonica facendo si che non resti prigioniera della

sua natura autoreferenziale e colga l'importanza di affidare l'indipendenza a una adeguata

garanzia di tipo costituzionale.

Diritto di accesso e neutralità sono gli strumenti necessari per rendere possibile il contributo

creativo dei soggetti. Il diritto di accesso riguarda sia la conoscenza in uscita (quella da cui

ciascuno può attingere nella rete) sia quella in entrata (user generated content).

L'anonimato è una precondizione della libertà di manifestazione del pensiero che non può essere

considerato solo una componente dello statuto del rifugiato ma come elemento costitutivo della

versione digitale della cittadinanza. Il valore dell'anonimato e dello pseudonimo in rete è

confermato dal fatto che solo così è possibile sottrarsi a interferenze nella propria vita privata.

Negli ultimi anni i due poteri della rete Google e Facebook e alcuni stati autoritari tra cui la Cina

hanno scelto la strada del “real name policy” subordinando l'accesso alla dichiarazione della

propria identità.

Da qui sono nati i conflitti Nymwars (guerra di nomi) che hanno messo in evidenza le tensioni non

risolvibili attraverso l'imposizione unilaterale dell'obbligo di dare il proprio nome. Sono necessarie

distinzioni tra anonimato e pseudonimo, quest'ultimo è un forte riconoscimento sociale e non è una

falsificazione della propria identità.

La rete esige non il ritorno alle tecniche giuridiche tradizionali ma la definizione di strategie

istituzionali adeguate alla sua natura. Si è parlato di anonimato protetto, riferendosi al fatto che la

persona non è identificabile in rete ma fornisce il suo nome a chi garantisce l'accesso, nome al

quale si può risalire solo in casi eccezionali.

Anonimato e pseudonimo impediscono a Google e Facebook di acquisire le informazioni più

appetibili che sono quelle di associare le persone e quindi i dati a gusti, abitudini, comportamenti.

Bisogna individuare i limiti e le ragioni delle politiche di real name, bisogna aggiungere che

esistono modalità tecniche per risalire agli autori dei comportamenti ritenuti inammissibili. A chi

obietta come sia difficile o quasi impossibile risalire in via indiretta ed effettuare il riconoscimento

perché vi sono efficaci tecniche di occultamento dell'identità si può rispondere che proprio la

pretesa dell'identificazione totale spinge verso la ricerca di vie per sottrarsi al diktat della

rivelazione integrale dei dati identificativi.

Questo si traduce nella creazione di gruppi di persone come Anonymous che aggirano con

strategie come guerriglia tecnologica gli ostacoli imposti e aprono strade adeguate all'effettività dei

diritti in rete.

CAPITOLO 4 – DALL'HABEAS CORPUS ALL'HABEAS DATA

I diritti in rete non sono gerarchizzabili, perché è la rete stessa che rifiuta le gerarchie e così

promuove una cittadinanza orizzontale. Lo stare in rete appartiene alla cittadinanza e questo fa si

che essa possa essere in balia dei poteri che esercitano un controllo diretto sui comportamenti.

I nuovi poteri riducono la persona ad un oggetto dal quale vengono astratte tutte le possibili

informazioni per costruire profili di identità. L'entrata nel ciberspazio non può essere

accompagnata da una perdita di diritti. Il cambiamento c'è stato quando ci si è resi conto che la

nozione di privacy non riusciva a comprendere una dimensione così mutata. La sua costruzione

originaria riproduce lo schema della proprietà privata che esclude gli altri all'interno della quale

nessuno può penetrare. La rivoluzione elettronica ha trasformato la nozione di sfera privata,

divenuta luogo di scambi, condivisione.

Da qui hanno preso vita le dinamiche che hanno mutato il senso della privacy, due criteri che si

integrano e rafforzano le modalità di tutela della sfera privata. Il diritto alla privacy si è strutturato

come il diritto di ogni persona al mantenimento del controllo sui propri dati, questa modifica del

concetto di privacy corrisponde anche ad un mutamento delle modalità di invasione della sfera

privata.

Cediamo informazioni, lasciamo tracce quando acquistiamo, la nostra rappresentazione sociale è

sparsa in una molteplicità di banche dati e profili. Siamo conosciuti e quindi abbiamo bisogno di

una tutela del nostro corpo elettronico che è quello che ci rappresenta in rete.

Da qua nasce la provocazione di un habeas data, sviluppo del habeas corpus dal quale si è

sviluppata la libertà personale.

Il termine privacy sintetizza oggi un insieme di poteri che si sono evoluti e diffusi nella società per

consentire forme di controllo ai soggetti che operano sorveglianza. L'esistenza di questo

contropotere diffuso contribuisce a escludere la piena legittimazione sociale e istituzionale dei

sorveglianti.

Nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea il diritto alla protezione dei dati personali

art. 8 viene riconosciuto come diritto autonomo, separato da quello al rispetto della propria vita

privata e familiare art. 7. il rispetto alla vita privata si manifesta come individualistico, il potere si

esaurisce nell'escludere le interferenze altrui, la protezione dati fissa regole ineludibili sulle

modalità del loro trattamento, si concretizza in poteri d'intervento: la tutela è dinamica. La tutela

inoltre non è più solo individualistica ma anche pubblica e quindi abbiamo una redistribuzione dei

poteri sociali e giuridici.

CAPITOLO 5 – DITTATURA DELL'ALGORITMO E PREROGATIVE DELLA PERSONA

La nozione di sfera privata ingloba l'insieme dei dati personali, il potere di controllo dell'interessato

è affidato ad un diritto di accesso che questi può esercitare nei confronti di chiunque detenga dati.

La prima cosa che un soggetto può fare è evitare che siano lasciate tracce della sua attività in rete,

rendendo silenzioso il chip. Rendere silenzioso il chip vuol dire disattivare il chip contenuto in un

dispositivo, interrompendo la trasmissione dati a un determinato soggetto. La funzione do not track

consiste nel mettere a disposizione degli interessati uno strumento che impedisca a chiunque di

seguirli mentre visitano pagine web registrando le loro abitudini di navigazione e utilizzando i dati

raccolti per pubblicità e costruzione di profili tramite algoritmi.

Questa attribuzione alla persona di un potere diretto di impedire la raccolta dati, crea d'altro canto

uno sbilanciamento di potere. Le tecniche di opting out del chiamarsi fuori affidano la garanzia dei

dati personali alla sola vigilanza dell'interessato (c'à da dire però che essendo la navigazione

ormei qualcosa di abituale talvolta questa continua necessità diventa fastidiosa), dall'altra i signori

delle informazioni esercitano sugli utenti pressioni di vario tipo per indurli alla passività.

La costruzione di questo contesto è subordinata alla volontà precedentemente dichiarata dalla

persona di volerla accettare. Siamo di fronte alla dichiarazione del consenso che troviamo

normalmente: l'art. 26 del Codice in materia di protezione dei dati personali stabilisce che i dati

sensibili possono essere oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell'interessato e

previa autorizzazione del Garante. La volontà dell'interessato dunque non basta ma deve essere

coniugata a quella di un pubblico soggetto al quale è affidato il compito di valutare l'ammissibilità

sociale da parte di privati di questa particolare cateoria di dati personali. I dati sensibili sono quelli

che riguardano salute, opinioni, vita sessuale, appartenenza etnica e razziale, ecc.

La garanzia si fa più intensa quando si struttura come insieme di principi che individuano i limiti

dell'attività di raccolta, si va da divieti veri e propri come quello di tracciare i percorsi di chi naviga

in internet alla restrizione della raccolta dei soli dati necessari per lo svolgimento di determinate

attività.

L'evoluzione legislativa che ha contagiato anche gli Stati Uniti a lungo ostili per la

regolamentazione di questa materia, comincia a comprendere l'obbligo dei raccoglitori delle

informazioni di non consentire l'accesso a determinate categorie come i datori di lavoro o chi vuole

usare i dati per la pubblicità.

Si assiste a una estensione dei principi di prevenzione e di precauzione nelle materie che

investono la vita delle singole persone. Una delle cautele riguarda il rapporto tra dati raccolti e

decisione, ovvero la relazione che si istituisce tra la persona e il potere dei detentori delle

informazioni. La direttiva europea 95/46 sulla protezione dei dati personali dà un'indicazione di

particolare importanza.

Il suo art. 15 infatti stabilisce che gli stati membri riconoscono a ogni persona il diritto a non essere

sottoposta a una decisione che produca effetti giuridici o abbia effetti significativi nei suoi confronti

fondata su un trattamento automatizzato dei dati.

Questo principio con qualche variazione è accolto dall'art. 14 del Codice in materia di protezione di

dati personali. Scompare quindi la persona del decisore sostituito da procedure automatizzate, e

scompare la persona trasformata in oggetto di poteri incontrollabili.

Però proprio questo enorme ricorso agli algoritmi è stato denunciato come una delle cause della

grande crisi finanziaria del 2008.

Google basa la sua potenza sull'algoritmo che raccoglie e stabilisce gerarchie tra le informazioni

alle quali un numero crescente di persone attinge per informarsi. L'incessante creazione di profili

individuali, familiari e di gruppo, la costruzione della nostra identità sociale è affidata ad algoritmi.

Gli algoritmi ormai si occupano della maggior parte delle aree sociali e incarna una nuova forma di

potere.

Siamo di fronte ad una nuova versione di arcana imperii che non tutelano solo l'attività di impresa

ma si impadroniscono della vita delle persone.

Nella società dell'algoritmo svaniscono le garanzie che avrebbero dovuto mettere le persone al

riparo dal potere tecnologico. Diventa rilevante conoscere la logica applicata nei trattamenti

automatizzati dei dati anche essi riconosciuti dalla direttiva europea 95/46. Queste norme ci

ricordano che il mondo dei trattamenti delle informazioni personali non può essere senza regole.

Bisognerebbe costruire un adeguato contesto istituzionale per evitare che il rapporto tra l'uomo e

la macchina non sia governato solo da una logica economica.

CAPITOLO 6 – IL DIRITTO ALL'OBLIO

Le altre forme di garanzia riguardano la permanenza delle informazioni già raccolte. In un

regolamento sulla protezione dei dati personali pubblicato nel 2012 dalla Commissione europea si


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Professioni dell'editoria e del giornalismo
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ladycroft17 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Deontologia e diritto del giornalismo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Bianca Mirzia.

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