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Voci sul paesaggio

Ugolini

Il concetto di paesaggio compare tra il 400 e il 500 e prende forma in ambito pittorico inteso come panorama, insieme di bellezze naturali. Generalmente funge da sfondo ed è in funzione del soggetto principale rappresentato. Solo con il romanticismo diventa soggetto caricandosi di valenze e significati. Dalla pittura deriva il senso comune di intendere il paesaggio come semplice veduta, scenario gradevole (seppur con l’eccezione quando si vuole evidenziare la forza della natura quali avversità climatiche, tipo tempeste, o fatti calamitosi, tipo esplosioni vulcaniche).

In realtà il paesaggio presuppone una soggettività derivante dal giudizio e dai valori che ognuno porta con sé e che comunque possono modificarsi con gli anni. Il concetto di paesaggio ha rappresentato nella geografia il fulcro della disciplina stessa dall’800 e continua ancora oggi ad esserne un caposaldo. La geografia si è nel tempo impegnata su due versanti: da un lato, teorico, è stata capace di aggiornare concetti e metodi; dall’altro, empirico, ha promosso studi, progetti, programmi e piani di intervento. Si è quindi impegnata nell’informazione e nella formazione di cittadini sempre più responsabili e rispettosi verso il resto dell’umanità e verso gli ecosistemi.

“Voci sul paesaggio” coinvolge diverse professionalità che si occupano di paesaggio allo scopo di mettere in moto possibili sinergie tra vari saperi ed approfondire competenze reciproche.

Il paesaggio tra illuminismo e positivismo

La geografia da sempre ha evitato una posizione estetica rispetto al concetto di paesaggio. È Alexander Von Humboldt (prima metà 800) a fare del paesaggio un tema spiccatamente geografico ed è da questo momento che si sviluppa una pluralità di posizioni a seconda dell’approccio adottato.

Alexander Von Humboldt passa dal concetto contemplativo tipico dei pittori a quello scientifico, in grado di fornire una spiegazione razionale e quindi analitica del mondo. Il geografo tedesco riesce a spostare il concetto dal linguaggio comune a quello scientifico senza però contestare o criticare il significato attribuito al termine ‘paesaggio’ dalle arti ed alla letteratura. In pratica egli non contesta la valenza estetica del paesaggio ma la pone in contrapposizione alla “chiara conoscenza” frutto del rigoroso processo scientifico.

Il grande geografo tedesco distingue il paesaggio sentimentale che nulla ha di scientifico e rappresenta il primo stadio della conoscenza, dal paesaggio sottoposto all’esame analitico scientifico. Humboldt comincia a far circolare le sue idee attraverso i salotti senza contrastare le idee correnti ma cercando di far assorbire le sue idee scientifiche. Alla base delle sue convinzioni e del suo insegnamento sta la filosofia illuminista, intesa come modo di procedere svincolato da ogni credenza. Grazie a lui il concetto di paesaggio muta definitivamente passando da estetico a scientifico.

Ricapitolando, egli procede con la logica illuminista e ogni pensiero e procedimento è basato sulla ragione. Considera il paesaggio un ordinato complesso di componenti naturalistici ed interventi umani guidati da logiche indagabili e spiegabili e la scienza è in grado di guidarci alla conoscenza del paesaggio come insieme di elementi fisici, di componenti naturali e di azioni umane legate dal principio di casualità.

Per Humboldt il paesaggio consiste nelle forme che il territorio assume in conseguenza di nessi di causa effetto tra le strutture fisiche e il modo di abitare e sfruttare le risorse locali. Per studiare il paesaggio è necessaria una investigazione ragionata e un metodo scientifico.

Diversa la geografia e il modo di intendere il paesaggio di Carl Ritter, contemporaneo di Humboldt. Tra i due si può osservare una certa affinità di vedute ma per Ritter la realtà territoriale non può essere spiegata e compresa in termini di causa-effetto poiché egli parte dall’esistenza di una realtà non visibile (importante quanto è più di quella visibile). Rispetto a Humboldt, Ritter è influenzato da una profonda convinzione religiosa che gli fa vedere nel paesaggio segni e valori.

Nel ricco panorama tedesco ricordiamo Ratzel che vive in un periodo complesso (crisi del romanticismo, affermazione del positivismo). Influenzato dall’evoluzionismo di Darwin sottolinea come l’ambiente e il paesaggio determinano l’uomo e il suo comportamento. La Natura emerge in tutta la sua grandezza e forza condizionante. Ben presto il concetto di paesaggio avrebbe conosciuto una radicale trasformazione.

Il paesaggio e la scuola possibilista

Il pensiero geografico francese è segnato da una svolta totale e porta ad un riscatto del paesaggio soprattutto grazie all’opera di Paul Vidal la cui regola di lavoro era: descrivere, poi definire e infine spiegare, senza assumere a priori posizioni di dottrina. In questo periodo la Germania aveva sottratto alla Francia l’Alsazia e la Lorena ma entrambi i territori erano presenti nell’illustrazione cartografica della Francia. Il paesaggio assume quindi un ruolo ideologico assicurando la presenza virtuale di queste due parti sul territorio nazionale.

Vidal non rinnega l’importanza dell’elemento naturale nel produrre paesaggio e questo sembra collegarlo alla scuola tedesca ma il suo discorso si articola su un doppio binario costituito da natura e collettività sociali. La natura non è considerata in sé e per sé, ma in rapporto alle influenze e interazioni con le comunità umane. Queste influenze possono essere sia positive che negative, mutare nel corso del tempo sia perché la natura evolve, sia perché cambia il modo di interagire degli uomini, in rapporto ai fattori culturali e tecnologici, vale a dire alle conoscenze scientifiche ed ai possibili strumenti impiegati per intervenire sul territorio che mutano, entrambi, più velocemente della natura. Egli pone inoltre l’accento su un altro e importante elemento, vale a dire le opere e i comportamenti delle comunità umane che agiscono proprio in base alla loro cultura, a sua volta frutto di un processo storico.

Per Vidal i 4 elementi, due naturali (opportunità e condizionamenti) e due sociali (cultura e tecnologia), producono lo spazio organizzato che dà forma al paesaggio. Al geografo spetta il compito di individuare le forze in campo e di spiegare l’interazione tra esse.

Il paesaggio rappresenta una realtà soggetta ad evoluzioni così come lo è la società (visto il forte legame). Quindi il paesaggio non è altro che l’effetto di processi naturali e storici ed è sempre unico perché costruito dalla cultura, sempre particolare, delle comunità locali che hanno interagito con la natura. Da questo processo prendono di conseguenza vita le regioni distinte le une dalle altre. La regione è una parte del territorio con una sua originalità culturale perché prodotto della storia, e con originalità organizzativa perché espressione di esigenze sociali.

La regione è un organismo con una sua individualità, con una sua personalità espressa proprio dal paesaggio che esprime le relazioni fra comunità umana e natura, tra storia sociale ed eventi fisici. (questo concetto di paesaggio sarebbe stato in realtà formulato per la prima volta non da Vidal ma da Élisée Reclus troppo vicino all’influenza tedesca e per questo gli sarebbe stato preferito Vidal più “spolitizzato”)

Per Vidal e molti suoi seguaci il paesaggio è un processo in divenire, dipendente da dinamiche per nulla prevedibili, e in ogni caso da mettere in rapporto sempre alle possibili opzioni dell’essere umano, il quale sceglie fra diverse possibilità offerte dall’ambiente. L’uomo ha quindi un ruolo attivo e creativo nella costruzione del paesaggio che non è un semplice prodotto, anzi in esso si colgono i fatti umani, frutto della cultura e della tecnologia, che intervengono sempre più sull’ambiente.

Regione e paesaggio coincidono anche per Jean Brunher. Regione e paesaggio, per entrambi i geografi francesi, costituiscono uno spazio a misura d’uomo. Per Bruhner lo spirito geografico consiste nel sapere aprire gli occhi e guardare.

Più tardi anche Pierre George (1909-2006) riprende l’importanza dello sguardo e l’obiettivo del geografo è quello di aiutare “a cogliere i dettagli di quella costruzione complessa che è il paesaggio”. Lo sguardo deve essere prima analitico, teso ad individuare i singoli elementi poi pervenire a una visione unitaria del paesaggio.

Sorre, fondatore di un indirizzo socio-ecologico della geografia, parla di segni e dell’importanza dell’osservazione diretta: il paesaggio va osservato, letto, interpretato. Tutta la geografia per Sorre consiste nello studio del paesaggio. Sulla scia di Vidal si sono inseriti altri geografi francesi. Fra questi Lucien Febvre è il primo a parlare di possibilismo. Non esistono necessità inevitabili, ma solo possibilità offerte dall’uomo: la natura propone e l’uomo prende le sue decisioni, modificando di conseguenza il territorio e il paesaggio secondo le conoscenze e le tecnologie in suo possesso.

Per Febvre “Tutta la geografia è nell’analisi del paesaggio” che rappresenta l’oggetto principale dell’indagine geografica, in una prospettiva possibilista che esclude ogni forma e sorta di determinismo naturalistico. Anche per il possibilismo il paesaggio resta comunque esterno al soggetto e per coglierlo sotto un’altra luce si dovrà attendere la geografia umanistica.

È giusto ricordare che lo studio del paesaggio con Vidal e i suoi allievi raggiunge il suo massimo, tanto che Emmanuel De Martonne critica il congresso geografico internazionale del 1938 che dedica al paesaggio solo una sezione, quando per lui il paesaggio rappresenta tutta la geografia.

Bisogna inoltre ricordare il geografo Etienne Juillard che negli anni 60 definiva il paesaggio “una combinazione di tratti fisici e umani che tendono a ripetizzarsi. È evidente che il geografo sembra non prendere in adeguata considerazione le interazioni fra elementi fisici e umani non valutando scelte umane, contesto economico e tecnologia. Il geografo sembra quindi assumere il semplice ruolo passivo di osservatore.

George parte sempre dall’uomo abitante, pur ponendo l’accento sull’uomo produttore e consumatore, e definisce il paesaggio come “la risultanza di retaggi e di forze passate o attuali che sfuggono al campo del visibile quali eventi geologici e storici, flussi di capitali, intrecci di poteri e decisioni legate alle strutture”.

Intorno agli anni Sessanta sia in Francia che in Germania si fa strada l’idea di un paesaggio pensato teoricamente, nato dall’esigenza di pianificazione spaziale, lontano però dallo spazio vissuto e dall’espressione di cultura. È un’organizzazione del territorio conseguente all’applicazione di modelli astratti e applicati allo spazio agrario (Von Thünen), industriale (Weber) o terziario e urbano (Cristaller) che rispondono a interessi economici e politici e sono indifferenti all’identità e alla cultura (viene quindi ridotto ad oggetto di consumo).

La riappropriazione del paesaggio come prodotto soprattutto culturale ritorna negli anni 80.

Il paesaggio tra indirizzo sistemico e umanistico

La scuola francese aveva considerato il paesaggio come esterno e allo stesso tempo come una manifestazione del rapporto tra comportamento sociale e natura. Negli anni 70 prendono vigore impostazioni che rivalutano la componente naturale. In questo decennio il dibattito e le ricerche sembrano muoversi secondo due indirizzi principali: quello sistemico-ecologista e quello umanistico.

Nel primo la geografia risente del metodo scientifico che prospetta una visione sistemica. Riemerge così lo sguardo positivista sul paesaggio e nel tentativo di percorrere nuove strade, prendono forma due filoni: lo studio del paesaggio come geosistema e l’ecologia del paesaggio. Il primo si sviluppa in Francia e Russia dove influenza la pianificazione territoriale si basa su tre punti così presentati al congresso geografico internazionale di Parigi del 1984:

  • Il territorio è un insieme di geosistemi cioè un insieme di elementi fisici strettamente interconnessi tanto da costituire un unicum che si evolve nel tempo.
  • Il paesaggio è la manifestazione sensibile visibile di questi geosistemi regolati da relazioni sostanzialmente geologiche.
  • Lo studio del paesaggio è l’occasione per indagare, spiegare le strutture e meccanismi dell’evoluzione territoriale e quindi per arrivare ad una conoscenza rigorosamente scientifica del territorio per poterla analizzare, capire, comprendere, interpretare e progettare.

In base a questo si arriva ad un connubio molto stretto tra ecologia, geologia e geomorfologia. La geografia francese, influenza della visione geosistemica, ha identificato così le regioni naturali, partendo dall’analisi di aree piccole e omogenee, che si uniscono in unità contigue fino a formare il sistema della regione con le sue peculiarità sia formali sia funzionali.

Seguire questa strada avrebbe significato continuare a considerare il paesaggio solo nei suoi aspetti fisici, cosicché tra gli anni 70/80 si torna a riconsiderare gli elementi umani, pur limitandosi prevalentemente alle condizioni sociali economiche e soprattutto alle forme collegate all’agricoltura e all’allevamento poiché in esse si evidenzia meglio il rapporto causale tra elemento naturale ed economico.

Si sviluppa in questo modo un indirizzo che nasce come reazione allo strutturalismo e all’idea di ridurre il territorio ad una struttura spiegata con rapporti di causa-effetto e di porre il soggetto in secondo piano (declassando di fatto gli aspetti umani e culturali).

Al contrario la geografia umanista pone il soggetto in primo piano, al centro della rappresentazione nel rapporto con il territorio. Non si parla più di territorio o di spazio ma di luogo e il paesaggio non è più l’insieme delle forme spaziali, ma è frutto di una relazione particolare tra il soggetto e luoghi i quali sono connotati da simboli e valori. Il soggetto assume forza e importanza perché il solo in grado di riunire e di cogliere i simboli della rappresentazione presenti in un paesaggio.

Un paesaggio viene studiato, analizzato, descritto raccontato non più in base agli elementi omogenei, ma piuttosto in base alla personalità dei luoghi all’identità cioè, agli aspetti che caratterizzano e li rendono unici e ripetibili. Il geografo ne indaga cultura e condizioni sociali.

Elementi fisici e antropici erano già stati presi in conto da diversi geografi ma considerare il soggetto nel paesaggio significava portare la filosofia nel campo della geografia suscitando un nuovo dilemma: la realtà va valutata in sé e per sé oppure va vista come proiezione del soggetto? In questo caso i luoghi sono oggetto di rappresentazione perché rientrano nella sfera esistenziale del soggetto attraverso un legame che non può essere prodotto della ragione, ma scaturisce dalle emozioni individuali. È quindi l’emozione individuale a generare la rappresentazione che il soggetto ha del paesaggio.

Roger Brunet tenta un compromesso: superare la rigida visione del paesaggio come geosistema dando più valore agli aspetti umani e assicurando maggiore attenzione al soggetto, senza tuttavia farne il fulcro della rappresentazione: evita così un esasperato soggettivismo. Introduce il discorso geografico la percezione perché considera il modo in cui il soggetto percepisce il paesaggio. La percezione è un processo mentale, frutto di esperienze e conoscenze culturali che aggiungono qualcosa in più al semplice sistema cosicché, facendo interagire le due sfere (percettive strutturale), giunge una visione più completa del paesaggio. Di qui la sequenza di tre momenti nel metodo geografico: percezione, spiegazione e azione.

Diversamente da Brunet alcuni geografi prendono una strada più radicale e il paesaggio diventa una realtà soggettiva, una proiezione del soggetto sul territorio. La prospettiva umanistica e la sua visione del paesaggio ha trovato un nuovo e rinnovato impulso negli anni 90 grazie a Herbert Lehman, dando origine a un filone definito spiritualista. La visione spiritualistica sottolinea il ruolo della spiritualità di un paesaggio che precede e sopravanza la capacità razionale del soggetto che percepisce, cosicché solo una personalità di alto profilo spirituale e culturale può cogliere in modo sublime il paesaggio nella sua completezza (poeti, artisti, pittori, musicisti). Tra i soggetti più vicini a questo indirizzo va menzionata Giuliana Andreotti.

Un percorso alternativo a questo, e comunque con alcune convergenze, è quello semiotico. In questo modo il paesaggio si arricchisce di connotazioni simboliche molteplici. Si estende in questo caso l’attenzione anche ad aspetti estetici, al gusto, al colore, ai suoni, agli odori mettendo una posizione anche in questo caso preminente del soggetto. Si crea una relazione tra soggetto, segno e significato. Probabilmente per questo suscita grande interesse e sono motivo di studio e di analisi perché, essendo totalmente pensati e costruiti, quindi in ogni elemento intriso di storia e di valenza spirituale, più di qualsiasi altro paesaggio sono carichi di simboli: un oggetto, un monumento per esempio esprime un segno-simbolo che è espressione di un significato. Ciò vale naturalmente anche per gli spazi extra urbani che possono parlare per esempio della civiltà contadina. Dunque paesaggio non è più, o meglio, non è solo costituito da componenti fisiche e umane.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Thomas Shape di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia e didattica della geografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Ugolini Monica.
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