Prefazione di Sergio Zavoli
L'analisi storica ci avverte che le grandi conquiste tecnologiche, pur manifestandosi in maniera ineguale, hanno sempre interagito con il sociale; tuttavia il grande mutamento che riguarda in particolar modo la comunicazione e l'informazione, in cui siamo immersi, mostra caratteri di discontinuità con il passato tali che sarebbe azzardato non tenerne conto.
Oggi occorre capire in che misura una mutazione antropologica di tale rilevanza abbia inciso sulla qualità del mestiere di giornalista e se la sua metamorfosi tecnologica era manifesta da tempo, la sfida è capire dove stia portando. Già Umberto Eco aveva contrastato limitatamente i sociologi apocalittici, Marcuse ed Habermas, i quali vedevano lo spettatore come preda del sistema televisivo. Il pubblico è diversamente un soggetto molto interattivo, e ciò lo si evince soprattutto con i nuovi media.
Il passaggio dai media tradizionali a internet, così come il passaggio dagli spazi sociali a quelli individuali, ha modificato la comunicazione al punto da raggiungere i destinatari ovunque si trovino. Le nostre strutture sociali, non più organizzate in modo gerarchico ma per gruppi orizzontali, hanno reso inservibili gli strumenti e le seduzioni del dominio classista e del suo potere pedagogico. Aldo Grasso insegna proprio che la novità assoluta di questo millennio è proprio che la tv cessa d'essere elemento collettivo per divenire un "nuovo ambiente", come dopo tutto ogni nuovo media rappresenta una nuova realtà.
Si tratta comunque di una fase transitoria, i social network, nonostante il successo, sono prodotti "ipomediali" interessanti soprattutto per le loro matrici di nuovo capitalismo. La dinamica della differenziazione, espone come produzione e distribuzione dei contenuti obbediscano ormai a ragioni di tipo imprenditoriale e mercantilistico. Dunque è in atto un cambiamento storico, sia per le modalità di diffusione che per le modalità di fruizione. Senz'altro oggi la via più immediata è la rete.
Il giornalismo va evolvendo in modo sostanziale: diffuso, partecipativo, citizen journalism, hyperlocal journalism sono esempi della nuova informazione che volge verso un'intelligenza collettiva in cui i confini tra produttori e fruitori si fanno labili. Il giornalismo si è fatto collaborativo, riconoscendo ai lettori un ruolo attivo nel processo di newsmaking.
Questo ha generato però grandi trasformazioni, soprattutto sul valore economico dell'informazione. Sergio Zavoli teme una falsificazione o alterazione del prodotto diffuso in rete, poiché la questione riguarda fortemente l'etica e la valorizzazione della politica.
Se informi parli con un altro ma se comunichi parli per un altro; dunque si rischia che il valore della brevità dell'online diventi pericoloso ed allarmante. Mario Morcellini tempo addietro sosteneva che in un contesto sociale in cui è allentata la griglia dei significanti trasmessi tradizionalmente dalle agenzie di socializzazione, la responsabilità ricade sui percorsi di auto socializzazione. La funzione di supplenza degli interlocutori mediali accompagna tutte le fasi di crescita di un autonomo rapporto con i problemi del mondo.
Oggi infatti i diritti dell'individuo sono minacciati dalle decisioni delle maggioranze parlamentari inclini a far prevalere le esigenze contrarie alle libertà singole. Zavoli si domanda dunque quanto si va sacrificando con questo degrado del civismo. Questo tempo pur non favorendo richiami ai grandi patrimoni valoriali, dovrà porsi il problema di come ricostruire gli archetipi di una civiltà logorata dal disincanto.
Introduzione di Mario Morcellini
Il titolo Neogiornalismo deriva dalla crisi che negli ultimi anni ha interessato la professione giornalistica. È dagli anni 80 che il settore attraversa una crisi, dapprima per le nuove tecnologie, poi per il marketing, in conclusione per la fine del giornalismo tradizionale. La crisi del giornalismo come crisi della mediazione è una conseguenza dei media che si sono fatti soggetti attivi nell'orientamento delle opinioni e costruzione del consenso.
Severgnini scrive che il Neogiornalismo è un contrappeso necessario per due motivi, il primo perché è la visione che il pubblico vuole, un giornalismo che è dalla sua parte, e dall'altra perché il neogiornalismo si scontra con la politica italiana, uscendone vincitore. Ecco dunque che il testo ripercorre ed esplora le cause di questa crisi attraverso il parere di molti specialisti, arrivando però a vagliare quegli spiragli dai quali la professione prende ancora ossigeno mantenendosi viva.
Si pone dunque come fondamentale una rifondazione del giornalismo contemporaneo.
Parte I: Scenario: La crisi del giornalismo in Italia
Capitolo 1 – News map. Tesi sulla crisi del giornalismo nella società della comunicazione – Mario Morcellini
Cos'è il giornalismo oggi? L'idea del giornalismo parte da una partecipazione al proprio tempo, essere in linea con i cambiamenti, guardare ai fatti. Allude dunque ad un bisogno umano di essere al corrente del nuovo, ecco perché con l'exploit della comunicazione, esso conosce una profonda crisi. Una percezione del suo posizionamento, smaterializzandone i confini e rendendo complessa una sua definizione.
L'aumento delle tastiere espressive non collima sempre in un aumento delle competenze dei soggetti. L'uomo moderno ha il costante bisogno di sentirsi partecipe degli eventi, questo determina una percezione distorta del valore del giornalismo per l'uomo moderno. Il profilo che si afferma infatti è un uomo desideroso di scoop e innovazione continua, voglioso di essere sempre sintonizzato con il mondo. Ed ecco dunque che si ha una crisi nel prodotto giornalistico.
La crisi è uno squilibrio temporaneo, e rappresenta una sfida intellettuale, infatti se da un lato è un rischio, è dall'altro un'opportunità verso il futuro. Oggi il sistema dell'informazione e della politica si contraddistinguono per contiguità di linguaggi, metafore e strategie. Dunque è emblematico il ruolo della società veicolato dai media e dalla politica. Si tratta di immagini che sono spesso più minacciose e ben lontane dall'esperienza quotidiana delle persone.
In questa situazione complessa tra l'immaginario e la realtà, si ha uno stravolgimento dei ruoli e delle prerogative dei media, la cui funzione di informazione sembra non essere più quella di raccontare la realtà ma quella di riprodurre un nuovo immaginario a uso e consumo della politica o degli interessi degli stessi media.
Le dimensioni della crisi del giornalismo sono quindi riconducibili a cinque nuclei tematici:
- La desacralizzazione della società: la crisi del giornalismo è una ripercussione della perdita di peso della società nella vita degli individui tardomoderni, al tempo stesso uno svuotamento delle istituzioni. Al disincanto del mondo è corrisposto il disincanto del giornalismo in quanto racconto del mondo.
- La crisi delle rappresentazioni sociali: tra i segnali più evidenti della perdita di valore della società è la mutazione degli immaginari linguistici e sociali. Il racconto si è ridimensionato a poche battute, il giornalismo era un'alta spiegazione del mondo e del reale. Allargando il loro sguardo sul mondo hanno ridotto la capacità di approfondimento.
- La rivoluzione degli stili narrativi: Inseguendo stilemi del racconto fictional, il giornalismo ha rinunciato ad essere costruzione sapientemente narrativa del reale, appiattendosi a cronaca (soprattutto nera). Dunque ha rinunciato all'opera di racconto del cambiamento per divenire racconto stereotipato.
- Il licenziamento del passato: L'euforia della comunicazione celebra la smemoratezza, allontana dosi dal ricordo del passato.
- La polarizzazione del conflitto e dell'identità: decaduto lo stile dell'argomentazione razionale dei fatti, l'idea del giornalismo come scambio tra cultura, si arriva ad un dibattito che assume le forme di uno scontro tra tifoserie opposte.
Guardando al pubblico, si nota come esso sia ormai insofferente e disaffezionato. Nell'ultimo decennio si è assistito ad un emorragia dalla carta stampata, mentre l'attenzione verso il Tg è cresciuta relativamente (questo a causa dell'invecchiamento degli spettatori televisivi). Gli stili della carta stampata e della televisione hanno ormai perso di credibilità ed autorevolezza. Il rapporto tra l'informazione e il media system è stato rivoluzionato dalla centralità dell'immagine che ha modificato la percezione sociale del giornalismo.
Media e politica si intrecciano, correndo sempre verso una notizia provocatoria e spendibile subito. Le scienze umane cercano di capire cosa sta accedendo nel settore, ne emerge una stretta vicinanza della professione del giornalista a quella del sociologo, entrambi portatori di informazioni sulle cose del mondo. Non sorprende dunque che la crisi oggi riguardi entrambe le professioni.
I prodotti culturali sono da sempre un motivo per alzare lo sguardo sulla società, e in questo senso le tecnologie hanno fatto molto poiché hanno reso i soggetto producer di contenuti e quindi capaci di alzarsi letteralmente in piedi abbandonando i recinti del potere di lettura. La condivisione, alla base del successo di internet, contiene in se la possibilità di una nuova socialità; un processo che coinvolge la scuola e i media education. Un riscontro del clima attuale si può leggere anche sulle polemiche contro l'università, soprattutto sui corsi di comunicazione che dimostrano una perdita di interesse verso la professione del giornalista.
Capitolo 2 – La crisi della mediazione: politica e quinto potere alla prova di identità di Christian Ruggiero
Tra la seconda metà degli anni 80 e i primi anni 90, la comunicazione diventa driver del mutamento sociale e culturale del paese, l'exploit della televisione in Italia fornisce nuove speranze sulla risoluzione dell'incomunicabilità che per anni ha sancito il rapporto tra potere e società. La comunicazione sembra poter fornire uno spazio prepolitico, la sfera dello scambio simbolico diventa cruciale nella costruzione delle rappresentazioni collettive e nella definizione delle relazioni sociali. La tv del consumo diviene vestale ed istitutrice di cambiamenti, l'abbondanza dell'offerta mediatica offre al soggetto il potere di disporre della realtà. La nozione di dovere sociale si sposta dalle regione dell'ideologia verso le pratiche del consumo culturale.
I media non eludono la politica ma contribuiscono ad illustrarla e filtrarla, secondo i pilastri della politica-spettacolo: attraverso una personalizzazione delle leadership, una caratterizzazione dell'immagine del leader e del target e una strategia di marketing attraverso i media. Il rapporto maggiore di equilibrio stabilito tra i soggetti politici e i media informativi pone anche una crescita del potere dei cittadini elettori-spettatori.
La politica spettacolo nasce con le elezioni del 1983 (la rai organizza una diretta per i risultati politici e vi sono momenti di spettacolo; il conduttore è Bruno Vespa e c'è anche Beppe Grillo). Nel 1980 sotto Fininvest nasceva Canale 5, due anni più tardi Italia 1 e Rete Quattro di Mondadori. Sin dalla sua nascita rappresenta il primo network di emittenti private in Italia all'interno di un polo cine-televisivo denominato R.T.I. - Reti Televisive Italiane costituitosi nel 1984. L'assetto a tre reti si era avuto per RAI già nel 1979.
Nel 1984, la Rai denuncia le reti Fininvest (viola l'articolo 195 del Codice delle Poste e Telecomunicazioni, che sancisce il monopolio della trasmissione televisiva su scala nazionale da parte della sola TV pubblica), ma grazie alla legge n.10 del 1985 fatta appositamente per Berlusconi, il governo Craxi, interviene affinché le tre TV private del gruppo Fininvest possano continuare a trasmettere su tutto il territorio nazionale. La suddetta legge diventerà nel 90 la legge Mammì.
Si ha dunque una forte compromissione di politica e televisione. Il medium assume consapevolezza politica. Corrisponde un aumento dell'interesse del pubblico per tutti gli anni 80 e novanta, per un'offerta ampia e diversificata. L'attuale perdita di peso però ribalta nuovamente la situazione con uno svuotamento delle istituzioni e della politica. La politica quindi si libera dalla tradizione, e si ha una socializzazione politica senza mediazione.
Da un lato si impone la comunicazione come antagonista della politica, dall'altro la politica è incapace di implementare e tutelare le sue prerogative. I giornalisti-conduttori assumono il ruolo di soggetti politici, talvolta antagonisti dei veri politici. Questa rottura culminerà con Tangentopoli. L'anno della normalizzazione dei rapporti tra politica e televisione è il 1996. Il mediatore che si impone vede il conduttore che si confronta con un politico, a beneficio del pubblico.
Questa seconda repubblica è caratterizzata da una forte modifica anche nel giornalismo televisivo, si veda ad esempio la campagna di Berlusconi del 2001, dove ad esempio nel suo incontro con Bruno Vespa, si vede come viene a mancare il ruolo di quest'ultimo come mediatore. Il giornalista si fa politico, è lo stesso caso di Michele Santoro. Se da un lato il potere politico cerca di recuperare lo spazio perduto, dall'altro c'è una incomunicabilità tra il giornalista mediatore e il politico ospite, sancito dallo scontro tra Berlusconi e Lucia Annunziata nella puntata di In Mezz'ora, in cui dopo uno scontro acceso, il premier ruppe il patto comunicativo lasciando la trasmissione.
Ne emerge come la comunicazione politica non ha fatto bene alla politica, poiché ha reso culturalmente debole il riconoscimento dell'altro su cui la politica si fonda. Già Rodotà parlò di disintermediazione, ovvero il rischio che si corre quando si delega una forza come la democrazia alla raffinatezza delle tecnologie della comunicazione.
La tv sembra essere diventata sempre meno bussola dell'agire politico e sempre più un modello di fruizione valido per contenuti di intrattenimento e per scelte politiche.
1 L'espressione Mani pulite designa una stagione degli anni novanta caratterizzata da una serie di indagini giudiziarie condotte a livello nazionale nei confronti di esponenti della politica, dell'economia e delle istituzioni italiane. Le indagini portarono alla luce un sistema di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti ai livelli più alti del mondo politico e finanziario italiano detto Tangentopoli. Furono coinvolti ministri, deputati, senatori, imprenditori, perfino ex presidenti del Consiglio. Partiti storici come la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il PSDI, il PLI sparirono o furono fortemente ridimensionati, tanto da far parlare di un passaggio ad una Seconda Repubblica.
Servegnini vede le colpe di questa perdita in una politica che è lontana dalla vita delle persone e cerca storie narrabili e protagonisti che possano rendere nell'arena mediale. Dunque vengono meno anche i rapporti che le persone creano con le figure che si occupano di mediare e illustrare la sfera pubblica.
Capitolo 3 – Notizie prossime venture: tra informazione e intrattenimento di Andrea Cerase
In Italia la tendenza a mescolare fatti di rilevante interesse e storie di intrattenimento o gossip sembra essere diventata un elemento strutturale di descrizione dell'informazione. Con effetti sulla carta stampata dove un menù di notizie accattivanti per il pubblico ha primaria importanza rispetto un'agenda di più rilevanti. La propensione dei media informativi ad investire su notizie e stili accattivanti pone vari problemi, si può dunque tirare in ballo il termine infotainment che riassume la tendenza dei news media a ibridare i genere, gli stili narrativi e i linguaggi, rendendo difficile la distinzione tra informazione ed intrattenimento.
L'infotainment è legato al concetto di tabloidization, ovvero l'adozione da parte della carta stampata di qualità dei modelli di giornalismo popolare e l'inclinazione di qualsiasi media ad adottare stili narrativi e registri comunicativi tipici dei tabloid. La questione vede una diminuzione delle hard news, e un aumento delle soft news. Questo fenomeno viene proprio chiamato Blur, sfumato, perché tende ad annullare le tradizionali linee di demarcazione, non solo quella tra informazione e intrattenimento ma anche tra ciò che è rilevante e ciò che è accattivante, tra notizia e merce, tra politica e cultura.
C'è dunque un continuo dissolversi tra giornalismo e cultura popolare, tra politica e star system, tra linguaggi e argomenti, che rendono arduo comprendere gli effetti sulle audiences e sui mercati. L'infotainment si iscrive in una tendenza al sensazionalismo e alla spettacolarizzazione che ha radici antiche. Già dal XV secolo nelle ballate e nelle cronache si destinavano i contenuti ad un pubblico popolare, poi consolidato in America e in Europa con l'avvento del Penny Press e poi dello Yellow Journalism segnando la fine del monopolio di un'informazione intellettuale per aprirsi ad un processo di democratizzazione.
Con la fine del XIX secolo si ha la definizione degli attuali standard dando vita al giornalismo moderno. L'evoluzione del giornalismo in America ha prodotto norme della professione riconosciute. L'infotainment rappresenta
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