Capitolo 1: Teorie sulla gestione d'impresa
Le teorie sulla gestione d’impresa hanno alla base alcuni problemi epistemologici. L'epistemologia è quella branca della filosofia che si occupa delle condizioni sotto le quali si può avere conoscenza scientifica e dei metodi per raggiungere tale conoscenza. Tali problemi riguardano:
- Le modalità con le quali è possibile acquisire una conoscenza circa i fenomeni relativi alla gestione d’impresa;
- L’oggetto della ricerca delle discipline economiche;
- L’evoluzione dei paradigmi interpretativi adottati dagli studiosi di gestione d’impresa nel tempo.
Problemi epistemologici nel medioevo e nel rinascimento
La storia della teoria della conoscenza distingue un’impostazione emersa nel Medioevo, detta “dogmatica”, secondo la quale la conoscenza deriva da una verità rivelata da una fonte “venerabile” e “indiscutibile”: le Sacre Scritture, Aristotele ecc. Una delle caratteristiche tipiche dell’impostazione metodologica derivante da un approccio dogmatico era quella di applicare in forma rigida il metodo deduttivo di Aristotele: di fronte a un problema si va a ricercare la risposta esplicita, o ottenuta in modo “derivato”, da parte della fonte “legittima”. Il coronamento di tale ricerca consisteva alla fine nel poter decretare l’ipse dixit, come sigillo dell’interpretazione proposta in quanto riferibile a una fonte di verità certa e indiscutibile.
Con il Rinascimento cominciò a prendere corpo una diversa impostazione, detta “empirista”. Tale paradigma si basava sul principio che la conoscenza non derivasse da fonti rivelate, ma piuttosto dall’esperienza sensibile dei soggetti ricercatori. Lo scienziato aveva la possibilità di accedere alla realtà attraverso i propri sensi, e sulla base di questa forma di conoscenza riconoscere le leggi naturali sottostanti al mondo sensibile. L’empirismo rivendica l’autonomia dell’uomo e della sua ricerca, ma semplifica eccessivamente la complessità del reale.
Razionalismo e empirismo
Tra gli esponenti di tale paradigma va citato Galileo Galilei (1564-1642), il quale diede tra le altre cose grande impulso allo sviluppo della tecnica, la quale può essere messa al servizio della conoscenza scientifica (telescopio), alla sperimentazione scientifica, basata sulla riproduzione, in condizioni controllate, dei fenomeni da studiare. Solo in questo modo era possibile utilizzare al meglio il giudizio dei nostri sensi di fronte ai fenomeni.
Gli empiristi puri affidano ai propri “sensi” un onere troppo grave: verificare o falsificare una teoria. L’epistemologia moderna tende invece a vedere la scienza come un complesso di contenuti “provvisorio” e sottoposto continuamente alla prova con metodi e strumenti sempre più rigorosi: le velleità nomotetiche della fisica (newtoniana) si sono attenuate.
L’impostazione empirista, prevalente in Inghilterra, si poneva in antitesi alla tradizione scolastica e alla tradizione religiosa cattolica. Nell’Europa continentale continuava invece a prevalere la tradizione scolastica. Si produssero perciò delle evoluzioni differenti dall’empirismo. Importante è l’impostazione cartesiana, elaborata da Descartes. Tale impostazione, indicata come razionalismo radicale, rivendica la capacità dell’uomo di accedere alla verità senza ricorrere a fonti dogmatiche ma attraverso l’uso della ragione (l’esercizio del proprio intelletto). La ragione umana è innata e indipendente dall’esperienza e si esprime con il linguaggio della matematica nella determinazione/individuazione delle leggi della natura che ci circonda.
L'epistemologia moderna
Con i contributi di Spinoza e Liebniz si rafforza l’idea razionalista secondo la quale è possibile attraverso processi deduttivi, a partire da principi fondamentali a priori, arrivare alla conoscenza del mondo che ci circonda, il quale secondo Cartesio è un sistema di tipo meccanicistico e deterministico che funziona su basi matematiche. Tuttavia, tale approccio fa troppo affidamento sul ruolo della ragione.
Un’impostazione successiva, a metà fra l’empirismo inglese e il razionalismo radicale è l’approccio razionalista critico, rappresentato dal pensiero di Immanuel Kant. Egli ha posto il problema sui limiti della conoscenza acquisibile con l’approccio empirista: non si può accedere alla vera conoscenza come somma di osservazioni e di asserzioni singole. Critica inoltre il razionalismo radicale, affermando che non è possibile raggiungere la conoscenza dell’assoluto attraverso la ragione. L’uomo può accedere a certe forme di conoscenza e può condividere tali conoscenza con i propri simili grazie a delle categorie generali del pensiero rappresentate da concetti puri o “categorie” esprimenti le idee di quantità, qualità, relazione, modalità.
«Le intuizioni e i concetti costituiscono gli elementi della nostra conoscenza, così non possono esserci concetti senza intuizioni e intuizioni senza concetti.» Immanuel Kant.
Critica agli approcci tradizionali
Nell’ambito della cultura tedesca matura un pensiero in contrapposizione all’indirizzo nomotetico: si traccia una netta distinzione tra scienze della natura, dove l’approccio nomotetico è ammissibile, e scienze dell’uomo o sociali, in cui esiste un intimo legame con la storia, poiché i fenomeni studiati sono di tipo storico, unici e irripetibili e non traducibili in leggi generali e astoriche. Si parla di contrapposizione tra approccio nomotetico e idiosincratico.
La critica più radicale al programma nomotetico proviene da Karl Marx: egli sostiene la natura sociale e storica dei fenomeni economici. Con studiosi come Walras, Pareto e Cournot, invece, si percorre decisamente la strada della matematizzazione dell’economia e la strada dell’approccio nomotetico, che diventa ben presto il paradigma dominante nelle scienze economiche. Si assiste al passaggio da una scienza denominata inizialmente "political economy", nella quale la dimensione sociale e storica era marcata, ad una denominata "economics", a sottolineare l’allineamento della scienza economica agli standard della matematica e delle scienze naturali. Questa impostazione è diventata dominante tanto che la si chiama “economia ortodossa”.
L’approccio ortodosso è stato criticato da più parti, innanzitutto dalla prima e la seconda scuola storica tedesca a dall’istituzionalismo americano, schierati sulla necessità di riportare l’economia nell’ambito delle scienze sociali. Negli Stati Uniti si era formata una scuola metodologicamente assai lontana dall’economia pura dell’Europa continentale: alla fine del XIX secolo gli Stati Uniti vivono una forte polarizzazione del potere economico in un numero ristretto di trust industriali e di istituzioni finanziarie private. Si segnala inoltre la forte presa del darwinismo che viene coniugato in senso sociale e lo sviluppo degli studi di psicologia sociale.
Approcci moderni: istituzionalismo e critica
Inoltre, di fronte ad un capitalismo americano spesso guidato da imprenditori senza scrupoli, i cosiddetti robber barons, si avvertiva la necessità di uno Stato in grado di regolare lo sviluppo e, sul piano della riflessione, di una economia basata su una analisi concreta della realtà economica americana, che privilegiasse un approccio induttivo e le tematiche di economia applicata. La risposta a questa esigenza politica e sociale, ma anche culturale, è rappresentata dall’istituzionalismo americano. A partire dall’inizio del XX secolo esponenti importanti sono Veblen e Commons.
Veblen si pone in antitesi nei confronti dell’individualismo metodologico e della tesi del comportamento perfettamente razionale dei soggetti. Il suo approccio è quello di una “economia evoluzionistica”. Commons definisce le institutions come un complesso di norme e di strumenti di regolazione sociale, create dai soggetti per regolare le reciproche transactions. Il motore del mutamento sociale è rappresentato dal continuo operare di un processo di negoziazione fra diversi interessi organizzati. Egli non parla più di individualismo, ma della collective action, ossia la società che, attraverso l’azione collettiva, plasma sé stessa attraverso la ricerca di successivi punti di temporaneo equilibrio tra gli interessi in gioco.
Confronto tra teoria e pratica
Per le scienze sociali non vi è la possibilità di costruire all’interno di un laboratorio situazioni controllate in cui sperimentare le teorie interpretative che si vogliono verificare. Teoria e pratica sono entrambe elementi costitutivi della conoscenza in ambito manageriale: si formulano ipotesi teoriche e si cerca di verificarne la correttezza: dal punto di vista logico, evidentemente, le teorie precedono le osservazioni. Non esistono “leggi scientifiche” universali e immutabili, ma solo risultati provvisori che devono essere rimessi in discussione attraverso banchi di prova più severi e alla luce di strumenti di misurazione più precisi e accurati.
Esiste una generale interdipendenza fra tutti i fenomeni economici, legame che non può essere eliminato. Dunque è necessario costruire una teoria che tenga conto di tutte le interdipendenze, oppure accettare una teoria che all’origine è già sensibilmente semplificata. Chiunque studi un modello teorico può dire di averlo compreso solo se abbia ben chiare quali siano le ipotesi semplificatrici alla base del modello in questione.
Economia e modelli interpretativi
Dire che l’economia è la scienza che studia i fatti economici è una tautologia, in quanto sarebbe necessario spiegare in cosa consistono i fatti economici, sia perché vi sono anche altre discipline che li studiano. Per definire l’oggetto della scienza economica esistono una pluralità di definizioni, ma quelli fondamentali sono quelli riferiti all’oggetto dell’Economia generale e all’Economia d’impresa. L’obiettivo dell’Economia generale consiste nell’analisi delle condizioni che deve assumere il sistema economico nelle sue principali variabili, per favorire il processo di creazione di ricchezza nel tempo. Tale impostazione si distacca dall’approccio neoclassico, orientato verso un’ottica microeconomica in cui si analizzavano le scelte dei singoli soggetti che agiscono individualmente.
Economia d'impresa
L’obiettivo dell’Economia d’impresa si distacca sempre più dall’impostazione neoclassica, e per comprenderlo è necessario operare una distinzione fra lungo periodo e breve periodo. Nel lungo periodo assume assoluta prevalenza l’analisi delle modalità di acquisizione nel tempo delle risorse necessarie a promuovere l’affermazione competitiva e lo sviluppo economico dell’impresa. Nel breve periodo le risorse disponibili appaiono date, e ci si chiede quale sia il modo migliore per coordinarle in forma sistemica. Dunque l’ottica di lungo periodo è quella della definizione della strategia dell’impresa, mentre quella di breve periodo è l’uso efficace ed efficiente delle risorse disponibili.
L’Economia è la scienza del confronto fra comportamenti alternativi allo scopo di individuare quelli più efficienti in termini di creazione di valore. Tuttavia si presenta la difficoltà di mettere a confronto oggetti disomogenei per loro natura. L’importanza del rigore nella scienza del confronto è fondamentale, sia nella formulazione delle teorie, in quanto formulazioni vaghe e imprecise non sono utili, anzi, spesso servono al ricercatore per dire che le verifiche non minano alla radice l’impostazione teorica proposta, sia nella loro messa alla prova, necessitando di severità e precisione nelle “verifiche” empiriche delle teorie.
Modelli di concorrenza perfetta
Il primo modello interpretativo di impresa elaborato dalla scienza economica è il modello di concorrenza perfetta (Leon Walras). Dato per scontato che ogni operatore agisce secondo una regola di razionalità economica, rappresentata dalla massimizzazione del profitto d’impresa nel caso del produttore, le principali ipotesi corrispondenti al modello concorrenziale sono di seguito indicate:
- Ogni categoria di beni ha caratteristiche omogenee. Le differenze qualitative sono quindi escluse.
- Acquirenti e venditori sono così numerosi che, da un lato, si esclude la possibilità che possano attuare politiche collusive, dall’altro, ogni operatore si presenta sul mercato con una quantità di offerta o di acquisto così limitata che nessuno è in grado di influenzare il prezzo di mercato.
- Tutti gli operatori hanno una perfetta conoscenza delle leggi di trasformazione tecnologica necessarie alla produzione, dei rapporti di sostituibilità fra i bisogni dei consumatori.
- Ogni operatore può trasformarsi in produttore qualora ciò gli appaia conveniente. Ogni produttore esce dal mercato qualora consegua una perdita.
Nella vigenza di queste condizioni, l’equilibro del mercato si realizza in corrispondenza di un’uguaglianza fra domanda e offerta, all’interno della quale ciascun produttore consegue un incasso marginale identico al costo marginale di produzione. Le circostanze che portano a questo risultato sono:
- La costanza del prezzo;
- La crescita del ricavo del produttore in misura direttamente proporzionale alla quantità venduta;
- L’uguaglianza fra costo marginale.
Dal punto di vista analitico, le proprietà di un sistema economico composto da tanti mercati funzionanti in condizioni di concorrenza perfetta possono essere sintetizzate nell’esistenza di un sistema di valorizzazione delle risorse tale da realizzarne l’allocazione ottimale. Tutte le imprese operano in condizioni di profitto nullo. I ricavi coprono esattamente i costi che sono rappresentati, oltre che dalle risorse acquistate per la produzione, dall’apporto dei fattori produttivi: terra, lavoro, capitale e imprenditorialità.
Critiche al modello tradizionale
Questa teoria è “rimasta in vita” poiché, essendo un modello carico di forti implicazioni politico-ideologiche, veniva difesa strenuamente dagli ideologi liberisti. La realtà quotidiana mostrava tuttavia che il processo di industrializzazione metteva in ombra questa teoria e quindi ne aveva decretato l’inapplicabilità. A partire dagli anni ’30 si compiono sforzi per rendere più realistica la modellistica economica. Fondamentale è il concetto di differenziazione, con i contributi di Chamberlin e Robinson, con la caduta del postulato di omogeneità del prodotto, si comincia a teorizzare la coesistenza di una molteplicità di prodotti fra loro sostituibili, ma dotati di caratteristiche proprie riconoscibili dai consumatori.
Inoltre fu introdotto il concetto di innovazione, rappresentato come un dato esogeno al processo economico all’interno del modello di concorrenza perfetta. Solo con le successive elaborazioni di Schumpeter il concetto di innovazione inizia ad essere oggetto di analisi economica. Anche il concetto di strategia d’impresa viene eliminato dall’orizzonte analitico d’impresa, in quanto il ruolo che viene riconosciuto alla singola impresa è rappresentato da un semplice processo adattivo alle condizioni di mercato. Dunque non vi è spazio in questo sistema per un’autonoma strategia competitiva.
Modello taylorista-fordista
All’inizio del XX secolo prende forma un modello interpretativo della realtà di un’impresa, che trova in Taylor il suo massimo teorico e in Ford il suo massimo realizzatore. Tale modello è indicato con il nome di modello taylorista-fordista. Viene applicato successivamente alla crisi dell’artigiano e con l’ascesa dell’industria e dei nuovi metodi di produzione. Viene a mancare il collegamento con l’utilizzatore dei beni e quindi questi devono essere necessariamente standardizzati sulla base di una serie di parametri medi e resi attrattivi per la clientela attraverso prezzi di vendita largamente inferiori a quelli praticati da operatori artigianali.
I primi opifici si caratterizzano essenzialmente per l’uso di energia di tipo idraulico o termico e per l’introduzione dei macchinari, ma l’organizzazione del lavoro è ancora quella artigianale dove l’operaio qualificato dirige e istruisce una squadra di apprendisti sulla base dell’esperienza accumulata. Un limite evidente di questa lavorazione industriale è che i prodotti complessi, realizzati per assemblaggio, utilizzano parti che non sono ancora intercambiabili. Questa assenza di standardizzazione e la necessità dell’opera degli aggiustatori riduceva considerevolmente il potere contrattuale della direzione aziendale nei confronti delle maestranze.
Alla fine del XIX secolo, Taylor iniziò una serie di esperienze e di sperimentazioni circa le modalità operative del lavoro di fabbrica, che lo portarono a definire il THE ONE BEST WAY. In sintesi egli si pose di distillare delle regole, desunte da misure e sperimentazioni scientifiche, su come si dovesse organizzare tutto il processo di fabbricazione di un bene, con l’obiettivo della massima efficienza. Da qui, il nome di scientific management che Taylor diede alla sua impostazione.
Si sarebbe ottenuta una produttività così elevata, a dei costi tanto bassi, da realizzare simultaneamente l’interesse del capitalista, del lavoratore e del consumatore. I principi di questa impostazione sono:
- Time and motion system, rappresentato dallo studio analitico dei movimenti necessari ad effettuare una certa lavorazione e dei tempi di montaggio;
- American system, rappresentato dalla perfetta intercambiabilità delle parti ottenuta attraverso la definizione di disegni rigorosi di ogni pezzo e la realizzazione con tolleranze molto limitate rese possibili dall’uso di nuovi macchinari;
- Jig system, nel quale la produzione effettuata attraverso attrezzature specialistiche, rappresentate da maschere, calibri, dime, in grado di consentire un uso altamente specializzato delle macchine utensili.
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