Definizione e ambito della moda
Moda = “fenomeno sociale dalle implicazioni assai complesse che riguarda almeno tutte le società contemporanee”
Moda in senso stretto = moda vestimentaria
Moda in senso ampio = “nessuna attività ne è veramente esente ormai” (cfr. Svendsen)
Apprezzamento della moda nelle scienze umane
Malgrado la sua importanza e “la sua presenza invadente”, la moda “non è stata trattata con l’interesse che merita da parte delle scienze umane e sociali” (cfr. Svendsen e Wilson sulla ‘diffidenza’ delle scienze verso la moda).
“Una sociologia della moda si è malgrado tutto sviluppata”, ma “ciò è spesso avvenuto ai margini della disciplina” e, così, si tratta di prendere in esame discorsi sulla moda che sono stati condotti “in una prospettiva direttamente o indirettamente sociologica”, sia discorsi sulla moda di sociologi ‘di professione’, sia discorsi non esplicitamente sociologici ma, per così dire, comunque di rilievo o ‘taglio’ sociale.
La sociologia della moda e le sue origini
“La moda ha finito per diventare oggetto specifico della sociologia soltanto da una trentina d’anni” e “la sociologia della moda” si è affermata “in modo spesso indiretto, e cioè per mezzo di altre discipline” (es. psicologia, semiologia).
Per sviluppare una sociologia della moda occorre considerare l’abbigliamento non più come elemento secondario, accessorio, ma come elemento primo, fondatore, capace di determinare tanto i comportamenti individuali quanto le strutture sociali.
Origine e sviluppo della moda
Origine della moda: essa è “un fenomeno occidentale recente”, “strettamente legato all’avvento di una società in cui l’individuo divenne il valore supremo”, al posto delle società tradizionali che “riponevano il valore principale nella società intesa come un tutto”.
La moda “si impone soltanto nel XIX secolo, e cioè quando si sviluppa pienamente una società fondata sull’individuo, la cui affermazione [risale] al XVIII secolo”.
La moda “trova il suo principio fondatore nel sistema delle società individualiste”.
Origini dei discorsi sulla moda
- XIX secolo - 1829: giornale “La Mode” (firme illustri: Balzac, Girardin, Barbey d’Aurevilly)
- 1874: giornale “La dernière mode” diretto da Mallarmé
- Saggi sulla moda, l’eleganza, il dandismo, nel corso dell’800: Brummell, Book of Fashion (1821; ediz. ridotta 1835; ediz. completa 1932), Balzac, Trattato della vita elegante (1830), Thackeray, Book of Snobs (1848), Barbey d’Aurevilly, Del dandismo e di George Brummell (1845), Baudelaire, Il pittore della vita moderna (1863), Gautier, Della moda (1858)
Osservazione generale di Monneyron: “Le riflessioni di alcuni grandi autori del XIX secolo sul fenomeno della moda, di cui hanno potuto osservare i primi passi e lo sviluppo, per quanto ancora frammentarie, inaugurano molte piste interessanti. Si potrebbe pensare che esse abbiano aperto la strada al rapido sviluppo di una sociologia della moda. Eppure, le cose non sono andate così”.
Teorie della moda
Argomento del capitolo
- Teoria della moda come imitazione (Tarde)
- Teoria della moda come ostentazione, ‘spreco vistoso’ (Veblen)
- Teoria della moda come imitazione e distinzione (Simmel)
Teoria di Gabriel de Tarde
Gabriel de Tarde (1843-1904), uno dei fondatori della sociologia in Francia, sviluppa una sociologia della moda (in senso ampio, dunque non ristretta agli abiti) come imitazione.
Per Tarde la società non è “un insieme organico dotato di vita propria” (come per Durkheim), ma “una somma e associazione di individui (psicologia sociale), la cui definizione deve tener conto dell’imitazione”.
Imitazione = “origine di ogni attività umana” (cfr. Aristotele, Poetica: “l’imitare è connaturato agli uomini fin dalla puerizia [e in ciò l’uomo si differenzia dagli altri animali, nell’essere il più portato ad imitare e nel procurarsi per mezzo dell'imitazione le nozioni fondamentali], dall’altra il fatto che tutti traggono piacere dalle imitazioni”).
Per Tarde, società = “insieme di individui che si imitano reciprocamente”.
Opera: Le leggi dell’imitazione (1890)
Scopo = interpretare i meccanismi dell’imitazione sociale, coglierne le ‘leggi logiche’.
Tesi fondamentale: sono sempre le classi inferiori a copiare quelle superiori (in abbigliamento, usanze, linguaggio, vizi ecc.); più precisamente, “è l’individuo giudicato superiore a essere copiato in tutto, mentre pare che egli non imiti nessuno al di sotto di lui”.
Società contemporanee, però, caratterizzate da “imitazione diventata reciproca e specializzata, generalizzandosi” = anche “colui che viene imitato di più, imita a sua volta per certi aspetti qualcuno”.
Tesi fondamentale di Tarde: “moda = imitazione”; tesi che si applica in primo luogo all’abbigliamento, il quale dipende più di altri settori dai “bisogni di lusso” (cioè inessenziali) che prevalgono sempre sui “bisogni primitivi” (cioè essenziali).
Teoria di Thorstein Veblen
Thorstein Veblen (1857-1929), economista e sociologo americano di origini norvegesi, sviluppa una teoria della moda (in senso stretto = applicata agli abiti) legata ai concetti di ‘classe agiata’ e ‘sperpero ostentato’.
Opera: Teoria della classe agiata (1899. Cap. 7).
Premesse:
- “La spesa dedicata all’esibizione di sé è indiscutibilmente più consistente nell’abbigliamento che in ogni altro settore di consumo”
- “Nel vestire moderno, l’esigenza di ornarsi ha ampiamente la meglio sulla ‘preoccupazione di coprire il corpo’” (statuto dell’abbigliarsi = sempre ‘sospeso’ fra natura e cultura)
- Bisogno di vestirsi = bisogno ‘superiore’, di tipo spirituale, culturale
Muovendo da tali premesse, Veblen vuole descrivere “la legge che governa l’uso dei vestiti”: Legge dello ‘sperpero ostentato’.
Funzione dell’abbigliamento è innanzitutto “quella di testimoniare ‘una capacità di spesa’”: si è spinti ad acquistare un abito particolarmente costoso, oltre che per conformarsi ai modelli stabiliti dal gusto dominante, soprattutto per “obbedire alle esigenze del caro prezzo” = si testimonia con l’abito “la propria dignità sociale”, esso è “l’attributo dell’agiatezza”, indica che “il suo portatore può consumare una ricchezza relativamente elevata”.
Tale funzione è testimoniata al meglio dagli abiti femminili ‘di moda’ = scomodi, anti-funzionali, inadatti alle attività, “attestano l’esonero dal lavoro” della donna e, indirettamente, la “capacità di spesa” dell’uomo (colui che lavora e ‘mantiene’ economicamente la donna, il suo ‘padrone’), il quale ostenta così la propria agiatezza.
Tre principi generali con cui ci rapportiamo al vestire:
- Abiti visibilmente cari (ostentazione dello sperpero)
- Abiti visibilmente scomodi (esibizione dell’agiatezza = esonero dal lavoro)
- Abiti che devono essere ‘alla moda’
Seguendo il punto 3, Veblen cerca di spiegare le variazioni (flussi e riflussi) nell’abbigliamento. Inizialmente tenta di invocare criteri estetici, ma poi si sofferma piuttosto sul rapporto (a suo giudizio conflittuale) fra le esigenze dello sperpero ostentato (caro prezzo) e le esigenze estetiche (canone di bellezza), che spiegherebbe il cambiamento incessante nella moda. Infine, il suo pronostico per il futuro è che gli stili saranno sempre “più grotteschi e insopportabili”.
Teoria di Georg Simmel
Georg Simmel (1858-1918), filosofo e sociologo tedesco, riprende il concetto di imitazione, ma lo integra dialetticamente con quello di distinzione = la moda ci consente al tempo stesso di far parte di un gruppo (spinta alla stabilità, alla generalità) e di spiccare come individui (spinta al mutamento, alla singolarità).
Teoria del trickle-down (in realtà non inventata da Simmel, ma comune a vari autori, e oggi sostanzialmente superata: vd. hippie, punk, grunge ecc.) = “le mode sono sempre mode di classe; le mode della classe più elevata si distinguono da quelle della classe inferiore e vengono abbandonate nel momento in cui quest’ultima comincia a farle proprie” (prestare attenzione però alla non-riducibilità della teoria di Simmel a quest’unico aspetto).
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