La cultura del restauro tra ottocento e novecento
Il pensiero sul restauro ha avuto una formulazione quasi simultanea in ogni parte d'Europa; tuttavia nell'approfondire la storia di questa disciplina ci si rende conto che spesso le intuizioni attribuite ad alcuni teorici si debbano far risalire ad altri che li hanno preceduti. Basti pensare alle riflessioni contenute nel Dizionario di Quatremere de Quincy (1832): «quanti monumenti antichi si sarebbero conservati se qualcuno si fosse preso cura di rimettere al loro posto i materiali caduti, o una pietra ad un'altra pietra!».
Il restauro dell'architettura trova nella Francia postrivoluzionaria il maggior campo di applicazione e la nascita dei principi di conservazione è strettamente legata alla necessità di tutelare il patrimonio artistico nazionale formato prevalentemente da edifici gotici. A Viollet-le-Duc va il merito di aver individuato per primo, sempre con chiarezza, i nodi principali del restauro. Secondo Viollet, una perfetta conoscenza delle strutture dell'architettura è necessaria per eseguire un corretto restauro, così come la conoscenza della funzione degli organi dell'ammalato è indispensabile al chirurgo per intervenire su questi.
Ruskin e la concezione organica dell'architettura
Il critico inglese Ruskin assimila l'edificio ad un essere vivente; l'architettura si inserisce organicamente nella natura, ne consegue che anch'essa è un organismo e l'architetto, già dalla progettazione, deve porsi il problema dell'intera vita dell'edificio così come il restauratore dovrà essere attento ad ogni momento che ha caratterizzato la sua esistenza. Egli afferma: «prendetevi cura dei vostri monumenti e non avrete alcun bisogno di restaurarli».
Restauro in Italia
Se nel XIX secolo in Francia e in Inghilterra si tracciano le linee guida del restauro dei monumenti, in Italia l'influenza dei grandi protagonisti d'Oltralpe si manifesta in modi differenti nelle varie regioni a partire dalla seconda metà dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento. Per Camillo Boito, ingegnere, architetto e storico d'arte, le operazioni ammissibili vanno dalla riparazione al consolidamento ai compimenti, alle rinnovazioni e aggiunte.
Alfredo D'Andrade è un operatore del restauro che dà grande importanza allo studio delle fonti, alla ricerca iconografica, ai riferimenti analogici con edifici coevi. La conoscenza della storia caratterizza anche l'attività di Luca Beltrami, architetto milanese, storiografo dell'architettura e dell'arte con grandi interessi per la poesia e per la letteratura.
Il contributo di Alois Riegl
Contemporaneo di Beltrami è Alois Riegl, esponente della cosiddetta scuola di Vienna. Egli sostiene che «in ogni epoca sia esistita una specifica volontà d'arte». L'austriaco affronta il problema della tutela anche nella veste di soprintendente della Commissione centrale per l’arte e i monumenti storici, carica successivamente ricoperta da Max Dvorák. I principi che quest'ultimo pone alla base delle sue teorie sono: conservare al massimo i monumenti nella loro funzione e ambientazione originaria, e conservarli nella loro forma e aspetto inalterati. Dvorák negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento avvia anche il catalogo delle opere d'arte in Austria.
Gustavo Giovannoni e il restauro novecentesco
A partire dal 1930 Gustavo Giovannoni influenzerà intere generazioni di architetti e ingegneri, non soltanto romani. La mancanza di un vero stile architettonico del suo tempo è motivata con un maggiore interesse verso l'architettura antica e con la conservazione dei monumenti per una continuità spirituale.
Cesare Brandi e Roberto Pane
Due personaggi che hanno fornito del Novecento un contributo importante alla teoria del restauro sono Cesare Brandi e Roberto Pane. Brandi sostiene che «il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell'opera d'arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro». Roberto Pane riprenderà la teoria di Brandi sottolineando l'importanza nel restauro di conciliare le due istanze, quella storica e quella estetica.
Antoine Chrysostome Quatremere de Quincy
Il contributo offerto da Quatremere de Quincy (1755-1849) alla cultura del restauro è duplice. Da un lato questo è dovuto alla definizione dello stesso termine «Restauro» proposta nel Dizionario storico di architettura, pubblicato in Francia nel 1832. Dall'altro, esso deriva dalla costante attività di opposizione all'alienazione dei maggiori monumenti francesi e all'opera di spoliazione di quelli stranieri. Il Dizionario costituisce un'opera laboriosa e complessa che aveva rivestito un importante ruolo normativo e strumentale per l'architettura del classicismo accademico.
Quatremere diffonde il restauro come pratica di produzione di nuova materia al posto di quella giunta fino a noi. La voce «Restauro» si può quindi suddividere in due parti distinte. Viene sottolineata la differenza sostanziale che separa il restauro scultoreo da quello architettonico: mentre il primo necessita di un contributo creativo, questo non può dirsi per quanto riguarda il secondo. Dice Quatremere: «L'architettura si compone necessariamente delle sue opere, di parti simili che possono, mediante un'esatta osservazione delle misure, essere identicamente copiate o riprodotte. L'ingegno non entra in una simile operazione, la quale può ridursi al più semplice meccanismo».
Un concetto di integrazione delle parti mancanti come pura e semplice operazione di riproduzione, costituì il fondamento del cosiddetto restauro stilistico. L'integrazione del monumento è auspicabile in quanto è la materia che viene sostituita, mentre il modello viene recuperato. Parallelamente viene però sostenuta la necessità di una distinzione tra le parti originarie del monumento e quelle aggiunte, al fine di evitare errori di interpretazione. Quatremere condanna il ripristino di parti mancanti con falsi identici agli originali, anticipando le teorie successive. Egli, inoltre, introduce il concetto di manutenzione come alternativa preferibile al più pesante intervento di restauro, e scrive: «quanti monumenti antichi si sarebbero conservati se qualcuno si fosse preso cura di rimettere al loro posto i materiali caduti, o soltanto di sostituire pietra ad un'altra pietra!». La valutazione sul tipo di intervento da eseguire dipende anche dal grado di deterioramento in cui si trova il monumento, che può comportare lavori minimi di puro consolidamento, in quanto nel restauro di un edificio sarà sufficiente un puntellamento per assicurargli ancora parecchi secoli di sussistenza.
Un altro termine trattato nel Dizionario di Quatremere è quello di «Monumento». In concetto di monumento «si approprio di una quantità di opere artistiche; e quindi si adopera indifferentemente parlando del più grande edificio e della più piccola medaglia». E ancora si legge come «l'idea di monumento può convenire ed applicarsi ad ogni genere di fabbricati». Egli insiste asserendo che «vi sono tuttavia pochi stabilimenti, anche d'un genere più modesto, che non possono divenire per l'architettura oggetti degni del nome di monumenti».
L'altro fondamentale contributo di Quatremere alla cultura del restauro si deve alla sua decisa lotta contro tutte le forme di spoliazione dei monumenti. Egli sostenne con piena indipendenza di giudizio e anticipando il concetto moderno di tutela, che i beni culturali sono proprietà inalienabili. Altro merito che va riconosciuto a Quatremere è proprio quello di essere stato uno dei primi sostenitori della conservazione in situ delle opere d'arte. Infatti, l'opera d'arte, coesiste con il luogo d'origine dov'è stata collocata, e se trasferita, muta la sua realtà.
La tutela in Francia tra rivoluzione e secondo impero
Letterati, archeologi, ispettori
La rivoluzione e i monumenti
L'opera di conservazione avviata dai Comitati rivoluzionari in seno alla Convenzione nazionale (1793) si lega a due processi significativi della storia della Rivoluzione: il primo risiede nell'alienazione alla nazione delle proprietà del clero, della corona e dell'aristocrazia francese emigrata. Il secondo si riferisce alla distruzione ideologica a cui tali beni vengono sottoposti e alla conseguente reazione di difesa di tale patrimonio. A tale scopo, verrà insediata nel 1790 la Commissione dei monumenti con l'obiettivo di classificare e verificare lo stato dei beni acquisiti. Riguardo ai beni mobili, il primo passo consisterà nel raggrupparli in depositi. Nascono così i Musei, luoghi in cui l'opera perde il suo significato di simbolo politico per acquisire quello estetico.
Il medioevo tra letteratura, archeologia e restauro
All'assenza di una metodologia in campo museologico si affianca, nell'ultimo decennio del Settecento, un diffuso orientamento da parte della cultura antiquaria ad esplorare il passato in modo sistematico. Si pongono, in tal modo, le premesse per una cospicua opera di catalizzazione del patrimonio storico francese che vedrà impegnato il governo negli anni a venire. L'attività degli antiquari si affianca, a partire dal secondo decennio dell'Ottocento, a quella di studiosi che affineranno gli strumenti archeologici. La conoscenza approfondita delle testimonianze medievali contribuirà al diffondersi di una maggiore consapevolezza verso la politica della conservazione. Il dovere della conservazione da parte di figure come Sebastian Mercier e il suo allievo Victor Hugo, anticipa questioni affrontate successivamente in altro contesto culturale. Victor Hugo (1802-1885) traduce in versi la sua condanna verso i predatori di rovine, società finanziarie che acquistano a prezzi molto bassi i beni venduti dalla Stato. A questo Hugo affianca la denuncia per lo stato di abbandono dei monumenti di Francia, richiamando il governo alle proprie responsabilità.
Il restauro come attività istituzionale
Nel 1830 si assiste al passaggio dal concetto di «monumento nazionale» a quello di «monumento storico». Verrò istituita a tal proposito la figura di un «ispettore generale dei monumenti storici» che avrà i seguenti compiti: assicurarsi dell'importanza storica ed artistica dei monumenti, raccogliere tutte le informazioni su di essi, mettersi in rapporti diretto con tutti coloro si occupano di ricerche storiche e illuminare tutti al rispetto e alla conservazione dei monumenti.
Eugene Emmanuel Viollet-le-Duc (1814-1879)
Per descrivere il pensiero di Viollet-le-Duc nel corso della sua lunga carriera basta estrapolare alcune affermazioni dalla voce «Restauro» del suo celebre Dizionario dell'architettura francese. Scrive Viollet: «restaurare un edificio non è conservarlo, ripararlo o rifarlo, è ripristinarlo in uno stato di completezza che può non essere mai esistito in un dato tempo». Alla fine della voce afferma: «decidere una disposizione a priori, senza essere confortato da tutte le informazioni necessarie, significa cadere nell'ipotetico, e niente è più pericolo dell'ipotesi nei lavori di restauro».
L'attività operativa di Viollet nel corso della sua esperienza non è lineare, ma ricca di spunti diversi e frastagliata. Quello del rapporto tra teoria e prassi è uno dei motivi conduttori di tutta la riflessione su restauro. L'opera di Viollet-le-Duc è segnata dall'opposizione esercitata da circoli intellettuali o singoli personaggi che in più occasioni muovono critiche al suo operato. Critiche che affondano le proprie radici anche su temi di ordine politico o amministrativo, su polemiche intorno alla natura del gotico e al suo ruolo nel XIX secolo, ai doveri dell'architetto e ai suoi percorsi di formazione.
La voce «Restauro» contiene una lezione di metodo derivante in gran parte dalle esperienze progettuali e di cantiere condotte da Viollet fino al 1866. La voce è relativa ai problemi da affrontare e ai modi con cui affrontarli, tenendo ben presente che: «in questa materia i principi assoluti possono condurre all'assurdo», invitando ad agire «in funzione delle circostanze particolari». È nello spirito critico e analitico che riconosce la vera chiave di volta alla quale affida il merito di aver prodotto un radicale cambiamento nel modo di intendere il restauro. Su questo spirito egli fonda la consapevolezza che lo porta ad affermare che «nessuna civiltà, nessun popolo, nei tempi passati, ha inteso dare dei restauri come li intendiamo oggi».
L'architetto che progetta e dirige un lavoro di restauro, scrive Viollet-le-Duc «deve agire come il chirurgo accorto ed esperto, che tocca un organo solo dopo aver acquisito una completa conoscenza della sua funzione ed aver previsto le conseguenze immediate o future dell'operazione. Se agisce affidandosi al caso, è meglio che si astenga. È meglio lasciar morire il malato piuttosto che ucciderlo». Questo tema accomuna Viollet ad un suo grande contemporaneo, John Ruskin. Per entrambi arriva un momento in cui è preferibile la fine di un'architettura piuttosto l'invadenza degli interventi. Per Viollet, però, la fine deve avvenire quando sia impossibile un rafforzamento chirurgico, mentre per Ruskin, la cura può essere legittima quando non alteri il naturale degrado dell'oggetto. Entrambi sostengono la necessità di privilegiare la conservazione.
Tornando a Viollet-le-Duc, egli afferma che «prima di essere archeologo, l'architetto incaricato di un restauro deve essere costruttore abile ed esperto», deve conoscere i processi costruttivi adottati nelle varie epoche e nel presente. Pertanto loda il modello di insegnamento italiano che non scinde i restauratori dai costruttori di edifici. Tra i tanti restauri che Viollet ha progettato e realizzato quello per la Madeleine di Vezelay ha un particolare rilievo per il lavoro in sé e per il ruolo che ha esercitato nella sua formazione. Un impegno che egli assume giovanissimo, nel 1840, a soli ventisei anni, e lascia dopo diciannove anni di lavoro quando restano da eseguire solo le opere di completamento.
Il restauro che consacra la fama di Viollet-le-Duc è quello della cattedrale di Notre Dame a Parigi, progetto che redige nel 1843 in collaborazione con Jean Beptiste Lassus. Il cantiere di Notre Dame può essere assunto come il suo momento di passaggio da un atteggiamento più prudente e conservativo a uno caratterizzato dalla volontà di reintegrare e ripristinare il monumento per restituirgli il suo aspetto originario. Un ruolo importante lo ha giocato la responsabilità e la fierezza di operare in uno dei monumenti più rappresentativi della Francia, situato nel cuore della capitale. Gli interventi di ripristino riguardarono le guglie laterali e quella all'incrocio tra navata e transetto (distrutta nel 1792), oltre che elementi scultorei fondamentali.
Restauro o abbellimento? L'attività di Federico Travaglini
Federico Travaglini è figura di ingegnere-architetto-restauratore che rappresenta perfettamente la cultura ufficiale dei governanti a Napoli, siano essi Borbone o Savoia. Il primo provvedimento di salvaguardia dei monumenti nella Napoli postunitaria è la creazione nel 1874 della Commissione municipale per la conservazione dei monumenti, di cui fa parte Travaglini, che ha il compito di vigilare sui monumenti di proprietà comunale, mentre quelli demaniali vengono tutelati da una Commissione provinciale.
L'influenza sulla scuola napoletana. Prime codifiche di «Restauro»
L'attività ufficiale del Travaglini come docente presso la Scuola di ponti e strade, gli permette di influire in modo determinante su intere generazioni di tecnici impegnati nel restauro del patrimonio storico-artistico. Travaglini rappresenta il primo intellettuale-artista-professionista napoletano che dedica larga parte della sua attività al restauro degli edifici, ponendo la questione in modo autonomo rispetto a quella della progettazione del nuovo.
Dalla lettura dei suoi scritti teorici e dalle relazioni di progetto, egli appare un tipico sostenitore delle teorie di Viollet-le-Duc. Travaglini afferma: «il restauro degli antichi edifici, se da valenti artisti costruiti, richiede per buona regola che le antiche forme, dalle ingiurie del tempo deturpate, ritornino convenevolmente al primo decoro». È ragionevole credere che egli conosca le idee sul restauro di Viollet. Dalla scuola francese Travaglini mutua certamente l'attenzione al Medioevo e all'architettura gotica, con le suggestioni della moda neogotica giunta a Napoli con qualche ritardo dall'Inghilterra.
In Travaglini è presente un modo di progettare «attento ai modi del passato». Il codice gotico viene rivalutato in Italia, in particolare sulle fabbriche religiose: questo perché il gotico è ritenuto lo stile più adatto alle chiese da tutta la critica ottocentesca. Il restauro è possibile solo se si possiede una conoscenza approfondita non solo delle forme, ma anche delle tecniche costruttive antiche. Sia per Travaglini che per Viollet l'interesse al passato è funzionale al presente, ma mentre il primo da architetto eclettico è interessato alla storia solo come campionario di stili e di forme da cui attingere, il secondo è interessato anche all'iter storico che ha generato quelle forme. Travaglini s'accosta al restauro quando gli viene commissionato dai frati domenicani...
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