Il concetto di rappresentazione in estetica analitica
Elaborato di Rossi Giacomo (giacomo.rossi33@studio.unibo.it)
Il concetto di rappresentazione occupa una notevole importanza nel dibattito filosofico che
riguarda tematiche di estetica dell’arte. Tale nozione accompagna, infatti, questioni di portata più
ampia che si dipanano in modo complesso, sollevando problemi che concernono i concetti stessi di
arte e di opera d’arte, il rapporto tra arte e mondo, e tra linguaggio e realtà. Quest’ultimo punto, in
particolar modo, si colloca in una posizione centrale nel dibattito contemporaneo su questi temi,
poiché soprattutto nel corso del Novecento un cospicuo numero di filosofi che si sono dedicati a
problemi di estetica nell’arte si è focalizzato sul tema del linguaggio, sull’analogia tra linguaggio e
arte e sul rapporto tra segno e realtà. Ciò è avvenuto soprattutto attraverso un approccio di tipo
analitico nei confronti di tali questioni, e quello che vorrei prefiggermi in questo mio breve scritto è
di tracciare le linee generali che hanno accompagnato la discussione sul tema della rappresentazione
in tale contesto analitico, seguendo sommariamente il pensiero di alcuni autori che si sono
pronunciati a riguardo, più specificamente Nelson Goodman, Arthur C. Danto e Richard Wollheim.
Prima di considerare le posizioni di questi diversi autori vorrei richiamare l’attenzione sul
fatto che si possono distinguere approssimativamente due questioni fondamentali che ruotano
attorno alla nozione di rappresentazione. La prima è esplicitata dalla domanda: «cosa distingue un
mero oggetto da una rappresentazione?». La seconda questione invece può essere formulata in
questo modo: «cosa distingue una rappresentazione in generale da una rappresentazione artistica?».
Evidentemente queste problematiche sono strettamente intrecciate, soprattutto se si tiene conto che
il tema di fondo è in questo caso sempre l’arte. La prima domanda infatti richiama la differenza tra
un mero oggetto e un oggetto elevato a opera d’arte, quindi in tal caso è posto il problema di cosa
1
distingua «opere d’arte e mere cose reali» , per usare la terminologia di Danto. Ma prima ancora di
capire quale sia questa differenza bisogna chiedersi se tutte le opere d’arte siano rappresentazioni, e,
ammesso che lo siano, che tipo di rappresentazioni esse sono. La seconda domanda è strettamente
connessa a questo punto, perché si chiede che cosa fa sì che una rappresentazione possa diventare
artistica. Sembrerebbe evidente che non tutte le rappresentazioni siano artistiche, ma non è affatto
semplice stabilire i criteri per discernere rappresentazioni artistiche e rappresentazioni non
artistiche. Mostreremo le diverse risposte degli autori che affronteremo riguardo queste questioni e
sarà interessante vedere come essi rispondano in modi per molti versi opposti alle stesse domande.
La prospettiva di Goodman: rappresentazione come riferimento
A.C. Danto, The Transfiguration of the Commonplace. A Philosophy of Art, Harvard University Press,
1
1981, trad. it. a cura di Stefano Velotti, La trasfigurazione del banale, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 3.
La nozione di rappresentazione viene considerata da Goodman già dal primo capitolo del
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suo scritto I linguaggi dell’arte . Coerentemente con la visione estensionalista di questo filosofo,
rappresentare significa denotare. Secondo questa prospettiva ciò che conta è soltanto l’aspetto
estensionale di un segno in generale (la sua denotazione, il riferimento a cui il segno rinvia), non il
suo carattere intensionale (la sua connotazione o il suo «senso», nella terminologia fregeana).
Quest’ultimo, al contrario, deriva dal primo e può essere spiegato attraverso un’analisi di tipo
3
estensionalista. La rappresentazione è, in questo senso, una funzione referenziale : in arte, un segno
rappresenta un oggetto se lo denota. È da sottolineare il fatto che in questo contesto si sta parlando
di rappresentazione artistica, mentre il problema di cosa distingua una rappresentazione in generale
da una rappresentazione che ha in più un carattere artistico è trattato da Goodman soltanto in un
secondo momento. Quello che stiamo ora considerando invece è la rappresentazione artistica e in
paticolare quella pittorica (sebbene le considerazioni possano essere estese al di là di quest’ultima).
Afferma dunque Goodman: «la verità è che un quadro, per rappresentare un oggetto, deve essere
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simbolo di esso, stare per esso, riferirsi ad esso» .
Un secondo punto da sottolineare è che la visione dell’autore de I linguaggi dell’arte è
fortemente nominalista. Ciò significa affermare il rifiuto di una differenza ontologica tra segno e
referente: ogni parte della realtà può fungere sia da segno che da referente, non esiste un oggetto
che sia di per sé l’uno o l’altro. Per questi motivi linguaggio e realtà si trovano in una relazione di
intima connessione, quasi di identità. Non ci sono due piani distinti – il linguaggio da un lato e il
mondo dall’altro – ma un’unica realtà su cui si dispongono questi aspetti fondamentali
interscambiandosi. Essendo l’arte un sistema simbolico al pari del linguaggio comune, la nozione di
rappresentazione si colloca per Goodman all’interno di questo quadro teorico ed egli afferma che
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«pressocché ogni cosa può stare per pressocché ogni altra» . Ciò significa che qualsiasi oggetto può
potenzialmente rappresentarne un altro ed esserne quindi il simbolo e, viceversa, qualsiasi parte di
realtà può diventare simbolo di qualcos’altro e, in questo modo, rappresentarlo.
Nel trattare la nozione di rappresentazione Goodman si confronta da subito con un’altra
teoria che ha radici antiche e che ha avuto fortuna nei dibattiti di estetica dell’arte, ovvero la teoria
dell’imitazione. Sembrerebbe che un quadro, o in generale un’immagine, rappresenti un oggetto se
lo imita, o se in qualche modo gli somiglia. In realtà, per parlare di imitazione non è necessario
N. Goodman, Languages of Art, The Bobbs-Merril Inc., 1968, trad. it. a cura di Franco Brioschi, I
2
linguaggi dell'arte, Il Saggiatore, Milano 1998.
Goodman distinguerà denotazione e riferimento parlando di espressione, ma in questo caso i due aspetti
3
coincidono.
N. Goodman, I linguaggi dell'arte, Il Saggiatore, Milano 1998, p. 13
4 Ibidem, p. 13.
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considerare la somiglianza , e infatti la portata della critica alla nozione di imitazione del nostro
filosofo si estende al di là del concetto di somiglianza. D’altra parte, quest’ultima di per sé non è in
grado di rendere conto della rappresentazione, non costituendo né una condizione necessaria, né
tantomeno sufficiente per essa: la somiglianza è riflessiva e simmetrica, la rappresentazione è non
riflessiva e asimmetrica, oltre al fatto che «in molti casi nessuno fra due oggetti molto simili
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rappresenta l’altro» .
La critica all’idea di rappresentazione come imitazione invece affonda più in profondità
nella trattazione di Goodman e porta alla luce una serie di questioni di ampia portata. Prima di tutto,
quest’idea rivela i suoi profondi limiti da subito se si considera imitare nel senso di rappresentare
l’oggetto così come esso è. Infatti, ci sono infiniti modi in cui un oggetto può essere osservato e
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rappresentato, e «se tutti sono modi di essere dell’oggetto, allora nessuno è il suo modo di essere» .
Da qui si sviluppa la critica di Goodman nei confronti dei cosiddetti «miti dell’occhio innocente e
9
del dato assoluto» , che riguardano il modo in cui numerosi estetologi hanno trattato della
rappresentazione artistica. La tesi dell’occhio innocente sostiene che per rappresentare un oggetto
bisogna rappresentarlo così come ci si presenta, senza intervenire in alcun modo su ciò che
vediamo. Ma questo è di fatto impossibile, perché l’occhio è sempre antico per Goodman, la
percezione stessa è stratificata e influenzata dalle nostre conoscenze ed esperienze passate – e
Goodman riprende l’analisi che già Gombrich aveva intrapreso su questo punto in Arte e illusione
del 1960. Inoltre nessun dato è neutro, non esistono datità assolute, poiché «nessuna cosa è mai
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rappresentata spoglia delle sue proprietà o nella pienezza delle sue proprietà» . La rappresentazione
è qualche cosa di più complesso e queste teorie risultano fallaci perché considerano soltanto un
aspetto ridotto della realtà.
Tutto ciò si accompagna in Goodman a una relativismo ontologico generale e a una critica
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radicale del realismo: non esiste qualcosa come il mondo, bensì solo «versioni di mondo» , ovvero
descrizioni di mondo che sono ugualmente vere. È il sistema di riferimento adottato in base al
contesto che determina quale versione di mondo stiamo considerando. Su questi temi Goodman
considera il caso della prospettiva, che non costituirebbe, a suo parere, la caratteristica di una
rappresentazione realistica, poiché il realismo stesso è relativo al contesto. Servirsi della prospettiva
Questo punto sarà ripreso e sviluppato ulteriormente da Danto, la cui critica al concetto di imitazione
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prevede il fatto che la somiglianza non è una condizione necessaria né sufficiente per l’imitazione (la prima è
simmetrica e transitiva, la seconda asimmetrica e intransitiva) . Su questo certamente i due filosofi sarebbero
d’accordo, sebbene i modi in cui trattano del concetto di rappresentazione siano, per molti versi, opposti.
Ibidem, p. 12
7 Ibidem, p. 14.
8 Ibidem, p. 15.
9 Ibidem, p. 16.
10 Questa prospettiva è riscontrabile in Goodman già in The Way The World is del 1960 e successivamente in
11
Ways of Worldmaking del 1978.
nella rappresentazione pittorica è una pratica trasparente per noi, perché siamo educati ed abituati a
questo tipo di raffigurazioni, ma se non avessimo adottato questo sistema di riferimento la
rappresentazione prospettica sarebbe tutt’altro che trasparente. Su questo punto Goodman prende le
distanze dal già citato Gombrich, poiché quest’ultimo ha affermato che la prospettiva non è una
semplice convenzione, ma il modo corretto di rappresentare un oggetto in maniera realistica al
massimo grado. Per Goodman, invece, «il realismo è relativo, determinato dal sistema di
12
rappresentazione corrente in una data cultura o persona, in un dato tempo» .
Proseguendo nel delineare il conc
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