Premessa
Fino al V secolo le opere furono composte e diffuse oralmente; con la scuola e con i Sofisti (metà V) i libri si diffusero,
ma le copie in circolazione erano ancora poche.
Dopo il 323 a.C. con la fondazione di biblioteche importanti ad Alessandria e in altre città, la letteratura scritta si
impose definitivamente e si sviluppò maggiormente la produzione di libri (l’attività degli alessandrini fu importante
perché garantì la conservazione del patrimonio letterario antico e promosse il perdurare dei modelli esegetici).
Tra III e V secolo d.C. il libro da rotolo divenne codice: ciò comportò una traslazione delle opere da un formato all’altro
à PRIMA STROZZATURA NELLA TRASMISSIONE DEI TESTI. Nel periodo che seguì la sorte dei libri fu nelle mani della
scuola: ciò che era studiato, era copiato e si conservava; intanto col radicarsi del Cristianesimo, i monaci divennero i
custodi dei libri antichi e si fecero carico della copia di essi.
Tra VIII e X secolo d.C. l’avvento della scrittura libraria minuscola comportò una nuova traslazione (dal maiuscolo):
μετακαραχτηρισμός.
Nel 1453, quando Bisanzio cadde in mano ai Turchi, gli esuli portarono con sé i libri greci salvati che andarono ad
arricchire le biblioteche italiane.
L’Umanesimo fece rinascere l’interesse per i libri classici. Intanto si diffuse la nuova invenzione della stampa à
letterature classiche furono affidate alla nuova tecnica = nacquero così le EDITIONES PRINCIPES o prime edizioni a
stampa (nome del curatore e aggettivo in latino del nome del tipografo + anno).
Materie, strumenti e tecniche
Per quanto riguarda i supporti scrittori (le MATERIE) distinguiamo tra:
1. MATERIALI DURI à x occasioni solenni (iscrizioni sacrali, funerarie o commemorative) o x conservare e rendere
noti documenti ufficiali dello Stato (leggi, decreti ecc.) o x tramandare la memoria di fatti importanti (Marmor
Parium o Marmo arundeliano, un’epigrafe importante x la ricostruzione della cronologia di alcuni autori e opere
antichi); raramente x testi letterari (Opere e i giorni di Esiodo, scolpite su bronzo secondo Pausania geografo del II
d.C.); o x usi particolari come le lamine di piombo contenenti invocazioni o maledizioni contro i nemici (le
defexiones) spesso trapassate con chiodi e sotterrate; o x l’uso corrente come la terracotta (i vasi recanti versi di
Omero e vd gli òstraka).
2. MATERIALI MORBIDI foglie di palma, olivo ecc.; seta, lino; legno; midollo del papiro; pelle; carta di stracci.
à
Vediamo nello specifico:
Gli ÒSTRAKA
Sono cocci di vasi di terracotta raccolti tra i rifiuti e scritti nella parte convessa, diffusi in Egitto, nella Grecia
democratica soprattutto ad Atene (x scrivervi sopra il nome dell’individuo ritenuto pericoloso x la democrazia e quindi
da bandire dalla città), ma anche a Roma (rinvenuti sul cosiddetto monte Testaccio, da testa corrispettivo latino di
òstrakon) e un po’ ovunque nei luoghi anticamente abitati: il loro contenuto poteva essere fiscale (ricevute di tasse),
religioso (attestati di avvenuta sepoltura di animali sacri), privato (lettere), scolastico (esercitazioni), raramente
letterario (vd l’Òstrakon Florentinum, contenente un carme di Saffo probabilmente un’esercitazione scolastica). Lo
studio degli òsraka rientra nell’ambito della papirologia.
Le TAVOLETTE LIGNEE
Su queste si scriveva direttamente con pennello o càlamo o penna metallica e inchiostro (vd quelle egiziane che
fungono da etichette x le mummie, o quelle rinvenute a Vindolanda presso il vallo di Adriano in Inghilterra), o dopo
averle imbiancate con polvere di gesso o calce o vernice (vd quelle destinate all’affissione pubblica), o dopo averle
incerate (se ne scavava la superficie lasciando solo il bordo il rilievo o si metteva una cornice ai bordi, si riempiva
l’incavo con cera colorata piuttosto dura e si scriveva con uno stilo di metallo appuntito da una parte e a spatola
dall’altro x cancellare uno degli strumenti scrittori più comuni, anche perché l’intera superficie poteva essere
à
lisciata e riutilizzata) le tavolette incerate erano dette δέλτοι (lat. cerae o tabulae o pugillares) e spesso erano
à
accostate facendo combaciare i bordi (così le due facce non si toccavano), forate sui bordi e legate con lacci, e
all’esterno si scriveva sul legno l’indicazione del documento contenuto una serie di due tavolette: dìttico, di 3:
à
trìttico, di più tavolette: polìttico (max 10 tavolette a quanto ne sappiamo) più polittici raccolti in una cassetta
à
trasportabile fornita di un manico, costituivano il cosiddetto codex ansatus (da caudex: pezzo di legno e ansatus:
fornito di manico). Questi codices (che potevano essere costituiti anche da tavolette semplici o imbiancate, non solo
da quelle incerate) erano diffusi in tutto il mondo classico, in Grecia (x documenti provvisori o d’archivio) e a Roma
(talvolta di avorio e dalla lavorazione molto accurata, x testi letterari e documenti ufficiali di particolare importanza),
ma anche in Egitto e in Oriente. Le TAVOLETTE INCERNIERATE (codices) furono il modello per la nuova veste
tipografica del libro antico nel passaggio dal rotolo al codice.
Il PAPIRO
Il nome deriva da una parola egiziana che significa “regale”, in greco πάπυρος, βύβλος βίβλος. È una pianta
à
palustre a stelo morbido molto alto (fino a 5 m) e a sezione triangolare che culmina con una corolla, che cresceva in
Egitto (nella zona acquitrinosa del Delta e nelle paludi dell’Arsinoite), e forse anche in Etiopia, Palestina e Babilonia
à
oggi nell’orto botanico del Cairo, nell’Africa tropicale e in Sicilia. Per il suo basso costo aveva molteplici impieghi nella
vita quotidiana, ma quello più noto è certamente quello della fabbricazione della carta dal midollo della pianta. Per
quanto riguarda la tecnica di lavorazione ce ne dà notizia Plinio il Vecchio I d.C. ( Naturalis Historia):
1. fusto fatto a pezzi e decorticato
2. dal midollo bianco e spugnoso erano staccate verticalmente delle strisce (φίλυραι)
3. queste erano distese su una superficie piana e bagnata con l’acqua del Nilo, nella stessa direzione e leggermente
sovrapposte a formare uno strato
4. a questo se ne sovrapponeva un altro in senso opposto erano pressati a formare un unico foglio compatto
à
(κόλλημα).
NB = secondo l’ipotesi di Groningen la descrizione di Plinio sarebbe da interpretare come un processo di
“sbucciatura” (si praticava un taglio nel senso dell’altezza e si sbucciava il fusto verso il cuore del midollo, e poi a
questo strato se ne sovrapponeva un altro in senso opposto.
5. i κολλήματα erano dissecati al sole, battuti col maglio, e poi levigati con arnesi di madreperla e avorio o con una
conchiglia
6. più fogli erano incollati insieme con colla di farina e aceto a formare un τόμος in lat. volumen (rispettivamente da
τέμνω e da volvo) à quello ordinario era costituito da 20 fogli per un totale di 3,40 m (ma poteva raggiungere
anche i 10-‐12 m) di altezza compresa tra i 16 e i 32 cm
7. il rotolo era arrotolato attorno ad una bacchetta di legno o avorio o canna (ομφαλός, in lat. umbilicus) e vi si
apponeva un cartellino di pelle o di papiro (σίλλυβος in lat. sillybos)
8. il rotolo era riposto in una custodia di pergamena (τεῦχος in lat. capsa) ed era trattato con olio di cedro x
proteggerlo da muffe e dal deterioramento in generale. Un’ulteriore protezione era data dal protòcollon, il primo
foglio del rotolo, che presentava le fibre in senso opposto ed era lasciato in bianco.
RECTO il lato interno del rotolo, quello con le fibre orizzontali (cioè parallele alla lunghezza del rotolo) detto perciò
à
anche faccia perfibrale. Qui si scriveva, in colonne parallele al lato corto, con scriptio continua, pochissimi accenti e
spiriti e punteggiatura pressoché inesistente.
VERSO il lato esterno del rotolo, quello con le  
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