Italiano e indoeuropeo
L'Italiano appartiene alla famiglia linguistica indoeuropea di cui fanno parte le lingue d'Europa e alcune dell'Asia. Nel '500 lingue indoeuropee arrivarono anche in America e Africa attraverso la colonizzazione.
Gruppi linguistici indoeuropei
I tre grandi gruppi linguistici indoeuropei sono:
- Lingue romanze, neo-latine (italiano, spagnolo, francese, rumeno ecc.)
- Lingue germaniche (tedesco, inglese, norvegese, olandese ecc.)
- Lingue slave (russo, polacco)
Oltre alle minoranze linguistiche come le lingue celtiche, l'albanese, le lingue baltiche, l'armeno ecc. Non sono invece lingue indoeuropee il maltese, il turco, il basco e le lingue ugro-finniche.
Da dove deriva e come nasce l'italiano?
L'Italiano deriva dal latino, non il latino classico, ma il latino volgare, ovvero quello usato dagli strati più bassi della popolazione, quindi il popolo, l'esercito, ma in realtà anche dalle persone colte, per questo possiamo definirlo il latino parlato. Dal latino volgare/parlato nascono diverse lingue – l'italiano, lo spagnolo, il catalano, il francese, il provenzale e il rumeno – a causa della diversa evoluzione che il latino ha in Romània, come è definita quest'area linguistica. La diversa evoluzione fu dovuta al contatto con le lingue dei popoli che occupavano le varie regioni – i Celti in Spagna, i Galli in Francia, gli Etruschi, i Volsci, i Sanniti, gli Umbri e le popolazioni della Magna Grecia in Italia – queste lingue sono dette lingue di sostrato, ovvero le lingue preesistenti al latino che costituirono un forte fenomeno di interferenza.
Si formarono così i volgari romanzi, ovvero delle lingue nate spontaneamente dal latino volgare; tra questi volgari uno prevale sugli altri e viene scelta come lingua di corte, lingua nazionale. È il caso del castigliano in Spagna e del provenzale (lingua d'oc) in Francia, in entrambi i casi queste due lingue prevalgono per motivi politici, perché erano le lingue utilizzate dai sovrani. L'Italia rappresenta invece un caso particolare, vi erano i volgari napoletano, romano, genovese, siciliano, ma spicca quello fiorentino, non per motivi politici, ma estetico-culturali: il fiorentino è considerato il volgare più bello e le opere delle cosiddette Tre corone fiorentine – Dante, Petrarca e Boccaccio – vengono elevati a modelli. Quella del fiorentino non fu una scelta facile o immediata, fu quella che diede il nome al processo chiamato questione della lingua e non si potrà parlare di lingua italiana e dialetti – lingua che si oppone a quella nazionale e non è riconosciuta come tale – se non dal 1525.
Lingua e dialetti
Tra lingua e dialetti da un punto di vista puramente linguistico interno – suoni, forme e sintassi – esiste pari dignità; da un punto di vista esterno – fattori culturali, storici, politici, sociali – vi è lo scarto tra lingua e dialetti e la superiorità della lingua nazionale come rappresentante di un popolo, come lingua della burocrazia, l. insegnata a scuola, l. utilizzata in un'area geografica più estesa di quella di un singolo dialetto. Nel 1525 Pietro Bembo scrive le Prose della volgar lingua, un trattato importantissimo per la storia della nostra lingua; questo trattato è un dibattito su quale sia la migliore lingua da usare e la soluzione che offre è il Fiorentino del 1300, quello di Petrarca e Boccaccio, dunque la tradizione letteraria ha un peso enorme nella tradizione della lingua italiana.
Se fino a quel momento si era parlato solo di lingua letteraria e dunque lingua scritta, nel 1700 si inizia a pensare anche alla lingua parlata e dunque di questione sociale: si occupa di questo Manzoni, padre dell'Italiano, che individua come soluzione alla questione della lingua letteraria e sociale il Fiorentino depurato dai volgarismi.
L'Italiano inoltre condivide alcune caratteristiche col Fiorentino, ma ne rifiuta altre.
Riprende:- La terminazione dei sostantivi maschili singolari in –o;
- La prima persona plurale in -iamo e non in -amo,-emo,-imo;
- Il latino -arius diventa -aio e non -aro come in altri dialetti;
- La e pretonica (ovvero quando sta prima della vocale tonica) diventa i (fenèstram -> finestra);
- L'anafonesi;
- La dittongazione di ě e ǒ brevi del latino in sillaba libera tonica;
- Il passaggio da -ar a -er nel futuro della prima coniugazione (da amarò a amerò);
- L'assenza di metafonesi, presente invece nei dialetti meridionali e settentrionali.
- La gorgia, ovvero la spirantizzazione delle occlusive sorde intervocaliche;
- La tendenza alla monottongazione (buono che diventa bòn in fiorentino);
- L'articolo determinativo davanti ai nomi propri di persona e ancora la forma impersonale noi si va.
Dove si parla italiano?
L'Italiano è la quindicesima lingua parlata nel mondo: si parla in tutto il territorio della Repubblica italiana, di cui è la lingua ufficiale, poi ancora nello Stato del Vaticano – nonostante la lingua ufficiale resti il Latino –, nella Repubblica di San Marino, in alcuni cantoni in Svizzera (Ticino e Grigioni); si trovano parlanti italiani anche in alcune aree della Slovenia, nel Nizzardo, nel Principato di Monaco, nei territori delle ex colonie italiane nel corno d'Africa, nell'ex-protettorato di Rodi ed è nota tra i ceti colti di Malta.
Che lingue si parlano in Italia?
Oltre alla lingua ufficiale sono presenti in Italia minoranze linguistiche, parlate da comunità di persone definite alloglotti. Innanzitutto distinguiamo tra penisole linguistiche o continuità transfrontaliere, ovvero aree italiane in cui si parla la lingua parlata oltre il confine con la nazione confinante e isole linguistiche o colonie, ovvero situazioni linguistiche più isolate all'interno della nazione italiana. Le minoranze linguistiche in Italia sono tutelate dalle legge 482/1999. Fanno parte delle penisole linguistiche il Francese in Val d'Aosta e il Tedesco in Alto Adige. Altre minoranze sono:
- Val d'Aosta: provenzale, franco-provenzale e vallese
- Piemonte: provenzale (val di Susa) e vallese
- Trentino: tedesco o meglio un dialetto tedesco in Alto Adige, ladino
- Molise: albanese
- Puglia: albanese, franco-provenzale, greco
- Calabria: albanese, greco
- Sicilia: albanese
In più il sardo parlato in Sardegna, non è un dialetto, ma una vera e propria lingua.
Varietà dell'italiano
Italiano standard o comune: è l'italiano neutro, ovvero non marcato dalle variazioni dialettali, regionali o basse. È l'italiano codificato dai grammatici in base ai principi normativi, è dunque la lingua insegnata a scuola, diffusa nelle grammatiche, utilizzata nei quotidiani e in buona parte della letteratura.
Italiano dell'uso medio o neostandard: quello che viene definito italiano dell'uso medio da Sabatini e neostandard da Berruto è l'italiano che a differenza di quello standard accoglie alcuni fenomeni colloquiali, presenti magari da tempo nello scritto, ma tenuti a freno e non permessi dalla norma grammaticale.
Italiano substandard: presenta tratti divergenti dalla norma e per questo non è accettato dalla grammatica, ad esempio costruisce l'ipotetica con due condizionali.
Italiano popolare o lingua dei semicolti: dal 1800 si inizia a prestare attenzione al comportamento linguistico delle classi popolari, ad esempio Gramsci si interessa alla questione anche se non davvero per un motivo linguistico, quanto per ragioni politico-sociali e di educazione popolare. Con Italiano popolare si intende una lingua utilizzata da persone solo molto parzialmente alfabetizzate, che dispongono per lo più del dialetto come lingua madre. Tuttavia nonostante per molto tempo l'italiano popolare è stato considerato una lingua esclusivamente parlata, i documenti ritrovati dimostrano il contrario: sebbene con un uso non preciso e con molti errori la scrittura non era affatto sconosciuta ai componenti dei ceti sociali più bassi, benché utilizzata esclusivamente per fini pratici.
Italiano regionale: l'Italiano regionale costituisce il punto d'incontro storico tra lingua nazionale e dialetti, sono dunque le varietà regionali di italiano che risentono dell'influsso dei dialetti. I 5 italiani regionali sono: settentrionale, toscano, romano, meridionale e sardo. I vari italiani regionali sono caratterizzati da una particolare prosodia (curva melodica), pronuncia, lessico (geosinonimi) e i vari regionalismi.
Dialetti
In Italia si distinguono tre aree dialettali: la settentrionale o galloitalica, la centrale e la meridionale. Convenzionalmente queste tre zone sono definite da due grandi linee di confine: La Spezia-Rimini e Roma-Ancona, le linee che definiscono aree linguistiche prendono il nome di isoglossa. I macrogruppi in cui possono essere divisi i dialetti sono: liguri e galloitalici, veneti, toscani, mediani, meridionali, meridionali estremi e sardi. La letteratura dialettale fa parte a pieno titolo di quella nazionale. Vi è un tipo di letteratura dialettale detta spontanea, ovvero l'autore sceglie il dialetto perché è la sua lingua naturale, senza volontà di contrapporsi a quella nazionale; nell'altro caso, la letteratura dialettale riflessa è quella che nasce da una scelta precisa dell'autore che pur sapendo utilizzare la lingua italiana decide di adottare per la sua produzione il dialetto per motivazioni espressive o ideologiche. Si può parlare di letteratura dialettale spontanea massimo fino al 1500; Giuseppe Gioachino Belli è il maggior poeta in dialetto (romano) della letteratura dell'Ottocento.
Italiano degli emigranti e immigrati
Italiano degli emigranti: risente del dialetto della zona italiana d'origine e della lingua del paese che li ospita.
Italiano degli immigrati: l'Italiano è la seconda lingua – L2, per questo risente fortemente dell'influenza delle lingue madri degli immigrati.
Le origini e i primi documenti
Sappiamo che l'italiano deriva dal latino volgare, in realtà il latino volgare non è mai stata una vera e propria lingua omogenea, con latino volgare si intende in maniera convenzionale il latino parlato in luoghi differenti e anche da diverse fasce della popolazione, si dovrebbe distinguere infatti in sermo plebeius, sermo militaris, sermo rusticus, sermo provincialis. Per risalire il latino volgare si possono sia mettere a confronto le lingue romanze ed esistono anche una serie di testi che possono darci delle informazioni. Il più importante tra questi è l'Appendix Probi, una lista di 227 parole, forme e grafie non corrispondenti alla norma che un maestro trascrive riprendendo gli errori dei suoi alunni secondo il modello A non B. Non in tutti casi, ma si può vedere come molti di questi errori si siano naturalizzati nel tempo e siano stati quindi la manifestazione di tendenze innovative diventate poi norma.
Dal punto di vista geografico il latino volgare si differenziò nelle varie zone per influenza delle lingue di sostrato, ovvero la lingua preesistente all'arrivo del latino e alle lingue di superstrato, le lingue subentrate al latino durante le invasioni barbariche ed ancora le lingue di adstrato, ovvero dei paesi confinanti. I tre insediamenti di cui il volgare risentì in Italia furono quelli dei Ostrogoti, dei Longobardi e dei Franchi.
Influenze linguistiche
Gli Ostrogoti entrarono nel 489 in Italia guidati da Teodorico, ma la loro permanenza non fu lunga e i termini gotici entrati nell'italiano sono in tutto meno di una settantina (es. melma, nastro, astio, stecca…). I Longobardi entrarono in Italia nel 568 e il loro dominio durò molto più a lungo e lasciò la denominazione anche dell'attuale Lombardia; le parole longobarde presenti nell'italiano sono oltre duecento (es. toponimi in –ingo/–engo o guancia, stamberga, panca, zaffata, schernire, scherzare, spaccare…). L'insediamento dei Franchi fu diverso dai due precedenti, fu un’élite che si insediò ai vertici politici e militari, sono considerati franchismi termini come guanto, biondo, bosco… e termini relativi all'organizzazione politico/sociale (es. conte, marca, barone, dama, sire, vassallo…).
Genesi di una lingua
La genesi di una lingua è un fenomeno lungo e complesso, nel caso del passaggio dal latino alle lingue romanze la trasformazione durò secoli; il latino stesso cambiò e per un lasso di tempo il latino volgare fu esclusivamente lingua orale, non scritta, era scritto invece il cosiddetto latino medievale, una realtà linguistica a sé stante, lontana sia dal latino classico che da quello volgare. Per arrivare invece a vedere l'utilizzo scritto delle lingue romanze bisogna aspettare il XIII secolo per vederle utilizzate in alcune scuole di scrittore, per quanto riguarda utilizzi pratici ecc. abbiamo testimonianze precedenti.
Documenti storici
Giuramenti di Strasburgo: è considerato il primo documento scritto in una lingua romanza, ovvero della lingua francese, non si hanno dubbi ovviamente sull'intenzionalità della scelta della lingua. Si tratta di un giuramento avvenuto nel 842 da parte di due dei nipoti di Carlo Magno, Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo che stipulano un'alleanza contro il fratello Lotario, facendo il giuramento ciascuno nella lingua dell'altro, quindi Carlo in tedesco e Ludovico in Francese.
Placito capuano: è un verbale notarile del 960, scritto su un foglio di pergamena, relativo ad una causa discussa di fronte al giudice Archisi riguardo la contese di alcune terre tra un tale Rodelgrimo di Aquino e l'abate di Montecassino, che vincerà la causa per usocapione. Nonostante abbia in realtà perso il primato cronologico questo testo rimane fondamentale perché è una formula in volgare che si ripete intenzionalmente in un documento in latino. Si tratta di una lingua parlata, in realtà però gli studiosi hanno molto da ridire sulla sua spontaneità in quanto si tratta più di una formula giuridica e questo è confermato dal fatto che si ripeta quattro volte, una volta pronunciata dal giudice e le altre tre dai testimoni. Il testo è caratterizzato da idioma locale presente ad esempio in kelle e vede la presenza di latinismi, come il nesso ct in Sancti Benedicti, che preceduto da parte costituisce un tecnicismo giuridico. Il Sao iniziale sostituisce il moderno saccio dell'idioma locale dal latino sapio. La forma del placito non è isolata, si colloca in quelli che vengono definiti Placiti campani nei quali si trovano formule analoghe.
« Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti. »
Indovinello veronese: è stato ritrovato su un codice scritto in Spagna nel VIII secolo e approdato già in epoca antica a Verona; nel margine superiore di un foglio reca due note in scrittura corsiva databili tra l'VIII e IX secolo, la seconda è in latino, mentre la prima fa pensare al volgare. In realtà non si ha la certezza che le due note siano state scritte dalla stessa mano, perciò non si sa davvero si tratta di un volgare intenzionalmente usato o di un latino scorretto. Si pensa si tratti di una metafora della scrittura. Nonostante quindi molti studiosi pensano si tratti di latino scorretto vi è la presenza di volgarismi come se al posto di sibi, negro invece di nigro (o meglio nigrum), pareba al posto di paraba, albo e non album.
« Se pareba boves, alba pratalia araba et albo versorio teneba, et negro sèmen seminaba. »
Iscrizione di Commodilla: si trova nella catacomba romana di Commodilla, come l'indovinello veronese non ha una data certa, ma possiamo inquadrarlo nel periodo che va dal VI/VII al IX sec., sicuramente è anteriore a quello che è considerato il primo documento di volgare italiano, ovvero il Placito Capuano. L'incisione riporta la frase « Non dicere illa secrita a bboce » , bboce è sicuramente il tratto più significativo della trascrizione del parlato con betacismo e raddoppiamento fonosintattico tipico della parlata romana – anche se la B fu posta in un secondo tempo, forse pensata come correzione, dall'autore o da qualcun altro. Non + dicere è la forma tipica dell'indicativo romanzo; ille, dimostrativo latino, è qui utilizzato come un articolo. Quest'iscrizione sarebbe da attribuire ad un religioso che invita a recitare a bassa voce il Canone della messa.
Affresco della basilica di San Clemente: un affresco della basilica sotterranea di San Clemente contiene delle iscrizioni in volgare. Il dipinto narra la storia del patrizio romano Sisinnio che aveva ordinato ai servi di catturare San Clemente, ma i servi (Albertello, Gusmario e Carvoncello) come si vede nell'affresco, trasportano una pesante colonna. Anche la data di queste iscrizioni non è affatto certa, si pensa alla fine dell'XI secolo. Oltre ai nomi dei servi sull'affresco compaiono due iscrizioni latine – in teoria utilizzato per le espressioni più elevate – di cui una presenta anche un errore rispetto alla norma grammaticale (vestris) e due iscrizioni in volgare per le parti meno elevate in cui è presente anche del turpiloquio (fili de le pute).
La poca precisione di queste didascalie non permette in realtà di affermare con certezza chi sia a pronunciare cosa.
« Falite dereto co lo palo Carvoncelle/ fili dele pute traite »
Postilla amiatina: nel 1807 due coniugi donarono i loro beni all'abbazia di San Salvatore di Monteamiata, il notaio aggiunse alla fine la seguente postilla:
« Ista cartula est de caput coctu/ ille adiuvet de illu rebottu/qui mal consiliu li mise in corpu »
È un esempio di volgare mescolato a tratti latini, –U è un tratto tipicamente locale; secondo alcune interpretazioni rebottu allude al Maligno.
Carta osimana: il volgare è presente non in una postilla, ma nel testo latino del rogito del 1511 mediante il quale il vescovo di Osimo dona a Bernando di Chiaravalle una chiesa presso Macerata.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Istituzioni di Linguistica italiana, prof. Giovanardi, libro consigliato L'italiano da scrivere, Gi…
-
Riassunto esame Istituzioni linguistica italiana, docente D'Achille, libro consigliato Breve grammatica storica del…
-
Riassunto esame Istituzioni di Linguistica Italiana, prof. Giovanardi, libro consigliato L' Italiano da scrivere, G…
-
Riassunto esame Linguistica Italiana, prof. Franceschini, libro consigliato La Lingua Italiana: Profilo Storico, Ma…