Viaggio, comunità e racconto
Il turismo come fenomeno di massa può essere considerato un fatto relativamente recente nelle società occidentali, favorito dalla diffusione del benessere e dallo sviluppo tecnologico delle comunicazioni. Il bisogno di “uscire da sé” accompagna l’uomo da sempre; la stessa situazione dell’umanità originaria viene fatta risalire a una condizione nomade, precede ogni stabilità cittadina e ogni cultura sedentaria. Origine nomade ha un significato fortemente simbolico, al punto che il fenomeno del turismo di massa si può considerare anche come una memoria inconscia della condizione nomade dell’umanità.
È da sempre stimolato l’allontanamento da sé e l’incontro con l’altro. Per l’uomo tutto è in movimento secondo un ritmo che è nello stesso tempo circolare e lineare dove ogni cosa torna al suo posto. Tutto sembra sottoposto alla legge inesorabile del prendere e del lasciare, del riprendere e rilasciare. Il viaggio per eccellenza dell’uomo non ha un punto a cui tornare ma si distende in avanti senza che il momento d’origine (la nascita) e le tappe intermedie (la crescita) possano mai più tornare – qui il viaggio non è più un tour ma un avanzamento costante. La vita stessa dell’individuo viene descritta in termini di viaggio e cammino – l’uomo medievale concepiva se stesso come viandante e l’esperienza storica e politica come un pellegrinaggio collettivo della città. L’uomo rimane strutturalmente un essere in viaggio.
Viaggio nell'età della globalizzazione
Nell’età della globalizzazione bisogna chiedersi se l’esperienza del viaggio sia ancora possibile in senso proprio. La globalizzazione sembra facilitare l’esperienza del viaggio: unificazione delle politiche, delle monete, degli stili di vita, del consumo, dei trasporti... etc. Lo spostamento su scala mondiale è facilitato. Difficoltà connesse ai lunghi viaggi sembrano sparite, come anche le difficoltà linguistiche/culturali/monetarie... etc. La globalizzazione si presenta come l’epoca del viaggio globale – tutto spinge verso l’esperienza del viaggio.
Tuttavia, la globalizzazione sembra anche impedire l’esperienza del viaggio; perché questo fenomeno garantisce uniformità di spazi/culture, rapidità del movimento... etc. Il viaggio si riduce a un semplice spostamento più o meno simile a uno spostamento giornaliero. Tutto si brucia velocemente. Il mondo appare come una grande metropoli su scala mondiale; l’identico si ripete, si tratta dunque di un’identità che viene sottratta a se stessa. Nessuno è più identico a se stesso, tutto tende a essere uguale attraverso gli standard della globalizzazione.
Il viaggio come prodotto di consumo
Uno degli aspetti della globalizzazione è il consumismo. All’interno del fenomeno del consumo, il viaggio si presenta come un prodotto da scegliere in un’alternativa, più o meno autentica, rispetto ad altri prodotti simili. Il viaggio è paragonabile a un prodotto. Il prodotto-viaggio è facilmente reperibile. Il viaggio come prodotto viene orientato verso una serialità che ne permette il grande e ripetibile consumo. Viaggiare equivale sempre più a consumare, viaggiare è consumare!
Anche questo è un tour perfetto perché il viaggio viene completamente riassorbito nel consumo. Se il fenomeno del consumo permette di viaggiare a una grande massa di persone in modo relativamente facile ed economico, lo stesso fenomeno rischia di impoverire il significato del viaggio.
Il viaggio ridotto a prodotto di consumo rischia di trovarsi consumato ancora prima di essere effettuato: scelta la tipologia e i parametri di corrispondenza di mercato, in un certo senso si sa già ciò cui si va incontro.
Viaggi senza incontro
Viaggi senza incontro perché non c’è allontanamento da sé ed esodo verso l’altro. Il viaggio è in rapporto con un distacco dall’identico, una frattura dall’ordinario. Probabilmente nessuno viaggerebbe più se fosse sicuro di non incontrare davvero niente di diverso rispetto alle coordinate solite di riferimento. Nel viaggio si assiste a un intreccio di alterità e il viaggio stesso diventa tanto più interessante se restituisce qualcosa a se stessi.
Negli intrecci di alterità del viaggio sono presenti dimensioni spazio-temporali ma soprattutto umane – incontri con altri stili di vita, con altre culture, con altre organizzazioni del vivere collettivo... etc. L’alterità struttura il viaggio in due modi diversi:
- Essa può costituire il momento indispensabile del passaggio circolare da un’identità iniziale alla stessa identità che si ritrova finalmente presso se stessa dopo le peripezie del viaggio (viaggio circolare). Esempio: “Odissea di Ulisse”, qui il viaggio è sempre un partire da casa e un tornare a casa.
- Può anche rappresentare un’uscita dalla propria identità senza più un ritorno preciso (viaggio lineare). Esempio: “Viaggio di Abramo”, si presenta in modo diverso, la casa non è più casa, il partire vale più del tornare, il mondo è aperto, nuovo, non conosciuto. Senza il ritorno alla propria casa, il momento iniziale del viaggio si carica di un forte significato simbolico.
Il rapporto tra viaggio e racconto
Da sempre c’è un rapporto tra viaggio e racconto. Il rapporto tra viaggio e racconto non nasce solo dal bisogno di narrare ad altri. In questo rapporto si assiste anche a una sovrapposizione che porta a riconoscere il carattere inevitabilmente linguistico del viaggio e il carattere essenzialmente itinerante del racconto. È al racconto che si affida di solito una storia, un’avventura, un’esistenza. Sia il viaggio che il racconto prevedono tre parti essenziali:
- Inizio
- Situazione intermedia che scompagina la tranquillità
- Una conclusione
Sia il viaggio che il racconto presentano uno o più personaggi principali: i protagonisti accanto a personaggi secondari che li affiancano. Il viaggio costringe a porre l’attenzione sul significato, sullo scardinamento dell’immobilità iniziale e sul tempo del movimento ed estraneamento. Come se il viaggio facesse uscire il racconto dal suo carattere linguistico per dargli fisicità. Non tutti i viaggi e racconti si concludono con un ritorno; vi sono viaggi e racconti che si aprono all’infinito, vi sono viaggi e racconti interrotti dove la conclusione manca.
Quando si viaggia sul serio si torna a ciò che si era lasciato in maniera diversa, perché si è passati attraverso una diversità che costringe il confronto. Nel viaggio si viaggia tra altri e con altri. La similitudine di struttura tra viaggiare e raccontare continua anche nell’aspetto comunitario.
Raccontare e comunità
Raccontare: è stare in una comunità di dialogo e di ascolto, raccontare è creare comunità; anche viaggiare è un “fare comunità”. La dimensione comunitaria è essenziale sia al viaggio sia al racconto. La società contemporanea, caratterizzata da forte mobilità, movimento costante delle persone, sembra mettere in moto un viaggio globale/comunità globale deterritorializzata. Viaggio può essere visto anche come una duplice apertura comunitaria: una comunità che si apre al viaggio e una comunità che si apre a chi viaggia.
Viaggio e accoglienza vanno di pari passo – chi viaggia si apre a un’alterità e chi ospita si apre a sua volta alla diversità che le viene incontro. Incontro con e delle comunità: altro aspetto importante dell’esperienza del viaggio. Viaggio di chi viaggia suscita un viaggio anche in chi ospita. L’apertura alla diversità vale nello stesso modo e con la stessa forza sia per chi viaggia sia per chi ospita.
Le dimensioni spazio-temporali del viaggio sono nello stesso tempo dimensioni culturali e umane – perché a viaggiare è l’uomo e perché il viaggio avviene con l’altro – a una geografia fisica si accompagna una geografia umana. Ogni comunità si riconosce: in una interazione tra uno spazio fisico e uno spazio culturale. Spazio fisico, il territorio, può intendersi anche in senso simbolico.
Comunità e ospitalità
Le comunità sono territori culturali, il rapporto con lo spazio è vitale per la comunità, a maggior ragione per le comunità nomadi che decidono di vivere nell’apertura stessa degli spazi. Dall’interscambio deriva che lo spazio naturale della comunità si fa culturale e che lo spazio culturale si naturalizza. Caso della città: ancora più significativo perché la costruzione di una città equivale a insediare in uno spazio naturale un luogo fisico di ritorno. La comunità umana viene ospitata dalla natura.
Tra comunità e ospitalità vi è una sovrapposizione sottile sino al punto di pensare che accogliere sia per essenza un atto comunitario. La comunità è uno sfondo di riferimento del viaggio: è insieme punto di partenza e punto di arrivo o di passaggio del viaggio. Cos’è in gioco nell’accoglienza? Sistema materiale di ospitalità, l’identità e la cultura stessa di una comunità. Una comunità dimostra di avere tanta più identità quanto più riesce ad aprirsi e a offrire ad altri questa identità.
L’identità di una comunità è più forte dello stesso assetto politico-istituzionale. L’identità di una comunità è complessa: implica una lingua, una cultura, dei rituali collettivi di comportamento, delle tradizioni che tendono a riproporsi anche nelle forme nuove degli intrecci multiculturali e dei riti della globalizzazione, implica anche l’eco interno di culture/di lingue/tradizioni diverse. La comunità mostra se stessa sotto aspetti molteplici. Spazi, tempi,
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