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EUGENE EMMANUEL VIOLLET-LE-DUC (1814-1879)

Per descrivere il pensiero di Viollet-le-Duc nel corso della sua lunga carriera basta estrapolare

dell’architettura francese.

alcune affermazioni dalla voce <<Restauro>> del suo celebre Dizionario

Scrive Viollet: <<restaurare un edificio non è conservarlo, ripararlo o rifarlo, è ripristinarlo in

uno stato di completezza che può non essere mai esistito in un dato tempo>>.

Alla fine della voce afferma: <<decidere una disposizione a priori, senza essere confortato da tutte

le informazioni necessarie, significa cadere nell’ipotetico, e niente è più pericolo dell’ipotesi nei

lavori di restauro>>.

L’attività operativa di Viollet nel corso della sua esperienza non è lineare, ma ricco di spunti diversi

e frastagliato. Quello del rapporto tra teoria e prassi è uno dei motivi conduttori di tutta la

riflessione su restauro.

L’opera di Viollet-le-Duc è segnata dall’opposizione esercitata da circoli intellettuali o singoli

personaggi che in più occasioni muovono critiche al suo operato. Critiche che affondano le proprie

radici anche su temi di ordine politico o amministrativo, su polemiche intorno alla natura del gotico

e al suo ruolo nel XIX secolo, ai doveri dell’architetto e ai suoi percorsi di formazione.

La voce <<Restauro>> contiene una lezione di metodo derivante in gran parte dalle esperienze

progettuali e di cantiere condotte da Viollet fino al 1866. La voce è relativa ai problemi da

affrontare e ai modi con cui affrontarli, tenendo ben presente che: <<in questa materia i principi

assoluti possono condurre all’assurdo>>, invitando ad agire <<in funzione delle circostanze

E’ nello spirito critico e analitico che riconosce la vera chiave di volta alla quale

particolari>>.

affida il merito di aver prodotto un radicale cambiamento nel modo di intendere il restauro. Su

questo spirito egli fonda la consapevolezza che lo porta ad affermare che <<nessuna civiltà, nessun

popolo, nei tempi passati, ha inteso dare dei restauri come li intendiamo oggi>>.

L’architetto che progetta e dirige un lavoro di restauro, scrive Viollet-le-Duc <<deve agire come il

chirurgo accorto ed esperto, che tocca un organo solo dopo aver acquisito una completa

conoscenza della sua funzione ed aver previsto le conseguenze immediate o future dell’operazione.

Se agisce affidandosi al caso, è meglio che si astenga. E’ meglio lasciar morire il malato piuttosto

che ucciderlo>>. Questo tema accomuna Viollet ad un suo grande contemporaneo, John Ruskin.

Per entrambi arriva un momento in cui è preferibile la fine di un’architettura piuttosto l’invadenza

degli interventi. Per Viollet, però, la fine deve avvenire quando sia impossibile un rafforzamento

chirurgico, mentre per Ruskin, la cura può essere legittima quando non alteri il naturale degrado

dell’oggetto. Entrambi sostengono la necessità di privilegiare la conservazione.

egli afferma che <<prima di essere archeologo, l’architetto incaricato di

Tornando a Viollet-le-Duc,

un restauro deve essere costruttore abile ed esperto>>, deve conoscere i processi costruttivi adottati

nelle varie epoche e nel presente. Pertanto loda il modello di insegnamento italiano che non scinde i

restauratori dai costruttori di edifici.

Opere. Tra i tanti restauri che Viollet ha progettato e realizzato quello per la Madeleine di Vazelay

ha un particolare rilievo per il lavoro in sé e per il ruolo che ha esercitato nella sua formazione. Un

impegno che egli assume giovanissimo, nel 1840, a soli ventisei anni, e lascia dopo diciannove anni

di lavoro quando restano da eseguire solo le opere di completamento.

Il restauro che consacra la fama di Viollet-le-Duc è quello della cattedrale di Notre Dame a Parigi,

progetto che redige nel 1843 in collaborazione con Jean Beptiste Lassus. Il cantiere di Notre Dame

può essere assunto come il suo momento di passaggio da un atteggiamento più prudente e

conservativo a uno caratterizzato dalla volontà di reintegrare e ripristinare il monumento il

monumento per restituirgli il suo aspetto originario. Un ruolo importante lo ha giocato la

responsabilità e la fierezza di operare in uno dei monumenti più rappresentativi della Francia,

situato nel cuore della capitale. Gli interventi di ripristino riguardarono le guglie laterali e quella

all’incrocio tra navata e transetto (distrutta nel 1792), oltre che elementi scultorei fondamentali.

RASTAURO O ABBELLIMENTO? L’ATTIVITA’ DI FEDERICO TRAVAGLINI

Federico Travaglini è figura di ingegnere-architetto-restauratore che rappresenta perfettamente la

cultura ufficiale dei governanti a Napoli, siano essi Borbone o Savoia.

Il primo provvedimento di salvaguardia dei monumenti nella Napoli postunitaria è la creazione nel

1874 della Commissione municipale per la conservazione dei monumenti, di cui fa parte Travaglini,

che ha il compito di vigilare sui monumenti di proprietà comunale, mentre quelli demaniali

vengono tutelati da una Commissione provinciale.

L’influenza sulla scuola napoletana. Prime codifiche di <<Restauro>>

L’attività ufficiale del Travaglini come docente presso la Scuola di ponti e strade, gli permette di

influire in modo determinante su intere generazioni di tecnici impegnati nel restauro del patrimonio

storico-artistico. Travaglini rappresenta il primo intellettuale-artista-professionista napoletano che

dedica larga parte della sua attività al restauro degli edifici, ponendo la questione in modo

autonomo rispetto a quella della progettazione del nuovo.

Dalla lettura dei suoi scritti teorici e dalle relazioni di progetto, egli appare un tipico sostenitore

delle teorie di Viollet-le-Duc. Travaglini afferma: <<il restauro degli antichi edifici, se da valenti

artisti costruiti, richiede per buona regola che le antiche forme, dalle ingiurie del tempo deturpate,

E’ ragionevole credere che egli conosca le idee sul

ritornino convenevolmente al primo decoro>>.

restauro di Viollet. Dalla scuola francese Travaglini mutua certamente l’attenzione al Medioevo e

all’architettura gotica, con le suggestioni della moda neogotica giunta a Napoli con qualche ritardo

dall’Inghilterra.

In Travaglini è presente un modo di progettare <<attento ai modi del passato>>. Il codice gotico

viene rivalutato in Italia, in particolare sulle fabbriche religiose: questo perché il gotico è ritenuto lo

stile più adatto alle chiese da tutta la critica ottocentesca.

Il restauro è possibile solo se si possiede una conoscenza approfondita non solo delle forme, ma

anche delle tecniche costruttive antiche. Sia per Travaglini che per Viollet l’interesse al passato è

funzionale al presente, ma mentre il primo da architetto eclettico è interessato alla storia solo come

campionario di stili e di forme da cui attingere, il secondo è interessato anche all’iter storico che ha

generato quelle forme.

Travaglini s’accosta al restauro quando gli viene commissionato dai frati domenicani quello

Opere.

che rimarrà il suo intervento più famoso: il restauro di San Domenico maggiore a Napoli (1850).

Egli si avvia al programma con lo scopo di sostituire le forme e gli ornati della decadenza con il

primitivo carattere della costruzione. L’intervento consisteva in quattro operazioni: riduzione alla

maniera gotica dei finestroni che avevano assunto forma rettangolare; adozione di ornati

corrispondenti allo stile del tempo; spostamenti ed eliminazione di alcuni monumenti; creazione di

vetrate colorate per le nuove aperture gotiche.

Altra tappa importante è il restauro della chiesa di San Francesco a Cava dei Tirreni (1858-1864).

afferma la necessità di un restauro per riparare i danni e riproporre, dove mancanti, le

L’architetto restauro dell’arco

antiche decorazioni. Il di Alfonso II in Castelnuovo a Napoli fu iniziato nel 1852

e ripreso trent’anni dopo. Quello che Travaglini vuole fare è: reintegrare le parti mancanti, ma

anche ripristinare <<uno stato di completezza che può anche non essere mai esistito in un dato

tempo e in un dato luogo>>.

RUSKIN TRA ARCHITETTURA E RESTAURO

Ruskin non è un architetto, nonostante ciò, pochi pensatori hanno influenzato come lui la

progettazione e il restauro. Certamente il clima culturale dopo la Rivoluzione francese ha influito e

indirizzato tale studio. Così scrittori e uomini responsabili della politica culturale della Francia,

hanno avvertito il bisogno di salvaguardare ed intervenire per restaurare il patrimonio culturale

della loro nazione. La discussione ha interessato la funzione dei musei, la legislazione, la

catalogazione dei monumenti. In questo clima emerge la personalità di Viollet-le-Duc, convinto che

<<restaurare un edificio è ripristinarlo ad uno stato di completezza che può non essere mai esistito

in dato tempo>>. Ruskin si confronta con il restauro diversamente.

Pittura, architettura, scultura e restauro non sono argomenti isolati. Ruskin considera “arte” ogni

in un’ottica che rifiuta i pregiudizi e avverte come sia falso e arbitrario voler creare dei

manufatto,

L’arte all’ordine della natura,

confini. è tale quando questa corrisponde quando è segno di libertà,

L’atto intellettivo non produce arte. Le

quando è realtà non necessaria, quando è una possibilità.

pagine più significative in tal senso sono contenute in The Seven Lamps of Architecture. Infatti,

l’immaginazione esula dalla coerenza; non è possibile sottoporla a controllo e non la si deve

caricare di funzioni che non le competono.

Accanto all’aspetto gnoseologico (conoscitivo), Ruskin ne individua un secondo. E’ il rapporto tra

idea estetica e il materiale in cui essa viene realizzata. Si tratta di conoscere la natura del materiale

che si utilizza, che deve essere rispettata nella fisionomia e nelle leggi statiche che la governano.

L’attenzione alla materia coincide con il rispetto della natura, come l’attenzione alla storia coincide

con il rispetto per l’uomo che di essa è custode.

A partire da queste considerazioni, è significativo quello che scrive in The Elements of Drawing. Il

l’armonia del cosmo

disegno è lo strumento che rileva il rapporto fra le parti e permette di scoprire

e le proporzioni della natura. Senza il disegno nessun artigiano è in grado di progettare i propri

manufatti, e Ruskin vede in questo una disciplina educativa.

In The Poetry of Architecture, Ruskin analizza ogni aspetto della costruzione: rileva il modo in cui

nella natura; esamina la relazione tra edificio e ambiente; conclude con l’osservare

essa è collocata

che l’architettura è arte quando si inserisce nell’armonia del creato.

Ruskin individua tre momenti della vita della costruzione: quello progettuale, quello funzionale,

La progettazione non riguarda solo l’edificazione dell’opera, ma deve

quello della conservazione.

anche pensare alle vicende che segneranno la vita dell’edificio e alla manutenzione per rendere il

è un aspetto necessario all’esistenza

più possibile durevole la sua opera. La conservazione

dell’edificio, che è considerato come un essere vivente. Pertanto il restauratore deve essere attento

ad ogni momento che ha caratterizzato la vita dell’edificio. Ruskin è il padre della <<teoria

conservativa>>, e i suoi scritti occupano la parte centrale del XIX secolo.

della durata. L’oggetto inevitabilmente va verso la

Il problema del restauro coincide con quello

propria distruzione; nel salvare l’oggetto l’uomo salva in primo luogo la memoria della sua

L’intervento di

presenza sulla terra. restauro è menzognero, in quanto modifica la concreta realtà

dell’opera. Ruskin dice: <<il restauro è la peggiore delle distruzioni>> e per questo conclude:

cura solerte dei vostri monumenti e non avrete alcun bisogno di restaurarli…Vigilate

<<prendetevi

su un vecchio edificio con attenzione premurosa; proteggetelo meglio che potete e ad ogni costo,

da ogni accenno di deterioramento…tenete la struttura muraria compatta usando il ferro; e dove

essa cede puntellatela con travi; e non preoccupatevi per la bruttezza di questi interventi di

sostegno: meglio avere una stampella che restare senza una gamba. E tutto questo, fatelo

amorevolmente, con reverenza e continuità, e più di una generazione potrà ancora nascere e

morire all’ombra di quell’edificio. Alla fine anch’esso dovrà vivere il suo giorno estremo; ma

lasciamo che quel giorno venga apertamente e senza inganni e non consentiamo che alcun sostituto

falso e disonorevole lo privi degli uffici funebri della memoria>>.

WILLIAM MORRIS E LA PROTEZIONE DEI MONUMENTI

La nazione che insieme alla Francia, intraprende per prima una intensa riflessione sui temi del

restauro nel corso del XIX secolo è l’Inghilterra. I concetti di tutela, conservazione e restauro di

William Morris (1834-1896) rimangono tra quelle più significative e sistematiche del periodo.

Parlare di Morris come di un pioniere è una consuetudine storico-critica, basti pensare a quanti lo

hanno identificato come uno dei padri fondatori di quella innovazione architettonica che sarebbe poi

Morris espresse inoltre una carica creativa e un’attività

sfociata nel Movimento Moderno.

intellettuale talmente poliedrica, da rendere impossibile uno studio che riguardi l’architettura, l’arte

o l’artigianato inglesi ed europei tra il XIX e il XX secolo che prescinda dalla sua figura.

Ci interessa principalmente la costruzione che William Morris attua di una idea di tutela, o meglio

dei monumenti e dell’architettura.

di protezione

Alcuni dei temi fondamentali del suo pensiero sono: il concetto di tutela contro quello di restauro; il

principio del monumento inteso come bene pubblico e l’importanza del coinvolgimento popolare

nell’azione di difesa del patrimonio architettonico dal degrado e dalle deturpazioni; ed infine la

necessità di creare delle associazioni dedicate alla sorveglianza e alla denuncia. Se il primo

elemento è chiaramente ascrivibile alle idee di Ruskin, del quale Morris non farà mistero di essere

erede culturale (essendo stato suo allievo), gli altri due punti appaiono strettamente correlati

all’attivismo politico e alla sua adesione al socialismo.

Il 22 marzo 1877 viene fondata a Londra la Society for the Protection of Ancient Building della

quale Morris viene nominato segretario. Al concetto di restauro va sostituito quello di protezione, o

tutela, intesa come manutenzione vigile e costante, capace di garantire la sopravvivenza

dell’edificio o perlomeno di rallentarne il degrado, utilizzando gli strumenti minimi necessari a

Ulteriore attenzione va rivolta alla funzione originale che l’architettura aveva,

questi scopi. alla

destinazione d’uso, alle condizioni e modalità d’impiego; ciò che è stato pensato per alcuni compiti

non necessariamente è adatto ad essere trasformato e adeguato alle esigenze moderne.

Nel 1878 l’Anti Restauration Movement diverrà in breve l’elemento catalizzatore nel quale si

riconosceranno tutti coloro che rifiutano in quegli anni l’idea di un restauro distruttivo e

falsificatore, privilegiando i concetti di tutela e protezione così come espressi da Ruskin e Morris.

Numerose saranno del resto le azioni eclatanti di denuncia condotte in Europa ed anche al di fuori

di essa, che avranno come obiettivo privilegiato alcuni incauti restauri condotti su monumenti

altamente noti; non a caso uno dei primi interventi di questo tipo, riguarderà nel 1879 i restauri della

Basilica di San Marco a Venezia, con una lunga e accesa campagna di censura e critica, in quanto

gli edifici di una nazione sono proprietà del mondo intero.

CAMILLO BOITO

Storia, composizione, restauro

Camillo Boito (1836-1914), apprezzato oratore e scrittore, ricorre a citazioni, aneddoti, digressioni

che fanno da sfondo all’introduzione dei principi generali: metodi e tecniche di intervento da

adottare nel restauro scultoreo, pittorico e architettonico.

L’architettura quando abbandonata al degrado, genera disagio, allo stesso modo dei corpi umani

Tra un progetto di nuova architettura e l’opera di

devastati dalla malattia, aggrediti dalla vecchiaia.

restauro il fondamento comune è la storia.

adesione al modello dell’architettura

Boito ha espresso da tempo la propria medievale e il suo

particolare interesse per le forme neoromaniche negli scritti a carattere teorico, nella esperienza

progettuale, nelle opere realizzate fino alla metà degli anni sessanta. Tale scelta impronterà tutti i

La conoscenza e l’imitazione delle forme del

progetti pubblici e privati degli anni successivi.

passato conducono a quel tipo di intervento che tende a restituire all’edificio lo stile delle origini, e

che finisce per proporne una dimensione univoca, ingannevole. Il linguaggio delle origini,

costituisce un ostacolo all’espressione di quella che Boito definisce la moderna architettura. La

conoscenza profonda dell’architettura dovrebbe indurre, viceversa, al rispetto delle testimonianze di

L’unità di stile compete alla nuova architettura, non ai vecchi monumenti.

arte e storia.

Conservatori e restauratori

I restauratori, uomini quasi sempre superflui e pericolosi, possono causare manomissioni

irreversibili ai monumenti, a volte soltanto per ignoranza, a volte per estrema abilità. Nel primo

caso l’opera p perduta per sempre, nel secondo caso, a lavoro compiuto, nessuno saprà distinguere i

rifacimenti e le integrazioni delle parti originarie, il falso dall’autentico. Meglio allora parlare di

conservazione.

Per i restauri architettonici sono da osservare due criteri essenziali: 1° bisogna fare l’impossibile,

bisogna fare miracoli per conservare al monumento il suo vecchio aspetto artistico e pittoresco; 2°

bisogna che le modifiche, se sono indispensabili, e le aggiunte, se non si possono scansare, mostrino

chiaramente di essere opere d’oggi.

I monumenti presentano differenti condizioni e stati di degrado, ai quali adeguare modalità di

intervento diversificate, e se il male è estremo, altrettanto può esserlo il rimedio. In tal caso l’opera

di restauro si dimostra allora necessaria, resta uno strumento essenziale della tutela. Ricorre più

volte negli scritti di Boito il parallelo tra restauratore e chirurgo <<che con attenta mano opera e

salva la vita, e ridà la salute>>.

L’esperienza del restauro: soppressioni, compimenti, aggiunte

Boito sarà fino ai primi del Novecento membro di commissione nei maggiori concorsi di

architettura e di grandi esposizioni nazionali, impegnato riformatore della didattica dell’architettura

restauro in varie città d’Italia e

e delle arti industriali, giudice chiamato a risolvere questioni di

inviato a verificare l’andamento e gli esiti di cantieri monumentali controversi, arbitro delle più

su temi d’arte e di rinnovo urbano.

delicate querelles nell’itinerario boitiano, la

Nel gioco tra architettura del passato e nuova architettura, centrale

questione delle aggiunte rappresenta un passaggio cruciale. Esse non possono dirsi veri e propri

restauri, bensì nuovi corpi dell’edificio, nei quali l’espressione dell’arte d’oggi, non solo giova al

nostra contemporanea.

monumento ma serve all’arte

Le aggiunte che alterano l’organismo originario, se fatte da architetti di talento vanno rispettate:

mentre <<le rimozioni, purtroppo inevitabili in qualunque restauro vanno limitate a ciò che

realmente disturba>>.

percorre e domina il progetto boitiano; la scienza e l’arte vi si confrontano nella ricerca

La storia

della sintesi che può conferire pieno significato all’architettura.

Gustavo Giovannoni vede nelle forme adottate da Boito, totalmente discordanti con gli impianti

regolari e geometrici dei suoi edifici il pericolo del falso, dell’ibrido, e indica in lui l’indiscusso

capostipite della via italiana al restauro della quale egli stesso è fautore: <<la teoria intermedia>>.

Infatti Boito ha indicato la strada della molteplicità.

ALFREDO D’ANDRADE

Alfredo D’Andrade lavora nel territorio piemontese, intorno al 1870.

dell’architettura e dell’arte piemontese, la preparazione storico-

La profonda conoscenza a D’Andrade realizzare il

archeologica e tecnica, consentirono Borgo e della Rocca medioevale del

Valentino.

Il progetto di D’Andrade ,approvato dalla Commissione, riproduceva fedelmente un villaggio

dell’epoca. Con l’aiuto di

medioevale piemontese del XV riproponendo le tecniche costruttive

ingegneri D’Andrade

alcuni iniziò a rilevare tutti quegli edifici medioevali che potevano essere

presi come modello per la realizzazione del Borgo e della Rocca. In particolare per la Rocca, la

Commissione decise di non attenersi a un solo modello vista la presenza sia in Piemonte che in

Valle d’Aosta di molti castelli ben conservati. Il risultato fu così un edificio medioevale del XV

secolo, sintesi dei più interessanti esempi di architettura castellana presenti sul territorio, nel quale

vennero riproposti gli elementi strutturali e decorativi più pregevoli di ogni singolo castello (quello

di Fenis, a quello di Issogne, di Manta, Montalto).

La notorietà di D’Andrade fu tale che nel 1884 fu nominato membro della Commissione di

a partire dall’epoca romana, aveva

vigilanza per il restauro del palazzo Madama. Il monumento,

subito notevoli trasformazioni soprattutto nel XV secolo per volere del principe Lodovico d’Acaja e

nel XVIII secolo con la costruzione della facciata secondo il progetto dell’architetto Filippo Juvarra.

D’Andrade propose di mettere in luce, dove era ancora possibile, le costruzioni primitive e di

restituire al palazzo l’immagine del XV secolo. In questo caso l’impostazione progettuale assume

evidentemente il carattere di un restauro in stile anche se rigorosamente scientifico perché fondato

su principi filologici e soprattutto documentato.

Cosa si fede:

Vennero restaurate le murature in laterizio romane e medioevali con analoghi mattoni su cui fu

impressa a bassorilievo la data dell’intervento.

palazzo Madama proseguirono fino alla fine dell’Ottocento, molto tempo è

I lavori di restauro del

stato dedicato al restauro della facciata settecentesca dello Juvarra. Oltre ad un intervento di

pulitura, D’Andrade previde anche le integrazioni delle ricche decorazioni in calcare di Chianoe

utilizzando marmi e pietre provenienti dalle cave della valle di Susa.

Il progetto per il Borgo e la Rocca del Valentino e il restauro del palazzo Madama offrirono dunque

a D’Andrade l’opportunità di proporsi anche nel ruolo di restauratore.

Nel 1885 viene nominato dal ministro della Pubblica Istruzione “Regio delegato per la

conservazione dei monumenti del Piemonte e della Liguria”. In seguito alla istituzione poi, da parte

del ministro Pasquale Villari di undici Uffici regionali per la conservazione dei monumenti, nel

1891 D’Andrade diventa direttore dell’ufficio torinese.

La scarsa documentazione letteraria non ha consentito alla cultura ufficiale di valutare appieno la

figura di D’Andrade.

Solo negli anni 50 si è verificata un’analisi critica del suo ruolo di restauratore nell’evoluzione della

disciplina.

L’interesse per la ricerca analitica e filologica è alla base del suo rapporto diretto con l’architettura,

D’Andrade, come sottolinea Camillo Boito “un vero

il disegno diventa lo strumento di linguaggio

parlato con tutte le sue snellezze coincise, con tutte le sue audaci varietà, le quali salgono dallo stile

umile allo stile dignitoso, senza smarrirsi mai nell’affettato e ne cospicuo”.

D’Andrade si concentra sullo studio delle fabbriche medioevali. Questa scelta si deve al suo spirito

che al linguaggio del tempo (neoclassicismo) infatti privilegia le caratteristiche strutturali più che

medioevale.

compositive, proprie dell’architettura

L’attività di Alfredo d’Andrade nel ruolo di pubblico impiegato per la conservazione dei

monumenti del Piemonte e della Liguria (1885-1891)

Il punto di partenza è sempre la realtà oggettiva del monumento appresa dal rilievo e dalla

documentazione storica. Lo studio delle fonti, la ricerca icnografica, i riferimenti analogici con altri

edifici coevi, sono sempre per D’Andrade strumenti da utilizzare nel cantiere di restauro.

La restituzione dell’edificio nella sua forma originaria rappresenta per D’Andrade il fine da

raggiungere dopo aver verificato scientificamente tutte le sue fasi di costruzione e i materiali

impiegati.

Tra i progetti di restauro che contribuiscono alla sua notorietà, la Sacra di San Michele presso

Sant’Ambrogio di Susa è uno dei più importanti per i problemi connessi alla mole del monumento

costituito da un insieme di edifici di epoche diverse.

Il restauro della torre della cinta Romana di Aosta (1891), fu realizzato per analogia con la torre del

Leproso, come illustrano i vari disegni di progetto. Le aggiunte furono eseguite in mattoni.

D’Andrade sebbene sia per un restauro analogico, sottolinea l’importanza e la necessità di

differenziare le parti aggiunte per consentire una lettura diretta del nuovo.

D’Andrade e il suo ruolo nel dibattito culturale italiano sul restauro

Nel 1899 si occupa dello studio della scala esterna da costruire al palazzo del Popolo a Perugia.

Dopo la sua demolizione, avvenuta fra il 1889-90, molti artisti e studiosi si erano mostrati

favorevoli a una ricostruzione. A tale proposito Alessandro Bellucci scriveva che “quando la parte

in questione non esiste più non si deve parlare di restauro ma di ricostruzione”.

Le alternative che ricevevano maggiore consenso erano due: la costruzione di una scala a doppia

rampa rappresentata in quadri e incisioni della fine del Seicento, e il progetto a una rampa

sviluppata in senso normale alla facciata che però non aveva alcun riscontro documentario.

D’Andrade, si oppose alla costruzione della scala a due rampe, per un elementare principio di difesa

(riflessioni dell’arte della guerra medioevale).

L’esito della votazione fu favorevole alla costruzione della scala a base poligonale seguendo le

indicazioni fornite da D’Andrade e De Angelis.

Per quanto riguarda Castel Sant’Angelo, il 15 dicembre 1904 il ministro della Pubblica Istruzione

scrisse a D’Andrade; l’obbiettivo del restauro era quello di mettere in evidenza l’architettura del

castello all’epoca di Alessandro VI, ma afferma D’Andrade: “ limitare lo studio di un monumento

ad una data epoca della sua esistenza è sempre cosa pericolosa. Per ottenere questo fine si deve

ricorrere senza dubbio a demolizioni di costruzioni che alle prime si sono sovrapposte e che

servirono, ad attestare lo svolgimento storico dell’arte delle fortificazioni e delle vicende del

Roma e col Papato sono tanto intimamente legate”.

Castello che con

Inoltre afferma che i moderni restauratori segnano ogni pietra con due iniziali, PR pietra

rimpiazzata o RSS restauro su semplice supposizione.

Nel 1906 viene chiamato per esprimere un giudizio sulla avvenuta ricostruzione del campanile di

San Marco a Venezia. Dopo il crollo si era optato per la ricostruzione, ma in maniera differente. Il

campanile invece di elevarsi dal suolo come una immensa asta rossa sorgerà dalla cima di un gran

piedistallo piramidale e informe. La commissione nominata per risolvere la questione (Ernesto

Basile, D’Andrade) votò a favore dei 5 gradoni e diedero delle conclusioni: non hanno alcuna

importanza estetica; infine non si tratta di un vero e proprio restauro, ma di un essenziale

rifacimento, che non solo ammette, ma esige, maggiore libertà di trattazione.

Nei primi anni del 1900 D’Andrade fu responsabile di molteplici restauri, egli si distinse dagli altri

analitica e

restauratori, per il suo rigore scientifico e dei suoi interventi basati sull’indagine

filologica. Proprio per il suo approccio metodologico, lo porterà negli ultimi anni della sua attività

ad avere un’attenzione maggiore per la storia del “monumento” e quindi per la conservazione delle

sue stratificazioni.

ALFONSO RUBBIANI A BOLOGNA: SPUNTI PER LA RILETTURA DI ALCUNI RESTAURI

ALLA LUCE DI NUOVI DOCUMENTI

Rubbiani, teorico, urbanista, umanista.

Restauri da lui curati sono: la chiesa di San Francesco nel 1890 e i prospetti della stessa nel 1926; il

In quest’ultimo restauro si denota la sua teoria, ovvero scegliere le forme

palazzo del Podestà.

romantiche del ripristino medievaleggiante, che in fondo esprime scopertamente l’intenzione di

ricostruire il passato per opporsi al futuro.

Le teorie sul restauro in rapporto al clima culturale

Rubbiani si inserisce nel clima culturale bolognese. Riguardo poi al rapporto tra Rubbiani e i

restauratori europei, ma sua speculazione si sintonizzò sulle teorie di Viollet-le-Duc, tanto per lui,

come per il maestro francese, il monumento nella sua consistenza costituiva solo il punto di

partenza per un ripristino condotto anche con l’ausilio delle nuove arti decorative. A Ruskin si

rifece soprattutto per le questioni relative alla salvaguardia della mura e delle torri cittadine. Da

infine, trasse la sua fede rivoluzionaria fondando nel 1898, l’Aemilia Ars, ispirata all’Arts

Morris,

and Crafts, per promuovere le arti applicate, riscoprendo l’arte medievale come espressione della

natura, attraverso gli ornamenti vegetali e le figurazione zoomorfe. Tale atteggiamento è da

ricollegarsi agli studi di autori di cultura tedesca, come Riegel che contribuiva alla conoscenza

dell’arte del mondo antico.

In seguito Rubbiani insieme ad altri fece parte del Comitato per Bologna Storica e Artistica,

promuovendo e ristrutturando edifici pubblici e privati.

Nel 1865 Rubbiani fu influenzato alle formulazioni di Carlo Boito e le realizzazioni di Luca

Beltrami. Tali influenzamenti ispirarono i restauri a suggestioni medievalistiche carducciane. È

proprio Carducci che ispira Rubbiani a privilegiare alcune epoche (medioevo e rinascimento)

rispetto ad altre. La sua attenzione cadde sulle architetture medievale e quattrocentesca.

Restaurare, per Rubbiani, non significa conservare l’opera d’arte per ciò che è, ma forzare una

realtà “mascherata” e operare attraverso un “ideale ripristino”.

Lo scopo di Rubbiani fu di “restituire alle antiche architetture guaste dal tempo e dagli uomini, l’

in cui l’espressione

integrità nei modi e nei limiti suggeriti dagli avanzi di loro forma e documenti”,

“guaste” indica non tanto il degrado quanto le stratificazioni secolari.

Opere. Uno degli interventi di Rubbiani maggiormente approfonditi dalla critica architettonica è

quello realizzato nel palazzo di Re Enzo. Dopo la decisione del Municipio di ripristinare il palazzo,

l’intervento riguardò il ripristino della facciata in piazza Nettuno, l’eliminazione delle finestre

asimmetriche e la ricostruzione di due trifore al piano nobile e tre monofore al primo piano.

La chiesa di San Francesco nel 1886, fu subito pubblicato il risultato dei lunghi studi di Rubbiani

sulla chiesa, con allegato un atlante di 9 tavole illustrative. Nel restauro Rubbiani ordinò la

distruzione di alcune parti come ad esempio di 4 cappelle, rimozione dell’intonaco e delle

decorazioni, si cercò quindi di riportare la chiesa al suo stato originale così come era stato

progettato dai frati all’epoca.

Nel 1926 la stessa chiesa viene ripresa per ulteriori restauri, ma questa volta allo scopo di isolare il

monumento, ma adibirlo a uso pubblico attribuendogli una funzione (secondo Rubbiani) utile sia

per la conservazione dello stesso che per lo Stato.

Nel 1905 realizzò, con il Casanova un progetto di restauro della caserma degli Armigeri

Bentivoglio, affrontando delle ricostruzioni di finestre mancanti e altre parti mancanti.

Nel 1906 diresse i lavori di palazzo Calzolari, sostituendo per motivi statici, tutte le colonne del

portico.

LUCA BELTRAMI

Nasce a Milano nel 1854, frequenta i corsi di architettura di Carlo Boito, aveva fondato nell’istituto

Tecnico Superiore, l’attuale Politecnico. Beltrami sarà il primo laureato della nuova scuola alla

quale sarà chiamato per insegnare.

Sarà poi chiamato per i restauri del Castello di Soncino. Provvederà alla costruzione della fronte

incompiuta del palazzo Marino. Si batterà per la sopravvivenza del Castello di Milano, minacciato

da una parziale demolizione o smembramento. Non meno intensa la tua attività di progettista:

costruirà la sede del Corriere della Sera; sarà l’architetto dell’edificio delle Assicurazioni Generali;

delle sedi di Banca Commerciale Italiana.

Beltrami è anche giornalista satiro, consigliere comunale, assessore, deputato nel 1892 e senatore a

vita nel 1905.

Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, la sua figura a Milano viene a declinare, il

suo pensiero verso al cultura ottocentesca e i valori dell’Ottocento non gli consentono alcun

rapporto con i nuovi orientamenti. Egli è contrario al liberty in Italia, estraneo alle tendenze del

classicista dell’architettura piacentina.

Modernismo ma anche al retorico neo*monumentalismo


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DETTAGLI
Esame: Restauro
Corso di laurea: Architettura
SSD:
A.A.: 2015-2016

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