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La cultura del restauro

Teorie e fondatori

Premessa

Il volume delinea il profilo di un periodo in cui il restauro da evento eccezionale diventa una prassi consolidata e viene teorizzato; cercando di approfondire il processo di formazione delle concezioni del restauro e volendo così fornire un quadro complessivo delle vicende del restauro nel XIX e XX secolo attraverso l'attività ed il pensiero di coloro che ne sono stati gli artefici. Il libro è diviso sostanzialmente in tre parti:

  • La prima riguarda l'Ottocento con la configurazione della disciplina del restauro in Francia e Inghilterra;
  • La seconda comprende una rilettura critica dell'opera dei protagonisti italiani che hanno interpretato la cultura del restauro;
  • La terza riguarda gli architetti che hanno operato nella prima metà del Novecento, nel periodo in cui vennero formulate le Carte del Restauro: la Carta di Atene (1931) e la Carta di Venezia (1964).

La cultura del restauro tra Ottocento e Novecento

Dall'analisi dei diversi personaggi è possibile delineare la storia della disciplina del restauro che ha avuto una formulazione quasi simultanea in ogni parte d'Europa. La disciplina del restauro trova in Quatremère de Quincy un esponente tra i più significativi poiché è tra i primi a riconoscere l'universalità dell'opera d'arte: le ricchezze delle scienze e delle arti non sono tali se non appartengono a tutti, non importa quale sia il paese depositario purché rimangano pubbliche e ben conservate. Per Quatremère de Quincy il concetto di monumento è attribuibile ad una grande quantità di opere artistiche in quanto si adopera indifferentemente parlando del più grandioso edificio e della più piccola medaglia. È dunque implicito il principio di soggettività e temporaneità dell'attribuzione del termine monumento a gran parte dell'architettura e viene così anticipata la necessità di esprimere un giudizio di valore per l'individuazione di ciò che è degno di essere conservato.

Quatremère de Quincy riteneva necessario conservare in situ le opere d'arte e distinguere il restauro dalla restituzione: si restaura l'opera d'arte o il monumento in parte distrutto, seguendo i resti che ancora sussistono e che offrono la ripetizione di ciò che manca; mentre si restituisce ciò che è completamente sparito, seguendo le indicazioni fornite dalle opere dello stesso genere. Per quanto riguarda l'architettura, invece, la simmetria consente di riprodurre in stile la parte che manca. Tuttavia è opportuno rendere distinguibile la parte aggiunta, ma in maniera semplificata: riproducendo solamente le masse di queste parti nelle loro forme e proporzioni.

Alfredo Melani in Manuale di architettura italiana antica e moderna afferma che restaurare dovrebbe essere sinonimo di conservare, fortificare, non di rifare ed unificare, sottolineando quei principi che ancora oggi sono espressi in molti documenti internazionali. In realtà molti architetti sentirono la necessità di ripristinare i monumenti nei loro caratteri originali; ma con il pretesto dell'unità, si uccide la vita di un monumento, cui le generazioni che passarono diedero, ciascuna, il proprio contributo; e il monumento diventa un puro concepimento astratto, una esistenza senza storia, una bellezza morta.

Viollet-le-Duc, il maggior artefice delle ricostruzioni francesi, in realtà ha modificato le sue convinzioni sul restauro spostandosi nell'arco della sua attività dalla conservazione alla reintegrazione. Egli riceve molti insegnamenti da Ludovic Vitet, uno dei padrini del restauro in stile, da lui teorizzato e messo in pratica. Mentre Ruskin si scaglia contro la Francia in cui egli afferma che si trascuravano gli edifici per poi procedere al loro restauro, in alcuni brani di Viollet-le-Duc si trovano alcuni punti di convergenza con le riflessioni dello studioso inglese; infatti in entrambi si coglie la differenza tra il conservare ed il restaurare e, entrambi, sono convinti che arriva un momento in cui è preferibile la fine di un'architettura rispetto all'invadenza degli interventi che altrimenti si dovrebbero effettuare.

Gli aspetti essenziali del pensiero di Ruskin sono contenuti nel saggio di Anna L. Maramotti: Ruskin realizza una logica comparativa; confronta i vari ambiti della cultura con la dignità umana che si manifesta attraverso il pensiero e la prassi. Arte, architettura e restauro sono tre aspetti strettamente connessi; Ruskin analizza la relazione tra l'edificio e l'ambiente che lo circonda, anticipando i principi della conservazione che oggi definiamo patrimonio dei beni culturali. Ruskin individua il rapporto tra l'idea estetica ed il materiale in cui essa viene realizzata, non solo nell'uso dei materiali, ma anche nelle leggi statiche che le governano. La conservazione è un aspetto vitale della storia di un edificio, deve essere garantita dalla costante manutenzione dell'architettura.

Molti intellettuali furono influenzati dalle teorie di Ruskin, in particolare William Morris che si oppose, anch'egli, al restauro sostenendo la necessità di conservare i monumenti con le loro stratificazioni in cui si leggono le tracce della storia.

Nel XIX secolo in Francia e in Inghilterra si tracciano le linee guida del restauro dei monumenti, mentre in Italia l'influenza dei grandi protagonisti d'Oltralpe si manifesta in modi differenti nelle varie regioni a partire dalla seconda metà dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento.

Il recupero dell'architettura gotica è l'obiettivo che si pone Federico Travaglini nel suo restauro più noto, condotto nella chiesa di San Domenico Maggiore in Napoli. I suoi interventi più importanti rispecchiano le teorie d'Oltralpe, nonostante siano precedenti alla pubblicazione del Dizionario di Viollet-le-Duc (1854-68). Le affermazioni di Travaglini sembrano desunte dalle formulazioni del restauro in stile, ma in pratica non si traducono mai in ripristini puri e semplici, ma costituiscono un punto di partenza dal quale l'architetto si discosta per realizzare un adeguamento del monumento ai canoni estetici della Napoli della seconda metà dell'Ottocento, improntati a tendenze classicistiche ed eclettiche. In Travaglini, è sempre ribadita in linea teorica all'inizio di ogni lavoro, l'intenzione di tornare allo stile primitivo della fabbrica, ma questa viene quasi sempre abbandonata. Ciò va attribuito all'incapacità dell'architetto di ricostruire le forme davanti a stratificazioni molto complesse.

Circa trent'anni più tardi anche Alfonso Rubbiani segue le teorie di Viollet-le-Duc improntando tutti i suoi interventi ad una imitazione in stile e, in mancanza di elementi certi, reputerà sufficiente il confronto con interventi analoghi. Restaurare per Rubbiani non significa conservare l'opera d'arte in quanto tale, ma operare un ripristino ideale, restituendolo allo stato primitivo. La sua attività non si limita al restauro dei grandi monumenti, ma si dedica anche all'edilizia minore della città di Bologna che assumerà un aspetto che Roberto Pane definisce stucchevole e convenzionale.

Camillo Boito lavora per quasi tutto il XIX secolo e, nel 1884, affermò che, nell'arco della sua carriera, i criteri sul restaurare si sono fortemente mutati così come il suo giudizio riguardo al restauro da quando Boito considerava Viollet-le-Duc un'autorità indiscussa e riconosciuta, a quando affermerà che l'arbitrio è una bugia, una falsificazione dell'antico e quanto meglio il restauro è condotto, tanto più la menzogna riesce insidiosa e trionfante.

Camillo Boito descrive le qualità di restauratore di Alfredo D'Andrade, capace di individuare le tracce di differenti età sulle fabbriche antiche. Egli è lontano dalla cultura del periodo che mirava alla reintegrazione dell'immagine del monumento attraverso il restauro stilistico, D'Andrade propone, invece, di recuperare l'unità figurativa controllando ogni scelta operativa attraverso un procedimento fisiologico. Il suo atteggiamento nei confronti delle preesistenze subirà, nel corso degli anni, una evoluzione che, al contrario di Viollet-le-Duc, comincia con la spregiudicatezza dei ripristini iniziali che tendono a restituire ai monumenti i caratteri primitivi, per giungere poi ad un atteggiamento più conservativo, improntato al rispetto di tutte le parti del monumento.

Alois Riegel, esponente della scuola di Vienna, sostiene che in ogni epoca sia esistita una specifica volontà d'arte che porta a considerare l'opera esclusivamente all'interno del contesto storico-culturale in cui è nata.

Max Dvorak deve la sua notorietà nel campo del restauro in Italia allo scritto Catechismo per la tutela dei monumenti nel quale, riprendendo le teorie di Riegel, afferma che nell'ambito della tutela è necessario dare la medesima dignità all'intero patrimonio storico-artistico. I due principi fondamentali che pone alla base delle sue teorie sono: conservare i monumenti nella loro funzione ed ambientazione originaria e conservarli nella loro forma e aspetto inalterati.

Gustavo Giovannoni si inserisce nel dibattito che si stava sviluppando sul restauro agli inizi del Novecento con moderazione e apertura verso la ricerca delle soluzioni più idonee. La mancanza di un vero stile del suo tempo lo porta ad interessarsi maggiormente verso l'architettura antica. Egli opera una distinzione tra monumenti morti e viventi; quest'ultimi, per lui, hanno una destinazione affine o uguale a quella per cui furono costruiti. Tali concetti verranno ripresi nella Carta di Atene del 1931 e saranno poi profondamente modificati da Roberto Pane nella Carta di Venezia del 1964. L'attenzione di Giovannoni si estende anche alle opere minori ed ai tessuti urbani antichi che integra in una visione più generale di pianificazione. Egli suddivide i tipi di intervento in: restauri di consolidamento, restauri di ricomposizione, restauri di liberazione, restauri di completamento e restauri di innovazione.

Gino Chierici stabilisce dei forti limiti alla ricostruzione, ciò è apprezzabile anche in restauri molto impegnativi come quello della chiesa trecentesca di Santa Maria Donnaregina, nella quale applica tecnologie moderne e traduce in pratica i criteri generali sul restauro che si andavano sempre più affermando in Italia. Il suo atteggiamento è, dunque, di prudenza differenziandosi fortemente dalle posizioni espresse da Giovannoni nella Carta di Atene.

Le posizioni dei restauratori tra gli anni '20 e '50 del Novecento si rifanno tutte alle teorie della Carta di Atene, ma ciascuno le mette in pratica secondo la propria sensibilità e la propria preparazione sia storica che tecnica. Tutti si troveranno ad affrontare il problema delle ricostruzioni del dopoguerra e derogheranno da quanto contenuto nella Carta di Atene con varie giustificazioni.

Cesare Brandi, il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell'opera d'arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro. Le sue teorie sono tutt'ora valide anche nel campo del restauro in architettura dove le valutazioni critiche effettuate caso per caso risultano indispensabili soprattutto quando si passa dalla teoria alla prassi operativa. Ad oggi non è il caso di parlare di un superamento delle teorie di Brandi espresse nella Carta del Restauro del 1972, c'è necessità, piuttosto, di ulteriori verifiche e sviluppi del tema.

Roberto Pane riprende le teorie di Brandi sottolineando l'importanza nel restauro di conciliare le due istanze, quella storica e quella estetica. Egli, inoltre, sposta la sua attenzione dalla conservazione del singolo monumento a quello dell'intero ambiente, inquadrando la questione architettonica in quella urbanistica. Un altro tema importante per Pane è l'inserimento dell'architettura moderna nei centri storici: egli, infatti, afferma che se il nuovo e l'antico non possono sussistere insieme vuol dire che tra noi ed il passato si è prodotta una incolmabile frattura.

Quatremère de Quincy

Il contributo offerto da Quatremère de Quincy (1755-1849) alla cultura del restauro è dovuto alla definizione dello stesso termine Restauro proposta nel suo Dizionario storico di architettura e dalla sua costante attività di opposizione all'alienazione dei maggiori monumenti francesi ed all'opera di spogliazione di quelli stranieri. La critica ha letto in termini contrastanti le sue tesi: da un lato hanno sottolineato l'originalità della distinzione tra interventi di restauro per le opere d'arte scultoree e quelli per l'architettura; viceversa, vi è chi ha visto in Quatremère de Quincy solamente un precursore delle tesi di Viollet-le-Duc, in quanto sostenitore di un concetto di restauro inteso come completamento. Infatti, egli, crede che l'unità debba essere posta come fine sia della progettazione che del restauro; pertanto ritiene che sia possibile sostituire la materia al fine di ricomporre l'unità perduta.

Il Dizionario storico di architettura è un'opera laboriosa e complessa che aveva rivestito un importante ruolo normativo per l'architettura del classicismo accademico arrivando a stabilire ciò che verrà chiamata la dittatura accademica. Il suo scritto faceva parte di un ampio progetto di Charles-Joseph Panckoucke, l'Encyclopédie Méthodique, il quale aveva proposto a Quatremère di riunire nella forma di un dizionario i materiali principali di una storia universale dell'architettura. La parola Restauro viene definita da Quatremère come il rifacimento di parti guaste e mancanti ad una cosa per vecchiaia o altri motivi; ma questa voce era più adatta in materia di scultura che di architettura. La voce restauro si può suddividere in 2 parti:

  • Nella prima l'autore puntualizza la distinzione tra gli interventi sulle sculture e quelli sulle architetture. Innanzitutto, mentre il completamento delle opere scultoree è...
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Ingegneria civile e Architettura ICAR/19 Restauro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sgri90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di conservazione dell'edilizia storica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Milano o del prof Maramotti Anna Lucia.
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