Capitolo 1 - Introduzione allo studio della gestione d'impresa
Alcune questioni fondamentali
L'oggetto della ricerca delle discipline economiche
L'economia come scienza del confronto
Economia generale: obiettivo di analizzare le condizioni che deve assumere il sistema economico nelle sue principali variabili (investimenti, risparmi, prezzi, salari) per favorire il processo di creazione di ricchezza nel tempo.
Economia con approccio neoclassico (marginalista): obiettivo di analizzare le scelte dei singoli soggetti agenti (offerenti e acquirenti) in una prospettiva rigorosamente individuale (soggettivismo metodologico).
Economia d'impresa di lungo periodo: obiettivo di analizzare le modalità di acquisizione nel tempo delle risorse necessarie a promuovere l'affermazione competitiva e lo sviluppo economico dell'impresa. Ottica della definizione della strategia di affermazione dell'impresa.
Economia d'impresa di breve periodo: obiettivo di analizzare le risorse disponibili in modo da comprendere quale sia il modo migliore per coordinarle in forma sistematica. Ottica dell'uso massimamente efficace ed efficiente delle risorse già disponibili.
L'economia è la scienza del confronto tra comportamenti alternativi allo scopo di individuare quelli più efficienti in termini di creazione di valore. La difficoltà dell'economia sta nel fatto che il confronto riguarda oggetti disomogenei. Difatti il mondo reale nega le condizioni di una perfetta concorrenza.
L'evoluzione dei principali paradigmi nella gestione d'impresa
Il modello microeconomico di concorrenza perfetta
Il processo di acquisizione della conoscenza richiede l'analisi della propria e altrui esperienza; la formulazione di ipotesi iniziali successivamente scartate attraverso una revisione; costruzione di un modello teorico di riferimento affidabile in un'ottica di razionalità limitata.
Modello di concorrenza perfetta: ogni operatore agisce secondo razionalità economica rappresentata dalla massimizzazione dell'utilità soggettiva derivante dall'uso dei beni nel caso del consumatore. Le ipotesi di tale modello sono: tutte le imprese appartenenti allo stesso settore industriale producono prodotti assolutamente identici; il prezzo è unico per tutti gli operatori presenti sul mercato ed essi non possono fare nulla per modificarlo; tutti gli operatori hanno una perfetta conoscenza delle leggi di trasformazione tecnologica necessarie alla produzione, dei rapporti di sostituibilità fra i bisogni dei consumatori, del prezzo e delle quantità scambiate nel mercato; ogni operatore può trasformarsi in produttore qualora ciò gli appaia conveniente e ogni produttore esce dal mercato se consegue perdite; durante il periodo di tempo in cui un operatore esegue un'azione di aggiustamento della propria posizione rispetto al mercato non devono avvenire altri mutamenti nel sistema tali da richiedere ulteriori adattamenti (gli aggiustamenti avvengono in un tempo praticamente nullo). Con queste condizioni, l'equilibrio di mercato si realizza dall'uguaglianza fra domanda e offerta all'interno del quale ciascun produttore consegue un incasso marginale identico al costo marginale. Pertanto tutte le imprese operano in condizioni di profitto nullo visto che i ricavi coprono i costi. Tutte le imprese appartenenti allo stesso settore hanno, nel lungo periodo, la stessa struttura dei costi.
Gli effetti distorcenti dell'applicazione del modello di concorrenza perfetta
Inevitabilmente i modelli teorici tendono a rimanere in attività come paradigma concettuale di riferimento anche quando non dovrebbero, anche se falsificati dalla realtà. Nel caso del modello di concorrenza perfetta uno degli effetti distorcenti della sua applicazione consiste nell'eliminazione delle rendite e dei profitti monopolistici, la sovranità del consumatore, l'ottimizzazione nell'allocazione delle risorse.
Aspetti che la permanenza del modello di concorrenza perfetta aveva eliminato dall'orizzonte teorico:
- Differenziazione, coesistenza di una molteplicità di prodotti fra loro sostituibili, ma dotati di caratteristiche proprie riconoscibili dai consumatori;
- Innovazione, rappresentato falsamente come un dato esogeno al processo economico;
- Strategia d'impresa, ruolo che viene riconosciuto alla singola impresa rappresentato da un semplice processo adattivo alle condizioni di mercato. Se l'assetto di un'industria è perfettamente concorrenziale, la singola impresa che vi opera non ha alcuna autonomia di comportamento, se non quella di produrre il bene con il massimo livello di efficienza, in modo da presentare un costo di produzione uguale al prezzo di mercato. Se il costo per un'impresa fosse inferiore essa utilizza un'innovazione che sarebbe immediatamente imitata e annullata dal punto di vista competitivo. Se essa ha un costo superiore dovrebbe imitare la soluzione applicata dalle altre imprese più efficienti, grazie alla disponibilità totale delle informazioni di mercato, perché sennò sarebbe fuori mercato;
- Natura organizzativa dell'impresa, il modello assume l'imprenditore come unico soggetto decisionale.
Il modello taylorista-fordista
La rivoluzione industriale aveva iniziato a mettere in crisi il preesistente sistema di produzione artigianale, che era basato su una produzione su commessa, specificatamente indirizzata a un cliente, che prefissava le caratteristiche che l'artigiano doveva conferire al prodotto. La produzione di massa genera una separazione fra il momento della produzione e il momento della vendita al consumatore finale, poiché la produzione tende a concentrarsi in specifici luoghi, dove convergono le risorse necessarie ai nuovi metodi di produzione. Poiché viene a mancare il collegamento con l'utilizzatore dei beni, questi devono essere necessariamente standardizzati sulla base di una serie di parametri medi e resi attrattivi per la clientela attraverso prezzi di vendita largamente inferiori a quelli praticati da operatori artigianali. Tuttavia l'iniziale produzione industriale mantiene ancora molti elementi tipici della produzione artigianale. La differenza è che i nuovi stabilimenti riuniscono sotto uno stesso tetto una gran quantità di squadre di lavoro che si turnano nell'impiego dei macchinari. Il limite più evidente di questa prima lavorazione industriale è che i prodotti complessi, realizzati per assemblaggio, utilizzano parti che non sono ancora intercambiabili. Tra l'altro quest'assenza di standardizzazione e la necessità dell'opera degli aggiustatori riduceva considerevolmente il potere contrattuale della direzione aziendale nei confronti delle maestranze, che avevano tutto l'interesse a cercare di mantenere il controllo sulle modalità organizzative del processo produttivo, sui ritmi di lavoro e sui meccanismi di apprendistato e di formazione degli operai. L'effetto più rilevante di questa situazione è l'ottenimento di livelli di produttività nettamente inferiori a quello teoricamente raggiungibile attraverso una razionalizzazione profonda del modo di produrre. Taylor definì "the one best way", ovvero come si dovesse organizzare tutto il processo di fabbricazione di un bene avendo come obiettivo l'ottenimento della massima efficienza. Inoltre Taylor definì anche "scientific management", ovvero attraverso la razionalizzazione consentita da una produzione organizzata si sarebbe ottenuta una produttività così elevata, e quindi dei costi di produzione così bassi, da realizzare l'interesse capitalista (alti profitti), del lavoratore (alti salari) e del consumatore (bassi prezzi e alti consumi).
I principi dell'impostazione di questo modello sono:
- Time and motion system, movimenti necessari ad effettuare una certa lavorazione e dei tempi che ne derivano;
- American system, perfetta intercambiabilità delle parti;
- Jig system, produzione effettuata attraverso attrezzature specialistiche in grado di consentire un uso altamente specializzato delle macchine utensili;
- Standardized and synchronized system, ciclo di lavorazione in continuo e nastri trasportatori per mantenere postazioni di lavoro fisse.
Il significato gestionale del modello taylorista-fordista
Il modello neoclassico annullava la gestione in quanto l'impresa era ridotta a un centro decisionale, rappresentato dall'imprenditore. Con il modello taylorista-fordista è l'applicazione di criteri scientifici alla gestione a indicare le modalità operative da attuare. I limiti di questo modello sono riconducibili al fatto che le regole del taylorismo-fordismo sono produttrici di efficienza soprattutto nei settori industriali dove le economie di scala sono effettivamente in grado di giocare un ruolo preminente. Le ipotesi alla base del modello sono:
- Prevedibile e costante crescita della domanda di beni e servizi per effetto dell'incremento di produttività del sistema economico complessivo;
- La domanda richiede beni standardizzati di massa con attenzione sulla quantità anziché sulla qualità e personalizzazione;
- La funzione della commercializzazione del prodotto assume un ruolo secondario e tecnico.
Il modello dell'impresa sistemica
I limiti del modello taylorista-fordista iniziano a manifestarsi. Successivamente l'impresa era definita come un sistema complesso che opera all'interno di una rete di interdipendenze. L'impresa diventa una componente di un sistema economico in continua trasformazione e con il quale ha un continuo interscambio di informazioni che a loro volta danno luogo a continui processi di adattamento reciproco. La visione organizzativa dell'impresa assume sempre maggior rilievo. Nell'impresa sistemica ogni elemento e ogni soggetto operante nell'impresa, ma anche soggetti esterni all'impresa, ma comunque influenzati dal suo operare e interessati alla sua evoluzione (stakeholders), sono portatori di interessi legittimi che in qualche modo vanno salvaguardati attraverso meccanismi istituzionali. Ecco spiegata l'attenzione rivolta alle dinamiche organizzative sia interne all'impresa sia tra questa e le realtà esterne ad essa. Un altro aspetto della revisione in senso sistemico dell'impresa è rappresentato dall'emergere delle problematiche strategiche. L'impresa deve iniziare a fare i conti con la propria specificità, rappresentata dal patrimonio di risorse disponibili e dai vincoli di mercato in cui si trova a operare e quindi a elaborare un proprio sentiero di sviluppo competitivo. L'obiettivo dell'impresa non è più il perseguimento del profitto ma la "sopravvivenza".
Il modello della specializzazione flessibile
Da alcune critiche al modello taylorista-fordista deriva la teorizzazione della specializzazione flessibile che si contrappone alla grande impresa oligopolistica ad alta integrazione verticale. Le piccole imprese possono comunque mantenersi competitive qualora riescano a costruire un tessuto industriale chiamato distretto, basato su una divisione del lavoro fra imprese, in cui tutte danno il loro contributo al dinamismo collettivo, mantenendo un alto tasso di innovazione, soprattutto del processo produttivo, e un'accentuata capacità di reazione alle esigenze del mercato. A vincere la sfida del mercato e ad alimentare in modo autonomo la propria crescita è una costellazione di imprese che continuamente sondano il mercato con proposte alternative delle quali solo alcune ricevono l'apprezzamento dei consumatori. Ciò che tende a manifestarsi è più un successo (o un insuccesso) complessivo che quello di singole imprese, in quanto la ragione della competitività è il risultato di un apporto di tanti attori specializzati. Quindi è il comparto distrettuale che cresce e si sviluppa come somma di tante entità specializzate, al cui interno si mantiene un continuo processo di selezione delle realtà più pronte a recepire le nuove tendenze del mercato e più rapide nell'imitare le soluzioni stilisticamente più gradite ai consumatori. Anche la formazione di nuove imprese e l'uscita di altre che hanno esaurito la spinta imprenditoriale alla creatività e all'innovazione, rappresenta proprio il fondamentale fattore di sopravvivenza del distretto nel suo complesso. Anche questa impostazione non è immune da critiche e mostra la necessità di essere rivisitata per tener conto dei processi di delocalizzazione, che stanno interessando anche le realtà distrettuali soggette a forme di destrutturazione e di ridefinizione della divisione del lavoro, per la convenienza a spostare le attività a più alto contenuto di lavoro manuale verso aree a basso costo di manodopera.
Il modello della lean production (produzione snella)
La crescita industriale del Giappone (1970-1980) fu favorita da:
- Sottovalutazione dello yen rispetto al dollaro;
- Concentrazione dei grandi gruppi industriali;
- Basso costo del lavoro giapponese e scarsi diritti per i lavoratori;
- Sostegno pubblico dello stato alle imprese;
- Competitività della produzione automobilistica giapponese aveva uno standard manageriale proprio, che risultava più adeguato alle esigenze dei consumatori a livello internazionale di quello delle imprese occidentali.
Le caratteristiche della lean organization sono:
- Diversa divisione del lavoro tra vertice e base aziendale rispetto quella prevista dal modello taylorista-fordista perché chi decide ha bisogno del contributo di intelligenza decisionale di chi esegue;
- La qualità operativa dei processi è influenzata in misura determinante dai soggetti direttamente a contatto con le attività critiche;
- L'efficienza è raggiungibile solo con l'ampia collaborazione di tutti gli operatori;
- Il rapporto tra imprese e quello in particolare tra fornitore e cliente industriale è basato su una commistione di elementi di cooperazione e di competizione fra imprese (approccio di tipo lean di Toyota) o, altrimenti, su meccanismi di mercato competitivo. Da un lato la grande impresa committente mantiene un ruolo guida e di supporto nei confronti del proprio parco fornitori affinché sia il complesso di queste imprese a progredire tecnologicamente e a svilupparsi economicamente, dall'altro però ogni singola azienda fornitrice deve mostrarsi degna di questo rapporto privilegiato con l'impresa-cliente, elevando sistematicamente la propria efficienza e abbassando i prezzi della fornitura se non vuole essere estromessa.
Domanda di prima dotazione: nella fase del fordismo, che ha accompagnato l'acquisto di prima dotazione, le preferenze degli acquirenti alimentavano una marcata elasticità della domanda rispetto al prezzo (a riduzioni di prezzo anche contenute corrispondevano significativi aumenti percentuali della domanda).
Domanda di sostituzione: la propensione all'acquisto di sostituzione si manifesta solo in presenza di lancio di modelli aventi caratteristiche nettamente innovative rispetto a quelle dei beni già posseduti. Nella fase dell'acquisto di sostituzione la domanda ha un'elevata elasticità rispetto alla qualità dei prodotti, alla loro affidabilità e al loro contenuto stilistico.
Pertanto si è assunta la logica della produzione pull in cui si cerca di produrre esattamente quanto richiede il mercato, sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo. Una logica pull, nella quale il ritmo della produzione deve seguire nel modo più aderente possibile il ritmo della domanda effettiva dei consumatori, richiede si dia una soluzione soddisfacente anche alla rapidità di consegna del prodotto ordinato con particolari specifiche distintive. Occorre quindi organizzare tutta una catena di fornitura logistica di tipo just-in-time, nella quale i tempi di risposta del sistema produttivo siano estremamente rapidi nel seguire una domanda che varia continuamente sotto il profilo sia quantitativo sia della caratterizzazione dei prodotti. Un flusso di fornitura just-in-time presuppone una qualità delle singole componenti così elevata da rendere superflui i controlli prima del montaggio. In termini concreti questa trasformazione significa passare da livelli qualitativi in cui si tollera uno scarto di qualche punto percentuale come accadeva nel modello fordista, a livelli qualitativi misurati in poche decine di difetti su un milione di parti. Di qui uno sforzo considerevole nell'elevare la qualità di ogni operazione produttiva attraverso l'istituzione di circoli di qualità e di forme di continuo miglioramento del prodotto. Il modello della lean production tenta un superamento del modello della produzione standardizzata di massa del fordismo (attraverso processi di differenziazione anche delle produzioni precedentemente standardizzate) e del modello della specializzazione flessibile (programmazione delle attività interessa tutta la catena che unisce i diversi livelli di fornitura con le imprese di assemblaggio finale).
Il modello basato sulla conoscenza (o cultura d'impresa)
Il vantaggio competitivo dell'impresa si configura come la capacità di cercare ed elaborare informazioni e di tradurle in forme organizzate di produzione. Quindi al massimo livello di astrazione la competitività dell'impresa è il risultato delle capacità di incorporare nelle proprie attività scienza e conoscenza. La conoscenza è scientifica (know-why) e tecnica (know-how). Essa rappresenta una risorsa che non rispetta le regole dell'economia classica nel senso che ha un "costo di produzione" ma una volta prodotta può essere "riprodotta" a costi molto bassi. Inoltre, poiché la nuova conoscenza in gradi di creare valore è sempre più complessa e articolata, sempre più difficilmente può essere acquisita da un solo soggetto o da una sola organizzazione. Quindi la conoscenza è un qualcosa di distribuito e non concentrabile. Il cambiamento di prospettiva insito nel passaggio ad un modello basato sulla conoscenza è
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