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Riassunto esame Filosofia e Teoria delle Arti, prof. Matteucci, libri consigliati L'artificio estetico, Matteucci, Moda e Metropoli, Simmel, L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, Benjamin, Teoria estetica, Adorno

Riassunto per l'esame di Filosofia e Teorie delle Arti (LM), basato su rielaborazione di appunti personali e studio dei libri adottati dal docente: "L'artificio estetico. Moda e bello naturale in Simmel e Adorno" di G. Matteucci, "Moda e Metropoli" di G. Simmel, "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica" e "Aura e choc" di... Vedi di più

Esame di Filosofia e Teoria delle Arti docente Prof. G. Matteucci

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uno stupido, ma nel senso che il valore delle cose, il significato delle cose, sia avvertito

3

come irrilevante, inconsistente.»

Tutto è considerato privo di significato, senza consistenza, e l’esito finale di questa modalità

esperienziale è un atteggiamento di profonda indifferenza, non soltanto verso le cose in generale ma

anche, più nello specifico, verso gli altri individui. In realtà questo atteggiamento non può costituire

un’indifferenza totale, poiché in primo luogo esso si configura come estrema riservatezza, la quale

però sfocia inevitabilmente in avversione. Il senso di privatezza è una sorta di rifugio dalla massa,

poiché quando si trova nella folla caotica – questa nuova realtà che emerge nella metropoli - l’uomo

non può fare altro che chiudersi in se stesso. Tuttavia non si tratta soltanto di riservatezza, poiché

l’altro viene visto con sospetto, tendendo pericolosamente all’odio: una sorta di repulsione verso

tutto ciò che è altro, per il diverso. L’estraneo viene discriminato e relegato ai margini del campo

4

visivo, evitato .

È da osservare che l’individuo incarna perfettamente la logica dell’economia

blasé 5

monetaria, «penetrata sin nel profondo dell’individuo» . Essa manifesta una forma puramente

intellettuale, nel senso che astrae dalle particolarità e dalle qualità dei singoli enti per ridurre tutto a

merce. Il denaro è il simbolo del trionfo della quantità sulla qualità, poiché azzera ogni differenza

qualitativa rendendo ogni cosa uguale all’altra, nella totale indifferenza. E dato che il soggetto si

trova sottoposto a questa logica, finisce per assimilarla al suo stile di vita: è per questo motivo che

«la persona intellettualmente sofisticata, il tipo metropolitano, è indifferente a tutto ciò che è

6

autenticamente individuale» . L’individuo non è altro che l’esempio più evidente di questo

blasé

processo di intellettualizzazione della vita.

Questo è anche ciò che costituisce la principale differenza tra la vita di provincia e quella

metropolitana: mentre nella città provinciale la vita procede lentamente, con continuità, senza

novità prorompenti e con pochi stimoli, la metropoli costituisce un incalzante susseguirsi di stimoli

a cui il soggetto è costretto a dare una risposta. La vita di provincia è basata maggiormente sulla

sentimentalità, sulla dimensione emotiva, regolata sulla routine e incline alla noia. La dimensione

psichica della vita metropolitana, al contrario, ha un carattere intellettualistico, poiché è solo tramite

l’intelletto che l’individuo può sperare di difendersi da una serie così intensa di stimolazioni

nervose. L’intellettualità si colloca infatti in superficie, non attinge al profondo della coscienza, ma

3 p. 34.

Ibidem,

4 Questa tendenza dissociativa è alla base della sociazione stessa secondo Simmel, poiché occorre la polarità

delle istanze associativa e dissociativa per poter far sì che si costituisca la società stessa, e al contempo essa

alimenta tale dinamica polare.

5 p. 34.

Ibidem,

6 p. 31.

Ibidem, 5

rimane nella trasparenza, in una dimensione controllabile. Rinunciando così in parte all’affettività,

la quale invece si colloca nella profondità della psiche ed è dunque meno consapevole.

La metropoli rispecchia quel carattere peculiare della cultura moderna, che secondo Simmel

è costituita dalla «preponderanza di ciò che si può chiamare lo “spirito oggettivo” sullo “spirito

7

soggettivo”» . Tale cultura si è formata, in altri termini, attraverso un progresso di oggettivazione

delle qualità dell’uomo, il quale attraverso i progressi della tecnica si è via via alienato dalle sue

caratteristiche qualitative, vivendo in un mondo in cui per lo più si dà valore all’aspetto quantitativo

e oggettivo della realtà. Certamente i progressi della tecnologia e delle scienze hanno comportato

notevoli vantaggi e una migliore qualità di vita, nonché una maggiore libertà. Tuttavia il risultato è

8

per l’essere umano il «deperimento della sua personalità complessiva» , che produce esiti disastrosi

per la soggettività:

«Il singolo si trova ridotto a entità insignificante, come un granello di sabbia posto di fronte

a una sterminata organizzazione di cose e di forze che lo privano di tutti i progressi, delle

spiritualità e dei valori, trasferiti via via dalla loro forma soggettiva a quella di una vita

9

puramente oggettiva.»

Tutto questo produce anche l’evidente difficoltà di affermare la propria personalità, di

recuperare quegli aspetti qualitativi e individuali propri del soggetto, che gli permettono di

distinguersi dagli altri e dalla massa. Tale situazione può sfociare in un’insoddisfazione che deve

trovare una valvola di sfogo all’interno della società stessa. Simmel in questo caso delinea una

possibile modalità con la quale il singolo possa riscattare la propria individualità: la moda, a cui egli

dedica un saggio datato 1911. Tramite essa «si fa appello alla particolarizzazione qualitativa per

poter attirare su di sé […] l’attenzione della propria cerchia sociale. Ciò sfocia nell’adozione delle

10

più arbitrarie stravaganze» . In un contesto in cui è sempre più difficile farsi notare, quando tutti

sono nevroticamente occupati da una serie incalzanti di stimolazioni nervose che ottundono la

nostra capacità di distinguere, la moda ci offre una modalità estetica per attirare l’attenzione sulla

nostra peculiare singolarità, pur conformandoci a una pratica sociale collettiva.

È proprio questa tensione ambivalente tra conformismo e distinzione la caratteristica

peculiare del fenomeno della moda. Essa da un lato riconduce l’individuo a un modello conforme a

un certo gruppo sociale, in modo tale che egli provi un senso di appartenenza per esso: questo gli

consente anche molteplici vantaggi, poiché il conformismo porta il singolo a seguire le norme e le

7 p. 40.

Ibidem,

8 p. 41.

Ibidem,

9 p. 41.

Ibidem,

10 p. 18.

Ibidem, 6

peculiarità estetiche del gruppo a cui appartiene; in tal modo egli è esonerato dalla scelta, che viene

compiuta dalla collettività, mentre l’individuo non deve fare altro che seguire ciò che essa impone.

Ciò produce anche una fondamentale deresponsabilizzazione, poiché non è più il singolo a essere

responsabile delle proprie azioni: responsabile è la collettività, mentre l’individuo si sente protetto

da questo senso di appartenenza, che lo protegge anche dal senso di vergogna che proverebbe a

compiere le stesse azioni individualmente. Inoltre tale fenomeno esonera anche dal problema

dell’identità, creando maschere preconfezionate che l’individuo non deve fare altro che indossare.

Tuttavia, se la moda fosse costituita solamente da questa tendenza al conformismo, essa non

potrebbe sussistere. Essa necessita anche dell’istanza opposta, ovvero quella della distinzione.

Insieme al bisogno di un senso di appartenenza, l’individuo infatti ha anche necessità di distinguersi

in quanto singolo, all’interno della massa e del gruppo sociale di cui fa parte. Il soggetto sente la

necessità di riacquistare il proprio valore di individuo, la propria peculiarità qualitativa

differenziandosi dagli altri. Senza differenziazione non vi sarebbe moda, afferma Simmel, così

come non deve prevalere soltanto questa caratteristica distintiva per far sì che essa continui a

sussistere in quanto tale. Così come l’abito da lutto non può diventare di moda, poiché possiede una

funzione collettiva specifica che non ha come intento la differenziazione individuale di chi lo

indossa, allo stesso modo un contesto in cui tutti si vestono in modo stravagante e arbitrario non

rientra nel fenomeno della moda, poiché in quel caso prevale la pura individuazione senza però

mantenere l’aspetto di appartenenza a una collettività. La moda tiene insieme entrambe queste

tendenze propriamente umane e costituisce in tal modo un fenomeno antropologico, che plasma

continuamente la società e la stessa esistenza umana.

Proprio per questi motivi la moda è un fenomeno ambiguo, effimero, non possiede alcuna

sostanzialità se non la propria essenziale precarietà. Essa tiene insieme «il fascino della novità e

11 12

quello della caducità» ed «è contemporaneamente essere e non essere» , proprio perché destinata

a dissolversi. La moda è in continuo mutamento, gli equilibri che stabilisce sono equilibri precari e

di breve durata, destinati ad essere modificati in ogni momento senza preavviso. Non vi è in essa

alcuna finalità, ma soltanto un senso effimero che può essere interpretato soltanto in chiave estetica.

Tuttavia essa è un importante fenomeno sociale che va compreso e tematizzato seriamente, poiché

permette di capire in modo più preciso la società in cui viviamo e la nostra stessa soggettività.

11 p. 13.

Ibidem,

12 p. 13.

Ibidem, 7

III. La prospettiva di Benjamin: aura, choc e tecnica

Benjamin tratta della soggettività all’interno della metropoli impostando il discorso in un

13

saggio del 1939 intitolato , dedicato per l’appunto allo scrittore

Su alcuni motivi in Baudelaire

francese. Prima di approdare al discorso sull’autore de tuttavia, è utile operare una

Le fleurs du mal,

prima contrapposizione: la distinzione tra memoria volontaria e memoria involontaria. Si tratta, in

sostanza, di un confronto fra Bergson e Proust. Senza entrare nel dettaglio di tale questione, ci basti

ricordare che secondo Bergson la memoria è volontaria, nel senso che è controllabile dal soggetto e

completamente incentrata su di esso, sul lato soggettivo dell’esperienza, prescindendo

dall’oggettività e dalla sua determinazione storica; per Proust, al contrario, questo tipo di memoria è

solo l’aspetto superficiale, consapevole della coscienza, che però non attinge alla profondità della

psiche in cui opera un tipo di memoria del tutto inconsapevole, sulla quale il soggetto non ha alcun

controllo. Questa è determinata storicamente e, allo stesso tempo, determina

mémoire involontaire

la nostra esperienza indipendentemente dalla nostra volontà. Ciò significa che noi non siamo titolari

della nostra esperienza. Questo concetto è analogo alla nozione di inconscio elaborato da Freud, il

quale afferma che tale dimensione costituisce la profondità autentica della psiche e si distingue

dall’aspetto superficiale e conscio della mente.

Ora, nella prospettiva di Benjamin, che riprende Proust e Freud, la funzione dello strato

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conscio della mente è quella di «servire da protezione contro gli stimoli» esterni. Ogni

stimolazione nervosa infatti consuma energia psichica, come già aveva affermato Simmel, e se il

soggetto viene sovrastimolato incorre in una minaccia di choc. Questo non è altro che un effetto

traumatico che avverrebbe nel soggetto qualora non fosse in grado di difendere la sua mente dagli

impulsi eccessivi. Se pensiamo alla vita metropolitana, possiamo ben vedere che l’individuo si trova

costantemente sotto minaccia di choc. Questo fa sì che la coscienza sia «continuamente all’erta

15

nell’interesse della difesa degli stimoli» e le sue energie psichiche sono completamente esaurite

dal tentativo di proteggersi. Ciò ha come conseguenza un’indebolimento dell’esperienza, che

16 , ovvero consapevole, ma non costituisce l’esperienza più

diventa mera «esperienza vissuta»

autentica, che attinge direttamente dalla profondità della memoria involontaria. In ciò consiste

l’intellettualismo della vita metropolitana: il barricarsi in una dimensione conscia, trasparente,

intellettuale e tuttavia superficiale, allontanandosi dall’esperienza più profonda.

13 W. Benjamin, in Id., Einaudi, Torino, 2012.

Su alcuni motivi in Baudelaire, Aura e choc,

14 W. Benjamin, Einaudi, Torino, 2012, p. 168.

Aura e choc,

15 p.170.

Ibidem,

16 p. 170.

Ibidem, 8

Tutto ciò produce un’indebolimento del soggetto e della sua aura, secondo Benjamin. L’aura

di un oggetto costituisce la sua peculiare unicità, la sua essenza individuale che gli permette di

distinguersi da tutto il resto, di non ridursi ad altro, ma di affermarsi nella propria particolarità. Essa

attinge la sua forza direttamente dalla memoria involontaria, da quelle corrispondenze profonde con

la genuinità dell’esperienza che tessono la trama della realtà. L’aura è ciò che non riduce l’oggetto a

quantità, non lo considera secondo il valore di scambio, ma al contrario riguarda il valore d’uso e

dunque il suo aspetto intrinsecamente qualitativo, non mercificabile. Posta la questione in questi

termini, è evidente che nella metropoli ogni ente individuale ha perso la sua aura. Così come gli

oggetti sono ridotti a merce, anche il soggetto ha perso il suo carattere qualitativo, la sua

connessione con l’esperienza profonda. Continuamente impegnato nel difendersi dalle stimolazioni

nervose caotiche che provengono dall’ambiente l’individuo si fossilizza sul piano intellettuale e

superficiale del vissuto, senza riuscire più a cogliere la qualitatività della vita. L’indebolimento

dell’esperienza produce un progressivo senso di privatezza, poiché il rapporto con l’altro è sempre

più evitato, producendo una chiusura in se stessi. Ogni esperienza è ridotta alla sua immediatezza

effimera. Il mondo appare senza senso. Ciò produce, come anche in Simmel, un ottundimendo della

sensibilità.

Baudelaire ha il merito di aver saputo cogliere attraverso la poesia lirica questo contesto di

povertà dell’esperienza e di indebolimento della soggettività. L’individuo entra in primo luogo a

17

contatto con la «folla amorfa» dei passanti che incontra nelle strade. Ma all’interno di questa

massa informe ciascun singolo è totalmente chiuso in se stesso, non ricerca il contatto con l’altro.

Non c’è alcuno sguardo sull’altro, e se casualmente gli occhi si posano su qualcuno si tratta di uno

sguardo indifferente, vuoto, che per giunta non viene ricambiato. L’esperienza dell’altro è ridotta a

mera immediatezza e retta da intenti per lo più utilitaristici. Ed è in questo contesto che emerge lo

quello stato d’animo che pervade l’individuo metropolitano, il quale è totalmente incapace

spleen,

di agire. Sommerso dagli stimoli esterni, non è più in grado di vedere l’aspetto qualitativo delle cose

(proprio come l’individuo nominato da Simmel) e ciò lo porta all’inazione: egli è solo in

blasé

grado rimuginare, ma i suoi pensieri non lo conducono ad alcuna scelta pratica. Contrapposto allo

l’ideale è simbolo di una bellezza che però è irraggiungibile: la bellezza è di fatto destinata a

spleen,

decadere, è effimera, caduca, non si tratta di una bellezza assoluta. Lo ci permette di

spleen

guardare in faccia la realtà priva di senso in cui ci troviamo catapultati, rivela «l’esperienza vissuta

18

nella sua nudità» , esponendoci allo choc. In tal modo lo mostra la perdita dell’aura della

spleen

17 p. 172.

Ibidem,

18 p. 194.

Ibidem, 9

soggettività. Per questo motivo Baudelaire ha il merito di aver «mostrato il prezzo a cui si acquista

19

la sensazione della modernità: la dissoluzione dell’aura nell’esperienza vissuta dello choc» .

Un ruolo importante in questa circostanza assume per Benjamin la tecnica. Nel contesto

metropolitano le profonde innovazioni tecnologiche producono delle notevoli trasformazioni nella

percezione stessa dell’uomo e in particolare nella percezione artistica. Questi temi sono trattati,

oltre che nel saggio su Baudelaire, anche in un’opera intitolata L’opera d’arte nell’epoca della sua

elaborata per la prima volta nel 1935 ma modificata più volte nel corso degli

riproducibilità tecnica,

anni seguenti. Secondo Benjamin la crisi della soggettività è in stretta relazione con la «crisi della

20

riproduzione artistica» e della percezione stessa. Così come la coscienza non è più in grado di

cogliere e trattenere l’aspetto profondo del reale, quella dimensione propria della memoria

involontaria, lo stesso avviene nell’arte, incapace di cogliere quei nessi e quelle intime

corrispondenze dell’esperienza. Le innovazioni tecniche infatti hanno in comune «il fatto di

21

sostituire una serie complessa di operazioni con un gesto brusco» : il telefono, la fotografia sono

solo alcuni degli esempi di questa riduzione dell’esperienza alla totale immediatezza, che pertanto

coglie solo l’istante, l’effimero. Ciò contribuisce a ottundere ancora di più la coscienza, sempre più

concentrata sul superficiale e sull’aspetto oggettivo e quantitativo della realtà. L’operatività,

l’esercizio, il valore d’uso si contraggono in modo notevole, determinando un’impoverimento

dell’esperienza stessa. Cambia anche la fruizione dell’arte, poiché nascono nuove modalità estetico-

percettive, ad esempio tramite il cinema: in esso si ha un’esperienza estetica di massa, non più

individuale. Ma ciò che è più importante è che questa modificazione della percezione artistica

conferma quella perdita dell’aura che abbiamo delineato:

«ciò che nell’opera d’arte deperisce nell’epoca della riproduzione meccanizzata è la sua

aura. Un processo sintomatico il cui significato oltrepassa di molto il dominio dell’arte. La

tecnica della riproduzione […] svincola la cosa riprodotta dal dominio della tradizione.

22

Moltiplicando la riproduzione, sostituisce la sua unica esistenza con l’esistenza in serie».

Ciò significa che ogni ente puramente individuale è destinato in tal modo a perdere il

carattere di unicità, ovvero la sua aura. La tecnica ha permesso la riproduzione in serie, prediligendo

la quantità e annullando la differenza tra i singoli oggetti. Questa soppressione dell’elemento

19 p. 202.

Ibidem,

20 p. 196.

Ibidem,

21 p. 182.

Ibidem,

22 W. Benjamin, ed. it. a

L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Tre versioni (1936-39),

cura di F. Desideri, Donzelli, Roma 2012, p. 52. 10


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Riassunto per l'esame di Filosofia e Teorie delle Arti (LM), basato su rielaborazione di appunti personali e studio dei libri adottati dal docente: "L'artificio estetico. Moda e bello naturale in Simmel e Adorno" di G. Matteucci, "Moda e Metropoli" di G. Simmel, "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica" e "Aura e choc" di W. Benjamin, "Teoria estetica" di T.W. Adorno. Gli argomenti trattati sono: soggettività, coscienza, metropoli, moda, arte, tecnica. Voto conseguito: 30 e lode.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze filosofiche
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Azzo92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia e Teoria delle Arti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Matteucci Giovanni.

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