Come il fuoco. Uomo e denaro
Denaro sporco, denaro pulito
Il linguaggio comune mediatico ci riserva un continuo passaggio tra i concetti di denaro sporco e denaro pulito; per esempio: riguardo alla malavita, al riciclaggio, ai problemi riguardo la sua origine e provenienza, alla corruzione, ai favori, alle gare di appalto, al traffico mondiale di droga, alle manipolazioni finanziarie - si arricchiscono pochi e s’impoveriscono molti. Il comportamento nei confronti del denaro è spesso incerto, talvolta nemmeno si sa bene a chi appartiene. Quando si ha a che fare con il denaro non si sa mai fino in fondo dove stia lo sporco e dove il pulito.
Diverse concezioni del denaro nel tempo
- Re Mida: trasformava in oro tutto quello che toccava.
- Seneca: viveva nella ricchezza e nel lusso eppure nemico del vile denaro dal punto di vista morale.
- Francesco d’Assisi e Lutero: denaro rappresenta lo sterco del demonio.
- Freud: denaro rinvia alla forma anale della sessualità, alle feci da espellere.
- Detti popolari: si ritrova “la gallina dalle uova d’oro”.
- Tommaso Moro: immagina una città in cui l’oro e l’argento sono utilizzati solo per usi poco nobili, come i vasi da notte.
- Senofonte, Shakespeare, Marx: il denaro è la prostituta e la mezzana del genere umano.
Tuttavia il denaro non s’identifica esclusivamente con il male, né il dono solo con il bene. Senza denaro sarà difficile fare del bene quando urgono situazioni di disagio e povertà.
La situazione denaro sporco/pulito si può ingarbugliare: il denaro sporco si potrebbe riciclare in opere di carità divenendo così più che pulito. Il denaro pulito a sua volta diventa ingiusto quando non vede nient’altro se non la propria pulizia, pur pulito il denaro si sporca facilmente quando diventa il solo scopo della vita, accumulo fine a se stesso.
Il denaro talvolta è visto come un capro espiatorio su cui scaricare tutte le responsabilità di un disastro personale e sociale. A differenza del capro espiatorio, nessuno pensa sul serio di allontanare il denaro dalla comunità in cui circola, nemmeno sarebbe possibile ciò.
D’altro canto il denaro assume la connotazione di idolo, nelle leggi spietate e inesorabili dei comportamenti collettivi, il denaro decide silenziosamente, assume le sembianze di “giudice divino”.
Il denaro: mutazioni e ambivalenze
Il denaro, quindi, attua in continuazione mutazioni: si trasforma, cambia aspetto. A livello personale e collettivo, il denaro genera vecchie schiavitù: nel benessere economico genera bisogni inutili che creano asservimenti inediti, come nel caso del consumismo, delle droghe, degli status symbol.
Se il denaro manca sembra rendere disposti a tutto per averne un po’; se abbonda, invece, produce nuove dipendenze. Nel denaro, quindi, si aggrovigliano libertà e schiavitù.
La scena globale proietta l’ambivalenza strutturale del denaro: nel globale il denaro scorre, a esso è affidato quasi tutto; dal lato opposto il denaro è ancora troppo lento in quanto la sua circolazione non è così estremamente libera, il denaro è controllato, ha delle vie preferenziali e crea differenze incolmabili.
Solo per pochi il denaro è credito, per la maggioranza questo è debito - si specchia un’esistenza globale ispirata al denaro. Il denaro è instabile, la struttura di esso ambivalente: il denaro apre e chiude possibilità. Ovunque il denaro fa esplodere la sua incertezza che diventa la nostra, crea problemi che si riversano su noi.
Al tempo stesso, il denaro è un sogno collettivo che incarna immagini di felicità e si reinventa di continuo: nelle lotterie, nel win for life, nei giochi quiz televisivi. Diventa rapidamente anche un incubo: nelle crisi finanziarie, negli investimenti sbagliati, nel ritrovarsi senza lavoro, nei mutui, nei debiti. Incubo e sogno finiscono per confondersi l’uno con l’altro: con il sogno si addolcisce l’incubo mentre nell’incubo sopravvive comunque il ricordo allettante del sogno.
La natura del denaro
Cos’è poi il denaro? È materiale - moneta/oro/argento - o immateriale (quindi una possibilità)? Il denaro fa vivere e vive nell’ambiguità: fa sperare e disperare. Eraclito definiva il denaro come “mutamento scambievole di tutte le cose con il fuoco e del fuoco, allo stesso modo dell’oro con tutte le cose e di tutte le cose con l’oro”. Eraclito sosteneva che il denaro fosse come il fuoco: riscalda e illumina, affascina, permette di sopravvivere, se però ci si avvicina troppo brucia e distrugge.
Il dio della città
Il denaro è spesso paragonato a un Dio, gli si riconosce l’attributo dell’onnipotenza, di una “forza creatrice”. Il denaro domina lasciando sopravvivere e addomesticando le religioni stesse. La Bibbia: denaro oscilla tra benedizione e maledizione. Benedizione lo porta verso Dio, la maledizione verso il Demonio.
I Vangeli stessi presentano l’alternativa tra Dio e Mammona (usato nel nuovo testamento per personificare il profitto/guadagno/ricchezza materiale). Nelle “Tentazioni” Satana promette i regni del mondo e la gloria con allusioni alla ricchezza. Zaccheo (personaggio di cui si parla nei Vangeli): devolve la metà dei suoi beni ai poveri. San Francesco D’Assisi: indica il denaro come “sterco del demonio”.
“Faust” di Goethe: denaro sta dalla parte del diavolo, “lo spirito che sempre nega”. Nietzsche concorda con Baudelaire: denaro definito come forma di egoismo “commercio è per sua natura Satanico”. Calvino: ricchezza è segno della benevolenza di Dio.
Non da sottovalutare il contrasto moderno tra protestantesimo e cattolicesimo riguardo la questione che lascia in eredità il rapporto tra etica religiosa e capitalismo. Il denaro rimanda al sacro dentro e fuori la religione: viene evidenziata la tendenza precoce del denaro a staccarsi dalla concezione di “metallo” per innalzarsi all’ambito spirituale, carattere quasi sacramentale. “Il denaro ha un carattere magico” sosteneva JP Sartre.
In tutte le culture evidente l’immagine di un Dio-denaro che si rende finalmente tangibile e presente nella città:
- Per Shakespeare, è un “dio visibile”.
- In Cina, il dio della ricchezza era considerato il dio universale della città.
La città degli uomini è un tempio senza confini innalzato al e dal denaro - un Dio che ha trasformato silenziosamente la città e il mondo intero. Quella del denaro è una religione grigia, piatta: ha i suoi sacerdoti, il suo popolo, i suoi templi, le sue liturgie, i suoi riti. Tutto svolto in punta di piedi perché per il Dio-denaro non c’è nulla da annunciare, niente da difendere perché nell’abbondanza e nella crisi il denaro resta quello che è: la voce di questo Dio non può essere smentita.
Un tempo si stampava l’immagine dell’imperatore o del potente sulla moneta, oggi invece il denaro non rimanda a nient’altro se non a se stesso: è il nuovo Idolo che ha preso il posto dell’”imperatore”. Sulle monete si stampa ancora qualche immagine sbiadita delle nazioni che rappresenta, però, solo una decorazione.
Alle porte delle città non si mettono più le statue degli imperatori e dei potenti di turno ma, la pubblicità di qualsiasi cosa che richiama in continuazione il Dio-denaro. Le banche sono i templi austeri e severi di questo Dio. Le “liturgie” del denaro sono frequentate con fedeltà, nei suoi templi domina il silenzio e il segreto, la discrezione sommessa: la presenza di questo Dio è tangibile. I “confessionali del denaro” sono le gabbie trasparenti degli operatori bancari, i box dei promotori di fondi.
Il denaro non è un Dio tirchio o poco disponibile: finanzia grandi opere di bene, è un mecenate nei confronti della cultura, promuove pubblicazioni d’arte, partecipa a iniziative internazionali, è in prima fila nei progetti umanitari. La religione del denaro divide i suoi adepti in caste insormontabili. Il Dio-denaro gioca in continuazione tra credito e debito.
Nei templi del denaro il “forziere” è diventato un puro simbolo, dove stia di preciso non è dato saperlo, in tutti i luoghi e in nessun luogo, concretamente: dove sono i soldi del proprio conto corrente nessuno lo sa. Anche il denaro ha i suoi sacerdoti e i suoi profeti. I sacerdoti sono organizzati in una rigida gerarchia nella quale è difficile precisare chi stia al vertice. Banche in reti di banche, capitali in reti di capitali: catene interminabili per le quali il denaro dichiara contemporaneamente la sua vicinanza e la sua distanza rispetto a tutti i suoi fedeli.
La religione del denaro è profetica, non può fare a meno di profezie giornaliere e periodiche. I profeti del denaro amano i mezzi di comunicazione, hanno rubriche regolari su giornali e telegiornali. La profezia del denaro si affida a due semplici simboli: il segno più e il segno meno, esprimono la doppia possibilità di una discesa o di una salita (questi due segni regolano l’umore del Dio-denaro). Ai fedeli viene insegnato che il segno meno equivale al negativo mentre il segno più al positivo.
La religione del denaro è una pratica quotidiana. La potenza del Dio-denaro si percepisce ovunque, tutto sembra muoversi ispirato a questo Dio. La presenza del Dio è talmente pervasiva che le sue liturgie penetrano nelle case e nei luoghi ordinari di vita (home banking, banche e traslazioni online,...). Il mondo intero è prostrato ai suoi piedi, il Dio denaro riesce a farsi adorare senza avere bisogno di una conversione.
Né avere, né essere
Secondo il poeta Eugenio Montale: denaro è una via di mezzo tra trascendenza e immanenza, si colloca a metà strada, né Dio né uomo, né cielo né terra. Il denaro è l’unico Dio che non è mai rimasto nell’alto dei cieli e che non è mai sceso neppure sulla terra. “Né avere, né essere” di Erich Fromm propone un’alternativa tra la dimensione dell’avere e quella dell’essere.
Gli uomini si riconoscono soltanto in ciò che hanno e in ciò che consumano. Il valore dell’umano è affidato al possesso, all’avere, al denaro. Il suo agire è orientato a realizzare un profitto. Il denaro diventa simbolo di una società che ha sacralizzato l’individuo e il possesso: il possesso diventa l’unico criterio di valore. Il denaro è sacro e il possesso suscita ammirazione.
La “civiltà dell’avere” produce eterni frustrati: se il fine è l’avere, ci sarà sempre un avere di più che genera insoddisfazione anche quando si possiede già molto - si deve tornare alla civiltà dell’essere: a tutto ciò che rappresenta il contrario rispetto all’individualismo, all’inimicizia, all’assenza di obblighi, all’infelicità. Quando si rivendica la dimensione dell’essere non si propone di certo di vivere in totale povertà, si suggerisce una via intermedia, equilibrata, via che allude a un’economia sana per persone sane.
Nella civiltà dell’avere s’inverte il possesso con l’essere: se esisti ma non hai nulla, non sei niente. Vali in rapporto a ciò che hai. Denaro strattonato tra l’essere e l’avere, come se le due dimensioni fossero facilmente distinguibili. Nessuna civiltà è solo civiltà dell’avere e nessuna è solo civiltà dell’essere.
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