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Deumanizzazione

La lunga storia della deumanizzazione

L’immagine deumanizzata dei neandertaliani rispetto all’homo sapiens è tra le più diffuse: nei film essi vengono rappresentati come scimmioni privi di razionalità e incapaci di sentimento. Ciò che ha permesso alla nostra specie di sostituire i neandertaliani è stata la nostra superiore aggressività, la capacità di mettere l’intelligenza al servizio della lotta.

Deumanizzare significa negare l’umanità dell’altro, introducendo un’asimmetria tra chi gode delle qualità prototipiche dell’umano e chi ne è considerato privo e carente. La deumanizzazione implica avere un’idea delle qualità che vengono negate, essere cioè consapevoli del lato umano; è flessibile e si adatta a diversi contesti. Nell’antichità classica, l’umano era definito come uno spazio intermedio tra divinità e animali; all’apice vi era l’uomo, al di sotto la donna e ancora più in basso lo schiavo. Lo schiavo era ritenuto una sorta di barbaro e fu accostato alle bestie.

Con la scoperta dell’America seguì poi lo sterminio dei nativi: i conquistatori li definirono bestie, prive di intelligenza, il cui unico scopo era quello di diventare schiavi degli europei. La deumanizzazione caratterizzò il genocidio di Aztechi, Incas e Maya; la loro immagine deumanizzata si diffuse rapidamente in Europa e serviva a giustificare la conquista dei territori oltremare. Una conseguenza di tutto ciò è visibile nel razzismo nei confronti delle persone di colore i quali vengono svalutati, paragonati a scimmie. Anche la stampa diede un grosso contributo ricorrendo ad accostamenti con bestie ripugnanti quali serpenti, maiali, babbuini al punto che la semplice vista di un indiano provocava un senso di disgusto. La cultura religiosa invece contribuì alla fusione tra l’immagine dei nativi e l’elemento satanico: furono definiti “diavoli rossi”.

Un caso estremo fu quello della colonizzazione belga in Congo durante la quale gli africani, trattati come bestie da soma, venivano mutilati o uccisi se la loro produttività non era soddisfacente. La deumanizzazione non è stata confinata solo alla diversità etnica, nel corso dei secoli è stata rivolta anche alle donne (caccia alle streghe, donne in preda al demonio), alle classi povere (ignoranti, irreligiosi, privi di qualità umane), agli avversari politici e ai nemici in generale.

Nell’ambito della psicologia delle folle, secondo Tarde la massa di individui è espressione di una bestia impulsiva e istintiva, paragonata a un verme mostruoso. Altri territori della deumanizzazione sono quelli della lotta culturale, religiosa e politica: la demonizzazione degli avversari è un atto mentale che sblocca le peggiori atrocità. Durante la seconda guerra mondiale i giapponesi, considerati dagli americani come il nemico peggiore, erano animalizzati (si usò il termine Japes = Japs + Apes, Giapponesi e scimmie).

Tra ‘800 e ‘900 la deumanizzazione trova una nuova espressione nella metafora meccanicistica con paragoni riferiti all’universo delle macchine e degli automi (Frankestein); tale metafora fu molto usata nel mondo industriale: il taylorismo ha determinato la sottomissione totale degli operai (operaio decerebrato e privo di ogni autonomia che compie operazioni in maniera automatica e meccanica).

Lo studio psicosociale della deumanizzazione

Ogni società impiega metafore: nel passato si invocavano animali, spiriti e oggetti, poi sono emerse le metafore biologiche (proteggersi dalle malattie, virus, infezioni; la teoria dei germi sostituì la metafora demoniaca), infine quelle meccanicistiche. Più metafore deumanizzanti possono essere utilizzate nei confronti dello stesso oggetto per umiliare e annichilire gruppi più deboli.

La deumanizzazione può esprimersi in maniera esplicita e diretta o in maniera implicita e sottile. Le immagini più antiche rappresentano animali: il riferimento all’animale è necessario per affermare l’identità umana e la sua superiorità. La deumanizzazione è al tempo stesso un fenomeno sociale e un processo psicologico e va distinto dal concetto di deindividuazione (indica una situazione di indebolimento della salienza dell’identità personale in cui le persone non sono considerate come singoli individui ma come un aggregato anonimo; ciò può favorire comportamenti aggressivi e istintivi - Zimbardo).

La deumanizzazione esplicita

Il concetto di umano si fonda su una contrapposizione con l’animale: quando l’uomo sbaglia, compie il male, perde se stesso e si riduce allo stato di bestia. Deumanizzare serve a pensare l’altro come un essere umano incompleto, animale, per poter compiere azioni altrimenti inaccettabili: quando interessi e ideologie portano un gruppo a intraprendere lo sterminio dell’altro, confinarlo allo stato animale aiuta a oltrepassare il confine.

  • Definizione legislativa degli ebrei come sottouomini
  • Espropriazione dei beni
  • Concentrazione nei ghetti
  • Sterminio nei campi

L’esclusione morale

La deumanizzazione sottrae agli esseri umani le due qualità che li definiscono tali: l’identità e la comunità; privare una persona di tali aspetti significa privarla dello status di umano. Bandura ha introdotto il concetto di disimpegno morale; secondo l’autore, nel corso dello sviluppo morale, gli individui interiorizzano degli standard etici che rappresentano delle linee guida per il comportamento. Quando gli individui compiono delle azioni che contraddicono tali standard, si innescano 4 forme di disimpegno morale che rendono accettabili le condotte riprovevoli:

  • La prima forma è costituita da ristrutturazioni cognitive che ridefiniscono i comportamenti negativi giustificandoli sul piano morale (la credenza che ci sia una guerra giusta, una guerra santa ad esempio) o compiendo una serie di confronti vantaggiosi (loro fanno molto peggio di noi).
  • La seconda minimizza il ruolo dell’agente, attribuendo all’autorità il peso delle azioni compiute (ci siamo limitati ad obbedire agli ordini) o diluendo le responsabilità.
  • La terza forma indebolisce il controllo morale distorcendo o minimizzando le conseguenze degli atti compiuti (i danni collaterali sono pochi).
  • L’ultima riguarda le vittime, le quali vengono incolpate di quanto subiscono (così imparano) e deumanizzate (sono delle bestie).

La deumanizzazione costituisce quindi per Bandura un processo di disinnesco delle sanzioni morali. Quando percepiamo nell’altro un essere umano, proviamo reazioni empatiche nei suoi confronti, che rendono difficile fargli del male senza provare angoscia e senso di colpa. Se gli attribuiamo invece dei tratti inumani, tali sentimenti sono ridotti o inibiti in quanto non sono più considerati come persone. Le affermazioni di Bandura sono state confermate nel famoso esperimento delle scosse elettriche in cui i partecipanti, studenti universitari, dovevano punire attraverso scosse elettriche colleghi che prendevano decisioni sbagliate: quando i partecipanti sentivano discorsi che deumanizzavano un gruppo di cavie attribuivano maggiori scosse elettriche rispetto a gruppi più umani o a gruppi intermedi.

Uno degli aspetti chiave che giustifica il disimpegno morale è stato descritto dalla Opotow ed è il diniego, una forma di disattenzione selettiva che protegge le persone di fronte a situazioni intollerabili; l’autrice ne identifica 3 tipi: il diniego che esclude gli altri (si esprime nella deumanizzazione), il diniego che esonera il se (deindividuazione o dislocazione delle responsabilità) e il diniego che minimizza l’azione (nascondere gli effetti di un atto).

Le determinanti ambientali della deumanizzazione

Zimbardo ha messo in luce le determinanti ambientali dei fenomeni di deumanizzazione mostrando come questi fenomeni nascano in contesti ben precisi. Nel corso di un esperimento a Stanford nel 1971 in una prigione, l’autore ha osservato come gli studenti chiamati a fare le guardie o i prigionieri aderirono ai ruoli assegnati in modo talmente profondo da costringere gli sperimentatori a interrompere l’esperienza dopo solo 5 giorni perché la situazione stava sfuggendo a ogni controllo: il comportamento delle guardie diventava sempre più violento, quello dei prigionieri sempre più depresso. La goccia che fece traboccare il vaso fu la scoperta che durante la notte gli abusi avevano assunto inquietanti aspetti sessuali, con le guardie che costringevano i prigionieri a mimare atti di sodomia.

Zimbardo definisce la deumanizzazione come uno dei processi centrali della trasformazione delle persone normali in attori di mali. Le guardie confessarono di aver deumanizzato i prigionieri (li consideravano bestie). Scarry ha mostrato come la tortura riduca la persona a corpo, ne distrugga la voce e provochi il ritorno a una sorta di balbettio prelinguistico; la distruzione del linguaggio incide sulla percezione della vittima, la priva degli attributi che definiscono l’umanità, inibendo l’empatia.

Deumanizzazione come delegittimazione radicale

Un’altra prospettiva definisce la deumanizzazione come la più radicale delle strategie di delegittimazione intergruppi. Secondo Bar-Tal, il processo di delegittimazione esclude in modo permanente il gruppo delegittimato dalla cerchia dei gruppi che si reputano civili. Il processo serve a differenziare positivamente il gruppo che opera la delegittimazione rafforzandone la coesione interna, a irrigidire le barriere intergruppi e a promuovere azioni negative nei confronti del gruppo delegittimato.

  • Espulsione sociale: i membri del gruppo delegittimato sono considerati violatori delle norme sociali fondamentali;
  • Caratterizzazione in tratti: i membri del gruppo sono definiti da tratti fisici o di personalità estremamente negativi;
  • Uso di etichette politiche: i membri del gruppo sono categorizzati in gruppi politici considerati inaccettabili dalla società delegittimante, nazisti ad esempio;
  • Confronto tra gruppi: vengono fatti confronti che definiscono in modo negativo i membri del gruppo delegittimato;
  • Deumanizzazione: il gruppo delegittimato viene categorizzato come inumano attraverso paragoni con animali o mostri.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher TR0N di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia delle influenze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Volpato Chiara.
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