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L’uomo non è ridotto a merce, non è ridotto a nulla, l’uomo esiste solo nel dinamismo dello

scambio.

Il denaro divide mentre unisce, rimane comunque legato a una quantità ­ il codice binario del

denaro può esprimere tutto per la sua infinita possibilità di combinazione.

Dall’orizzonte del di più o del di meno non rimane fuori nulla, niente trascende più.

Il denaro trascende senza trascendere, come il sogno dei poveri di vincere una lotteria.

Il denaro è il linguaggio dell’accoglienza, se si paga c’è accoglienza. Se manca il denaro

l’accoglienza viene meno, è un concetto chiave Causa­effetto.

Il denaro non è più uno strumento, un mezzo… è un essere! Senza denaro non si è, non si è

degni di ospitalità, non si può essere inseriti nei circuiti mondiali dell’accoglienza. Il denaro

rinvia solo al suo di più e al suo di meno che apppartengono allo stesso ordine.

Il denaro equipara tutto con tutto, rende tutto interscambiabile, permette lo scambio di ciò che

non sarebbe di per sè barattabile.

Denaro azzera i conflitti perche finalmente tutti parlano questa lingua. Denaro permette e

garantisce tutto. Il denaro apre e chiude contemporaneamente l’ospitalità stessa, l’ospitalità è

denaro e il denaro è ospitalità.

“VIAGGIO E UNICITA’”

Il dono si contrappone allo scambio senza intaccarlo nel suo dominio, il dono concede allo

scambio la sua supremazia assoluta ­ la dimensione dello scambio può essere immaginata

anche senza dono.

Allo scambio sfugge il minimo: cose, persone, senza valore, non scambiabili ­ allo scambio

sfugge anche il massimo: cose, persone con troppo valore. MASSIMO E MINIMO:

rappresentano i limiti dello scambio.

Anche il viaggio è scambio, scambio materiale e non materiale; scambio di luoghi, culture,

persone, costumi, cibo...etc Niente può sottrarsi a questa condizione.

Ogni viaggio è caratterizzato da unicità. L’unicità è paradossale: sta fuori dal valore, fuori dal

più e dal meno, fuori dalle somme, fuori dal massimo e dal minimo, unicità non identica, non

numerabile ­ l’unicità è tanto unica quanto diversa.

Viaggiare sarebbe ritrovare ovunque l’umanità comune in te stesso e nell’altro, viaggio

sarebbe la conferma di un’umanità.

L’umano non è un passe­partout benevolo a cui potersi appellare nella crisi delle certezze,

l’irripetibile è l’altro: se l’irripetibile avesse un valore non sarebbe più irripetibile perchè si

troverebbe inserito in un gioco di confronti e di valutazioni, l’irripetibile ha un “valore” fuori

serie. L’irripetibile rende unici i luoghi, gli spazi e i tempi.

L’irripetibile non si lascia dire eppure si lascia dire ­ l’irripetibile può essere detto ma è difficile

da spiegare, deve essere provato ­ “quante volte si dice, tornando da un viaggio, che non si

può dire a parole, che si deve provare”.

L’irripetibile non si può dire in un modo solo, ha bisogno di un dire molteplice, plurale, caotico.

La forma del dire dell’irripetibile può essere solo la ri­petizione, ossia lo sforzo di dire e ridire

quel che non si lascia dire.

Il racconto di un viaggio tenta di dire ciò che non si può dire, lo tradisce.

Il racconto porta con sè l’irripetibilità della ripetizione perchè ciò che viene detto non può più

essere detto nello stesso modo.

Il racconto è il dire dell’irripetibile, del viaggio, dell’altro. Soltanto il racconto può dare voce

all’unicità.

L’infinito si trova anche dentro il racconto, è il non­finito del racconto. L’incompiuto.

L’infinito sta nel racconto soprattutto perchè nel racconto hanno spazio voci diverse e ogni

voce è, nel racconto, lo sfondamento di ogni racconto.

Il racconto esige pluralità ma c’è anche bisogno di una pluralità di racconti dentro e fuori il

racconto ­ necessità di una pluralità di viaggi/racconti/voci.

Il racconto unico è la fine di ogni racconto e di ogni viaggio, racconto unico è

onnicomprensivo: può assumere due forme diverse solo in apparenza ­ prima forma: racconto

monocorde, a una sol voce; seconda forma: racconto globale, capace di contenere tutti gli

altri racconti.

L’infinito del racconto non è solo la sua possibile continuazione, una storia infinita. L’infinito

del racconto è il suo non­finito. Anche quando si ripetono le stesse storie ancestrali, come

nelle culture orali, questo si può fare perchè le storie non sono mai esattamente le stesse ­

storie mai identiche le une con le altre, variazioni sempre presenti.

Ci sono dei viaggi che non sono viaggi: c’è un partire, un arrivare, uno scoprire...eppure non

sono viaggi. Il partire non è un distacco da sé, l’arrivare è un rimanere a casa propria, il

conoscere non porta molto lontano rispetto a noi stessi, lo scoprire rimane all’interno delle

possibilità dell’Io.

Il racconto del viaggio in prima persona è una specie di diario autobiografico con le “proprie

esperienze”; il racconto del viaggio alla terza persona prende la forma del resoconto ­ in

entrambi i casi vengono esaltati il dire di sè nell’esperienza del viaggio e il riferire con cura i

dettagli del viaggio.

Viaggio coloniale (prima persona):

non è soltanto una precisa stagione della civiltà occidentale, il viaggio coloniale è un pensiero,

un viaggio ideale ridotto a monopensiero, a una cultura che conferma se stessa. Il viaggio

coloniale è il viaggio idealistico dell’identico che conduce se stesso sui pascoli del mondo. Il

non identico diventa solo un espediente per la crescita dell’identico che rimane tale

nonostante le vicissitudini che attraversa ­ viaggio totale, dinamismo perpetuo. E’ un divenire

dentro se stessi, viaggio in un ambiente unico che trascende tutte le differenze. Il viaggio

ideale è l’azzeramento delle differenze, l’identico non ha altro davanti a sè se non per finzione

dialettica. Differenze create e distrutte dal movimento stesso dell’Io che viaggia e non viaggia.

Il viaggio, anni fa, era visto come una vera e propria partenza, un distacco, il rischio era

grande, non c’era certezza del ritorno, bisognava essere davvero pronti a lasciare tutto. Il

viaggio comincia con un lasciare.

Cosa si lascia? La casa, la solita occupazione, l’identico panorama, la solita gente. La

dimensione del proprio disegna ciò che si lascia. Il tornare assumeva anche la forma del

possessivo: TORNO ALLE MIE OCCUPAZIONI, ALLE MIE FACCENDE, A CASA MIA…

Il viaggio è mio.

Il viaggio è la vita e nella vita si è sempre impropri, ci si appartiene e non ci si appartiene, la

vita sfugge mentre viene vissuta.

Se vi è possessione nel viaggio sarà difficile uscire radicalmente da sé; il viaggio sta sullo

sfondo di una proprietà che si incrina ­ la mia proprietà sono in qualche modo IO stesso. Di

fronte al mio essere Io, al mio appartenermi, tutti gli altri sono degli estranei, degli estranei

che dovrò riconoscere prima o poi.

Le culture meno legate al concetto di proprietà rischiano sempre di avere meno spazio perchè

anche lo spazio è posseduto ­ TUTTO SEMBRA ESSERE PROPRIETA’.

Il viaggio è una crisi di identità, un rischio della proprietà. La crisi della proprietà a cui il

viaggio allude significa in realtà che la proprietà è in crisi prima ancora della sua crisi, prima

del viaggio. Viaggiare è necessario con lo scopo di incontrare l’ALTRO e con lo scopo che

l’altro diventi indispensabile in primis per far crescere me stesso.

Il rapporto tra il viaggio e la proprietà corre sui binari della conferma di sé.

Viaggiare inizia con un distacco, una rottura, un rischio. Viaggiare è uscire dal proprio, dalla

proprietà. Il viaggio è la vita, lo si voglia o no si appartiene da sempre alla smentita di sé, al

proprio rinnegamento.

Smentirsi come propri è proprio l’unico modo per non contraddirsi ­ la proprietà è anche un

costrutto mentale.

Il denaro restituisce mobilità alla proprietà, a un mondo altrimenti bloccato nella ricerca e nei

sigilli della proprietà ­ la proprietà lega, vincola, impedisce il viaggio perchè non può separarsi

dal proprietario e il proprietario non può stare troppo lontano dalla proprietà.

In ogni caso se non si esce non si torna, se non si parte non si arriva. Staccarsi, distaccarsi è

il movimento decisivo del viaggio.

Liberarsi di una monotonia, di una costrizione, di una ripetizione; liberarsi e liberare.

Per diventare liberi bisogna liberare e liberarsi di qualcosa è già un essere liberi.

La libertà è un viaggio perchè ogni scelta impone l’assunzione di un rischio, l’uscita da una

situazione, un movimento in avanti! Il senso della libertà accompagna il viaggio.

Il significato del viaggio e quello della libertà si fanno compagnia.

In alcune società è presente una politica rigida che impone imposizioni e restrizioni sui viaggi,

limitandoli. Viaggiare potrebbe essere addirittura proibito. Le cose non sono però mai del tutto

come sembrano: nelle società senza libertà, sono autorizzati viaggi altri, viaggi diversi, di

solito sotto forma di pellegrinaggio. RAPPORTO TRA POLITICA E VIAGGIO.

Il TURISTA prende oggi il posto dell’antico viaggiatore, con qualche scrupolo di coscienza in

più. Il turista può non essere per forza un viaggiatore, può non avere interessi culturali, il

turista si può inscrivere interamente nel fenomeno del consumo generalizzato e il consumo

giustifica il turismo di massa.

Il VIAGGIATORE a sua volta non è un turista, ha motivi forti per intraprendere un viaggio.

Il VAGABONDO è, invece, senza casa e senza meta, un clochard dell’esistenza, non è voluto

da nessuno; il vagabondo non esiste perchè non consuma: vive di espedienti e mette in opera

una sorta di riciclaggio ecologico che rappresenta l’antitesi logica del consumo. La società dei

consumi odia il vagabondo sia perchè non consuma sia perchè il suo muoversi e

sopravvivere tra i rifiuti o tra gli avanti della città denuncià il consumo come tale.

Confrontato con il Turista, il viaggiatore appare una figura più nobile; si fa riconoscere come

una figura eroica d’altri tempi ­ il TURISTA è vita, economia, utilità, dinamismo, capacità di

spendere, rianima zone depresse, fa risorgere zone abbandonate ­ il VAGABONDO rovina

l’immagine alacre e operosa della città, sporca il suo volto “lindo”.

Il turista vede nel vagabondo ciò che non è e non vuole essere, il turista vuole assomigliare al

nobile del viaggio, al viaggiatore ­ l’identità del turista appartiene alla massa del weekend ai

flussi coatti dei riti sociali del turismo vacanziero.

Il vagabondo non proclama viaggi, testimonia uno star fuori: frattura senza cui non ci sono né

viaggi né turismi, un marginalità evidenziata. Il vagabondaggio va di pari passo con lo

spaesamento radicale: perdita della casa vicino alle case, senza identità vicino alle identità,

protesta silenziosa vicino alle certezze sicure delle grandi città.

Il vagabondaggio può essere anche una condizione di vita che si sceglie nella nausea

dell’identità, una nausea che può prendere la forma della denuncia o della protesta anche se

più spesso assume quella della rassegnazione ­ il vagabondo per insuccesso o il vagabondo

per scelta esprimono, però, la stessa situazione.

Con l’aumento del viaggio generalizzato di massa aumenta anche il senso acuto di

responsabilità del turista stesso. Tutti i protagonisti del sistema generale del viaggio devono

essere rispettati e responsabili: i viaggiatori, i tour operator, le autorità...etc.

La responsabilità porta a distinguere anche tra “viaggi buoni” e “viaggi cattivi” ­ quindi tra

“buoni” e “cattivi” turismi.

L’etica del viaggio si presenta quindi come etica della responsabilità; la responsabilità è

molteplice e coinvolge stili di rapporti con le persone, con l’ambiente, con la cultura.

Presente anche Codice Mondiale Etica del Turismo promosso dall’Organizzazione Mondiale

del turismo e adottato dall’Onu.

Il viaggio turistico è diventato un moto perpetuo, mondiale, che impedisce qualsiasi pausa di

ripensamento.

Da un lato si ribadisce la libertà di viaggiare, di circolare ­ dall’altro lato si ricorda che tutto

questo suppone un senso di responsabilità. La responsabilità di cui si parla nei codici sembra

una responsabilità dentro il sistema che rimane indiscusso nelle sue premesse. La

responsabilità sorge davanti all’altro, il viaggio è tra gli altri, con gli altri.

Temi ricorrenti: rottura con la quotidianità, dell’uscire, dell’esodo ­ nel viaggio si scontrano

l’orientamento e il disorientamento continui dei mondi personali.

Il turista di oggi viene spesso stigmatizzato come disattento, irresponsabile.

Viaggiare significa in parte ricondurre il viaggio a un avventura dell’Io.

La responsabilità investe il viaggio fin dall’inizio, perchè l’inizio del viaggio consiste proprio

nell’interruzione del sè e nel fascino per l’altro.

Elementi caratteristici del viaggio: lo scardinamento dell’ordinario, la percezione di una

provvisorietà strutturale...etc

L’allusione al rapporto tra il viaggio e la vita è inevitabile: la percezione dell’altro, il fascino

della diversità ­ motivo che richiama a un circuito tra l’io­l’altro e i suoi effetti.

Il viaggio è pure un sentimento di cammino un’esigenza di responsabilità ­ il viaggio è

responsabilità, fragilità.

“OTTO REGOLE PER VIAGGIARE”

Del viaggio non si comprende nulla senza il rapporto con l’altro da sè ­ il mondo non è fatto a

nostra immagine e somiglianza.

Per alcuni “esodo, esilio, indicano un rapporto positivo con l’esteriorità e l’esigenza di questo

rapporto è un invito a non accontentarsi mai di ciò che è nostro”

Viaggiare è metafora della vita ­ la vita è metafora del viaggio ­ la vita è un esporsi/un

cammino.

PRIMA REGOLA DEL VIAGGIO: VIAGGIARE E’ LASCIARSI INCONTRARE CON L’ALTRO.

Senza meraviglia e senza stupore non c’è viaggio ­ questi restituiscono il senso dell’altro in

quanto altro come diverso da me; con la meraviglia si inizia a pensare, a viaggiare, a parlare,

di modo che ogni viaggio è un pensiero (quando si pensa e quando si viaggia niente rimane

più come prima. Non c’è viaggio, parola, racconto senza distacco da sè. Il segreto del viaggio

è il suo momento di crisi, di uscita: è l’esperienza di qualcosa che non finisce perchè non è

più tutto nelle proprie mani. La crisi non segna il viaggio in negativo. Se non succede

qualcosa non possono iniziare nè racconti nè viaggi

SECONDA REGOLA DEL VIAGGIO: DI FRONTE ALL’ALTRO ­ NELLA MERAVIGLIA,

NELL’INIFINITO, NELLA CRISI ­ STA LA VERA PARTENZA DI UN VIAGGIO.

Nella meraviglia, l’infinito sta come un distrarsi da sé, l’incontro con l’altro non ha termine.

Non si torna mai al punto di partenza. Dove arriva il mio andare?

TERZA REGOLA DEL VIAGGIO: VIAGGIARE E’ STARE IN VIAGGIO.

Si viaggia senza staccarsi da sé, senza incontrare l’altro, il viaggio è in qualche modo sempre

una conquista.

I viaggi dell’occidente sono sempre più dei viaggi senza l’altro: standardizzati, militarizzati,

resi virtuali.

Sulla scena mondiale della globalizzazione, il viaggio si trova potenziato e avvilito: facilitato

da meccanismi globali di unificazione politica ­ il viaggio è ostacolato dall’uniformità eccessiva

di luoghi e culture.

Il viaggio si riduce a un oggetto di consumo.

Il viaggio è militarizzato: continue frontiere, dogane, posti di blocco...etc.

QUARTA REGOLA DEL VIAGGIO: NON SI VIAGGIA NELLA PURA CONFERMA DI SE’.

Viaggi dell’Occidente sono “virtualizzati” nel senso che sono consumati in anticipo,

preconfezionati.

Il mondo è conosciuto in modo talmente veloce che sembra visto dal treno.

La tecnologia si è alleggerita, i tempi sono mutati ­ cresce in particolare l’utilizzo di strumenti

che mirano a semplificare, ridurre, eliminare, la fatica del viaggio.

Viaggi virtuali di internet, navigatori satellitari, Gps ­ il navigatore satellitare è diventato un

oggetto cult, qualcosa di cui non si può fare a meno: per sapere sempre dove si è, per andare

a colpo sicuro, per essere sempre rintracciabili, per non essere più stranieri!

Nell’abitudine dell’utilizzo si rischia una vera e propria sostituzione di personalità e di pensiero

che deprime le esperienze fondamentali del corpo e del viaggio come un aprirsi e senza cui

non c’è vita umana.

QUINTA REGOLA DEL VIAGGIO: SI NASCE A SE STESSI NELL’USCITA DA SE’, NELLA

FATICA DEL VIAGGIO.

Il viaggio, come la vita, implica l’esperienza dell’altrove. Senza un altrove non c’è viaggio,

l’altrove è il luogo, la cultura, la parola, il sapore, il costume ­ l’altrove è l’altro.

SESTA REGOLA DEL VIAGGIO: SI VIAGGIA SOLO QUANDO SI CREDE IN UN ALTROVE.

Il movimento sincronizzato di ritirata e di manipolazione dell’altrove fa riflettere sull’equivoco

dell’esotismo: con cui il viaggio si presenta tanto più affascinante e mirabolante quanto più i


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea triennale in Linguaggi dei media
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martina694 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etica sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Riva Franco.

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