Prologo
Una rivoluzione differente
Accostare l'arte, l'estetica e i nuovi media significa circoscrivere un ambito disciplinare per molti versi ancora inedito; una nuova sensibilità culturale e sociale emersa sul finire del XX secolo in concomitanza con una evoluzione del sistema dei media, accelerata dalla convergenza tra le tecnologie digitali e le reti informatiche.
Nel corso della sua storia, l’uomo ha sempre rinnovato i suoi strumenti di mediazione col mondo, trasformazione di ritorno anche su se stesso, senza quasi mai abrogare gli strumenti in uso, piuttosto agendo su di essi e lasciandosi agire, per ibridazione e accumulazione. L'espressione "nuovi media" ha il vantaggio di conglobare a sé l'insieme degli strumenti attraverso cui l'uomo oggi media i suoi rapporti col mondo.
Il libro mira ad indagare le trasformazioni che sono in corso nell’estetica dell’uomo che abita il mondo digitale. L’esperienza estetica si esplica nei fatti del mondo e nella partecipazione uomo/mondo. L’estetica dei nuovi media mira a dedicare all’estetica un più vasto territorio di manovra. Se c’è un ambito attorno al quale sembra rifluire tutto il discorso dell’esperienza estetica, questo è proprio l’ambito della tecnica. In questo senso il rapporto estetica/tecnica s’intreccia ed è perfettamente omologo al rapporto uomo/mondo. L’uomo forma l’ambiente ma nello stesso tempo ne è formato.
Nel giro di poco più di un decennio una mitologia della rivoluzione digitale si è sedimentata nel comune senso di realtà.
Leggerezza
Per Calvino: Leggerezza come diverso punto di vista sul mondo e non diverso mondo. Se c’è un centro attorno al quale ruota la prima lezione, questo va individuato proprio nell’idea di mondo; alleggerirne l’immagine, dunque non significa rifiutarne la cruda realtà, bensì cogliere in essa quella sostanza pulviscolare di cui è composta. La leggerezza di Calvino si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso.
La lettura del mito di Perseo e della Gorgone con cui si apre la prima Lezione sembra quasi un’allegoria del rapporto dell’uomo col mondo: è grazie al riflesso sullo scudo di Atena che Perseo riesce a sfuggire allo sguardo pietrificante di Medusa, il che vuol dire osservare il mondo con altri occhi: attuare una dissoluzione visiva e cognitiva del mondo, acquisire nuovi strumenti di conoscenza, nuovi mezzi di meditazione con esse.
Non il distacco dalla realtà, bensì un suo alleggerimento e l’individuazione di un nuovo punto di vista per la conoscenza del mondo.
Deus ex software
La diade hardware/software rappresenta un interessante punto di fuga per tracciare le coordinate concettuali del mondo digitale. Letteralmente "Hardware = elementi rigidi/ferraglia" – "Software = soffice, morbido, leggero/l'insieme dei programmi e delle procedure di programmazione necessarie a far funzionare un sistema rigido". Li vediamo ovviamente non come semplici opposti, ma piuttosto complementari; difatti tra i due vige un rapporto di reciproca appartenenza, senza l’uno non esisterebbe l’altro; senza la pesantezza dell’hardware il software non potrebbe manifestare la sua leggerezza. Allo stesso modo l’hardware ha bisogno della mano del software che lo guidi.
In definitiva, non si tratta di due profili distinti, bensì un unico dispositivo i cui elementi sono costretti a fare sistema e lavorare insieme, se no sarebbero entrambi nulli. Hardware e Software, nell’intrinseca opposizione gravosità/leggerezza, sembrano rivelare un legame ancora più antico, vecchio quanto l’uomo. Aristotele aveva intuito che l’uomo tra tutti gli esseri viventi, era quello dotato di un elemento software estremamente efficace. Possiamo definire Hardware gli artefatti e Software l’uomo. Per Gehlen la tecnica (lo hardware) deriva dalla natura umana, a potenziamento, intensificazione e agevolazione delle sue carenze biologiche.
Il processo di evoluzione si presenterebbe perciò come un continuo incremento dello hardware in risposta ai bisogni del software; il punto focale dell’antropogenesi è tracciabile nei difetti adattivi dell’homo sapiens, giunti all’ultima tappa dell’ominazione. Trovandosi sprovvisto, senza più artigli e canini offensivi, delle più basilari capacità di aggressione e approvvigionamento diretto del cibo, è obbligato a delegare a nuove protesi esterne tali funzioni. Liberando al contempo la mano e la bocca, queste lo predispongono alla manipolazione, che lo porterà all’utilizzo di strumenti, e alla creazione del linguaggio. La liberazione della parola e quella capacità unica posseduta dall’uomo di collocare la propria memoria al di fuori di se stesso, nell’organismo sociale.
Nella tecnica e nei nuovi mezzi e dispositivi l’uomo trova il modo per compiere le facoltà necessarie per stare al mondo, ma delle quali è sprovvisto e mediare il suo rapporto con il mondo stesso. Secondo Bergson, nei meri meccanismo dell’intelligenza razionale umano troviamo solo hardware, mentre nell’intuizione, nell’accesso simpatetico ai fenomeni, nella eterogeneità degli scatti inventivi, nell’impulso esplosivo riscopriamo tutta la leggerezza che si rivela appunto software.
Nel lasso temporale a cavallo tra Otto e Novecento scopriamo i primi arbori della galassia elettronica, che McLuhan non esiterà a definire “la fase finale dell’estensione dell’uomo: quella, cioè, in cui attraverso la simulazione tecnologica, il processo creativo di conoscenza verrà collettivamente esteso all’intera società umana, proprio come abbiamo esteso i nostri sensi e i nostri nervi tramite i vari media.
La comunicazione si fa mondo
È una formula ormai consolidata quella secondo la quale ci si riferisce al sistema dei nuovi media attraverso l’espressione tecnologie della comunicazione. Sembra dunque che per via di questa endemica necessità di comunicazione l’uomo non possa fare a meno di utilizzare strumenti e prodotti di pensiero per creare un luogo comune. Ogni medium di ultima generazione è perciò stato inteso come mezzo, strumento di comunicazione.
Eppure il privilegio egemonico accordato alla comunicazione all’intero sistema dei media sembra essere il risultato di una semplificazione della funzione e delle potenzialità sociali dei media stessi; soprattutto con l’emergere della cosiddetta società di massa, con la diffusione di quei mezzi che sono stati opportunamente etichettati come mass media. Radio e televisione hanno contribuito a generare una logica di pensiero in cui globale è divenuto sinonimo di massificante, e quindi di pesantezza, in cui la comunicazione è divenuta comunicazione di massa, e la trasmissione ha prevalso sul processo di interazione.
Nel mondo digitale le cose stanno diversamente. L’immagine greve e ormai logora del villaggio globale sembra stia lentamente mutando in quella, indubbiamente più fluida e leggera, di un villaggio plurale, una dimensione differenziale fondata sulle logiche di accesso ad una rete relazionale di senso, compartecipata a livello collettivo ma anche soggettivo, in questo senso spetta a loro di diritto il titolo di nuovi media. Non più dunque la comunicazione col mondo, ma la comunicazione che si fa mondo.
Nella metafora della navigazione risulta evidente che ogni tipo di testo divenga uno spazio da esplorare, capace di generare una interazione di tipo relazionale. All’idea di trasmissione subentra quella di interazione. L’informazione non riguarda tanto ciò che si dice effettivamente, quanto ciò che si potrebbe dire. Cioè, l’‘informazione è una misura della libertà di scelta che si ha quando si sceglie un messaggio. Confondere l’informazione con il messaggio equivale a scambiare i veicoli di una potenziale informazione con l’informazione stessa.
Il senso di un messaggio non si risolve solo nel suo contesto. Piuttosto il suo effetto si manifesta nel momento in cui questo interviene a modificare, emendare e creare nuove relazioni all’interno di una rete contestuale condivisa. Lo schema elementare della comunicazione non sarebbe più: “A trasmette qualcosa a B”, ma “A modifica una configurazione comune ad A, B, C ecc.”.
Dato un luogo (una cultura), non sono i suoi abitanti a “comunicare” autonomamente tra di loro, ma il luogo (la cultura) che tramite loro parla con se stesso (se stessa).
Secondo Heidegger: l’essenza della comunicazione non è affatto una questione comunicativa; né strumentale o materialistica, né trasmissiva. Solo nell’intreccio, nei legami e nelle corrispondenze omologiche tra i fattori della tecnica, della cultura e della società è possibile scorgere l’essenza della comunicazione, emancipandola da un’ottica di prestazione o performance. Il fenomeno della comunicazione non dipende da quello che si trasmette ma da quello che accade con chi riceve. E questo è ben diverso dal “trasmettere informazioni”.
Se i media formano un mondo, ecco che la comunicazione si fa luogo; nell’idea di comunicazione che si fa luogo l’informazione acquisisce lo status di evento. La realtà dei media/mondo non va pensata come una realtà interna al sistema dei media, piuttosto come un’estensione di quest’ultimo verso lo spazio fisico esperibile nella quotidianità, uno spazio della leggerezza, un mondo da abitare in tutta la sua complessità. Dall’integrazione tra spazio fisico e spazio virtuale si manifesta una città-
-
Riassunto esame filosofia delle arti e dei processi simbolici, prof Contini, libro consigliato Arte, estetica e nuo…
-
Riassunto esame Drammaturgia dello spettacolo digitale, Prof. Jovicevic Aleksandra, libro consigliato In un batter …
-
Riassunto esame Editoria e nuovi media per lo spettacolo, prof. Canziani, libro consigliato Scrivere per il web, Fo…
-
Riassunto esame Media Partecipativi e Giornalismo Digitale, prof. Antenore, libro consigliato Giornalismo e Nuovi M…