L'italiano da scrivere
Che cos'è l'italiano standard?
L'italiano standard è difficilmente individuabile perché non coincide esattamente con una parlata identificabile in chiave sociale e/o geografica che sia parlata effettivamente da un gruppo di parlanti reali, né coincide con l'italiano letterario. La figura del parlante e dello scrivente standard però deve avere i seguenti requisiti:
- Sicuro possesso ortografico e interpuntivo;
- Padroneggiamento della morfologia flessiva e derivativa;
- Conoscenza della micro sintassi, degli elementi connettivi e coesivi;
- Dominio della testualità e del lessico.
Possiamo individuare due tipi di italiano: quello regionale e quello d'uso medio. Il primo è una varietà della lingua collegata all'origine e alla distribuzione geografica dei parlanti: ne esistono varie sfumature e tutte sono influenzate anche da fattori esterni come l'età, il livello d'istruzione o il tipo di professione. In genere si distinguono 5 varietà (a loro volta suddivise in sottovarietà): Settentrionale, toscano, mediano, sardo e meridionale. L'italiano regionale inoltre si distingue dall'italiano standard per aspetti idiosincratici come l'accento e la pronuncia.
Ad esempio:
- Nel toscano è caratteristica la gorgia (aspirazione delle consonanti occlusive sorde intervocaliche);
- In quello settentrionale si tende a pronunciare le consonanti intense in posizione intervocalica come se fossero tenui ("cavalo" anziché "cavallo");
- In quello romano invece avviene il fenomeno avverso: la pronuncia intensa delle consonanti tenui in posizione intervocalica ("abbile" anziché "abile"), nonché la pronuncia come z della s dopo l, n, r ("polzo" per "polso", "penzo" per "penso");
- Nell'italiano meridionale ricordiamo l'apertura della e o della o, laddove lo standard le vuole chiuse;
- Infine, per il sardo si ricorda la pronuncia come intense delle consonanti tenui dopo la vocale tonica ("trovatto" per "trovato").
Per quanto riguarda il lessico regionale, possiamo distinguere tra i geosinonimi e i regionalismi: i geosinonimi sono sinonimi su base geografica, cioè un oggetto può avere nomi diversi da zona a zona (quel che a nord è l'anguria, al centro è cocomero e sud è mellone); accanto ai geosinonimi bisogna ricordare i geoomonimi, cioè quei vocaboli che, a dispetto della coincidenza formale, hanno significati diversi nelle diverse parti d'Italia (la "scodella" a Roma è un piatto fondo, a nord è la ciotola in cui si beve il latte). Per quanto riguarda le voci regionali, invece molte si sono affermate nell'italiano d'uso corrente: dal nord giungono "sberla e pianoterra", dal romano "pennichella e sfondone".
La norma nell'italiano
A differenza delle altre lingue europee, che hanno selezionato una scelta unica per ciascun aspetto linguistico, nell'italiano permangono soluzioni diverse (polimorfia) nel campo della norma, laddove la si intenda come insieme di regole che riguardano tutti i livelli della lingua (fonologia, morfologia, sintassi, lessico, testualità), accettato da una comunità di parlanti/scriventi in un determinato periodo e contesto storico-culturale. Tra le soluzioni aperte troviamo:
- L'apocope vocalica facoltativa (si può dire bicchier d'acqua o bicchiere d'acqua);
- Possibile alternanza col/con il;
- Possibile alternanza tra lui/egli, lei/ella, loro/essi;
- Pronome dativale gli esteso anche alla terza persona plurale e alla terza singolare femminile.
Grafia e ortografia
La scrittura è un'acquisizione relativamente recente dell'umanità, tant'è che ancora oggi molte delle lingue parlate sul nostro pianeta sono prive di una versione scritta. La funzione primaria della scrittura è stata quella di fissare in modo chiaro e duraturo regole e leggi per le società; inoltre, per secoli solo una ristretta cerchia di iniziati (sacerdoti, scribi e giudici) ha avuto accesso alla scrittura. Scrivere vuol dire riprodurre attraverso dei segni grafici (lettere) i suoni (fonemi) di una lingua; l'alfabeto italiano deriva da quello latino e si compone di 21 lettere (grafemi) a cui bisogna aggiungere 5 lettere straniere entrate ormai nell'uso (j, k, w, x, y).
Si definisce ortografia l'insieme delle regole che riguardano la grafia di una lingua; possiamo definire l'alfabeto come un prodotto storico che si fissa sia attraverso l'opera di normalizzazione della stampa (dal Cinquecento) che con la scelta degli Accademici della Crusca nel 1612 con l'edizione del Vocabolario della Crusca. La prima importante riforma ortografica fu proposta nel 1524 da Giovan Giorgio Trìssino, scrittore e grammatico veneto, il quale voleva introdurre alcuni simboli nuovi per evitare che lo stesso grafema rappresentasse suoni diversi; questi simboli nuovi greci erano le lettere ε ed ω.
Alcuni fonemi infine sono rappresentati da grafemi multipli, che si chiamano digrammi quando sono formati da due lettere (ch, gh, ci, gi, gl, gn, sc) e trigrammi quando sono formati da tre (gli, sci). Per quanto riguarda i trigrammi gli e sci si usano solo davanti ad un'altra vocale ma la i è muta (fanno eccezione le voci del verbo sciare e i derivati della parola sci).
I rapporti italiano-inglese
Oggi si assiste alla proliferazione di vocaboli inglesi come backup, download, upgrade. Quando si tratta di utilizzare questi come sostantivi è bene conservarli nella loro interezza, ma quando bisogna usare il verbo corrispondente con desinenza italiana? Si avrebbe backuppare, downloadare, in questo modo però si darebbe vita a dei veri e propri mostri linguistici se pensiamo anche alla pronuncia che si dovrebbe usare! La soluzione alternativa, specialmente per quello che riguarda per lo meno la forma scritta, sarebbe quella di usare dei sinonimi italiani oppure perifrasi formate con il verbo fare ("fare il backup, fare il download").
L'accento
Se ne distinguono due tipi: l'accento grave (`) che si segna sulle vocali e e o aperte e sulla a, i, u (caffè, amò); e l'accento acuto (´) che invece si segna solo sulla e chiusa (perché). Va indicato obbligatoriamente:
- Nei monosillabi che finiscono con due vocali consecutive (ciò, giù, più);
- Nei monosillabi che senza accento risulterebbero omografi di altri (dà/da, è/e, là/la);
- Nei polisillabi tronchi (con l'accento sull'ultima vocale) che finiscono in vocale (qualità, caffè, applaudì);
- Nelle parole composte, la cui seconda parola è un monosillabo terminante in vocale, anche se il monosillabo da solo va senza accento (tre/trentatré).
L'accento può essere segnato anche all'interno di una stessa parola, dal momento che alcune parole cambiano significato a seconda della sillaba su cui cade l'accento (capitano/càpitano).
Apostrofo
L'uso dell'apostrofo è legato a due fenomeni fonetici: l'elisione e il troncamento. L'elisione è la caduta della vocale finale non accentata davanti ad un'altra parola iniziante a sua volta con vocale. Si rappresenta con l'apostrofo e può essere obbligatoria, facoltativa o impossibile.
Obbligatoria:
- per gli articoli determinativi la e lo e le preposizioni articolate che ne derivano (l'anima, all'estero);
- per l'articolo indeterminativo una (un'amica);
- per bello e quello (un bell'aspetto, quell'esempio);
- per santo e santa (sant'Antonio).
Facoltativa:
- per la preposizione di (d'intesa) con d'accordo è obbligatoria;
- per i pronomi personali atoni lo, la, mi, ti, si (m'interessa/mi interessa);
- per bella e quella (una bell'idea/bella idea);
- per questo (quest'evento/questo evento);
- per come davanti alle forme del verbo essere (com'eri/come eri);
- per ci, vi come avverbi di luogo solo davanti alle forme del verbo essere (c'erano).
Impossibile:
- Quando la parola che segue inizia per i semiconsonatica (/j/) (lo iato, la iena);
- quando il pronome personale atono ci è seguito da vocale diversa da i (ci aiutiamo, ci onora);
- per l'articolo femminile plurale le (le anime). Altri casi particolari: In espressioni ormai cristallizzate (d'altronde, mezz'ora, nient'altro).
Il troncamento è la caduta della vocale finale non accentata (troncamento vocalico) o della sillaba finale di una parola (troncamento sillabico). A differenza dell'elisione il troncamento non è segnato con l'apostrofo. Il troncamento vocalico è possibile solo se la consonante che precede la vocale troncata è l, m, n e r (un certo qual disagio) e può avvenire anche davanti ad una parola che inizia per consonante, purché questa sia diversa da s impura, z, gn, ps, x, (un buon sarto, un buon padre).
Può essere obbligatorio e facoltativo:
Obbligatorio:
- con buono e bene (buon anno, ben trovato);
- con mare (Mar Tirreno, Mar Mediterraneo);
- con uno e gli aggettivi indefiniti alcuno, ciascuno, nessuno (un cane, ciascun concorrente);
- con alcuni titoli come cavaliere, dottore, signore (dottor Rossi, signor Paolo);
- con gli infiniti seguiti da un pronome enclitico (amarlo e non amarelo);
- in espressioni cristallizzate (mal di testa).
È possibile:
- con gli aggettivi tale e quale (un tal pittore o un tale pittore);
- con gli infiniti verbali (parlar chiaro, far bene). Gli unici modi in cui il troncamento si segnala con l'apostrofo riguardano poco e modo (un po' grande, a mo' di angelo) e le forme dell'imperativo di' da', fa', sta', va'.
Le iniziali maiuscole
È obbligatoria per due fattori: la posizione della parola all'interno del testo e la qualità della parola.
Nel primo caso è obbligatoria:
- nella prima parola del testo;
- dopo alcuni segni di punteggiatura quali punto fermo, punto esclamativo e punto interrogativo;
- all'inizio di un discorso diretto.
Nel secondo caso è obbligatoria:
- nei nomi propri di persona, animali e luoghi;
- nei nomi che indicano popoli, regioni e città, ma si può optare anche per la minuscola (gli Europei o gli europei) con alcuni nomi di popoli la maiuscola serve ad indicare la popolazione antica (i Romani), quando i nomi di popoli sono usati come aggettivi perdono la maiuscola;
- nei nomi astronomici, in quelli delle festività e in nomi che indicano periodi di tempo più o meno determinati (l'Ottocento).
L'uso della maiuscola è oscillante:
- nelle cariche pubbliche o religiose, nei nomi di istituzioni e organismi, nelle sigle, nei nomi di testate giornalistiche, nei titoli delle opere letterarie. Un uso particolare della maiuscola consiste nella maiuscola reverenziale: in questo caso si scrivono maiuscoli non solo gli appellativi Egregio, Gentile, Illustre, ma anche pronomi personali e possessivi (come Lei saprà, la Sua lettera).
Come si scrive?
Spesso le pronunce regionali determinano grafie fonetiche, che tendono cioè a riprodurre la pronuncia stessa. Accade spesso però che sia il plurale di certi nomi a creare difficoltà! I nomi che finiscono in -cia, -gia con l'accento tonico sulla i formano il plurale in -cie, -gie (farmacia/farmacie) oppure solo se la c e la g sono precedute da vocale (camicia/camicie, ciliegia/ciliegie); i nomi che finiscono in -cia, -gia senza l'accento tonico sulla i formano il plurale in -ce, -ge se la c e la g sono precedute da consonante (guancia/guance, pioggia/piogge); i nomi che finiscono in -co, -go formano il plurale in -chi, -ghi se sono piani (accentati sulla penultima sillaba) (baco/bachi, fuoco/fuochi) con alcune eccezioni: (amico/amici, greco/greci); i nomi che finiscono in -co, -go formano il plurale in -ci, -gi se sono sdruccioli (accentati sulla terzultima sillaba) (magico/magici, sindaco/sindaci) sempre con alcune eccezioni (carico/carichi, naufrago/naufraghi); i nomi che finiscono in -logo se si riferiscono a persone formano il plurale in -logi (cardiologo/cardiologi), se si riferiscono a cose formano il plurale in -loghi (catalogo/cataloghi); i nomi che finiscono in -fugo formano il plurale il -fughi (ignifugo/ignifughi).
Abbreviazioni
Sono segnalate all'inserimento di un punto all'interno o alla fine di una parola. Quando è inserito all'interno della parola il punto segnala un compendio (alcune lettere vengono eliminate e sostituite dal punto) e in genere si conservano le lettere iniziali e quelle finali: si usa nei titoli onorifici e professionali (Ill.mo/Illustrissimo, Sig.ra/Signora), la parte finale della parola può anche essere scritta più piccola in esponente. Quando invece il punto abbreviativo è posto a chiusura di parola si usa nei seguenti casi:
- In un'abbreviazione per compendio (ca./ circa);
- In un'abbreviazione per troncamento soprattutto nei titoli onorifici o professionali (Cav., Dott., Avv.) o per alcune parole diffuse nella lingua scritta (pag/pagina, v./verso) se queste sono al plurale si è soliti duplicare la consonante finale (pp./pagina, vv./versi);
- In un'abbreviazione per accorpamento della consonante iniziale e di una o più consonanti che seguono (cfr./confronta, ctrl./controlla) al plurale come al solito si raddoppia l'ultima consonante;
- L'abbreviazione può riguardare anche una serie di parole di cui si restituisce l'acronimo (C.G.I.L./Confederazione Generale Italiana del Lavoro).
Caratteri speciali nelle grafie telematiche
Sono quei caratteri diversi da quello usuale detto tondo. Si ricordano il corsivo che si utilizza per citare parole straniere, per evidenziare parole italiane di cui si sta parlando, per indicare un concetto particolarmente importante o per i titoli. Il neretto o grassetto si usa per evidenziare un concetto; il sottolineato svolge le stesse funzioni del corsivo; il maiuscoletto è usato in contesti molto particolari: magari nei titoli dei capitoli o per indicare i nomi dei personaggi in opere teatrali.
Il lessico
È l'insieme di tutte le parole e tutte le espressioni della lingua italiana. Con il termine parola intendo un segno unitario mentre con espressione indico un segno multiplo che ha però un significato unitario (conto corrente, pronto soccorso). Il lessico è un sistema aperto, soggetto a continue modifiche con nuovi arrivi (neologismi) e con parole che invece hanno alle spalle un passato più o meno lungo (arcaismi). Mediamente un dizionario contiene circa 150.000 parole. Nel concetto di parola possiamo distinguere il significante (l'elemento materiale del segno linguistico fonemi e grafemi), il referente (l'oggetto, il concetto) e il significato (il modo in cui il parlante/scrivente si rappresenta un determinato referente). Il significato varia a seconda del contesto linguistico (definito dall'insieme delle parole che compaiono in una data frase) e del contesto extralinguistico. Il lessico si compone di 3 strati: il fondo ereditario latino, il contingente delle parole straniere (forestierismi), le nuove formazioni (neologismi).
L'italiano è una lingua neolatina (il latino fu la lingua egemone almeno fino alla caduta dell'impero romano d'occidente nel 476 dC) e a differenza del latino classico, sono le parole del latino volgare quelle che si sono modificate foneticamente e hanno dato vita alle parole dell'italiano e delle altre lingue neolatine; basta confrontare alcune parole: dal latino lactem deriva l'italiano latte, il francese lait, lo spagnolo leche e il rumeno lapte. Tuttavia soprattutto a partire dal XV secolo in pieno periodo umanistico la riscoperta dei classici latini favorì l'inserimento di numerosi vocaboli latini tratti dalla lingua scritta (latinismi colti) che conservano sia la forma grafica che il significato pressoché intatti; in taluni casi invece la doppia derivazione (colta e volgare) ha prodotto due parole diverse che provengono però dalla stessa forma latina (allòtrope): ad esempio il latino causam ha prodotto per via popolare la parola cosa e la parola causa per via dotta.
Accade poi che ad un sostantivo giunto sino a noi per tradizione ininterrotta corrisponda un aggettivo che invece riprende la base latina classica: ad esempio il latino caballum aveva ad un certo punto sostituito la forma classica equum, tant'è che in italiano abbiamo la parola cavallo: ma per quanto riguarda invece l'aggettivo di relazione abbiamo equino ed equestre. Si ricorda inoltre che oltre al doppio influsso del latino (dall'alto tramite il recupero dai classici e dal basso tramite la tradizione volgare), molti latinismi sono entrati nell'italiano grazie alla mediazione di altre lingue europee (xenolatinismi) (aquarius, media, solarium).
Dialettismi e geosinonimi
Tra le parole di origine dialettale possiamo distinguere tra dialettismi e geosinonimi.
Dialettismi: parole legate ad oggetti o prodotti tipici di un dato territorio che, varcati i confini regionali, mantengono la loro forma dialettale ma da chi riceve non vengono sentite come tale (campania: mozzarella, scamorza, ricotta; piemonte: grissino, gianduiotto). I regionalismi sono parole caratterizzate da una forte espressività che, anche se si diffondono in tutto il territorio, mantengono il loro marchio d'origine (sicilia: mafia, omertà; napoletana: camorra, iella). I geosinonimi sono parole diverse che rimandano a una stessa nozione distribuita in tutte le aree geografiche (il referente "anguria" è indicato come cocomero al centro e melone al sud).
Linguaggi settoriali
Ogni disciplina ha bisogno di un vocabolario specifico e i linguaggi settoriali necessitano di un lessico altamente specializzato, di termini cioè vocaboli dal significato estremamente definito: ogni termine deve rimandare ad un solo oggetto extralinguistico. Per esempio nel linguaggio comune possiamo parlare di mal di gola, ma usando un termine tecnico il dottore distinguerà tra laringite e faringite, ricorrendo a due tecnicismi lessicali; se invece prendo una parola come rete in italiano ha vari significati: esiste la rete da pesca o una rete di amicizie, ma nel caso in cui nel linguaggio calcistico parlo di rete mi riferirò ad un gol: mi trovo di fronte ad un tecnicismo semantico: che cioè è tale per il suo significato. Spesso poi alcuni termini settoriali sono passati nel linguaggio comune favorendo la formazione di alcune espressioni cristallizzate: dal linguaggio automobilistico abbiamo "fare il pieno" nel senso di assumere una grande quantità, o "partire in quarta" nel senso di cominciare.
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