Etica e infinito - Lévinas
La distrazione da sé, ovvero: la prossimità, il sociale
Lévinas nel libro di 1882, compaiono due volte le immagini astronomiche; in un caso si tratta del Cartesio, sole, soggetto di che fa di se stesso la stella fissa del firmamento. Nell’altro è Blanchot, un’espressione di che forza la parola “dis-astro” spezzandola, a indicare il fallimento di questo sforzo di fare di se stessi la leva con cui sollevare il mondo. Il dis-astro non è una catastrofe ma inaugura la possibilità che l’umano arrivi a se stesso attraverso l’uomo. Tutto gira intorno al fatto che l’arroccamento di sé e la perseveranza del proprio essere possano interrompersi per un attimo. Se questa distrazione è possibile, allora sarà possibile anche quel mondo comune in cui l’umano appare nella sua libertà e segreto, un mondo che sfugge al dominio della necessità che travolge. Il dis-astrarsi da sé è l’etica, il sociale. Mostrare che la distrazione da sé è possibile è questione fenomenologica in quanto si tratta di rileggere con attenzione le esperienze del quotidiano.
Se è possibile distrarsi da sé, se qualcosa può essere diverso da come è, allora anche l’umano è possibile: possibile perché interrompe il muro delle necessità e per un attimo, miracolosamente si sospende la violenza su di sé come se non vi fosse nessun’altra possibilità data all’umano se non quella di lottare con gli altri. Il fatto che la distrazione da sé sia possibile, che qualcosa nella vita degli uomini possa essere diverso da come è, non appartiene né all’ordine della volontà, né a quello dell’intenzione. Per una volontà che vuole soltanto ciò che deve essere voluto, e per un pensiero che pensa solo ciò che deve essere pensato, la distrazione si riduce ad un essere sbandati, a una dimenticanza. Difatti, spesso la distrazione è vista sotto una sfera negativa, ma in realtà la distrazione da sé ha poco a che vedere con l’essere disattenti. Non si riduce all’essere sbandati. L’invito a non distrarsi implica infatti un’attenzione diversa. Vi è dunque un distrarsi come caduta di tono, come disattenzione rispetto a ciò che si fa, come smemoratezza, e vi è un distrarsi che rimanda a un’attenzione diversa, che allontana da sé rimanendo presso di sé in altro modo. Vi è un distrarsi da sé, e quest’ultimo inaugura l’apparizione di un mondo differente, quello umano, dove qualcosa d’altro oltre a me e ai miei interessi è presente (e non si tratta di qualcosa di accidentale rispetto al mio essere).
La distrazione da sé accade nel quotidiano. Accade nella lettura, nel discorso, nell’eros, nella responsabilità dell’infinito nell’esistenza, nel per altri. La distrazione da sé è l’ingresso perché essa rompe con ogni definizione; è lo sbriciolarsi della ripetitività delle proprie faccende. Ingresso e apertura che sono l’irruzione dell’impensato dentro il già pensato, il venire in luce della prossimità ad altri, la bontà dell’esistenza.
La lettura
Leggere è consuetudine, talmente indispensabile da risultare spesso inavvertita, o riducendosi nei termini di pura utilità e strumentalità. Come tale, la si trova ricondotta nell’ottica della gestione e della preoccupazione per sé e per le proprie attività. Si riduce in questo senso, a strumento indispensabile, la lettura si allea con una rassicurazione: il mondo è già in ordine, ed è sufficiente una guida turistica. Ma nell’esperienza della lettura si trova anche qualcosa di più profondo. Con l’umano si parla di un rapporto “ontologico”: la lettura è “modalità del nostro modo di essere” e mette perfino in discussione ciò che è così com’è. L’esperienza della lettura solleva in alto, allontana da sé e dal proprio essere centrati su se stessi, fa incontrare dell’altro. Rapisce. Nell’esperienza della lettura succede un’inspiegabile distrarsi da sé, che è l’apparizione di pensieri e di altre voci rispetto alle proprie. La lettura chiama fuori e distrae, fa dimenticare, ovvero un ritrovare che inaugura l’ingresso del mondo degli altri nel mio. Sconvolge la persuasione di un mondo unico. Con l’esperienza della lettura si apre una frattura dell’essere, fa spazio alla trascendenza. Frattura dell’essere che prende la forma di una duplice polemica: contro la riduzione della scrittura a un prodotto culturale e contro la nobile reclusione della lettura nelle galere dell’intimismo. La lettura non si può interpretare come con la sospensione del mondo per rintanarsi, ogni tanto, in qualche interiorità. La lettura discute l’indipendenza degli esseri nella loro identità, mette in contatto: fa apparire cioè il volto dell’altro, perché quello che si dice scritto nelle anime è scritto innanzitutto nei libri.
Il libro, l'umano
L’esperienza della lettura distrae perché distoglie da sé e conduce verso altri pensieri e parole. Da questo punto di vista ogni singolo libro appartiene al grande libro dell’umanità perché l’umanità dell’uomo consiste proprio nella “responsabilità per altri”. Nel panorama della letteratura, un libro in particolare si presenta come il Libro dei libri ed è la Bibbia (ebraica per autore). Questo è tale sia perché conferma la convergenza tra l’essere umani e la sensibilità per gli altri, sia perché propone questo motivo con una “eccellenza profetica”. Nel libro dei libri la responsabilità per l’altro non è implicita, non scorre tra le righe ma si trova espressa chiaramente, fino a assumere la forma di un comando: per questo “la Bibbia è il Libro dei libri nel quale si dicono le cose prime - quelle che dovevano essere dette perché la vita umana abbia un senso”. Questo libro non è sacro per la sua origine soprannaturale ma la sacralità coincide con la consapevolezza etica della responsabilità per altri. Il miracolo della Bibbia viene a coincidere con la sua umanità, che esprime il fondamento della prossimità tra uomo e uomo: non lasciare l’altro da solo nella morte, la possibilità di un amore senza concupiscenza; il timore per la vita degli altri piuttosto che la paura per la propria sopravvivenza. Per quanto riguarda il Libro dei libri si tratta perciò di una sacralità alterativa, che desacralizza i falsi luoghi del sacro. In essa si depositano una rottura irrevocabile rispetto agli ordini presunti, una crisi irreversibile perché corrisponde alla distrazione da sé, una pluralità che sostituisce la monotonia dell’identico, un dialogo strutturale, una messa in discussione dell’egoismo e la fine del dogmatismo gratuito. In esso ci sono dei problemi però dalla parte del contenuto, in questo vengono dette le cose che dovevano essere dette ma il modo in cui la Bibbia le dice sembra distante da quello concettuale che si ritiene più condivisibile.
Il pensiero del come come
Nell’esperienza della lettura è anticipato il pensiero del pensiero di un modo di essere. Quando interviene questo, niente rimane uguale a se stesso. Questo inoltre si può intendere in due modi diversi: il primo che invita a parlare altre parole e a pensare altri pensieri, o il secondo, come la presa di coscienza.
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