Geografia del paesaggio (Mazzanti) - Parte 1
Il paesaggio nei suoi risvolti teorici e concettuali
Capitolo 1: Per una definizione di paesaggio
La definizione del concetto di paesaggio è abbastanza difficile sia a livello semantico sia a livello semiologico in quanto tale definizione non può prescindere dall'evoluzione stessa del termine da un punto di vista concettuale e dalla sua diversità di usi. In effetti il termine paesaggio, così come quello di cultura, ha valenza palesemente polisemica, in quanto riferibile da un lato al linguaggio comune e dall'altro a una serie di discipline scientifiche che gli attribuiscono significati diversi. La consapevolezza della mancanza di una definizione unica ed inequivocabile non toglie comunque validità al concetto di paesaggio e rappresenta anzi uno stimolo ulteriore a ripercorrerne l'evoluzione, ad approfondire i contenuti e ad illustrarne le metodologie d'indagine, ovviamente a partire dalle poche certezze acquisite nel corso del dibattito scientifico.
- Il concetto di paesaggio e gli studi ad esso ispirati hanno ricoperto un ruolo fondamentale nello sviluppo della geografia moderna e contemporanea, se non altro in virtù delle descrizioni e delle classificazioni tipologiche che hanno permesso di approfondire la conoscenza della realtà spaziale.
- L'individuazione di un paesaggio si fonda in primo luogo sulla percezione sensoriale.
- Il paesaggio possiede una doppia identità, riferibile da un lato all'aspetto strettamente materiale, cioè all'insieme degli oggetti fisici che lo compongono, e dall'altro a quello simbolico, nel senso che viene interpretato ed assume un significato particolare per ogni singolo osservatore e per i gruppi umani portatori di una determinata cultura. Il valore simbolico dei luoghi è elemento molto importante e quindi il potenziale simbolico del paesaggio e dei singoli siti od oggetti presenti sul territorio, trova facile riscontro nei cosiddetti "luoghi della memoria", che sono stati teatro di eventi e di situazioni di notevole importanza storica e culturale.
- Il paesaggio ha una sostanziale unicità ed originalità anche se non impedisce che a fini divulgativi o conoscitivi si possa procedere all'identificazione di tipologie similari basate sull'analogia e sul ruolo delle principali componenti fisiche ed antropiche.
- È necessario controllare e gestire razionalmente la sua evoluzione.
- La versatilità del concetto di paesaggio a livello teorico e metodologico ha favorito, per certi aspetti, gli studi e le ricerche di geografia regionale ed applicata, aprendo la strada tra l'altro agli apporti culturali e alle tecniche d'indagine di altre discipline scientifiche.
La definizione di paesaggio nelle varie lingue europee
È possibile cercare di cogliere l'essenza del concetto di paesaggio, analizzandolo nell'etimologia delle varie lingue. In italiano la parola "paesaggio" deriva dal latino "pagus" che può identificare non soltanto un singolo insediamento o località, ma talvolta anche una porzione di superficie terrestre di dimensioni più ampie, sulla quale trovano posto un maggior numero di oggetti geografici. Il francese "paysage", che risulta documentato nel periodo rinascimentale per definire l'oggetto rappresentato da un artista specializzato nella pittura di tipo agreste, sarebbe quindi usato per designare in pratica la veduta di un'area geografica con i suoi molteplici componenti materiali. Mentre il tedesco "landschaft" ha significati diversi nel linguaggio comune e nell'inglese "landscape" illustra la fisionomia di una specifica realtà geografica e acquista quel significato di scenografia che poi, nel secolo successivo, si è evoluto fino a comprendere l'aspetto complessivo di un'entità territoriale così come viene percepita attraverso i sensi, ed in particolare con la vista. Quindi il riferimento agli aspetti materiali e alla loro percezione sembra prevalere nella terminologia in uso nella cultura francese e in quella italiana, mentre aspetti più propriamente astratti e simbolici emergono nei termini della lingua tedesca e inglese. Anche nel panorama lessicale italiano il vocabolo "paesaggio" può assumere significati diversi a seconda del contesto in cui si colloca e finisce per avere un senso ed una connotazione specifica e soprattutto, se non esclusivamente, quando si accompagna ad un apposito attributo che ne chiarisce i contenuti. Nell'uso comune, dunque, il vocabolo paesaggio tendeva, almeno fino a qualche anno fa, ad essere associato ad un giudizio positivo sull'aspetto estetico dei luoghi osservati e ben difficilmente veniva utilizzato per designare una veduta panoramica sgradevole o poco attraente. In tempi recenti, in seguito alla diffusione dei movimenti ecologisti e delle relative istanze tendenti alla tutela dell'ambiente e al recupero delle aree degradate, esso viene però attribuito sempre più spesso anche a scenari dalle spiccate connotazioni negative, in particolare a quelli pesantemente alterati dall'intervento umano. In tal caso, esso appare comunque costantemente associato ad attributi negativi specifici e finisce in pratica per essere utilizzato come sinonimo di ambiente.
Qualche definizione più ampia
L'idea di paesaggio divenuta di uso comune risulta dunque in gran parte mutuata direttamente dall'esercizio delle arti figurative. In tale ambito, essa identifica da tempo una rappresentazione grafica che ha in effetti per oggetto uno scenario naturale, spesso di notevole valore estetico e qualitativo. La geografia ha fatto del paesaggio uno dei suoi principali oggetti e strumenti d'indagine. In effetti, su queste basi, è possibile affermare che in geografia, si dice paesaggio il complesso di elementi che costituiscono i tratti fisionomici di una certa parte della superficie terrestre. Il paesaggio geografico potrebbe quindi essere una sintesi astratta di paesaggi visibili, in quanto rileva di essi soltanto i caratteri che presentano le più frequenti ripetizioni sopra uno spazio più o meno grande, superiore in ogni caso a quello compreso da un orizzonte. Il paesaggio può rappresentare uno strumento ed un campo d'indagine per la geografia, in quanto sintesi ed immagine della struttura territoriale, da investigare in chiave storica per la ricostruzione della sua genesi e della sua evoluzione, in chiave funzionalista per interpretare le relazioni che intercorrono tra le diverse componenti naturali ed antropiche, e in chiave tassonomica per giungere ad una classificazione delle tipologie più frequenti e specifiche. Tuttavia il paesaggio viene anche identificato come una risorsa economica e culturale, formata da elementi che interagiscono tra loro e che, in linea con le più recenti concezioni geografiche e scientifiche, può essere considerato un sistema complesso da gestire e pianificare. Vale inoltre la pena notare come la definizione di partenza tenda a recuperare almeno in parte anche la percezione soggettiva, sia pure a livello sociale e collettivo piuttosto che individuale. Ciononostante, anche quest'ultima definizione di paesaggio lascia notevoli margini di indeterminatezza e da questo emerge comunque la difficoltà di giungere ad una definizione che soddisfi le aspettative e le esigenze.
Una definizione in negativo
In conclusione, alla domanda "che cos'è il paesaggio?" è forse più facile rispondere cosa non è. Procedendo per esclusione, il paesaggio non è sicuramente un sinonimo di ambiente, poiché, nonostante una sostanziale corrispondenza tra questi due termini sia stata a lungo sostenuta da geografi della fine dell'800, soprattutto tedeschi, che si limitavano a prendere in considerazione gli aspetti fisici e naturalistici, escludendo praticamente la presenza umana o limitandola ai soli aspetti ecologici, e quindi trascurando l'operato e la capacità di trasformazione del contesto naturale da parte dell'uomo. Appurato che il paesaggio non può prescindere dalla presenza dell'uomo, la differenza tra ambiente e paesaggio risiede semmai nel fatto che il primo termine tende ad indicare un'entità spaziale oggettiva, anche se a livello essenzialmente razionale, mentre il secondo prende in considerazione il sistema territoriale, in quanto prodotto di una specifica cultura e portatore di valori simbolici, metaforici e tende quindi ad interpretarlo con un approccio relativamente soggettivo. Ma il paesaggio non è neanche sinonimo di ecosistema. Il legame tra essi è stato messo in risalto soprattutto nella cosiddetta "ecologia del paesaggio" dove si tende a considerare il paesaggio come una semplice dimensione spaziale all'interno della quale si sviluppano i processi biologici ed ecologici. Dal momento che l'ecosistema è un sistema aperto, cioè che instaura scambi di energia e di materia con l'esterno, finisce per interagire con quelli adiacenti, formando un "sistema di ecosistemi" ben riconoscibile e circoscritto, che corrisponderebbe appunto al paesaggio. Il limite evidente di questa concezione è quello di ridurre il paesaggio ad un mero spazio ecologico, dal quale viene praticamente escluso l'uomo, con la sua capacità di organizzare, plasmare e valorizzare il paesaggio dal punto di vista formale, funzionale e simbolico.
Per quanto concerne il territorio, la corrispondenza è sicuramente più stretta, in quanto entrambi frutto dell'organizzazione dello spazio da parte dell'uomo, mentre non sembra condivisibile l'affinità, nonostante l'opinione di numerosi e valenti geografi del passato, tra paesaggio e regione. Oltre alla differenza di scala, il primo infatti può essere considerato come una manifestazione concreta ma anche simbolica e spazialmente limitata dell'organizzazione regionale, mentre la seconda si caratterizza da un punto di vista esteriore per i paesaggi che la compongono, ma anche per la complessità e le dimensioni della sua struttura funzionale. In definitiva, le evidenti difficoltà a circoscrivere l'ambito lessicale e semantico tendono a ripercuotersi inevitabilmente sulla possibilità di giungere a formulare una definizione oggettiva ed esaustiva di paesaggio. Un contributo sostanziale in questa direzione può però derivare dall'analisi dell'evoluzione storica e teorica del concetto di paesaggio.
Capitolo 2: Evoluzione del concetto di paesaggio
Per individuare i primi rudimenti di una geografia del paesaggio, occorre risalire a periodi storici molto remoti, ovvero all'antica Grecia. Vale la pena rimarcare la spiccata sensibilità dei Greci nei confronti degli aspetti estetici, scenografici e simbolici dei luoghi. Nei testi dei geografi greci compaiono spesso descrizioni di luoghi che, per essere basate soprattutto sugli aspetti visivi e per aver preso in considerazione spazi relativamente ampi e omogenei nella loro globalità e complessità, possono a loro volta richiamare alla mente una remota idea di paesaggio. Ma questa presumibile somiglianza di contenuti con gli studi di carattere empirico – analitico redatti nell'ambito della moderna geografia del paesaggio non deve trarre in inganno e far ipotizzare degli anacronistici antecedenti culturali. Mancava infatti nel mondo greco, e non poteva essere altrimenti in questa fase di evoluzione del pensiero geografico, un concetto di paesaggio assimilabile a quello attuale, con le sue potenzialità d'indagine e di sintesi nell'ambito della conoscenza del territorio, mentre semmai era più sviluppato quello di regione, sia pure limitatamente agli aspetti del tutto formali. La descrizione degli scenari che facevano da sfondo agli avvenimenti narrati dagli storici ed ai logografi, infatti, rispondeva in definitiva ad una semplice esigenza di chiarezza espositiva, soprattutto quando si trattava di illustrare e spiegare realtà esotiche assolutamente estranee alla cultura greca.
Un contributo ben più sostanziale all'affinamento delle tematiche e del concetto di paesaggio è in effetti quello che si ricollega allo sviluppo delle arti figurative verso la fine del medioevo e del rinascimento. Agli inizi dell'epoca rinascimentale una serie di fattori predisponenti di natura strutturale e culturale aprono di fatto le porte ad una riflessione teorica e metodologica sull'uso, la sistemazione e la rappresentazione degli spazi. Con l'introduzione della teoria e della tecnica della prospettiva, si stabiliscono in effetti i criteri per la rappresentazione grafica degli spazi, privilegiando il reale rispetto all'ideale e il metodo rispetto all'estro dell'artista.
Il merito di aver portato alla ribalta la concezione di paesaggio nell'ambito della ricerca geografica spetta ad uno dei padri fondatori della disciplina, per quanto concerne la sua evoluzione moderna e contemporanea, vale a dire Alexander Von Humboldt, il quale riesce a combinare nell'ambito del termine paesaggio la doppia valenza di paesaggio come percezione estetico – sentimentale e come ordinamento razionale dello spazio terrestre. Il Kosmos (1845 – 1858), l'opera che convinse l'intera borghesia europea, russa e americana ad apprendere le scienze naturali, porta il concetto di paesaggio definitivamente mutato per la prima volta da concetto estetico in concetto scientifico, passando dalla letteratura artistica e poetica alla geografia caricandosi di un significato del tutto inedito. Humboldt è convinto che ogni osservazione scientifica riposi su di una credenza metafisica, ovvero l'uomo non osserva a caso qualcosa ma soltanto ciò che gli interessa. Humboldt spiega inoltre come il paesaggio e la sua rappresentazione possano costituire uno stimolo ad approfondire la conoscenza della natura. Il paesaggio quindi può rappresentare il punto di partenza per stimolare il desiderio di approfondimento degli elementi del sistema naturale e delle leggi che ne regolano il funzionamento e lo strumento per portare avanti l'opera di riconversione culturale della borghesia europea.
Le idee di Humboldt vennero riprese e sviluppate dall'amico e contemporaneo Karl Ritter che introdusse l'elemento umano nel paesaggio e pose come fine principale della ricerca geografica il riconoscimento delle leggi che regolano il funzionamento del mondo, inteso come frutto della provvidenza divina. Si tratta dunque di una chiara concezione teologica, nel cui ambito il paesaggio non è considerato semplicemente per il suo aspetto esteriore e per la sua maggiore o minore qualità estetica, ma in quanto espressione materiale del volere divino che il geografo ha il dovere di conoscere e descrivere per celebrarne la somma grandezza e l'amore nei confronti dell'umanità. In definitiva l'interpretazione di Humboldt è illuminista, mentre quella di Ritter è romantica.
Già a partire dagli anni settanta del XIX secolo altri contributi critici contribuirono ad identificare nel paesaggio uno dei principali oggetto di studio della geografia scientifica. È da questo momento che il paesaggio viene riconosciuto come un oggetto di studio da parte della geografia in quanto "poiché il paesaggio è l'unica forma di realtà accessibile al geografo, esso equivale alla realtà geografica stessa".
Le matrici culturali di questo tipo di approccio oggettivista e fiscalista sono da ricercare in particolare nella diffusione dell'evoluzionismo darwiniano sviluppatosi nell'ambito della corrente filosofica positivista e nei successi delle scienze naturali. Al centro degli interessi di questo filone di pensiero geografico si colloca appunto il rapporto uomo – ambiente con quest'ultimo che svolge una funzione determinante e vincolante sul primo, fino a condizionarne l'evoluzione dal punto di vista antropologico, culturale e perfino intellettuale.
Ad una simile visione determinista e fiscalista del rapporto uomo – ambiente si oppone ben presto la scuola francese, con una visione possibilista che può essere contenuta in queste proporzioni:
- La natura non esprime solo vincoli ma anche possibilità di occupazione del territorio e di utilizzazione delle risorse fisiche.
- Le comunità, pur all'interno di evidenti condizionamenti, esercitano una scelta tra le possibilità loro offerte dall'ambiente fisico.
- La scelta è compiuta in base alla cultura e alla tecnologia e risente anche di circostanza storiche.
- Di conseguenza, su questi ultimi aspetti che fanno dell'uomo un fattore geografico, va messa a fuoco l'attenzione del geografo, che deve restare sensibile e cogliere il substrato fisico dell'organizzazione del territorio.
In altre parole, il paesaggio non viene più inteso come un insieme di elementi fisici, per la cui analisi occorre fare riferimento soprattutto alla geomorfologia, alla geologia, all'idrografia e alla botanica, ma come un sistema di caratteri naturali ed antropici, nel quale l'organizzazione sociale, la tecnologia e la cultura giocano un ruolo altrettanto determinante rispetto all'ambiente. Il concetto di paesaggio naturale non viene tuttavia denigrato ed abbandonato completamente, ma viene affiancato a quello di paesaggio geografico, nel quale tendono ad assumere particolare rilevanza le componenti antropiche, culturali e storiche.
La centralità del tema del paesaggio, esasperata verso la fine del XIX secolo al punto da essere ritenuta l'unico autentico oggetto d'indagine della geografia, viene accolta almeno inizialmente in maniera abbastanza passiva ed assiomatica dalla comunità scientifica internazionale, in virtù soprattutto del ruolo trainante ed egemonizzante svolto in questo periodo dalla geografia e dalla cultura tedesca e della facile credibilità dei presupposti teorici ed epistemologici. Le conseguenze di questo atteggiamento condizionarono in maniera evidente la produzione scientifica per parecchi decenni, concretizzandosi in una lunga serie di contributi a prevalente carattere d.
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