Lineamenti di estetica
Parte prima – "I grandi temi dell’estetica" di autori vari
Imitazione ed espressione – Sara Sivelli e Raffaella Colombo
Il termine greco ha cambiato il suo significato nella storia dell’estetica ed è alla base della riflessione teorica mimesis sull’opera d’arte. Dal IV sec. a.C. le arti mimetiche comprendevano:
- Danza
- Musica
- Poesia
- Pittura
- Scultura
Queste erano accomunate da un processo imitativo; l’opera d’arte era considerata come uno “specchio” in cui si riflette il reale ed esso poteva essere:
- Una rappresentazione più o meno fedele del mondo: il fine dell’arte è quello di "reggere lo specchio alla natura"
- Un riflesso trasfigurato del reale.
Questa seconda idea era già stata espressa da Aristotele nella Poetica ma diventa sempre più diffusa nel Settecento, quando la concezione mimetica si lega sempre più al concetto di espressione. Il concetto di mimesis è considerato rappresentazione di un archetipo preesistente ed è valutato nella sua componente espressiva: infatti il vero nodo è comprendere il rapporto tra ciò che viene rappresentato in un’opera d’arte e il senso più profondo, invisibile della rappresentazione stessa.
Il concetto di mimesis nell’Antichità era connesso ai riti dionisiaci ed era riferito alle attività di musica, danza e canto compiute dal sacerdote. Dal V sec. a.C. inizia a indicare l’imitazione del mondo esteriore. Nel IV sec. a.C. invece erano in uso quattro concetti di imitazione:
- L’originario rituale espressione
- Il democriteo imitazione dei modi di agire della natura
- L’aristotelico libera composizione dell’opera d’arte da motivi presenti in natura
- Il platonico copia della natura
Queste ultime due interpretazioni divennero concetti duraturi e fondamentali dell’arte. Platone usa il termine “mimetico” non solo per le arti ma anche per le pratiche umane: quindi sono mimetici:
- Il rapporto tra arte e realtà
- Il rapporto tra mente umana e realtà (anche il pensiero si struttura secondo rappresentazioni)
Nel Libro X della Repubblica egli afferma che l’opera d’arte è lontana tre gradini dalla realtà: infatti l’arte mimetica fornisce una copia della realtà, che a sua volta è una copia del mondo delle idee. Secondo il pensiero platonico esiste un Demiurgo che crea il mondo sensibile seguendo un principio imitativo e ispirandosi al mondo ideale; lo stesso accade per l’artista quando crea un’opera, ma essa si allontana ancora di un livello dall’idea in quanto è copia di una copia.
Nel Sofista la mimesis è definita come una produzione di immagini e ne esistono due tipologie:
- ICASTICA: l’immagine rappresentata è fedele al proprio modello
- FANTASTICA: l’immagine rappresentata si allontana dal proprio modello
La condanna platonica alla mimesis, quindi, non entra in una posizione unitaria in quanto egli ci mostra anche il valore e la potenza attribuita all’arte. Le arti mimetiche, inoltre, hanno il potere di generare nei fruitori un’intensa risposta emotiva.
Platone parla anche di poesia e la definisce il “frutto dell’invasamento del poeta”, che può dire molte cose belle che però possono sfuggire alla ragione, e che viene “contagiato” dalla potenza irrazionale delle Muse. Nel Libro III della Repubblica egli immagina una città ideale e perfetta retta dai filosofi e che non dà spazio ai poeti: il sapiente deve saper abbandonare la poesia anche se ne riconosce l’alto valore. Tuttavia la forma d’arte mimetica che più interessa e al contempo turba Platone è la tragedia.
Aristotele invece riconosce un valore positivo alle arti mimetiche:
- Poesia: concepita come forma di TECHNE, attività controllata dalla ragione e riconducibile al principio di imitazione.
- Tragedia
- Commedia
- Epica
- Poesia ditirambica
- Pittura
- Scultura
- Musica: rappresentatica dell’ethos (= carattere)
Nella Poetica egli pone la mimesis a fondamento della natura umana: l’imitare è connaturato agli uomini fin dalla puerizia (e in ciò si distinguono dagli altri animali) e tutti traggono piacere dalle imitazioni, anche immagini esatte di qualcosa che in realtà dà fastidio vedere. L’arte mimetica, infatti, sa convertire una passione dolorosa in un piacere estetico, che nasce da due possibilità:
- Una ragione dipendente dal contenuto mimetico dell’opera, attraverso l’atto cognitivo di riconoscimento
- Una ragione che fa riferimento alle qualità tecniche e sensibili dell’opera
Aristotele arriva ad affermare che la poesia può essere più filosofica e seria della storia in quanto può presentare qualcosa di verosimile oltre alla realtà, assumendo un significato universale.
Plotino l’arte non deve essere imitazione della natura ma imitazione dell’idea: nelle Enneadi egli afferma che l’arte crea imitando la natura, che a sua volta imita l’idea. L’artista quindi è un abile creatore in grado di imprimere alla materia un’idea di bellezza che già possiede dentro di sé, aggiungendo quel qualcosa che alla natura manca. Questa concezione sarà ripresa da Agostino e avrà molto successo anche nel Medioevo.
Nel Rinascimento il concetto di “imitazione” diviene un tema centrale nel dibattito sulle arti:
- Leon Battista Alberti parla dell’immagine-specchio come strumento utile al pittore per offrire una riproduzione della realtà attraverso un’immagine dell’oggetto reale differente e imperfetta.
- Leonardo da Vinci parla della mente del pittore che dovrebbe assomigliare a uno specchio che riceve e riproduce la realtà circostante.
Nel Quattrocento, invece, il concetto di mimesis si divide in una triplice visione dell’imitazione artistica:
- Arte come imitazione della natura
- Arte come imitazione dell’idea che guida l’artista
- Arte come imitazione dei classici, considerati unici modelli di bellezza
Charles Batteux con Le belle Arti ricondotte a un unico principio (1746) compie una svolta per il concetto di mimesis: il genio deve imitare la natura non così com’è ma come il gusto (fine e giudice dell’arte) percepisce come possibile. Si tratta di un’imitazione della “bella natura”, rappresentata come se esistesse realmente. Quindi l’imitazione è strettamente connessa al concetto di espressione.
Nel Settecento il legame imitazione – espressione mette in crisi il concetto stesso di imitazione: l’artista viene concepito come osservatore attento in grado di rimettere in gioco l’esistente come rimeditazione di quello che il reale potrebbe essere; le opere d’arte diventano espressive, trasmettono qualcosa che non è del tutto dicibile.
Nell’800 il concetto di mimesis subisce più critiche:
- Romanticismo: l’arte era concepita come compartecipe dello slancio creativo della natura stessa e doveva emulare la sua forza attiva e generatrice.
- Hegel nell’Estetica denuncia il modello di imitazione in quanto l’opera d’arte deve essere, per lui, solo il mezzo con cui l’artista rivela la verità: l’arte, se si limita a imitare la natura, non potrà mai gareggiare con essa.
- Realismo e Naturalismo: vogliono fornire una rappresentazione oggettiva della realtà:
- Emil Zola considera il romanzo una riproduzione fedele della struttura causale dell’universo.
- Il naturalismo a teatro tenta di ricalcare sulla scena lo spazio reale: ad esempio il palcoscenico di Antoine per lo spettacolo I macellai (1888) a Parigi imita la realtà nella maniera più compiuta e perfetta.
Anche nel ‘900 alcuni movimenti artistici e artisti vedono tornare centrale il tema dell’imitazione:
- Iperrealismo: tenta di annullare lo sguardo soggettivo dell’artista per fornire una visione oggettiva, fotografica del reale. Sono esempi chiari i paesaggi metropolitani di Richard Estes e le sculture di esseri umani Duane Hanson immortalati in attività quotidiane.
- Nell’estetica novecentesca Gyorgy Lukacs pone il concetto di imitazione alla base dell’arte, che è un fenomeno sociale che riproduce mimeticamente la realtà cogliendone anche gli aspetti salienti. L’arte è uno specchio della realtà in grado di sviscerarne le dinamiche interne.
Tuttavia con le Avanguardie Storiche e per tutto il ‘900 fioriscono molte opere d’arte che si allontanano se non addirittura si oppongono all’idea di imitazione e rappresentazione:
- Antoni Artaud afferma che “il fine dell’arte deve essere quello di far danzare l’anatomia”: ricercare nel fare artistico un movimento armonico tra le diverse parti di un prodotto organico; l’opera d’arte non deve essere una rappresentazione possibile del reale.
- Mondrian crea delle composizioni pittoriche partendo dall’osservazione di alberi che vengono poi ridotti a forme elementari e geometriche: è la visione dell’artista sul mondo.
- Pablo Picasso inaugura con il cubismo la rappresentazione della simultaneità dei punti di vista sulla tela: un oggetto viene raffigurato da tutte le sue angolazioni, scomposto e ricomposto in cubi. Questa tecnica la si ritroverà anche nel futurismo.
Merleau-Ponty parla dell’immagine speculare come di un equivalente dell’immagine pitturale: ciò che lo specchio rimanda è l’invisibile sensibile dello sguardo altrui che resterebbe altrimenti nascosto. Così l’arte deve mostrare l’intimo metamorfico, l’essenza carnale e invisibile dell’oggetto. La presenza di specchi nei dipinti novecenteschi rompe ogni tipo di mimetismo con la realtà:
- La reproduction interdite di Magritte (1937) mostra un uomo di fronte allo specchio il quale riflette la medesima visione dell’uomo di spalle.
- Lying figure in a mirror di Francis Bacon (1971) mostra uno specchio che riflette l’interiorità in divenire di una figura strappata alla figurazione.
Se si considera la mimesis fusa con il concetto di espressione allora si può affermare che il rapporto arte-realtà conserva un nesso mimetico; se, invece, valutiamo la mimesis come imitazione del reale, l’arte contemporanea si svuota di gran parte del suo valore.
Un punto fondamentale per comprendere la fusione della nozione di mimesis in quella di espressione è l’estetica di Plotino: l’artista, per lui, deve superare la mera imitazione della natura per farsi imitatore dell’Idea attraverso l’espressione. Egli nelle Enneadi (300-305 d.C.) afferma che, poiché l’Uno non si lascia tradurre completamente in forme concrete, la produzione e l’azione sono:
- Un indebolimento, se dopo l’azione non rimane nulla.
- Un accompagnamento, se dopo l’azione potremo contemplare una cosa superiore a quella prodotta.
Ogni emanazione dell’Uno-Dio è una discesa verso il basso, un processo continuo che produce una frattura fra generatore e mondo: il sensibile si colloca su un piano inferiore rispetto all’assoluto. La creazione artistica si fa ponte verso la realtà superiore capace di superare i confini della propria forma e i limiti del procedere razionale per aprirsi all’intuizione.
Marsilio Ficino introduce, invece, la possibilità di intuire la bellezza dell’Uno attraverso l’arte: nella Teologia Platonica (1482) egli afferma che le opere dichiarano come l’uomo possa essere simile a Dio in quanto usa tutti i materiali del mondo come se ne fosse il signore.
Giordano Bruno potenzia ulteriormente la facoltà di partecipazione dell’uomo a un universo aperto all’infinito: l’eroico furore è la forza che spinge oltre i limiti, verso una conoscenza che cerca l’assimilazione a Dio. Tutto è infinito, partecipa a un insieme infinito e infinite sono le capacità creative umane. In Bruno, la contemplazione del divino diventa più un avvicinamento dell’umano al divino. “Fare”, per lui, significa:
- Indagare la natura alla ricerca della sua intima perfezione.
- Portare alla luce i processi che permettono di esprimere perfezione e armonia nelle opere.
Il fatto che l’uomo possa avvicinarsi a Dio gli consente di riconsiderare il proprio ruolo creando una nuova rete di corrispondenze tra sé e la realtà.
Francesco Bacone nel suo Novum Organum (1620) mira a un processo di scomposizione e ricomposizione della realtà alla ricerca della forma, della costituzione interna di un fenomeno e dei processi che l’hanno prodotto. L’arte è un momento fondamentale in questo processo: le opere sono strumenti del progresso umano e provano la capacità dell’uomo di portare alla luce una “nuova natura”.
Il concetto di mimesis, quindi, viene assorbito sempre più in quello di espressione, che significa esporre con parole, opere o immagini una porzione di realtà che attende di essere interpretata e rivelata.
Spinoza è il più chiaro rappresentante della piena dignità del concetto di espressione: con lui l’espressione cessa di emanare e di somigliare. Della sua filosofia parlerà Deleuze in Spinoza e il problema dell’espressione (1988). Nella prima parte dell’Etica (1677) Spinoza afferma che il mondo non è sottomesso a una causa superiore ed esterna, ma è definito da una sola e unica sostanza, che coincide con Dio, costituita da un’infinità di attributi che esprimono un’essenza eterna e infinita: il mondo è Dio stesso e tutto ciò che è, è in Dio.
Cartesio propone invece una diversa concezione di sostanza: anche per lui è ciò che non ha bisogno di nulla al di fuori di sé per esistere e quindi la sostanza è Dio; tuttavia egli assume altre due sostanze:
- La res cogitans: realtà del pensiero, inestesa e senza limiti
- La res extensa: realtà dell’estensione propria del mondo materiale, finito e determinato.
Per il dualismo cartesiano mente e corpo si presentano come modi di una stessa realtà destinati a influenzarsi a vicenda (per Spinoza invece mente e corpo sono due tra gli infiniti attributi del Dio-Natura). Il mondo per Cartesio è liberamente creato da Dio e da esso resta separato e la vita è una conquista, un’espressione di un grado maggiore di gioia, sotto la spinta del conatus (desiderio come sforzo di perseverarsi e di accrescere la propria potenza). Ne Le passioni dell’anima (1649) Cartesio mostra la strada per porre il dominio della ragione sull’emotività, ed è in opposizione a questo trattato che Spinoza mostra il lento percorso da seguire per potenziare le passioni in affetto attivo di gioia massima.
Il pensiero di Spinoza ha effetti su:
- Goethe che considerava lo spinozismo come trionfo della naturalità in cui l’uomo si trova inserito come ente uguale agli altri;
- Diderot che nei Pensieri sull’interpretazione della Natura (1753) afferma l’esistenza di un’unica materia viva che forma tutte le cose e le mette in relazione tra di loro. Anche la nozione diderotiana di “genio espressivo” si rifà a Spinoza in quanto il vero artista deve portare alla luce, attraverso l’arte, i legami naturali che superficialmente sono nascosti.
Per poter considerare l’espressione una manifestazione di questo mondo bisogna riconoscere il reale in tutta la sua presenza.
Leibniz è la chiave per comprendere la relazione tra Dio e il Mondo, grazie alla nozione di espressione, all’interno di un sistema fondato sull’attività monadica. Una monade è un centro di forza privo di parti materiali, unico, isolato, capace di rappresentarsi come tutto l’universo per la sua caratteristica percettiva. Il verbo “percepire”:
- Rimanda alla raffigurazione che ciascuna monade si dà della realtà esterna
- Evoca il potere di esprimere questa realtà in un modo unico e particolare.
La monade suprema, ovvero Dio, ha conferito armonia e corrispondenze all’infinito insieme di sostanze semplici dotate di diversi gradi di chiarezza percettiva. “Esprimere” per Libniz significa raffigurare e raffigurarsi in modo sempre nuovo lo stesso grandioso scenario. Nei Principi razionali della natura e della grazia (1714) egli afferma che ogni monade è lo specchio della natura ed esso crea e rimanda un’immagine unica che ha la forza del simbolo poiché contiene in sé tutto il possibile. Il principio di continuità indica proprio questa raffigurazione sempre nuova dello stesso scenario. L’espressione è una raffigurazione sempre nuova e metaforica del mondo: le monadi inferiori portano alla luce qualcosa di assolutamente nuovo, in quanto solo Dio ha un’assoluta appercezione, possiede cioè il massimo grado di autocoscienza dell’universo. Lo sguardo “da nessun luogo” di Dio, quindi, comprende la totalità nella sua struttura costante, mentre lo sguardo del singolo individuo raccoglie il mondo a partire dalla sua posizione. Gli infiniti mondi che raccolgono il mondo dichiarano la grandezza di Dio. L’arte allora è una metafora dell’armonia del cosmo e il piacere estetico che ne deriva è un avvicinamento alla comprensione della perfezione propria dell’universo. Ogni rappresentazione dell’universo che la monade dà è uno sguardo vero sul mondo: “è come se Dio avesse variato l’universo tante volte quante sono le anime”. L’universo è uno e sempre uguale ma infinite sono le possibilità di vederlo e le forme attraverso cui può essere rappresentato.
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