La seduzione dello spettro
Cinema nasce in bianco e nero
La pellicola in sali d'argento era un'immagine costituita da toni di grigio, dal nero al bianco, a seconda dell'intensità luminosa del soggetto. Inizialmente, la pellicola era ortocromatica (sensibile solo a raggi ultravioletti, viola e blu, molto sensibile alla luce). Poi, nel 1912, Kodak introdusse la pellicola pancromatica, sensibile a tutti i raggi dello spettro, poco sensibile alla luce, ma con una vasta gamma di grigi.
Il cinema sentì subito l'esigenza di implementare tutte le potenzialità evocative e immaginarie che il colore aveva dimostrato nel XIX secolo attraverso commercio, teatro (effetti clou come i fuochi d'artificio colorati) e moda, affermando che la teoria dei colori di Goethe sosteneva che il colore agiva direttamente sulla sensibilità e morale della mente. Non aveva però nessun significato narrativo, solo spettacolare.
Primo cinema
La tecnica serigrafica Pochoir veniva applicata a mano a ogni singolo fotogramma. I primi esempi includono Annabelle Serpentine Dance (1895) e Kinetoscopio Edison, Dance Serpentine (Fueller 1897-1898). Grande attenzione veniva prestata dal Cinematografo dei Fratelli Lumière e Méliès nel realizzare tutti gli oggetti del set in tonalità di grigio per utilizzare al meglio la pellicola ortocromatica per colorazione. Una squadra di donne lavorava nel suo studio di Montreuil.
La meccanizzazione del processo Pathé Color (poi Pathéchrome) avvenne dal 1905 fino agli anni '30. Questa tecnica, brevettata dalla casa cinematografica Pathé tramite maschere matrici ricavate dalla stampa del film (pantografo) e colorate da rulli di velluto utilizzando sei colori, trasformò l'immagine cinematografica. Nei primi tempi, essa veniva definita e assimilata dalla collettività come un'immagine ibridata (immagine fotografica bianconero + immagine pittorica).
Secondo cinema (1907-1910)
I registi iniziarono a concepire il colore in maniera musicale e armonica. Gli accostamenti di colori o di inquadrature colorate delineavano psicologie e raccontavano storie. Ad esempio, nel ciclo di Carnevalesca (Palermi 1918) si utilizzavano quattro carnevali affini a commedia con colori chiari e quattro a tragedia viceversa, come metafora della vita (versione Canosa delle quattro stagioni e dell'età dell'uomo).
Studio delle colorazioni chimiche
Il processo di tintura comportava la colorazione di tutto tranne il nero della pellicola, poiché il bianco prendeva colore. Il viraggio implicava la sostituzione dei sali d'argento con sali metallici che rendevano colorate le parti nere. La mordatura, invece, utilizzava sali d'argento non solubili e sensibili che si legavano facilmente ai pigmenti. Le colorazioni monocromatiche potevano essere combinate per dare risultati bicromatici. Questo tipo di colorazione risolse il problema della ripresa del nero, nemico del cinema.
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