Filosofia del diritto: verso un antidestino - Biotecnologie e scelte di vita
Diritti dell'uomo e biotecnologie: un conflitto da arbitrare
Post delitti mondiali: necessario inserire nelle carte regionali e internazionali un concetto giuridico nuovo: dignità umana come intangibile e proteggerla è dovere di tutti i poteri dello Stato. Negli stessi documenti si afferma pure che la ricerca scientifica è libera e degna di tutela. Convincimento del connubio benefico tra scienza e diritti dell’uomo, non si poteva immaginare che oggi minacce alla dignità, libertà e ambiente sarebbero potute provenire dalla scienza stessa e dalle sue applicazioni e quindi non appariva necessario agli Stati enunciare i limiti di esercizio del potere scientifico.
Il 900 è stato il secolo della fisica, il 2000 il secolo dell’ingegneria genetica. Bioeticista Rifkin pone varie domande: si chiede se il potere delle nuove tecnologie è gestibile e appropriato, se protegge le opportunità per le generazioni future o le diminuisce. Dunque, iniziale ottimismo al non porre limiti alla scienza, oggi organizzazioni internazionali sono alla ricerca di una regolamentazione della sperimentazione umana e applicazione delle biotecnologie. Tale normativa: conflitti di valori e diritti tra le esigenze della ricerca e le esigenze degli interessi dell’uomo.
Nel rapporto uomo-biotecnologie emergono una serie di diritti di ultima generazione che spesso poggia su basi non sempre oggettivamente certe e che richiede una verifica (diritto all’ambiente, alla felicità, a un figlio). Pericolo quindi che i diritti comunemente considerati (civili, politici e sociali) si trovino a convivere con una serie di diritti e libertà più deboli i quali finirebbero per ingabbiare i primi. Tali diritti evidenziano l’esistenza di un conflitto di pretese e prerogative rientranti nell’area della ricerca tecnologica e del suo sviluppo.
I grandi progetti biotecnologici che riguardano i geni e il genoma, la vita artificiale, l’eugenia e la clonazione, procreazione artificiale sono la realizzazione dell’utopia biotecnologica che ha come referenti principali gli scienziati, le industrie, lo Stato e i media; in essa si trovano i nuovi poteri e le nuove fonti di profitto del 3° millennio, queste forze (capitalismo, socialismo, democrazia) sono guidate dalla scienza moderna.
La tecnica come salvezza
Emanuele Severino: una volta il salvatore era Dio oggi è la tecnologia, mentre le altre forme di volontà, di potenza (norme religiose, morali, giuridiche, politiche) vogliono realizzare scopi escludenti, la tecnica non mira a ciò, ma allo scopo trascendentale che è l’incremento infinito della capacità di realizzare scopi. La tecnica ha conquistato una vera e propria egemonia: determina lo sviluppo dell’economia ma al tempo stesso comprime i territori della libertà.
Hengelhardt attribuisce alla scienza una funzione propria della religione in quanto con un po’ di tendenziosità è possibile interpretare i dogmi cristiani del battesimo e della grazia come una forma di ingegneria genetica soprannaturale. L’ingegneria genetica si presenta come una sorta di nuova religione in grado di garantire maggiore benessere soprattutto sul piano migliorativo della specie. Si parla di metafora cristiana in quanto si potrebbe perfino osservare che la dottrina cristiana ci fa comprendere l’azione che i nostri discendenti potrebbero intraprendere per i loro figli progettandoli per la virtù.
Harris: l’uomo si eleva allo stadio di vero signore e proprietario della natura in grado di creare una nuova stirpe umana giustificata dalla moralità del benessere. Si parla di una bioetica post umana che ai limiti di una fantascienza ipotizza la manipolazione del corpo umano finalizzata alla creazione di ibridi uomo-macchina (cyborg: mente artificiale e corpo biologico).
L’intero dibattito sulla legittimità o meno delle biotecnologie riguarda l’emancipazione dalla schiavitù della natura e coloro che pongono limiti difendono a spada tratta questo schiavismo. Molti filosofi come Habermas, considerato uno dei più grandi esponenti del pensiero filosofico tedesco, che ergono barriere sono pronti a conservare il presunto immutabile destino biologico dell’individuo e a prevenire ogni intervento dell’umano sull’umano.
Il bioeticismo e il biodiritto
Il biologo postmoderno si reputa non tanto uno scienziato o ingegnere ma più un artista creativo o architetto di ciò che questa generazione di scienziati considera come una seconda genesi; oggi sempre più le tecniche di ricombinazione del DNA vengono sempre più considerate come strumenti dell’artista che intraprende un’avventura creativa. L’ingegneria genetica quindi riassume il nuovo modo di pensare post moderno che si è impossessato della cultura: questo mondo è uno dei pochi che non ha limiti: presente, passato e futuro si intrecciano e si fondono, la nuova era è meno costretta dal destino e dal divino, uomo libero di creare e vivere tante fantasie esperienze. Rifkin natura come progresso nella novità e ogni specie come opera d’arte.
Da qualche decennio si è ampliata la possibilità dell’uomo di comprendere fenomeni che si sviluppano a livello di atomi e molecole (nanoscienze): le altre tecniche come la nanotecnologia utilizzano quelle scoperte per applicazioni industriali e commerciali nei più diversi settori. Tutto ciò può avere ricadute sotto il profilo terapeutico nei confronti del corpo umano per ripararlo e per potenziarne le capacità (neurologiche, visive, mnemoniche). È questo il nuovo ambito della bioetica che si sta delineando: beyond therapy oltre la tecnologia con il solo fine del miglioramento.
Sono già allo studio possibilità di costruire organi umani o tessuti destinati ai trapianti e di collegare l’attività cerebrale a sistemi di elaborazione dei dati così da replicare in un calcolatore le info estratte da un cervello umano (uploading). Da quanto detto non può che scaturire un problema sia etico che giuridico sul come qualificare e regolamentare queste nuove forme di dominio del tecnologico: si pone ovviamente il problema della salvaguardia della propria identità, libertà, uguaglianza. Non è raro che i sogni diventino incubi.
Il problema dell’opportunità e dei limiti di un intervento del legislatore occupa quindi un posto centrale nel dibattito attuale e con sempre maggior frequenza ci si domanda se il diritto vigente, anche supportato da norme di comportamento come quelle morali e deontologiche, possa risolvere conflitti d’interesse suscitati dalle biotecnologie; ci si chiede a quali fonti del diritto fare ricorso: se leggi generali e imperative o una legislazione di garanzia che indichi i principi generali non negoziabili e dunque una legislazione mite.
È difficile pensare che problemi di questa natura possano essere risolti attraverso un vasto e generale consenso basato su principi etici. Se la scienza unita alla tecnica è come detto un incremento indefinito della capacità di raggiungere scopi, la decisione sui concreti e determinati scopi non può che spettare al diritto. Dunque accanto alla bioetica, disciplina che si traduce in uno studio sistematico della condotta umana nell’area delle scienze della vita e della cura della salute esaminata alla luce di valori e principi morali, sta emergendo in campo nazionale e internazionale una nuova disciplina indicata con il termine biodiritto: ciò nasce dall’esigenza sempre più avvertita di dare una regolamentazione giuridica alle pratiche biomediche e biosanitarie.
Bioetica e biodiritto non si sovrappongono pur avendo un oggetto analogo di riflessione; non lo fanno perché il biodiritto utilizza una prospettiva giuridica e si limita con scelte già fatte proprie dalle carte costituzionali regionali e internazionali a prescrivere una determinata condotta corredata da norme coercitive eteronome che garantiscano la tutela della dignità umana di fronte alle biotecnologie. Diritto e morale devono rimanere deontici separati ma si evidenzia con molta frequenza la confusione tra scelta morale e scelta giuridica: il problema del limite della norma giuridica, della sua adattabilità a raccogliere prescrizioni etiche è questione che richiede da parte del giurista il massimo dell’onestà intellettuale. È però evidente che il ragionamento giuridico sempre più include la valutazione morale.
Gadamer: i giudizi morali sono ammissibili nell’ambito dell’ermeneutica giuridica e ne consegue che in questa visione ermeneutica essere e dover essere vengono a coincidere e il problema ermeneutico si distacca dal problema di un sapere puro e separato dall’essere. Tutto ciò rende il processo di regolamentazione molto arduo.
Le tesi ostative all’intervento legislativo
Inizialmente la risposta più adeguata al progredire della medicina contemporanea occidentale verso quelle sperimentazioni specialmente sull’essere umano fu rimessa all’etica dello scienziato o più specificatamente del medico. Il Codice di Norimberga nacque a seguito degli orrori del nazismo; seguirono questo numerosi altri documenti di organizzazioni e comitati nazionali e internazionali con il compito di dettare modelli comportamentali agli addetti ai lavori e di ricordare che la dignità umana va salvaguardata.
I comitati nazionali e internazionali svolgono un ruolo rilevante nel tracciare le grandi linee della bioetica: gli Stati si pongono come interlocutori privilegiati nella ricerca di un consenso sulle questioni bioetiche in quanto rappresentano un’indicazione culturale e di ricerca – dibattito e fonte di legittimazione e da laboratorio per realizzare soluzioni legislative. Le tesi portate avanti contro una nuova normativizzazione giuridica non sono poche e possono essere dettate tanto da un atteggiamento positivo verso lo sviluppo della scienza che si ritiene limitato da categorie giuridiche prevalentemente rigide, quanto da una preoccupazione verso il fenomeno biotecnologico e le sue applicazioni.
Autonomia e privacy
a. La liberal-libertaria pone forte l’accento sul rispetto delle scelte private dei singoli individui e sull’autonomia che deve patire nel minor modo possibile l’intervento statale: la convinzione su cui poggia è che in merito ai problemi sollevati dalle biotecnologie le famiglie filosofiche e pluraliste non possono trovare soluzioni facendo propria una morale condivisa e universale.
Dopo aver regolato per quasi 2000 anni e in modo più o meno uniforme i nostri pensieri e le nostre decisioni sulla vita e sulla morte, l’etica tradizionale dell’Occidente è dunque andata incontro a una crisi. Singer: le società si trovano oggi a fare i conti con un diffuso pluralismo etico e dunque appare improponibile un’etica sola e assoluta. Da non trascurare poi il diverso significato che può essere attribuito a dignità umana. Il modello ideologico di riferimento è indicato come quello del non cognitivismo etico: la morale non può dunque fondarsi né su fatti né su valori oggettivi o trascendenti, alla sua base può esserci solo una scelta autonoma e individuale del soggetto. L’etica si pone come senza verità e non vi è quindi ragione per cui un’opinione possa prevalere anche per gli altri: bisogna accettare che ogni cittadino abbia le sue idee e scelte etiche e si dà la possibilità di esprimerle senza timori. Unico limite: non arrecare danno ad altri. Attuazione del principio di responsabilità che tiene in conto gli effetti e gli interessi della propria azione verso se stessi e verso i terzi.
Gli autori d’accordo con questo orientamento sono tuttavia consapevoli che i principi di autonomia e tolleranza non sono una formula universale per la soluzione dei problemi relativi alla bioetica, anche se tracciano un valido sistema entro il quale questi vanno affrontati: la regola che assegna il potere decisionale dovrebbe definire l’ampiezza della situazione del rapporto interpersonale, considerando i titolari degli interessi che il soggetto agente deve tenere in conto e successivamente investire di tale potere uno dei soggetti coinvolti, generalmente quello che appare il più toccato dagli effetti dell’azione.
Attraverso questo percorso si ha una norma capace di determinare la prevalenza degli interessi in gioco: tale determinazione è facilitata in quanto così la gente soppesa in modo responsabile gli interessi in gioco e controllata per una sua eventuale messa in discussione sulla base di una denuncia da parte di altra persona. Dunque il principio di autonomia rappresenta una chiave per l’accesso alla bioetica e risulta decisivo su molte questioni come ricerca scientifica, sperimentazione, fecondazione artificiale. Si presuppone dunque l’astensione dello Stato legislatore che non può condannare a priori comportamenti presunti illeciti quando siano attuati da soggetti adulti in modo volontario, salve le garanzie generali di tutela del benessere e sicurezza dei soggetti coinvolti: le decisioni sono quindi tutte sottratte alla dimensione dell’etica pubblica e sono assegnate a quella privata, dunque, la condotta moralmente disapprovabile è sanzionata solo dal rimorso o senso di colpa. Siamo alla cosiddetta highly inappropriate legislation: rischio di limitare le possibilità della ricerca, la legislazione determina un metodo d’intervento troppo brusco per risolvere i dilemmi delle biotecnologie. Mill: se c’è un ruolo dello Stato rispetto alla responsabilità morale del cittadino esso non è quello di prescrivere cosa le persone debbano fare ma di mettere gli agenti morali liberi nelle migliori condizioni di sviluppare in modo personale le proprie potenzialità e quindi di sviluppare comportamenti moralmente responsabili.
b. Diverse contro argomentazioni avanzate contro questa linea di pensiero. La difesa del pluralismo etico esprime più un’esigenza politica cioè quella di salvaguardare la libertà di espressione dei singoli cittadini che una concezione etica: infatti quando essa pretende di presentare delle soluzioni neutrali cioè capaci di rispettare il pluralismo etico, la libertà manifesta già un’opzione per il valore assoluto della libertà del soggetto; sia che la si condivida o no è già una concezione etica. Per quanto riguarda poi la valutazione di quelli che possono definirsi gli interessi primari in gioco nell’ambito delle biotecnologie, non è così facile la definizione in quanto bisogna comunque assicurare una protezione spontanea di tutte le parti coinvolte e evitare abusi nei confronti di altri.
Le procedure che conducono alla scelta sono procedure di contrattazione delle controversie: solo l’agente morale libero e consapevole gode di un’adeguata protezione. Non risultano invece protetti gli individui che non sono in grado di esercitare la libertà (i cd. pazienti morali) o perché non la esercitano ancora es. feti, embrioni o minori, o non la esercitano più es. cerebrolesi, dementi, o che non l’hanno mai esercitata e non la eserciteranno mai es. handicappati gravi e congeniti. Dunque gli individui non in grado di dare il proprio consenso diventano oggetti della beneficenza degli agenti morali che potrebbero decidere di proteggerli o di sacrificarli in vista della realizzazione di altri beni come ad es. l’avanzamento delle conoscenze scientifiche e biomediche.
Riguardo agli altri poi si raccomanda di non sottovalutare il peso dei condizionamenti economici sociali e culturali che vengono esercitati sull’autonomia individuale anche in società liberaldemocratiche. L’autodeterminazione presuppone il diritto di dire sì o no ma sia il consenso che dissenso devono presupporre una corretta e ampia informativa, dunque una piena capacità di intendere e di volere, condizioni che in determinate situazioni potrebbero risultare insufficienti. Lo stesso concetto di danno costituisce elemento di difficoltà, es. in relazione al nascituro: essendo la nascita un bene primario è impossibile applicare coerentemente e rigorosamente il principio del danno al caso del nascituro e di conseguenza di limitare il diritto alla libertà riproduttiva. Altri danni possono essere rintracciati nella possibilità di alterare l’ambiente nel quale si vive attraverso la riduzione della biodiversità o l’utilizzo di risorse ambientali non rinnovabili.
Di qui la necessità che la riflessione bioetica e biogiuridica si dilati oltre il presente coinvolgendo le generazioni future: il principio di responsabilità quale assenza di danno è ritenuto insufficiente. Si dovrebbe stimolare il cittadino alla presa di coscienza di un’etica collettiva e planetaria che vede l’ambiente come bene assoluto da conservare in quanto l’umanità deve continuare ad esistere. Tale principio di responsabilità va oltre il riconoscimento e la valutazione di specifici diritti individuali in quanto considera prioritario il dovere di tutela che abbiamo nei confronti di tutti coloro sulla cui vita possiamo influire attraverso le nostre azioni: diventa necessario prendere coscienza dei pericoli ai quali ci espone il potere tecno-scientifico dell’uomo a livello cosmico e valutare il rischio delle conseguenze delle azioni umane nei confronti dei nascituri delle generazioni future i in generale verso i viventi che i nostri atti possono danneggiare. La visione più radicale di questo modello etico si trova in Jonas: la responsabilità dei genitori verso i figli è l’archetipo del dovere verso entità senza rapporto di reciprocità. In altre parole è il bisogno di cura dell’altro a fondare originariamente il nostro dovere e la nostra responsabilità: dovere di conservazione e della tutela dell’eredità di coloro che ci seguiranno.
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