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David Hume, la regola del gusto e altri saggi

La regola del gusto

La grande varietà dei gusti e delle opinioni che si ritrova nel mondo è troppo evidente per non esser già stata universalmente osservata. Noi siamo propensi a chiamare barbaro tutto ciò che si allontana grandemente dal nostro gusto e dalla nostra comprensione, ma ben presto ci accorgiamo che un tale epiteto dispregiativo si ritorce contro di noi. (questa varietà di gusti non è pacifica ma al contrario siamo arroganti)

Se questa varietà di gusti appare evidente anche all'osservatore superficiale, si scoprirà, esaminandola, che è ancor più grande in realtà di quanto non lo sia in apparenza. Tutte le voci sono concordi nell'applaudire lo stile elegante, semplice, vivace, e nel biasimare l'ampollosità, l'affettazione, la freddezza e un falso splendore; ma quando la critica scende ai particolari, questa apparente unanimità svanisce, e si scopre che si erano conferiti significati diversissimi alle medesime espressioni. (anche dove sembra esserci concordanza in realtà non è così; consapevolezza di una doppia vita delle parole: quelle espressioni come “stile elegante” dovrebbero avere un valore oggettivo ma non è sempre così).

In tutte le cose che sono argomento di opinione e di scienza accade l'opposto: generalmente si scopre che la differenza consiste più nelle questioni generali che in quelle particolari. Coloro che fondano la moralità sul sentimento più che sulla ragione sono propensi a estendere all'etica la prima osservazione e a dire che, in tutte le questioni che riguardano la condotta e i costumi, la differenza fra gli uomini è in realtà più grande di quanto non appaia a prima vista. È infatti ovvio che gli scrittori di tutte le nazioni e di tutti i tempi concordino nell'approvare la giustizia, l'umanità, la magnanimità, la prudenza, la veracità e nel biasimare le qualità opposte. Anche i poeti e gli altri autori, le cui opere sono principalmente scritte per il piacere dell'immaginazione, da Omero sino a Fénelon, inculcano gli stessi precetti morali, e attribuiscono la lode e il biasimo alle stesse virtù e agli stessi vizi (Fénelon: saggio educativo su Telemaco, figlio di Ulisse; Omero inserisce scene di crudeltà che Fénelon non utilizza). Questa grande umanità viene solitamente attribuita all'influenza dell'uniformità della ragione che, in tutti questi casi, suscita sentimenti simili in tutti gli uomini e impedisce quelle controversie a cui sono così esposte le scienze astratte. Se una tale umanità esistesse realmente, questa spiegazione potrebbe esser considerata soddisfacente, ma dobbiamo ammettere che gran parte dell'apparente armonia che regna nella sfera morale va attribuita alla natura del linguaggio. (l'armonia intorno a questi termini è apparente perché riguarda il linguaggio)

La parola virtù, con i suoi equivalenti in tutte le lingue implica apprezzamento, come vizio implica biasimo (questa unanimità dipende dal linguaggio); e nessuno, senza cadere nell'improprietà più evidente e grossolana, potrebbe conferire un senso di riprovazione a un termine che l'accezione generale ha un senso buono, o approvare quel che nella lingua postula disapprovazione.

Gli ammiratori e i seguaci del Corano insistono sull'eccellenza di precetti morali sparsi qua e là in quest'opera incivile e assurda. Ma si deve supporre che le parole arabe che corrispondono alle nostre “equità”, “giustizia”, “temperanza”, “mansuetudine”, “carità”, siano intese in senso buono anche nell'uso comune di questa lingua.

Esaminiamo con attenzione il suo racconto e ben presto scopriremo che egli approva casi di slealtà, di disumanità, di crudeltà, di vendetta, di fanatismo, che sono assolutamente incompatibili con una società civile. Chi raccomanda le virtù morali, in realtà non fa altro che illustrare ciò che è implicito nei termini stessi. (lodare questi termini non è una grande opera perché lodandoli emerge quello che è implicito)

Quel popolo che ha inventato la parola carità, e l'ha usata in senso buono, ha inculcato il precetto “sii caritatevole” in modo molto più chiaro ed efficace di qualunque presunto legislatore o profeta che abbia inserito tale massima nei suoi scritti.

Il giudizio del gusto

È naturale che noi si cerchi una regola del gusto, una regola mediante la quale possano venire armonizzati i vari sentimenti umani, o almeno una decisione che, una volta espressa, confermi un sentimento e ne condanni un altro. Vi è una specie di filosofia che recide ogni speranza di successo a un simile tentativo, e afferma l'impossibilità di stabilire qualsiasi regola del gusto. (quando si viene a identificare quello che è bello e buono con oggetti opposti ognuno ritiene che la propria identificazione sia quella giusta)

Fra giudizio e sentimento, si dice, vi è una differenza molto grande. (dove c’è giudizio c’è conflitto, dove ci sono sentimenti c’è giustizia) Tutti i sentimenti sono giusti, perché il sentimento non si riferisce a nulla oltre a se stesso, ed è sempre reale ogniqualvolta lo si provi. (tutti i sentimenti sono giusti perché sono senza riferimenti; il metodo del sentimento è sempre valido perché se lo provo allora è vero) Al contrario, non tutte le determinazioni dell'intelletto (giudizi) sono giuste, perché si riferiscono a qualcosa che è al di là di loro stesse, ossia a cose di fatto reali, e non sempre sono conformi a quel modello. Ma fra le mille differenti opinioni che gli uomini possono nutrire riguardo a uno stesso oggetto, ve n'è una, e solo una, che è giusta e vera, e l'unica difficoltà è quella di scoprirla e accettarla. Al contrario mille sentimenti diversi suscitati dallo stesso oggetto sono tutti giusti, perché nessun sentimento rappresenta quello che vi è realmente nell'oggetto. (Hume sta neutralizzando l'istanza dell'oggetto all'interno dell'estetica. Sta cercando uno standard, un modello, un metro, cioè qualcosa che rimane costante a cui si devono commisurare i giudizi. Hume però non accetta che questo standard del gusto sia esterno: i sentimenti estetici per oggetti non hanno un riferimento esterno perché altrimenti il principio del gusto sarebbe interno al sentimento. Però così facendo i gusti estetici sarebbero assimilabili a quelli scientifici, quindi sono veri o falsi. Hume dice che mille sentimenti scaturiscono dallo stesso oggetto quindi non riduce il giudizio ad un fatto puramente psicologico.

Il gusto quindi riguarda la società e ciò che circonda l'uomo e non è solo un fatto interno. Il vero metro di ciò che si prova solo io lo so: il linguaggio pubblico è condiviso ma il linguaggio rispetto al sentimento privato non può esprimerlo) Esso indica soltanto una certa conformità o relazione fra l'oggetto e gli organi o facoltà della mente, e se queste conformità non esistesse realmente non sarebbe possibile il sentimento stesso. (confronto tra l'oggetto e gli organi o facoltà della mente. Qui si ritrova la contraddizione che tutto il saggio cerca di padroneggiare: il sentimento è interno ma la conformità incrina l'interiorità del sentimento)

La bellezza non è una qualità delle cose: essa esiste soltanto nella mente che le contempla, e ogni mente percepisce una diversa bellezza. (la bellezza dipende da come un oggetto si conforma agli organi della mente è quindi la bellezza sta nella mente. Però un qualche rapporto con l'esterno da cui nasce un sentimento ci deve pur essere) È persino possibile che qualcuno percepisca una bruttezza laddove un altro avverte un senso di bellezza: ogni individuo dovrebbe appagarsi del proprio sentimento, senza pretendere di regolare quello altrui. (bisogna accontentarsi di quello che si prova senza confrontarti con gli altri; i sentimenti sono sempre veri. Il postulato è quindi che gli organi della mente non funzionano sempre nello stesso modo: il metro sta quindi nel rapporto tra gusto mentale e gusto del cuore. Tutto dipende da come gli organi rispondono e funzionano)

È del tutto naturale e persino necessario estendere questo assioma al gusto dello spirito oltre che a quello corporeo. Se qualcuno affermasse che Ogilby e Milton, oppure Bunyan e Addison, hanno lo stesso genio e la stessa eleganza, si direbbe che afferma un'assurdità. Il principio dell'uguaglianza naturale dei gusti è completamente disatteso, e mentre lo ammettiamo in questi casi in cui gli oggetti sembrano pressoché equivalenti, ci sembra un paradosso stravagante, o addirittura un'assurdità evidente, quando sono messi a confronto oggetti così sproporzionati.

È evidente che nessuna regola di composizione può esser fissata mediante ragionamenti a priori. Il loro fondamento è lo stesso di tutte le scienza pratiche: l'esperienza; esse non sono altro che osservazioni generali relative a ciò che si è trovato universalmente piacevole in tutti i paesi e in tutte le epoche.

Frenare i voli dell'immaginazione e ridurre ogni espressione alla verità e all'esattezza geometriche sarebbe la cosa più contraria alle leggi dell'estetica, perché produrrebbe un'opera che, per esperienza universale, si è scoperta essere la più insipida e la più sgradevole. Sebbene la poesia non possa mai sottomettersi all'esatta verità, dove tuttavia esser contenuta entro le regole dell'arte scoperte dell'autore o con un'intuizione geniale o con l'osservatore. Se gli scrittori negligenti o irregolari sono piaciuti, non è dipeso dalle loro trasgressioni alle regole o dal loro disordine, ma malgrado quelle trasgressioni: possedevano altre bellezze conformi a una giusta critica, e la loro forza ha potuto soverchiare la disapprovazione e dare allo spirito una soddisfazione superiore al disgusto derivante dai difetti.

E se anche il nostro piacere derivasse realmente da quelle parti del suo poema che consideriamo difettose, questo non costituirebbe un'obiezione contro la critica in generale, ma solo contro quelle sue regole particolari secondo cui quei caratteri sono difetti e sono considerati universalmente biasimevoli.

Sebbene tutte le regole generali dell'arte siano fondate soltanto sull'esperienza e sull'osservazione dei sentimenti comuni della natura umana, non dobbiamo però immaginare che in ogni circostanza i sentimenti degli uomini debbano essere conformi a tali regole. Sono fra le emozioni più sottili dello spirito, di natura molto tenera e delicata, e richiedono il concorso di molte circostanza favorevoli per poter agire, con facilità ed esattezza, conformemente ai loro princìpi generali e stabiliti.

La perfetta serenità di spirito, la concentrazione della mente, la dovuta attenzione all'oggetto: se manca qualcuna di queste circostanza, il nostro esperimento sarà fallace e non potremo più giudicare della bellezza ortodossa e universale. La relazione che la natura ha posto fra la forma e il sentimento sarà per lo meno più oscura e richiederà una maggiore attenzione per rintracciarla e discernerla. Potremo stabilirne l'influenza non tanto dall'effetto di ogni bellezza particolare, quanto dalla durevole ammirazione riservata a quelle opere che sono sopravvissute a tutti i capricci della moda e del costume, a tutti gli errori dell'ignoranza e dell'invidia.

Lo stesso Omero, che piaceva ad Atene e a Roma duemila anni or sono, è ancora ammirato a Parigi e a Londra. Tutti i mutamenti di clima, di governo, di religione e di lingua non hanno potuto oscurare la gloria.

Quando si tratta di un vero genio, quanto più a lungo durano le sue opere e quanto più larga ne è la diffusione, tanto più sincera è l'ammirazione che egli suscita. Le bellezze, che sono per natura atte a suscitare sentimenti di piacere, dispiegano immediatamente la loro azione, e finché dura il mondo mantengono la loro autorità sugli spiriti degli uomini. Si vede dunque che, nonostante tutta la varietà e i capricci del gusto, vi sono certi principi generali di approvazione o di biasimo la cui influenza può esser notata da uno sguardo attento in tutte le operazioni dello spirito.

Partendo dalla struttura originale della fabbrica interiore, si può calcolare che certe particolari forme o qualità piaceranno e che altre dispiaceranno; e se il loro effetto mancherà in qualche caso particolare, ciò deriva da qualche evidente difetto o imperfezione dell'organo. In ogni creatura vi è uno stato sano e uno difettoso e soltanto il primo è in grado di darci la vera regola del gusto e del sentimento. Se nello stato da sanità dell'organo vi è una uniformità piena o almeno rilevante fra i sentimenti degli uomini possiamo derivarne un'idea della perfetta bellezza.

Numerosi e frequenti sono i difetti degli organi interni che ostacolano o indeboliscono l'influenza di quei princìpi generali da cui dipende il nostro sentimento di bellezza o di bruttezza. Sebbene, partendo dalla struttura dello spirito, si possa prevedere che certi oggetti daranno naturalmente piacere, non ci si deve aspettare che il piacere sia ugualmente sentito da ogni individuo.

Una causa evidente per cui molti non avvertono il giusto sentimento della bellezza è la mancanza di quella delicatezza dell'immaginazione necessaria per poter essere sensibili a quelle emozioni più sottili. Questa delicatezza ognuno pretende di averla, ognuno ne parla, e vorrebbe regolare su di essa ogni specie di gusto o di sentimento.

La delicatezza del gusto

Sarà opportuno dare della delicatezza una definizione più precisa di quella che ne è stata data sin qui tentata. E per non attingere la nostra filosofia a una fonte troppo profonda, ricorreremo a un noto racconto del Don Chisciotte:

È con piena ragione, dice Sancho allo scudiero dal gran naso, che io pretendo di intendermene di vino; è una qualità ereditaria nella mia famiglia. Due miei parenti furono, una volta, chiamati a dare la loro opinione su di una botte che si supponeva eccellente, perché era vecchia e di ottima uva. Uno di loro la assaggia, assapora il vino, e dopo matura riflessione decide che sarebbe stato buono, se non fosse per quel leggero sapore di cuoio che vi sentiva. L'altro, dopo aver preso le stesse cautele, esprime anch'egli il suo verdetto in favore del vino, ma con riserva, per un certo sapore di ferro che riusciva a distinguere chiaramente. Non potete immaginarvi quanto entrambi fossero presi in giro per il loro giudizio. Ma chi rise per ultimo? Vuotano la botte, sul fondo si trovò una vecchia chiave cui era attaccata una striscia di cuoio.

La grande rassomiglianza fra il gusto spirituale e quello corporeo ci aiuterà facilmente ad applicare questa storia. Sebbene sia certo che la bellezza e la bruttezza, ancor più che il dolce e l'amaro, non sono qualità degli oggetti, ma appartengono appieno al sentimento, interno o esterno, tuttavia bisogna ammettere che negli oggetti vi sono certe qualità atte per natura a produrre quei particolari sentimenti. Quando gli organi sono così fini da far sì che nulla sfugga loro, e al tempo stesso sono così esatti da percepire tutti gli elementi del composto, chiamiamo ciò delicatezza del gusto, sia in senso letterale che metaforico. In questo caso ritornano utili le regole generali del gusto, essendo ricavate da modelli stabiliti e dall'osservazione di ciò che piace o dispiace quando si presenta da solo e in grado elevato.

Trovare queste regole generali o dei modelli riconosciuti di composizione, equivale a trovare la chiave con il laccio di cuoio, che giustifica il verdetto dei parenti di Sancho e confondeva quei pretesi giudici che li avevano condannati. Se la botte non fosse mai stata vuotata, il gusto degli uni sarebbe stato ugualmente delicato e quello degli altri ugualmente ottuso e debole, ma sarebbe stato più difficile convincere gli stanti della superiorità del primo. Nello stesso modo, se le bellezze dello stile non fossero mai state ricondotte a un metodo o ricondotte a princìpi generali, e se non fossero mai stati fissati dei modelli eccellenti, i differenti gradi di gusto sarebbero esistiti ugualmente e il giudizio di uno sarebbe stato preferibile a quello di un altro, ma non sarebbe stato facile ridurre al silenzio i cattivi critici, che avrebbero sempre potuto insistere sul loro sentimento particolare e rifiutare di sottomettersi al loro antagonista. Ma quando mettiamo loro davanti un principio artistico ben stabilito ed illustrato, quando dimostriamo che lo stesso principio può essere applicato al caso di discussione devono concludere, alla fin fine, che il difetto sta in loro stessi, e che mancano di quella delicatezza che è necessaria per avvertire ogni bellezza e ogni difetto in qualsiasi composizione o in qualsiasi discorso.

È cosa nota che la perfezione di ogni senso o facoltà consiste nel percepire con esattezza i suoi oggetti più piccoli e nel non lasciare sfuggir nulla alla sua conoscenza e alla sua osservazione. Una percezione vivace e acuta della bellezza e della bruttezza deve costituire la perfezione del nostro gusto spirituale e non si può esser soddisfatti di sé quando si sospetta che ci sia sfuggita una qualche eccellenza o un qualche difetto di discorso. In questo caso si scopre che la perfezione dell'uomo e quella del senso o del sentimento sono congiunte. Un palato molto raffinato può costituire, in molti casi, un grave inconveniente, sia per chi lo possiede che per i suoi amici. Ma un gusto squisito per lo spirito e per la bellezza deve esser sempre una qualità desiderabile, perché è la fonte di tutte le gioie più grandi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Eli.C di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Desideri Fabrizio.
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