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Storia dell'estetica occidentale, da Omero alle neuroscienze

L'estetica antica

Harmonia e téchne nel pensiero mitico dell'antica Grecia

Il bello come armonia

L’estetica, intesa come specifica trattazione dei problemi connessi alla percezione del bello naturale e artistico, è certamente una disciplina che si definisce, con questo nome, nella cultura filosofica europea del XVIII secolo. La sua genesi implica ("estetica" deriva dal termine greco aisthesis, cioè "sensazione", "percezione"), concetti e questioni elaborati nel corso dell’intera tradizione filosofico-culturale dell’Occidente, a partire dalla cultura dell’antica Grecia.

Mentre nell’accezione filosofico moderna, e negli stessi nostri usi linguistici quotidiani, il termine "bello" si riferisce per lo più alla dimensione soggettiva dell’esperienza percettiva di qualcosa e al sentimento di piacere che si prova nei confronti della sua forma (all’assumere, in altri termini, un punto di vista estetico), nell’ambito del pensiero antico l’equivalente semantico di "bello" – to kalon – ha un significato ben più ampio, con preminenti valenze di carattere cosmologico, gnoseologico, religioso ed etico-sociale.

Per i Greci il bello è principalmente harmonia, ossia "ciò che è ben congiunto". In quanto armonia, il bello manifesta anzitutto l’ordine dell’universo, quella struttura ed equilibrio che fanno del mondo un kosmos, cioè un tutto ordinato e quindi armonico (dal verso kosmein, "ordinare"). Di qui il legame tra bello e natura che viene stabilito ed enfatizzato nell’ambito del pensiero greco. Conoscere significa per i Greci sollevarsi dal visibile all’invisibile, così da cogliere a livello intellettuale quei principi che sottendono l’ordine cosmico e, quindi, la sua bellezza. Da ciò deriva lo stretto legame che sussiste tra bellezza e verità. Concepito come una proprietà della natura e come parte integrante del vero, il bello è al tempo stesso indistinguibile dal bene. Secondo i Greci conquistare il bene significa per l’uomo conformare il proprio carattere e la propria condotta all’ordine armonico della natura. Di qui quel forte legame tra bello e buono che, nella Grecia classica, trova la propria espressione nel principio della kalokagathia (endiadi tra il termine kalos, "bello", e agathos, "buono"), indicante la condizione di chi sa dimostrarsi bello e insieme buono, cioè moralmente bello. E, di conseguenza, il bello è strettamente connesso alla giustizia.

Pertanto il bello, nella sua capacità di manifestare l’ordine perfetto della natura, è vissuto dai Greci come un accadimento divino. La concezione filosofica del bello come armonia, cioè come ordine e misura, trova le sue premesse nel pensiero mitico. Le serene divinità diurne, cioè della luce solare, sono riuscite a vincere sotto la guida di Zeus le divinità sotterranee e delle tenebre, che rischiavano di precipitare il mondo del caos. Così Zeus stabilisce le proprie leggi basandosi sulla nozione di misura che, oltre ad assegnare i confini invalicabili a ogni essere, instaura definitivamente il dominio della forma sull’informe, del limite sull’illimite, dell’ordine sul disordine o caos: cioè il principio del bello.

Nel bello come luce ed armonia, dunque, si manifesta l’ordine divino della natura che è stato stabilito dalla legge luminosa e celeste di Zeus e al quale deve conformarsi ogni cosa, comportamento umano compreso. Questo aspetto propriamente luminoso e armonico del bello in quanto manifestazione della divinità della natura è ben espresso nella Teogonia di Esiodo, quando il poeta narra la nascita di Afrodite, la dea della bellezza. Afrodite viene alla luce dalla spuma del mare illuminando l’intero universo di un sorriso che, dalle acque, raggiunge la terra per poi diffondersi nell’aria e abbracciare l’intero vivente. La bellezza è ciò che illumina e che dà luce alle cose.

In quanto dono divino che fa risplendere le cose nella loro specificità, il bello è propriamente charis, "grazia" riconciliatrice che suscita piacere e incanto. La charis, di cui sono depositarie le Cariti, le furie divenute benevole che abitano insieme alle Muse e accompagnano sempre Afrodite, esprime l’incanto e il piacere suscitato sia dalla bellezza come armonia sia dall’eccellenza individuale di una cosa, dal rifulgere della sua virtù.

Come sul piano naturale la bellezza è il rifulgere di una forma che esprime il dominio dell’ordine sul caos, così sul piano etico-sociale la bellezza è il rifulgere di una virtù che suscita gioia all’interno della comunità: in essa si celebra, infatti, il ristabilimento dell’armonia e della concordia che, proprio perché volute dagli dèi, sono espressione del ristabilimento dell’ordine del tutto. Già nel pensiero mitico il bello raccoglie una gamma di significati di carattere religioso, cosmologico ed etico che non permette di identificarlo con ciò che risulta semplicemente piacevole alla sfera dei sensi.

Techne e mousike

La nozione greca del bello come armonia costituisce anche il principio dell’arte la quale, pertanto, non è semplice produzione della bellezza esteticamente intesa. Se in ambito moderno si suole distinguere l’arte dalla tecnica, tale distinzione non sussiste per i Greci, per i quali l’arte è essenzialmente techne, tecnica appunto. Il termine greco techne indica ogni attività umana che, connessa all’uso delle mani e alla trasformazione fisica dei materiali, abbia carattere poietico, cioè produttivo e risulti fondata, da un lato, sulla conoscenze delle regole e dei procedimenti atti a produrre determinati manufatti e dall’altro sulla capacità migliorabile con l’esercizio di mettere efficacemente in pratica tali regole e procedimenti. Rientrano nell’ambito delle attività tecniche l’architettura, la scultura e la pittura, le quali non si differenziano in nulla rispetto a ciò che chiamiamo mestieri.

Qualificate come tecniche, l’architettura, la scultura e la pittura si distinguono per gli antichi Greci dalla poesia, dalla musica ed alla danze che, insieme alla storia e all’astronomia, rientrano nell’ambito della mousikè. Esse sono arti musive (o musiche), cioè ispirate dalle Muse, figlie di Zeus, re degli dèi e dio della luce e del cielo, e di Mnemosyne, dea della memoria. Sostenendo di essere guidati dalle Muse, i poeti attribuiscono a un principio divino, e non tanto a una tecnica, lo stato di grazia che innalza la parola al rango di poesia. Le arti musiche sono quindi un dono divino e, come tali, sono mosse da entousiasmos ("entusiasmo"), termine che, composto da en ("in") e théos ("dio"), significa "essere in dio", indicando uno stato di esaltazione spirituale dovuta all’ispirazione divina. In qualità di arti divinamente ispirate, poesia, musica e danza nascono nel segno di un’unica persona: il mousikos ("musico").

Divinamente ispirate, le arti musive sono animate da sapienza superiore, grazie alla quale il mousikos canta le opere e le azioni umane che, accadute per volere degli dei, sono degne di essere ricordate e di inserirsi nell’esperienza dell’umanità. Il mousikos è assimilato da Omero e da Esiodo anche al veggente, cioè a colui che, oltre a rendere testimonianza di ciò che è stato e ha senso ricordare, è capace di vedere ciò che, avendo principio nel presente, dovrà realizzarsi nel futuro.

Nel suo ruolo di ispirato divino il mousikos ha il compito di ricondurre tutto quanto avviene nel mondo, soprattutto ciò che sembra incomprensibile, all’equilibrio superiore della legge che a tutto presiede: quella luminosa e celeste di Zeus. In quanto divinamente ispirata, la poesia ha la capacità di agire sull’anima, cioè ha il potere psicagogico di accordarla alla legge di Zeus, che governa non solo la natura ma anche i rapporti sociali tra i singoli individui. Se quindi la mousikè ha il potere di dilettare l’anima o di incantarla, questo avviene per la sua capacità di instaurare nell’animo umano la concordia e l’armonia necessarie alla pace sociale e a un comportamento misurato ed equilibrato. Nella sua capacità di allontanare dall’animo ogni conturbante dissidio che possa mettere l’essere umano in disaccordo con se stesso, con gli altri uomini e con l’ordine divino del tutto, la mousikè ha anche un valore purificatore o catartico (da katarsis, "purificazione").

Questo elemento psicagogico e catartico delle arti musive è anche sottolineato dal ruolo che la danza e la musica avevano all’interno dei riti orfici. Secondo tali riti nell’uomo era presente un elemento divino e celeste, cioè l’anima, e uno malvagio e terreno, cioè il corpo, da cui l’anima doveva purificarsi e liberarsi. Di qui l’attribuzione di un potere catartico alla musica e alla danza. Queste, proprio perché divinamente ispirate, avevano il potere di agire sull’elemento celeste dell’uomo, cioè l’anima, permettendole di ricordarsi della sua origine divina e di liberarsi da tutto ciò che di impuro era a lei legato, cioè il corpo.

Arte come mimesis

L’origine divina delle arti musiche esclude che esse si costituiscano come un fare liberamente creativo, privo di vincoli. Il nostro concetto di creazione è ignoto agli antichi Greci, i quali sostengono che l’arte è propriamente mimesis, "imitazione". Il concetto di imitazione è alla base non solo delle arti musive ma anche di quelle tecniche. Se per quanto riguarda la mousikè è la sua origine divina ad escludere che essa si costituisca come un fare autonomo privo di premesse, per quanto riguarda l’architettura, la scultura e la pittura è la loro dimensione tecnica ad imporre il principio della mimesis che, in questo caso, significa innanzitutto agire conformemente a un canone, cioè a un sistema di regole. L’architetto, lo scultore e il pittore, quindi non fanno altro che applicare un canone, che prescrive loro determinate misure e rapporti da seguire nella produzione degli edifici o nell’elaborazione delle figure. La prima formulazione a noi nota di questo sistema di regole è il Canone redatto dallo scultore Policleto come codice normativo volto a stabilire la proporzione, ossia il rapporto matematico tra le parti e il tutto, che avrebbe garantito la corretta rappresentazione della figura umana. È comunque dal De architectura dell’architetto romano Marco Vitruvio Pollione che possiamo ricavare le notizie più esaustive relativamente a ciò che gli antichi intendevano per proporzione.

La proportio, usata da Vitruvio come sinonimo di symmetria, presuppone la presenza di un denominatore comune o modulo che, costituendo l’unità di misura per fondare la relazione numerica tra tutti gli elementi dell’intero, stabilisce tra le parti e con il tutto un rapporto di commodularità. La figura umana viene posta da Vitruvio alla base delle costruzioni architettoniche. La mimesis, intesa come adesione a un canone, assume un significato più profondo, cioè quello di imitazione della natura, da intendersi non come semplice copia, bensì come rispecchiamento dell’ordine divino insito nel cosmo.

Un dipinto, una scultura o un’architettura diventano opere d’arte nel momento in cui assolvono alla funzione religiosa, conoscitiva, etico-morale e politico-sociale che è richiesta dal loro essere mimesis della legge divina che presiede il mondo. Tale proprietà è condivisa da tutti gli altri prodotti dell’opera manuale dell’uomo: da un letto a una spada, da una nave a uno scudo, da un vaso a un aratro. Tutti questi oggetti artificiali sono belli nella misura in cui sono il risultato di un lavoro costruttivo la cui efficacia dà tutt’uno con il suo inscriversi nell’ordine divino della natura. Se i Greci considerano bello un utensile è perché esso nella sua capacità di portare a coronamento la propria virtù manifesta il suo perfetto accordo con l’ordine della natura in cui si inserisce la sua azione.

Edonismo e convenzionalismo estetico nei sofisti

Protagora: relatività del bello e artificio

Nella riflessione dei sofisti (V secolo a.C.) la bellezza smarrisce la sua valenza di legge cosmica valida per tutti e, trasformata in qualcosa di essenzialmente relativo alla percezione sensibile di ognuno, perde il proprio carattere di assoluta oggettività. Di tale mutamento è emblematico il pensiero di Protagora che, individuando nel sentimento di piacere il principio del bello, nega che esista la possibilità di stabilire un criterio oggettivo per discriminare ciò che è bello da ciò che è brutto. I sentimenti, essendo legati alla percezione sensibile, dipendono dalla conformazione psicofisica propria di ciascun uomo, la quale varia sia da individuo a individuo sia dalle situazioni in cui un determinato individuo può trovarsi. Quindi, non solo ciò che piace appare bello a qualcuno può non piacere e sembrare brutto a un altro, ma può anche apparire ora bello e ora brutto anche a uno stesso individuo. Non si può inoltre prescindere dall’educazione: ciò che piace ed è ritenuto bello da un popolo, può risultare spiacevole e brutto a un altro. Non esiste, dunque, la possibilità di stabilire un criterio oggettivo per definire la bellezza che, non avendo alcun valore conoscitivo o morale, ha solo una valenza edonistica (da hedone, "piacere").

In “Protagora”, il dialogo platonico dedicato all’insigne esponente del movimento sofistico, Protagora ripropone il mito di Prometeo che, figlio del titano Giapeto, ruba agli dèi il fuoco e il sapere tecnico per donarli all’uomo, rimediando così alla dimenticanza di suo fratello Epimeteo. Questi, incaricato da Zeus di dare a tutti gli animali le facoltà più opportune per assicurare loro la sopravvivenza, si era dimenticato dell’uomo lasciandolo nudo e indifeso, sprovvisto di qualsiasi mezzo per sopperire ai bisogni della vita. Grazie al fuoco e al sapere tecnico che Prometeo ha rubato agli dei, gli uomini diventano finalmente capaci di provvedere alla propria sopravvivenza. Essi diventano addirittura simili agli dèi e diventano gli unici capaci non solo di dominare l’ambiente circostante, ma anche di creare, accanto al mondo della natura, un mondo diverso che senza l’opera dell’uomo non avrebbe mai potuto prodursi. Si tratta, infatti, di un mondo artificiale, cioè "fatto ad arte" e "fare ad arte" significa per Protagora, come per tutti i sofisti, operare in modo diverso da come opera il mondo naturale. L’arte non solo produce cose che non esistono in natura, ma, a differenza di questa, opera anche secondo determinate regole subordinate consapevolmente alla realizzazione di un fine. Protagora afferma che se alcune arti sono finalizzate alla produzione di cose utili (calzari, letti, case, ecc) altre invece come la scultura, la pittura, la poesia e la musica, hanno come scopo la realizzazione di oggetti inutili, volti unicamente a suscitare piacere.

Questo spostamento di attenzione dal contenuto all’effetto emerge soprattutto in rapporto alla poesia. Dichiarando che le parole dei poeti sono un ricettacolo di saggezza e che la sapienza è l’argomento proprio della poesia, Protagora non intende riferirsi a ciò che esprimono le parole, bensì al modo con cui sono espresse. Ciò che conta nella poesia non è il contenuto ma la forma che lo esprime. L’attenzione all’effetto è dunque direttamente proporzionale alla ricerca delle tecniche che permettono di suscitare piacere e seduzione. Protagora conclude che il valore della poesia non dipende dalla mimesis. Essa non deve più commisurarsi al mondo, assumendo la valenza di una realtà che è autonoma da esso.

Gorgia: il potere magico-incantatorio della poesia

Colui che tra i sofisti ha più valorizzato la poesia in quanto consapevole tecnica dell’effetto e dell’inganno è Gorgia da Lentini. Tale valorizzazione si inscrive all’interno della sua concezione del linguaggio, da lui considerato alla stregua di un’arte che, al pari di tutte le altre arti inventate dall’uomo, produce una realtà artificiale. Il linguaggio non rispecchia il significato dell’essere, ma produce questo stesso significato. Il linguaggio riflette l’essere delle cose solo nella misura in cui, attraverso i significati da esso istituiti, produce questo stesso essere cui si riferisce. Tale capacità produttiva del linguaggio è direttamente proporzionale alla sua capacità di plasmare a proprio piacimento quanto produce. Dal momento che sono le parole a istituire la realtà, esse non sono vincolate a significati stabili e, a seconda di come sono combinate e organizzate, possono far apparire come vero, buono, giusto e bello ciò che invece prima affermavano essere falso, cattivo, ingiusto e brutto.

Il linguaggio ha la capacità di agire sull’anima, orientandone i pensieri e le azioni perché fa appello a quanto nell’uomo è più lontano dalla ragione, le passioni. Essa in quanto poiesis, cioè produzione, non solo mette in evidenza il carattere essenzialmente non mimetico della parola, ma rivela anche come il suo potere di suscitare nell’animo lo stupore come l’orrore, la gioia come il dolore, il coraggio come il timore dipenda dalla sua capacità di introdurre l’uomo all’interno di mondi e realtà mai immaginati e concepiti fino a quel momento. Esaltando gli effetti prodotti dalla poesia sull’animo umano, Gorgia le attribuisce il potere psicagogico che i pitagorici avevano attribuito alla musica.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Eli.C di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Desideri Fabrizio.
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