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Riassunto esame Fondamenti di conservazione, prof Maramotti, libro consigliato La cultura del restauro, Casiello Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Fondamenti di conservazione dell'edilizia storica e della prof. Maramotti, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La cultura del restauro, Casiello. Gli argomenti trattati sono i seguenti: La cultura del restauro tra ottocento e novecento, Quatremére de Quincy, Camillo Boito, Alfredo D'andrade, Alfonso Rubbiani, Alois Riegl,... Vedi di più

Esame di Fondamenti di conservazione dell'edilizia storica docente Prof. A. Maramotti

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ESTRATTO DOCUMENTO

QUATREMÉRE DE QUINCY

Il contributo offerto da Quatremére de Quincy (1755-1849) alla cultura del restauro è dovuto alla

definizione dello stesso termine Restauro proposta nel suo Dizionario storico di architettura e dalla

sua costante attività di opposizione all'alienazione dei maggiori monumenti francesi ed all'opera di

spogliazione di quelli stranieri. La critica ha letto in termini contrastanti le sue tesi: da un lato

hanno sottolineato l'originalità della distinzione tra interventi di restauro per le opere d'arte

scultoree e quelli per l'architettura; viceversa, vi è chi ha visto in Quatremére de Quincy

solamente un precursore delle tesi di Viollet-le-Duc, in quanto sostenitore di un concetto di

restauro inteso come completamento. Infatti, egli, crede che l'unità debba essere posta come fine

sia della progettazione che del restauro; pertanto ritiene che sia possibile sostituire la materia al

fine di ricomporre l'unità perduta. Il Dizionario storico di architettura è un'opera laboriosa e

complessa che aveva rivestito un importante ruolo normativo per l'architettura del classicismo

accademico arrivando a stabilire ciò che verrà chiamata la dittatura accademica. Il suo scritto

faceva parte di un ampio progetto di Charles-Joseph Panckoucke, l'Encyclopédie Méthodique, il

quale aveva proposto a Quatremére di riunire nella forma di un dizionario i materiali principali di

una storia universale dell'architettura. La parola Restauro viene definita da Quatremére come il

rifacimento di parti guaste e mancanti ad una cosa per vecchiaia o altri motivi; ma questa voce era

più adatta in materia di scultura che di architettura. La voce restauro si può suddividere in 2 parti:

- nella prima l'autore puntualizza la distinzione tra gli interventi sulle sculture e quelli sulle

architetture. Innanzitutto, mentre il completamento delle opere scultoree necessita di un

contributo creativo, questo non avviene nel restauro architettonico perché l'architettura si

compone di parti simili che possono essere copiate o riprodotte con un'operazione quasi

meccanica; inoltre è impossibile adattare alla metà di una statua la metà che gli manca, mentre,

per l'architettura, questo è fattibile. L'integrazione del monumento è dunque auspicabile in

quanto è la materia che viene sostituita, mentre il modello viene recuperato. Parallelamente,

viene però sostenuta la necessità di una distinzione tra le parti originarie del monumento e quelle

aggiunte: riproducendo solamente le masse di queste parti nelle loro forme e proporzioni, al fine

di evitare che l'osservatore possa incorrere in errori di lettura o interpretazione.

[restauro al peristilio del Pantheon di Roma]. Condannando il ripristino di parti mancanti con falsi

storici identici agli originali ed introducendo il concetto di manutenzione come alternativa,

preferibile, all'intervento di restauro, Quatremére de Quincy anticipa quanto verrà poi ripreso

nelle enunciazioni teoriche successive.

- la seconda parte della voce Restauro è dedicata più propriamente al restauro architettonico, con

particolare riferimento ai monumenti archeologici. Quatremére critica apertamente la

concezione inglese romantica del riunismo contrapposta a quella del ripristino e cerca di dare

delle indicazioni originali tentando, in primo luogo, il superamento della divisione tra

ripristinatori e ruderizzatori. La misura delle restaurazioni devono dipendere dal maggiore o

minore interesse che vi si associa, andando oltre ad un giudizio di valore inteso come parametro

discriminante, poiché esso dipende sia dall'interesse che il monumento riveste, che dal suo grado

di deterioramento. [restauro all'Arco di Tito a Roma].

Un altro termine trattato nel Dizionario di Quatremére è quello di Monumento; nel significato

generico esso è definito come un segno proprio a richiamare la memoria dei fatti e viene usato

indifferentemente parlando del più grande edificio e della più piccola medaglia. L'idea di

monumento, più relativa all'effetto dell'edificio che al suo oggetto o destinazione, può applicarsi

ad ogni genere di fabbricati; rendendo questo concetto molto più esteso rispetto alla tradizione

che associava il termine a poche emergenze architettoniche o artistiche ed anticipando il binomio

monumento-documento che tanta importanza ha avuto nel più recente sviluppo della critica

storica. È dunque implicito il principio di soggettività e temporaneità dell'attribuzione del termine

monumento a gran parte dell'architettura e viene così anticipata la necessità di esprimere un

giudizio di valore per l'individuazione di ciò che è degno di essere conservato. Quatremére de

Quincy è stato uno dei primi e più convinti sostenitori della conservazione in situ delle opere d'arte

ed intraprese una forte lotta contro tutte le forme di spoliazione dei monumenti, in particolar

modo quelle operate dal generale Napoleone Bonaparte in Italia, anticipando un moderno ed

essenziale concetto di tutela che afferma che i beni culturali sono una proprietà inalienabile. Non

tollerò che si depauperasse un vasto patrimonio per ammassare oggetti nei musei e accusò i

conservatori dei musei di compiacersi di pure esteriorità formali, impedendo al pubblico di

compiere un'esperienza di cultura. Le due condizioni che ritiene fondamentali al fine di garantire

una universale fruibilità dell'arte sono: consentire il libero accesso alle opere e salvaguardarne le

molteplici radici che ne caratterizzano la contestualità. Egli afferma che non importa quale sia il

paese depositario purché rimangano pubbliche e ben conservate. Tante altre sono le idee

innovative di Quatremére contenute nel libro Lettres à Miranda pubblicato nel 1796 come ad

esempio la proposta di avviare una sistematica produzione di calchi delle opere d'arte e

l'esortazione ad intraprendere o intensificare gli scavi nelle antiche provincie dell'Impero romano.

LA TUTELA IN FRANCIA TRA RIVOLUZIONE E SECONDO IMPERO

 VIOLLET-LE-DUC

 FEDERICO TRAVAGLINI

 JOHN RUSKIN

 WILLIAM MORRIS

 CAMILLO BOITO

Camillo Boito (1836 - 1914) lavora per quasi tutto il XIX secolo; nell'arco della sua carriera, i criteri

sul restaurare si sono fortemente mutati così come il suo giudizio riguardo al restauro. In gioventù,

Boito considerava Viollet-le-Duc un'autorità indiscussa e riconosciuta, egli, infatti aderì al modello

dell'architettura medioevale e, anche le sue prime esperienze di restauro, propone rifacimenti in

stile. Boito, infatti, sosteneva che le rovine di un vecchio castello medioevale sono mute per i più:

la progressiva estinzione di segni e degli elementi connotativi nega ogni immediata

comunicazione, inducendo ad interrogativi senza risposta; tali interrogativi possono essere sciolti

soltanto dagli studiosi che sanno dedurre la verità raccogliendo pazientemente le informazioni da

documenti e dati diversi. La rappresentazione del vero e la completa finzione stimolano come a

teatro le emozioni di ognuno. Più tardi, invece, muterà le sue tesi affermando che la conoscenza

profonda dell'architettura, quella delle stratificazioni successive che documentano l'appartenenza

alle diverse epoche, dovrebbe indurre, viceversa, al rispetto delle testimonianze di arte e storia.

L'imitazione delle forme del passato e l'uso dei vari stili nella progettazione architettonica

(eclettismo) costituiscono un ostacolo alla moderna architettura e conducono, nel restauro, al

ripristino, ossia a quel tipo di intervento che tende a restituire all'edificio lo stile delle origini, e che

finisce per proporne una dimensione ingannevole. L'unità di stile compete alla nuova architettura,

non ai vecchi monumenti.

I restauratori possono causare manomissioni irreversibili ai monumenti, a volte soltanto per

ignoranza, a volte per estrema abilità. Nel primo caso l'opera è perduta per sempre, mentre nel

secondo, a lavoro compiuto, nessuno saprà distinguere i rifacimenti e le integrazioni dalle parti

originarie, il falso dall'autentico. Meglio allora parlare di conservazione; la conservazione è

benefica e la prudenza deve costituire una regola inderogabile quando si opera su un oggetto

antico. Per i restauri architettonici sono da osservare due criteri essenziali:

- bisogna fare l'impossibile per conservare al monumento il suo vecchio aspetto artistico e

pittoresco;

- bisogna che i compimenti e le aggiunte, se sono indispensabili, mostrino di non essere opere

antiche ma opere d'oggi.

Queste conclusioni costituiscono il superamento delle teorie di Viollet-le-Duc e di Ruskin,

considerate da Boito contrapposte. Il concetto di monumento, alla sua epoca, si applicava solo a

quegli oggetti privilegiati dal criterio selettivo del metodo storicistico, e la principale ragione

dell’azione di conservazione è la loro classificazione ed il recupero del loro modello architettonico

perseguito con un linguaggio che riprendeva quello del passato (eclettismo storicistico), che

permetteva una mediazione fra coerenza architettonica e leggibilità delle aggiunte.

Boito distingue l'arte del restauro in tre categorie:

- restauro archeologico: riguarda il periodo dell'Antichità;

- restauro pittorico: riguarda il periodo del Medioevo;

- restauro architettonico: riguarda il periodo del Rinascimento.

Per quanto riguarda le questioni delle aggiunte, nella maturità, Boito afferma che esse devono

considerarsi non come veri e propri restauri ma come nuovi corpi di fabbrica, nei quali

l'espressione dell'arte di oggi, non solo giova al monumento, ma è necessaria per l'arte

contemporanea. Inoltre, sostiene che tutte le stratificazioni posseggono il loro valore e, pertanto,

devono essere rispettate; le rimozioni inevitabili vanno dunque limitate a ciò che realmente

disturba. La liberazione del monumento appare dunque lecita se rafforza le qualità artistiche del

monumento (anticipando le teorie di Brandi sull'importanza del valore storico e di quello estetico).

In Boito la fascinazione per l'arte coincide con il richiamo al Medioevo comune a tanti protagonisti

dell'800 europeo; questa scelta lo condannerà agli occhi delle generazioni successive.

Nel 1883 Camillo Boito partecipa al IV Congresso nazionale degli ingegneri e architetti come

membro della commissione esecutiva ed in questa occasione egli propone una teoria del restauro

fondata sulla legittimità dell’istanza storica e sulla necessità della salvaguardia della autenticità del

monumento; riprendendo anche una massima di Didron (1839): "meglio consolidati che riparati,

piuttosto riparati che restaurati". Le conclusioni raggiunte dalla commissione di architettura

verranno raccolte in un documento noto come la prima Carta del Restauro italiana.

I principi fondamentali della Carta del restauro sono:

- differenza di stile fra il nuovo e il vecchio;

- differenza di materiali di fabbrica;

- soppressione di sagome e di ornati;

- mostra dei vecchi pezzi rimossi, aperta accanto al monumento;

- incisione in ciascun pezzo rimosso della data del restauro;

- epigrafe descrittiva incisa sul monumento;

- descrizione e fotografie dei diversi periodi del lavoro, deposte nell’edificio o in luogo prossimo

ad esso, oppure descrizione pubblica per le stampe;

- notorietà.

Carta del restauro del 1883:

articolo 1: “I monumenti architettonici, quando vi sia la necessità di porvi mano, devono piuttosto

venire consolidati che riparati, piuttosto riparati che restaurati, evitando le aggiunte e le

rinnovazioni.”

articolo 2: “nel caso che aggiunte o rinnovazioni siano indispensabili, esse devono essere compiute

con carattere diverso da quello del monumento, ma non devono urtare troppo con il loro aspetto

artistico.”

articolo 3: “Quando si devono compiere cose distrutte o non ultimate in origine, i pezzi aggiunti o

rinnovati, pur assumendo la forma primitiva, devono essere di materia evidentemente diversa, o

portare incisa la data del restauro.

articolo 4: “Per i monumenti che traggono la bellezza dalle circostanze pittoresche in cui si

trovano, o dallo stato rovinoso in cui giacciono devono essere previste solo le opere di

consolidamento indispensabili.

articolo 5 teorizza il restauro filologico:

“Saranno considerate per monumenti e trattate come tali quelle aggiunte o modificazioni, che in

diversi tempi fossero state introdotte nell’edificio primitivo, salvo il caso in cui, avendo

un’importanza artistica e storica manifestamente minore dell’edificio stesso e nello stesso tempo

svisando e smascherando alcune parti notevoli di esso, sia da consigliarne la rimozione o la

distruzione.”

Articolo 6: “ Devono essere eseguite prima, durante e dopo ogni opera di restauro le fotografie del

monumento e poi trasmesse al Ministero della pubblica Istruzione insieme ai disegni delle piante,

degli alzati e dei dettagli; mentre una copia di questi documenti dovrà rimanere depositata presso

i monumenti restaurati.”

Articolo 7: “Una lapide da infiggersi nell’edificio ricorderà le date e le opere principali del

restauro.”

Restauro di Porta Ticinese a Milano (1860-1865)

Milano è il centro dell'attività di Boito, in particolar modo per quanto riguarda gli incarichi pubblici

sostenuti. Egli affrontò come primo lavoro nel 1861 il restauro di Porta Ticinese a Milano; al

restauro è affidata la salvaguardia di un reperto di storia medioevale minacciato di demolizione.

Nella città che si trasforma e che ridisegna la viabilità, gli ingressi al centro sembrano inutili

ingombri. Boito accomuna alle colonne antiche di San Lorenzo la medioevale Porta Ticinese che ne

costituisce lo sfondo. Nel 1860, con la delibera di mantenimento della Porta vi è l'inizio delle opere

destinate a mettere alla luce i resti medioevali occultati da stratificazioni posteriori. La

valorizzazione del monumento implica la demolizione delle capsule all'intorno: la rimozione di

coperture, sopralzi ed intonaci che vennero successivamente aggiunti al grande arco centrale in

pietra ed alle torri. La proposta di Boito consiste nell'isolare e ricomporre gli elementi

caratterizzanti la forma primitiva dell'edificio; inoltre furono completate da merlature guelfe la

torre occidentale ed il corpo centrale, mentre la torre orientale rimane incompiuta. Al monumento

vennero inoltre restituiti i caratteri del paramento in mattoni, il rivestimento lapideo delle

murature e le cornici delle finestre in pietra bianca.

Contemporaneamente a Porta Ticinese, Boito lavora anche al restauro di Santa Maria e Donato a

Murano; anch'esso eseguito secondo le teorie del restauro stilistico cercando di restituire all'opera

lo stile primitivo perduto. Mentre tra il 1895 ed il 1898 realizza un progetto di restauro per la

ricomposizione dell’altare di Donatello nell’Sant’Antonio di Padova.

ALFREDO D'ANDRADE

Alfredo D'Andrade, di origini portoghesi, si presenta per la prima volta sulla scena italiana nel 1882

come membro della Commissione d'arte per l'esposizione generale di Torino del 1884. Il tema è la

realizzazione di una mostra d'arte antica per costruire una storia degli stili dal Medioevo all'epoca

moderna, attraverso vari edifici; ma a causa dell'eccessiva ampiezza del periodo storico, si dovette

rivedere il programma. D'Andrade formulò un'ipotesi di intervento per la realizzazione del Borgo e

della Rocca medioevale del Valentino; il suo progetto riproduceva fedelmente un villaggio

medioevale piemontese del XV secolo sovrastato dal castello, e venne approvato dalla

Commissione. Camillo Boito celebrò il suo lavoro e, la notorietà che conseguì con quest'opera gli

valse, nel 1884, un nuovo incarico: fu nominato membro della Commissione per il restauro di

Palazzo Madama. Il monumento, a partire dall'epoca romana, aveva subito notevoli

trasformazioni, in modo particolare nel XV e nel XVII secolo con la costruzione della facciata

secondo il progetto dell'architetto Filippo Juvarra. Sulla base di un accurato studio storiografico e

di un rilievo della fabbrica, corredato da schizzi ed annotazioni che evidenziano la struttura

originaria e le diverse stratificazioni storiche, D'Andrade propose di mettere in luce, dove era

ancora possibile, le rovine delle costruzioni primitive e di restituire al palazzo l'immagine del XV

secolo. Il progetto, dunque, assume il carattere di un restauro in stile, anche se rigorosamente

scientifico, perché fondato su principi filologici e sopratutto documentato. Rispetto ai

contemporanei, la sua esperienza culturale ed operativa rappresenta l'unica chiave di lettura per

comprendere un personaggio che sembra assumere il ruolo prevalente di spettatore. La mancanza

di una produzione letteraria e di un contributo scientifico che attraverso l'enunciazione di principi

teorici chiarisca la posizione del restauratore, non ha consentito alla cultura ufficiale di valutare

appieno la figura di D'Andrade. Solo dalla seconda metà del '900 si è avviata un'analisi critica ed

interpretativa del suo ruolo di restauratore nell'evoluzione della disciplina. L'interesse per la

ricerca analitica e filologica è alla base del suo rapporto diretto con l'architettura e, pur operando

ricostruzioni in stile, non compie mai arbitrari invenzioni; il restauro di D'Andrade è, infatti, il

risultato di una profonda attenzione per la storia artistica e costruttiva della fabbrica. Lontano

dalla cultura dominante del periodo che mirava alla reintegrazione dell'immagine del monumento

attraverso il restauro stilistico legittimato o storicamente o analogicamente, egli propone di

recuperare l'unità figurativa controllando ogni scelta operativa sulla base di un attento

procedimento fiologico. I restauri particolarmente identificativi eseguiti da D'Andrade sono il

campanile della Chiesa di San Donato a Genova, la Sacra di San Michele nella valle di Susa e la

torre del Pailleron ad Aosta. In questi restauri si può ben vedere come D'Andrade, pur restando a

favore del restauro analogico, sottolinea l'importanza e la necessità di differenziare le parti

aggiunte per consentire una lettura diretta del nuovo sostenendo, inoltre, di non voler isolare i

monumenti attraverso una recinzione. D'Andrade nel 1899 si occupa dello studio per la

ricostruzione della scala esterna di Palazzo del Popolo a Perugia, mentre dal 1907 al 1909, si

occupa dei restauri della Pinacoteca di Napoli, collaborando anche con Boito, e di Castel

Sant'Angelo a Roma; nel 1905 partecipa alla ricostruzione del Campanile di San Marco a Venezia e

nel 1911 lavora con Venturi al restauro dell'abbazia di San Galgano a Siena. In questi ultimi

interventi, D'Andrade sembra aver recepito i principi enunciati da Boito nel 1883 maturando un

atteggiamento più conservativo e favorevole al rispetto di tutte le parti del monumento.

ALFONSO RUBBIANI

Alfonso Rubbiani (1848-1913) fu attivo a Bologna tra il 1880 ed il 1910; egli assecondò gli interessi

dei ceti economici dominanti che stavano in quel momento dando nuovo impulso agli sviluppi

urbani ed imprenditoriali della città, alla quale egli conferì una veste culturale scegliendo le forme

romantiche del ripristino medievaleggiante, ispirandosi a Viollet-le-Duc, e che esprime la sua

intenzione di ricostruire il passato come forma di opposizione al futuro. Rubbiani, dunque, si

inserisce nel clima culturale Bolognese facendo interventi simili a quelli a lui precedenti che

consistevano nella sostituzione di parti originali ed in costruzioni ex novo. Il suo obiettivo era

ottenere la varietà nell'unità enfatizzando il manufatto affinché l'opera eseguita risulti

storicamente più attendibile e verosimile; il monumento era, a suo parere, solo il punto di

partenza per un ripristino condotto anche con l'ausilio delle nuove arti decorative. Rubbiani,

inoltre, venne sicuramente influenzato dalle regole della reintegrazione stilistica del restauro

storico che si affermò con le formulazioni di Camillo Boito e le realizzazioni di Luca Beltrami. Da

un'attenta analisi della sua opera, scaturiscono due considerazioni principali:

- la prima è il rapporto tra il restauro e la progettazione del nuovo;

- la seconda è il confronto tra Rubbiani e la concezione del restauro di quegli anni.

Restaurare per Rubbiani non significa conservare l'opera d'arte per ciò che è, ma forzare una

realtà mascherata ed operare attraverso un ideale di ripristino. I restauri da lui condotti

sull'architettura minore e sulle case private denunciano, invece, la volontà di completare con

l'architettura civile l'abbellimento della città e ridonare a Bologna lo splendore dell'età medievale

attraverso anche l'eliminazione delle presenze discordi sostituendole con parti nuove di chiara

omogeneità stilistica e costruttiva. I restauri di Rubbiani furono criticati anche da molti suoi

contemporanei più attenti alla conservazione di tutte le stratificazioni storiche ed artistiche; tali

critiche, tuttavia, non scalfirono la sua fama e continuò a ricevere incarichi importanti che

contribuirono in modo determinante alla definizione dell'attuale aspetto della città emiliana.

Ci sono state diverse tappe, attraverso le quali in Italia si è giunti alla definizione di un complesso

servizio di tutela dei monumenti. Nei primi cinque anni post-unitari si assiste ad uno sforzo di

unificazione e di affinamento della realtà ereditata dai cessati Governi; un secondo periodo è

quello compreso tra il 1866 e il 1874 nel quale l'impegno del Ministero è quello di creare una rete

di organismi di vigilanza estesa su tutto il territorio. Una tappa fondamentale è l’istituzione di una

commissione consultiva di belle arti articolata in quattro sezioni: pittura, scultura, architettura ed

istruzione storico-artistica. Nel 1867 viene creata una giunta di belle arti i cui membri hanno il

compito di informare il Ministero dello stato delle gallerie e dei monumenti. All'inizio degli anni

'80, invece, nasce la necessità di definire una nuova figura di operatore dotata di capacità tecniche

e direttive, preparazione storica, specializzata nel campo della conservazione. Camillo Boito

propone la creazione di un consiglio superiore per i monumenti di antichità e belle arti, composto

dalla Commissione Permanente di Belle Arti, unitamente agli Ispettori. Questi obiettivi si

realizzeranno solo dieci anni più tardi quando verrà creata la commissione permanente di belle

arti.

LUCA BELTRAMI

 ALOIS RIEGL

Alois Riegl (1858-1905) è un esponente della Scuola di Vienna e rappresenta una delle figure di

maggior rilievo della storia del restauro in quanto storico e critico d'arte. Egli rivoluziona

l’approccio al problema della tutela del patrimonio storico-architettonico essenzialmente

introducendo un nuovo concetto di monumento, strettamente connesso alla nozione di tempo,

prefiguratore del documento storico moderno. La novità rappresentata dal suo contributo alla

disciplina del restauro deriva dal metodo di studio e di analisi del monumento, inteso innanzitutto

come documento, che lui per primo elabora. Rielg mette a punto un proprio sistema di valutazione

dell'oggetto artistico: attraverso l'analisi dei materiali, egli mette in rapporto i motivi decorativi

con i sistemi economici e sociali che li hanno prodotti. L'importanza data al reperto, anche al

materiale più umile, ed il metodo di studio che applica rappresentano un progresso della ricerca

da ricostruzione puramente soggettiva a una trattazione scientifica, basata sui materiali e aperta a

conclusioni contrarie all'ipotesi. Il concetto di Kunstwollen, che si può tradurre con l'espressione

intenzione d'arte, è la capacità volontaria-involontaria, propria di ogni artefice, di porre la propria

opera in relazione con la dimensione sociale e culturale in cui si trova ad agire. Rielg tenta di

riportare la riflessione all'interno del campo dell'arte stessa e di introdurre una teoria del valore

relativo dell'oggetto d'arte. È in questo quadro che Rielg affronta il problema della tutela dei

monumenti dell'impero austro-ungarico; por prima cosa, egli, tenta di definire il concetto di valore

artistico rilevando l'esistenza di due posizioni: una arcaica, rivolta all'individuazione di un canone

oggettivo di giudizio dell'opera d'arte (il valore assoluto); ed una moderna, nella quale emerge il

concetto di Kunstwollen (valore relativo). Introdotto il Kunstwollen, si dovrà necessariamente

parlare di monumenti storici e di valore storico e non più di monumenti storico-artistici. È, infatti,


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Riassunto per l'esame di Fondamenti di conservazione dell'edilizia storica e della prof. Maramotti, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La cultura del restauro, Casiello. Gli argomenti trattati sono i seguenti: La cultura del restauro tra ottocento e novecento, Quatremére de Quincy, Camillo Boito, Alfredo D'andrade, Alfonso Rubbiani, Alois Riegl, Gustavo Giovannoni, Roberto Pane.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'architettura
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sgri90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di conservazione dell'edilizia storica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Milano - Polimi o del prof Maramotti Anna Lucia.

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