ARTE, ESTETICA E NUOVI MEDIA
“Sei lezioni” sul mondo digitale
Prologo. Una rivoluzione differente
I diversi saggi di cui si compone questo libro intendono rilevare in che misura e secondo quali modalità l’ambiente tecnologico
contemporaneo sta agendo sulle condizioni stesse dell’esperienze e sulle dinamiche d’interazione tra l’uomo e il suo mondo; quali
trasformazioni sono in corso nell’estetica dell’uomo che abita il mondo digitale. L’estetica ha della continua flessibilità e della
mutevolezza. L’estetica segue come un’ombre le varie trasformazioni storicoculturali di ogni società, risultando perciò svincolata da
un unico progetto predeterminato. L’estetica, quindi, va considerata sempre a partire dalla sua attualità e il linguaggio è un carattere
ereditario dell’estetica.
John Dewey, L’arte come esperienza: nel pragmatismo eticopedagogico del filosofo statunitense si ritrova una forma sistematica di
tassonomia dell’esperienza umana all’interno della quale s’inscrive quella particolare condizione percettiva che è l’esperienza
estetica.
Le condizioni formali dell’esperienza estetica non si distaccano dal senso o dall’esperienza comune, piuttosto si esplicano nella
consapevolezza della partecipazione uomo/mondo.
Charles Morris, behaviorism: l’esperienza estetica si svolge propriamente come il risultato di un’azione; appunto, un comportamento
intrapreso nella materialità del mondo secondo una logica di tipo relazionale, di appartenenza e di mutua compenetrazione tra
soggetto e oggetto. La percezione esteticointellettiva si pone già come il risultato di un comportamento. È per mezzo dell’azione nel
mondo che si costruisce l’interiorità dell’uomo.
L’intento progettuale per un’estetica dei nuovi media che in questo volume s’intende perseguire è tutto rivolto a quel surplus
dell’esperienza estetica appena evocato, col proposito di “rivendicare per l’estetica un più vasto terreno di manovra”, osservare “ciò
che di ‘estetico’ c’è nella cultura umana in generale”, e pertanto edulcorare ciò che è stato sintetizzato in termini di una filosofia non
speciale, la “caduta dell’esemplarità dell’arte”. L’approccio è orientato a comprendere le condizioni di quella piacevole percezione
che è l’esperienza estetica tout court come origine di significati e concetti. È la ricerca di quell’atteggiamento estetico, inteso al
neutro come una dimensione socioantropologica del modo di essere occidentale, un atteggiamento strettamente connesso con
l’azione, il comportamento, l’attitudine, la materialità del vivere quotidiano. È l’estetica che si traduce nella cognizione degli effetti
estetici generati a partire dai fatti del mondo; è ciò che differenzia l’esperienza dell’estetico, o l’interesse mondano, dalla
contemplazione fine a se stessa, o dalla pura percezione spirituale.
Si può parlare di una definizione allargata di tecnica, come ciò che interviene a priori in qualsiasi processo di interazione tra l’uomo e
Fernand Braudel.
il mondo. “tutto è tecnica” ha affermato perentoriamente Tutto è tecnica perché da sempre l’uomo ha mediato il
suo rapporto col mondo ed ha esteso il suo sistema sensoriale e cognitivo attraverso strumenti, artefatti o intuizioni di natura tecnico
logica.
Nell’interazione col mondo, l’uomo è intrinsecamente coinvolto in processi di tipo tecnico, che si radicano profondamente nell’assetto
sensoriale e cognitivo, nella corporeità e nelle strutture di comportamento, d’azione o nelle attitudini. La tecnica nasce secondo
cultura, ma agisce secondo natura.
La tecnica è da intendere alla stregua di una oggettivazione o, meglio, una materializzazione dell’esperienza. La storia dell’uomo
risulta perciò stratificata attorno alla storia dei suoi strumenti, degli utensili o delle idee assunte per sopperire alle sue carenze
biologiche o estendere le sue facoltà.
Non è un caso se l’espressione più comune che è andata diffondendosi a tale proposito sia stata quella di rivoluzione, declinata
nell’accezione di una rivoluzione digitale; perché digitale è la logica predominante sottesa al processo di convergenza tra le
tecnologie informatiche e le reti di comunicazione. All’origine di questa rivoluzione, non solo tecnologica, è stato ricondotto un
campionario di nuove modalità di produzione e condivisione della conoscenza; nella rivoluzione, l’accesso stesso all’informazione e il
suo trattamento sono diventati un bene comune, o una comune forma di esclusione.
Occorre isolare almeno 3 fonti d’informazione culturale e scientifica che hanno contribuito a tessere nell’immaginario contemporaneo
i contorni della rivoluzione digitale:
1. Gli studi di settore, ovvero le ricerche di carattere propriamente scientifico, in particolare la vasta branca dei media studies;
2. Le pubblicazioni di carattere divulgativo, le riviste, i bestsellers, i media di massa e gli stessi canali intrinseci alle reti
informatiche, in particolare i siti web e forme di discussione on line;
3. Le riflessioni intellettuali da essi germinate, ovvero la critica artistica in senso lato, la saggistica e in generale le
interpretazioni di carattere umanistico.
Le profezie di fine millennio hanno esaltato l’età informatica o ne hanno presagito i rischi, vedendo in essa una minaccia o
un’opportunità, a seconda dei modi o delle ideologie di osservazione. Dagli anni Novanta si è acceso un dibattito sui nuovi media.
Nell’incremento e nel potenziamento del paradigma tecnologico a cui si è assistito alla fine del XX secolo si annida, infatti, una
“rivoluzione invisibile”, o come la si propone in questa sede, una rivoluzione differente. In altri termini, dietro al clamore della
rivoluzione digitale in altri termini, con l’emergere del ciclo postelettronico o informatico è possibile scorgere un’altra rivoluzione,
per molti versi una “rivoluzione inavvertita” o sottilmente osteggiata, scavalcata nella “percezione distratta” dell’uomo metropolitano,
confusa nel noise dell’orizzonte tecnologico contemporaneo.
La rivoluzione differente a cui si accompagna il ciclo postelettronico si presenta proprio come il cavallo negli scacchi; non ha una
sola direzione, e il processo di mutazione da cui si è generata ha avuto un lungo periodo di gestazione. L’assunto di base attraverso
cui s’intende accostare in questa sede l’arte, l’estetica e i nuovi media consiste nel far corrispondere questa lunga gestazione, o
mutazione, alla fase storica che ha sancito l’allontanamento dalle idee dominanti della modernità per affacciarsi su quel che da più
parti è stato definito come un nuovo orizzonte del sentire.
Il 1984 diventa emblematicamente lo spartiacque tra la rivoluzione differente e quella che invece sarà osannata dai più come la
rivoluzione digitale.
Il digital divide il divario tecnologicoinformatico sembra perciò essere divenuto il nuovo elemento discriminante tra moderno e
postmoderno.
Domanda 1: vi sono 6 grandi archetipi contemporanei, alla luce dei quali ritrarre i nuovi media, e profilarne ombre e dettagli: le
Italo Calvino
Lezioni americane di (1988). La scelta è giustificata dalla singolare circospezione con cui si manifesta l’aderenza di tali
corrispondenze all’ambito simbolico dei nuovi media, ritrovando in questi i caratteri della Leggerezza, dell’Esattezza, della Rapidità,
della Visibilità, della Molteplicità e della Consistenza.
Lo spirito dei six memos, il ricco intrecciarsi di rimandi, congetture e citazioni, le suggestive intuizioni retoriche in essi contenute altro
non sono che l’evocazione di tratti e assonanze che sembrano trasudare, con lucida e matura consapevolezza, il senso della sfida
dichiarata dal postmodernismo, compiutamente riscontrabile nelle fattezze del mondo digitale.
Remo Ceserani: “forse la migliore mappa descrittiva della società e della cultura postmoderne; uno dei più raffinati schemi
concettuali pensati da un osservatore, o cartografo, per penetrare nel mondo nuovo che ci circonda e capire le forse principali che lo
muovono”. La tensione argomentativa attraverso cui si dipanano i temi calviniani riflette d’altronde il desiderio di una rilettura del
passato per cercare il nuovo nella pluralità, nella superficie, nelle relazioni tra le cose, materiali e culturali. La strategia dell’ entrismo
che gli permette di comprendere la complessità del mondo, celandosi dietro parole di cui la società della comunicazione si è
appropriata per rovesciarne il senso attraverso l’evocazione del legame sociale instaurato dalla critica estetica.
Le sei Lezioni si costituiscono come coppie concettuali piuttosto che come chiuse e univoche proposizioni. Si muovono in un gioco
delle parti, quasi come fossero degli ossimori. Per questa ragione la leggerezza è il risultato di una gravosità senza peso, la visibilità
è l’immaginazione che non ha acquisito ancora una forma, la molteplicità si dà a partire dalla compresenza dell’unità.
Stando a questa intuizione, essi si scoprono come sei qualità estetiche che è possibile rintracciare nell’esperienza di mediazione del
mondo, nei fatti tecnologici del nostro tempo, nella sensibilità artistica, culturale e sociale emersa con l’evoluzione del sistema dei
media sotto l’egida del postmodernismo. Cap. 1 Leggerezza
Calvino,
Essa è uno dell’oggetto delle sei Lezioni di assunte in questa sede come trama interpretativa per tratteggiare la
componente sensibile dell’attuale universo dei media, e delineare luci e ombre dell’esperienza estetica nel mondo digitale.
La leggerezza è assunta come metodologia, come punto di vista, oltre che come endemica necessità di un diverso modo di vedere il
mondo.
Calvino riconosce nell’attuale struttura del mondo dei media quel nuovo tipo di energia capace di agire, guidare, animare la
pesantezza della macchine: il software, in tutta la sua leggerezza. Alla rigidità macchinica, emblema della modernità, si contrappone
così la fluidità del sentire postmoderno.
La lettura del mito di Perseo e della Gorgone con cui si apre la prima delle Lezioni sembra quasi un’allegoria del rapporto dell’uomo
col mondo: è grazie al riflesso sullo scudo di Atena che Perseo riesce a sfuggire allo sguardo pietrificante della Medusa, il che vuol
dire osservare il mondo con altri occhi; attuare una dissoluzione visiva e cognitiva del mondo, acquisire nuovi strumenti di
conoscenza, nuovi mezzi di mediazione con esso.
Le intuizioni disseminate nella lezione sulla Leggerezza rivelano perciò un corollario dell’idea di conoscenza come “dissoluzione
della compattezza del mondo”. La leggerezza è il sintomo di un cercare nel caos della sostanza pulviscolare della realtà nuove forme
e nuove relazioni tra le cose, riconoscendo in esse quel tessuto connettivo del mondo, quella molteplicità in cui tutto è in rete con
tutto.
È così che tra atomi e forme, tra l’uno e il molteplice, tra trasmissione e interazione, o ancora, tra comunicazione lucreziana e
ovidiana nei termini appena esposti, si scoprono i caratteri di quella tensione oppositiva, quel difficile equilibrio, quella “ricerca della
Domenico Scarpa,
leggerezza come reazione al peso del vivere” che, ha scritto rappresenta un principio costante sotteso a tutta
l’opera calviniana, “il procedimento creativo che più d’ogni altro la caratterizza”. Ed ecco che nel senso della continua sfida alla legge
della gravitazione, nella “spinta dell’immaginazione a superare ogni limite” si scorge un’efficace metafora della conoscenza, la
funzione esistenziale e archetipica che guida l’uomo a trasformare il mondo, a rinnovare i suoi strumenti materiali e ideazionali di
mediazione con esso.
1.1 Deus ex software
La diade hardware/software rappresenta un interessante punto di fuga per tracciare le coordinate concettuali del mondo digitale.
Hardware: ferraglia. Compare già alla fine degli anni Quaranta per descrivere le componenti fisiche di un sistema elettronico.
Software: soffice, leggero. Serve per denominare l’insieme dei programmi e delle procedure di programmazione necessarie a far
funzionare un sistema rigido.
Hardware e software possono essere intesi in quanto forme dell’attuale cultura materiale; e dunque interpretati rispettivamente come
oggetti e processi; utensili che generano un uso. Ecco che hardware e software, nell’intrinseca opposizione gravosità/leggerezza,
sembrano rivelare un legame ancora più antico.
Vi sono tante concezioni sul rapporto tra l’uomo e la tecnica.
1. È fondata sul modello platonico della compensazione e della carenza organica, intesa in senso strumentale; un sistema in
cui lo hardware risponde al software in virtù del cosiddetto principio di antropogenesi della tecnica, dove la mancanza di
hardware organici è sopperita o potenziata da hardware inorganici, ma sempre in ossequio ad una sorta di sistema
operativo, un progetto software di riferimento: l’uomo. CONCEZIONE ANTROPOLOGICA
2. È legata alla tradizione aristotelica, una visione cosiddetta protesica della tecnica, sulla base della quale il processo di
prolungamento artificiale dell’apparato percettivo e cognitivo umano, realizzato attraverso un sistema estensivo di protesi,
andrebbe a costituire il software, mentre all’uomo in realtà spetterebbe il ruolo di hardware; principio autopoietico della
tecnica. Entrambe le visioni individuano nella tecnica il requisito essenziale dell’ominazione, il processo attraverso cui si è
giunti alla formazione della specie umana.
1. paradigma strumentale
Il è cristallizzato da Arnold Gehlen, intorno alla metà del ‘900. Per Gehlen la tecnica (hardware)
deriva dalla natura umana, a sostituzione, potenziamento, intensificazione e agevolazione della sua carenza biologica,
inevitabile bisogno delle sue imperfezioni. L’intelletto (software) gli permette invece di liberarsi dalle costrizioni organiche a
cui devono sottostare gli animali, e lo mette in grado di trasformare la natura secondo le sue necessità. La tendenza a
sopppiantare le carenze organiche attraverso l’inorganico è giustificata dalla maggiore indecidibilità della sfera biologica e
psichica rispetto all’ambito della natura inorganica, che meglio si presta ad una conoscenza razionale e analitica. Per
Gehlen è un processo di oggettivazione. L’uomo (software) oggettiva il proprio agire materiale, trasferisce se stesso negli
oggetti, lascia che il mondo esterno (hardware) lo potenzi e lo esoneri.
2. paradigma protesico
Il è di André Leroi Gourhan. Il punto focale dell’antropogenesi è tracciabile nei difetti adattativi
dell’homo sapiens. Questi trovandosi sprovvisto, senza più artigli e canini offensivi, delle più basilari capacità di
aggressione e approvvigionamento diretto del cibo, è obbligato a delegare a nuove protesi esterne tali funzioni. “utensile
per la mano e linguaggio per la faccia sono i due poli di uno stesso dispositivo”. A partire dall’homo sapiens, il processo
evolutivo diviene un fatto tecnico e non più biologico.
Entrambe le accezioni fin qui considerate condividono l’immagine archetipica di un uomo sprovvisto delle facoltà necessarie per
stare al mondo, e che trova perciò nella tecnica nuovi mezzi o nuovi dispositivi.
Va da sé che senza l’uno non esisterebbe l’altro; senza la pesantezza dello hardware il software non potrebbe manifestare la sua
leggerezza, le sue potenzialità logiche. Allo stesso modo, anche il migliore hardware sarebbe inerte senza la soffice mano del
software a guidarlo.
Il paradigma meccanicista che si snoda, a partire dal Seicento, lungo l’asse CartesioGalileoNewton, passando per Hobbes, Pascal,
Spinoza, Leibniz e poi ancora per i matematici del XIX secolo fino ai padri fondatori della cibernetica nella prima metà del Novecento
da cui poi ha preso avvio la parabola della scienza informatica. L’ambizione di riuscire ad ostendere il funzionamento della mente
umana secondo regole meccaniche ha infatti orientato il pensiero scientifico verso la ricerca di un qualche dispositivo capace di
emulare la razionalità umana. Cartesio individuò la possibilità di rappresentare i processi cognitivi attraverso la simbolizzazione
spaziale. Hobbes riconobbe nei procedimenti formali di calcolo alcuni processi analoghi a quelli del pensiero deduttivo.
Ed è così che l’antica intenzione di tradurre in pratiche tecnologiche i processi cognitivi vi si è fatta strada nel mondo digitale
attraverso una nuova e potente configurazione simbolica capace di restituire inedite rappresentazioni dei processi astrattivi,
offrendosi come schemi generali di interpretazione della realtà.
È nel lasso temporale tra Otto e Novecento che si assiste ai primi albori della “galassia elettronica” che McLuhan non esiterà a
definire “la fase finale dell’estensione dell’uomo: quella, cioè, in cui, attraverso la simulazione tecnologica, il processo creativo di
conoscenza verrà collettivamente esteso all’intera società umana, proprio come tramite i vari media abbiamo esteso i nostri sensi e i
nostri nervi”.
L’uomo mcluhaniano si presenta come l’emblema del paradigma protesico della tecnica. L’equilibrio sensoriale dell’uomo
mcluhaniano è perciò costantemente plasmato dalla nuova interfaccia elettronica, da un nuovo ambiente mediale perfettamente
elastico, “soffice” e adatto a prolungare le s
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