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Riassunto esame Teorie e Metodi di Progettazione e valutazione dei processi educativi, Prof. Luppi, Libro consigliato Prendersi cura della terza età, di E.Luppi

Sunto di Teorie e Metodi di Progettazione e valutazione dei processi educativi, Prof. Luppi, libro consigliato PRENDERSI CURA DELLA TERZA ETA', di Elena Luppi, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro consigliato dal docente.

Gli argomenti trattati sono i seguenti: terza età, sistemi di welfare, life span perspective, caregiver, badanti...

Esame di Teorie e metodi di progettazione e valutazione dei processi educativi docente Prof. E. Luppi

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a grande rischio di vulnerabilità poiché queste figure sono non formate a professioni di cura e i

rapporti professionali sono regolati unicamente dalla relazione con l’assistito e la sua famiglia.

La demenza rappresenta uno dei fattori principali di fragilità dell’anziano: le condizioni che

determinano una sindrome demenziale sono molteplici, per questa ragione si parla

generalmente di demenze.

La consapevolezza della complessità della condizione degli anziani fragili ha determinato un

progressivo ri-orientamento dei servizi e degli interventi di supporto da una visione mono

disciplinare del problema ad approcci multidimensionali, interdisciplinari e integrati, in

un’ottica di continuità della cura. In questa logica è nata e si è diffusa la Valutazione Multi

Dimensionale (VMD) come strumento per la valutazione e la progettazione di interventi di cura

ed assistenza per il paziente geriatrico.

La VMD geriatrica differisce dalla valutazione medica standard in quanto prevede un’analisi

completa delle condizioni del paziente anziano e include vari fattori, di cui solo alcuni di natura

strettamente medica.

Si tratta di uno strumento olistico che cerca, nella valutazione, di prendere in esame un insieme

ampio di variabili correlate con un buon livello di qualità della vita nella terza età.

Nella valutazione multidimensionale rientrano elementi legati alla salute fisica, allo stato

mentale, agli stili di fronteggiamento delle situazioni problematiche e di risposta allo stress, al

supporto sociale, alle risorse economiche, ai servizi, al contesto famigliare.

CAPITOLO 2

VERSO LA NUOVA CULTURA DELLA CURA NELLA TERZA ETA’

Gli attori della cura

Le “badanti” sono donne adulte, spesso altamente scolarizzate e qualificate, che, a causa delle

difficoltà economiche e lavorative del paese di origine, hanno deciso di lavorare nel nostro

paese per sostenere a distanza la propria famiglia, nella maggior parte dei casi con figli piccoli e

genitori anziani. Le donne emigrate in Italia vanno quindi ad assumere il ruolo principale

breadwinner delle loro famiglie divenendo caregiver delle famiglie che assistono nel nostro

paese.

Le badanti svolgono nei nostri confronti un ruolo sostitutivo, prendendo il posto dei familiari

nella cura della persona anziana a domicilio. Il lavoro di badante, nel nostro Paese, continua a

essere considerato come sostitutivo di prestazioni che solitamente sono assicurate dalla famiglia

e, in particolare, dalle figure femminili.

Le tipologie di servizi per la terza età possono essere distinte per il grado di residenzialità:

abbiamo, quindi, sistemi che permettono all’anziano di ricevere assistenza restando nella

propria abitazione, come l’assistenza domiciliare o il telesoccorso, erogati da soggetti pubblici

o da un mix fra pubblico e privato.

Per anziani in condizione di fragilità, ma che non hanno completamente perso la loro

autosufficienza esistono i centri diurni, luoghi in cui gli anziani possono passare la mattina, il

pomeriggio o tutta la giornata, ricevendo stimolazioni cognitive, occasioni di socialità e risposta

ai bisogni.

I centri diurni sono contesti che assumono una valenza educativa, prevedendo un’attenta

progettazione ad hoc di attività fra cui la più rilevante è l’animazione. Si tratta di servizi che,

oltre ad aiutare gli utenti nel mantenimento e potenziamento delle risorse residue,

alleggeriscono i caregiver nella gestione quotidiana degli anziani.

Negli ultimi anni sono anche nati dei centri diurni rivolti ad anziani affetti da demenza che

erogano servizi educativi e riabilitativi specifici per questa patologia e finalizzati a migliorare la

qualità di vita dei pazienti e dei loro familiari.

Fra le tipologie residenziali per anziani “gli appartamenti protetti” costituiscono una soluzione

intermedia tra le strutture residenziali classiche e l’assistenza domiciliare, si tratta di piccole

abitazioni autonome per anziani autosufficienti, raggruppate in uno stesso edificio, con servizi

di monitoraggio.

I servizi residenziali hanno, invece, l’obiettivo di dare risposta ai bisogni di cura degli anziani

che non possono essere coadiuvati in ambito domestico, perché necessitano di un elevato livello

di assistenza o perché non hanno una rete familiare o sociale di supporto. I principale servizi

residenziali sono: le residenze sanitarie assistenziali e le case protette.

La casa protetta è una struttura a carattere residenziale volta ad assicurare trattamenti socio-

- assistenziali e sanitari di base a persone anziane non autosufficienti, prevedendo una

permanenza anche per lunghi periodi. Scopo di queste strutture è mantenere le capacità

fisiche, mentali, affettive e relazionali del paziente, prevenendo ulteriori perdite di

autonomia.

Le residenze sanitarie assistenziali (RSA) accolgono soggetti non autosufficienti che

- necessitano di assistenza sanitaria. In una RSA vengono forniti assistenza medica e

infermieristica di alto livello e trattamenti riabilitativi e di animazione come risposta ai

bisogni dell’anziano.

Rispetto alla casa protetta, la RSA accoglie anziani con problematiche sanitarie più gravi e

garantisce una maggiore flessibilità nella gestione degli ingressi e delle uscite, permettendo

anche ricoveri temporanei e di sollievo.

Questi servizi sono erogati raramente da enti pubblici, più spesso da privati accreditati.

L’istituto che regola il rapporto fra pubblico e privato è l’accreditamento: i comuni affidano

l’erogazione delle prestazioni assistenziali a privati, prima autorizzati e poi accreditati, così

questi diventano soggetti costitutivi del sistema integrato.

Il concetto di cura a lungo termine, detto anche long term care, fa quindi riferimento a un

sistema di servizi, potenzialmente rivolti a soggetti di qualunque fascia d’età, in condizione di

fragilità, ma che, di fatto, vede una netta maggioranza di utenti anziani non autosufficienti.

Si tratta di un sistema integrato che parte dall’analisi dei bisogni degli anziani e della famiglia,

per offrire supporto attraverso servizi quali: i pasti a domicilio, l’assegno di cura, l’assistenza a

domicilio, i centri diurni, le case protette e le strutture residenziali. La progettazione e gestione

di tali servizi implica un’organizzazione multidimensionale e comporta, secondo Bertin una

serie di sfide:

Finanziare la cura a lungo termine per non autosufficienti

1. Definire il gruppo target dei vari servizi e i principi di accesso

1. Organizzare i servizi

2. Prevenire l’aumento delle spese e del numero di persone non autosufficienti pronosticati

3. dalle proiezioni demografiche

Regolare il sistema dei servizi rendendo l’erogazione efficace ed efficiente

4.

Per un approccio alla cura centrato sui bisogni degli anziani

Affinché i servizi per la terza età riescano a offrirsi come strumenti di benessere, libertà,

autonomia nella costruzione delle scelte e nella gestione della quotidianità, per l’anziano e per

la sua famiglia o caregiver, occorre uscire da una prospettiva adultocentrica e centrata sui

servizi per spostare il focus dell’attenzione sull’unicità dei vissuti anziani e sui bisogni di cui

ciascuna persona che invecchia è portatrice:

Bisogni primari, di sicurezza, psicologici, di stime e di competenza

- Bisogni di comfort, di inclusione, di occupazione, di identità, attaccamento

-

Quale cultura della cura nella terza età?

Primo concetto chiave alla base dei modelli e orientamenti alla cura dell’anziano è l’

empowerment, costrutto da tempo intrecciato con le riflessioni sulla salute, e definito dall’OMS

come:

il processo attraverso il quale le persone acquisiscono un maggiore controllo rispetto alle

decisioni e alle azioni che riguardano la propria salute. L’ empowerment può essere un processo

sociale, culturale, psicologico o politico attraverso il quale gli individui e i gruppi sociali sono

in grado di esprimere i propri bisogni e le proprie preoccupazioni.

Nuovi orientamenti e modelli per una cura educativa nella terza età

Nella “Conferenza Internazionale sulla promozione della salute” riunita a Ottawa nel 1986 è

stato affermato e condiviso il principio in base al quale la salute e la sua promozione vanno

molto oltre il solo bisogno fisico.

In questo documento si afferma il principio in base al quale la promozione della salute passa

anche attraverso gli interventi che danno risposta ai bisogni psicosociali degli individui, in

piena continuità con i bisogni sanitari. Queste dichiarazioni promuovono il superamento di una

concezione dell’’anziano come malato cui bisogna garantire soltanto assistenza medico-

sanitaria, per affermarne, al contrario, una visione globale e multidisciplinare, che valorizza le

dimensioni affettive, relazionali e comunicative.

Proprio in questa logica sono stati sperimentati alcuni approcci alla cura dell’anziano in

condizioni di fragilità che esulano dall’intervento strettamente sanitario e, anzi, sono orientati

alla riduzione delle terapie farmacologiche o delle misura fisiche di contenimento degli effetti

negativi delle patologie.

Tra i tanti approcci che si muovono in questa direzione vale la pena soffermarsi su alcuni:

la Validation therapy o Terapia della validazione, la terapia di Riorientamento nella Realtà, il

modello del Gentle Care, l’Approccio Capacitante.

La Validation therapy è un metodo di comunicazione che si basa sulla valorizzazione

1) dell’ascolto empatico verso l’anziano e l’anziana in condizioni di fragilità e disorientamento.

Viene utilizzata con persone che presentano condizioni di decadimento moderato o

importante e che faticano a orientarsi nelle coordinate spazio-temporali del quotidiano. Si

parte dal presupposto che sia necessario comprendere e accettare il modo in cui la persona in

condizioni di demenza si rappresenta la realtà, attribuisce significati al quotidiano e vive le

proprie emozioni, indipendentemente dalla coerenza che tutto ciò può avere con il piano di

realtà. Per avvicinarsi all’anziano e all’anziana fragile, secondo questo approccio, se ne

devono comprendere i pensieri e i comportamenti, in modo empatico, con un atteggiamento

di completa accettazione della persona. Il fine della terapia di Validazione consiste, quindi

nel creare contatti emotivi significativi che aiutino il soggetto demente a ridurre la tensione a

esprimere le proprie emozioni e a comprendere la propria realtà interiore

La Teoria di Orientamento nella Realtà o ROT (ROT, Reality Orientation Therapy) è

1) attualmente una delle più diffuse metodologie di intervento psicosociale rivolte alle persone

affette da demenza. Secondo questo modello la persona demente deve essere messa nelle

condizioni di ricollocare se stessa rispetto alla propria storia, alla condizione attuale e

all’ambiente in cui si trova a vivere la sua condizione di fragilità. Per raggiungere questo

obiettivo si fa leva sulle condizioni cognitive e ambientali che riducono l’isolamento. La

ROT utilizza stimolazioni sensoriali multiple (uditivo- verbali, uditivo-musicali, visive-

scritte) e ripetute al fine di rinforzare le informazioni di base dell’anziano e dell’anziana

fragile, in relazione alle coordinate spazio-temporali minime ed al proprio vissuto. Vengono

distinte due modalità terapeutiche nella ROT, tra loro complementari: la ROT informale e la

ROT formale.

La prima non richiede una professionalità specifica, se non una formazione minima sulla

• metodologia stessa e può, quindi, essere eseguita da qualsiasi operatore o caregiver,

anche informale. Questa prima tipologia di ROT prevede un processo di stimolazione

continuativa da parte dei soggetti che sono a contatto con la persona anziana. Si prevede

che nell’arco delle 24 ore essi arricchiscano tutti i momenti di contatto o di

comunicazione con la persona di cui si prendono cura con continue informazioni spazio

temporali (il giorno, la stagione, il nome dei familiari..) anche attraverso l’uso di

calendari, orologi e segnali collocati ad hoc nell’ambiente di vita.

La ROT formale, al contrario, richiede personale appositamente preparato, poiché

• consiste in vere e proprie sedute, svolte a cadenza giornaliera e basate su una

metodologia di stimolazione standardizzata. Le sedute prevedono un lavoro in gruppo di

4-6soggetti omogenei sul piano delle risorse cognitive. La teoria di Riorientamento della

realtà è considerata efficace per soggetti con demenze non gravi, mentre non è adatta a

soggetti in fase avanzata di malattia, poiché può richiedere compiti troppo complessi e

provocare negli anziani scoraggiamento e sentimenti negativi ad esso connessi.

Il modello del Gentle Care è un approccio che si rivolge all’anziano e ai caregiver con lo

2) scopo di promuovere il benessere nel primo e ridurre il rischio di burnout per i secondi.

Questo approccio è centrato sull’anziano, o l’anziana e sulla salvaguardia della sua continuità

esistenziale e richiede, come punto di partenza, un’analisi della persona, non solo nella

condizione clinica e patologica, ma anche nella ricostruzione della sua biografia, delle sue

caratteristiche personali e di contesto. Questa analisi ad ampio spettro è completata dalla

valutazione dell’impatto che la malattia esercita sulla persona. Tale valutazione viene

effettuata con strumenti quantitativi, tipici della valutazione multidimensionale, e qualitativi,

in cui il caregiver (formale o informale) assume il ruolo di osservatore partecipante e la

relazione con l’anziano o l’anziana è oggetto stesso di valutazione e autovalutazione. Nella

progettazione della cura il modello del Gentle Care guarda all’ambiente fisico, ovvero il

luogo e lo spazio, o gli spazi, della cura che deve essere caratterizzato da sicurezza, facilità di

accesso e mobilità. Le attività progettate e realizzate nell’intervento Gentle Care prevedono

di ricostruire una routine giornaliera personalizzata che parte dagli elementi biografici e di

contesto, noti e rassicuranti per la persona, e dalla valorizzazione dei suoi punti di forza, con

lo scopo di creare piena corrispondenza fra i bisogni e le attività che vengono proposte.

L’approccio Capacitante è stato sviluppato a partire da una serie di studi sugli scambi verbali

4) fra operatori e anziani in contesti di residenza sanitaria. Tale approccio si rivolge all’anziano

fragile e al malato di Alzheimer, con l’obiettivo di creare comunicazione e promozione del

benessere personalizzate rispetto ai bisogni autentici e alle caratteristiche personali. La

strategia di intervento proposta si basa su un atteggiamento di accoglienza e di ascolto da

parte dell’operatore. Si tratta di un ascolto empatico e non giudicante, che fa sentire l’anziano

accettato e sufficientemente sicuro da poter svolgere le proprie azioni senza sentire la paura

di sbagliare. Le creazione di una relazione di cura capacitante e un setting capacitante, mette

la persona anziana nelle condizioni di svolgere le attività che è capace di svolgere, nella

misura in cui ne è capace, senza sentirsi in errore o in difetto, ma beneficiando della felicità

che deriva dal sentirsi attivi, nell’agire, seppur in modo minimo, nel contesto in cui ci si

trova.

L’animazione: quando la cura educa

In questi anni è stato istituzionalizzato il ruolo dell’animazione nei servizi per la terza età con

una connotazione educativa, in affiancamento e a completamento alla cura, per arrivare a offrire

agli anziani non solo assistenza ma anche valorizzazione del sé, soddisfacimento dei bisogni

psicologici, sociali ecc

L’animazione, proprio perché non si limita a offrire un servizio di intrattenimento, ma è

un’attività caratterizzata da intenzionalità e progettualità prende in carico ogni singolo soggetto

approfondendone la storia.

L’animazione si avvale di attività laboratoriali che permettono di lavorare con i singoli, in

piccolo e grande gruppo. Ogni ospite viene coinvolto in molteplici attività, individuali o

collettive.

Numerosissime sono le metodologie animative, orientate alla stimolazione sensoriale, all’uso

della musica, della pittura, dei film, dell’arte…

Qualunque metodologia venga scelta dagli animatori, implica una progettazione che parte da

un’attenta valutazione preliminare delle esigenze, capacità individuali e stati cognitivi di ogni

utente.

Ciascun attività, inoltre, viene monitorata, durante lo svolgimento, al fine di essere adattata ed

eventualmente rimodulata.

L’animazione nel suo senso educativo aiuta la persona anziana a esercitare il proprio diritto alla

cittadinanza, proponendo esperienze di apprendimento significativo e occasioni di

partecipazione attiva nella vita sociale. L’animazione rappresenta un fondamentale strumento

educativo che porta benefici all’attività cognitiva e motoria, stimola i processi di

comunicazione e socializzazione, favorisce lo sviluppo della creatività e genera benessere negli

anziani in condizioni di fragilità. CAPITOLO 3

VALUTARE LA QUALITA’ NEL PRENDERSI CURA DEGLI ANZIANI

FRAGILI E NON AUTOSUFFICIENTI

Un percorso per valutare la qualità nella cura della terza età secondo una prospettiva educativa

La cura degli anziani in condizioni di fragilità chiama in causa un’ampia rosa di attori

istituzionali, contesti e attori, professionisti e non.

I bisogni di chi invecchia si moltiplicano e si diversificano in funzione dei tanti percorsi della

senescenza.

Il concetto chiave su cui si articola questo percorso di ricerca valutativa e formativa è quello di

“qualità dell’assistenza”, in particolare la qualità nella relazione con l’anziano, nei diversi

momenti della cura e nelle attività educative e di animazione.

Tale progetto è stato realizzato in due strutture residenziali assistenziali per anziani presenti

nella città di Bologna: Villa Ranuzzi e Villa Serena.

Questo progetto nasce dalla volontà di realizzare un percorso di valutazione formativa per

innalzare la qualità nell’assistenza, in particolare nella relazione di cura con l’anziano, nelle

organizzazioni assistenziali.

Le strutture che erogano servizi per anziani sono generalmente dotate di strumenti di

valutazione della qualità dei servizi e di sistemi di qualità che monitorano le attività

assistenziali e sanitarie secondo una serie di indicatori prestazionali stabiliti dal Servizio

Sanitario Nazionale e legati alla salute degli ospiti, gli aspetti organizzativi, alle strumentazioni,

agli ambienti…

Di solito si prevede la somministrazione di questionari per misurare il gradimento da parte degli

utenti (ospiti delle strutture e parenti). Ciò di cui si rileva la mancanza, a tutt’oggi, è una pratica

valutativa, con i relativi indicatori e strumenti che permetta di acquisire informazioni sulle

attività di cura.

Tali indicatori sono stati oggetto di valutazione e autovalutazione all’interno delle due strutture

in una prospettiva che vede la valutazione come momento di riflessione, formazione, nonché

stimolo all’innovazione.

Durante il progetto sono stati coinvolti tutti gli attori delle realtà oggetto d ricerca, attraverso

una collaborazione diretta fra ricercatore e membri dell’equipe. La costruzione degli strumenti

di rilevazione dei dati è risultata dall’analisi delle percezioni e delle opinioni dei differenti

soggetti coinvolti a diverso titolo nelle attività di cura.

Il progetto ha previsto un alternarsi di momenti di raccolta dei dati a momenti di restituzione e

riflessione, questi ultimi finalizzati a coinvolgere tutte le figure professionali che operano nelle

strutture.

Valutare per riflettere, migliorare e innovare

Questo percorso di ricerca valutativa fa riferimento ai modelli dell’Educational Evaluation

Research e, in particolare, alla valutazione in senso educativo, descritta da Bondioli e Ferrari,

come un processo in cui si usano strumenti scientificamente rigorosi per raccogliere

informazioni su un determinato evento e per attivare un processo dinamico di interpretazione

dei dati che porti miglioramento e innovazione.

La valutazione viene intesa come momento di riflessione e autoriflessione che conduce a una

presa di decisione. La valutazione diviene un’azione permanente assumendo i connotati del

monitoraggio, ovvero della raccolta metodica e sistematica di dati di natura qualitativa e

quantitativa, che vengono analizzati al fine di formulare giudizi di valore e pertinenza sulle

azioni oggetto di analisi.

L’esito di tale valutazione porta a riflettere sulle pratiche e ad attivare un processo di

innovazione, attraverso una progettazione partecipata di azioni, cambiamenti, interventi.

Tali innovazioni, divengono oggetto di valutazione, secondo gli indicatori di qualità stabiliti, se

ne monitora, quindi, la realizzazione, in un’ottica di costante innalzamento della qualità del

servizio.

Si instaura un circolo virtuoso in cui l’organizzazione, attraverso tutti i suoi attori, rende

possibile un processo permanente di autodiagnosi, riflessione, progettazione di soluzioni,

miglioramenti e innovazioni creative.

Nella prospettiva dell’Educational Evaluation viene dato particolare rilievo alla lettura

intersoggettiva dei dati che vengono raccolti, poiché solo una visione ecologica e una lettura

riflessiva e interpretativa, possa restituire la complessità nel determinare l’idea di qualità

soggiacente.

Un approccio valutativo che si richiama all’educational evaluation diviene momento e

opportunità di ricerca e di formazione allo stesso tempo.

La fase di avvio del processo è quello della raccolta dei dati, in relazione agli indicatori che

- sono stati definiti e condivisi e attraverso strumenti validi e attendibili. I dati che sono stati

raccolti vengono analizzati e presentati al gruppo di professionisti oggetto di valutazione in

un momento di restituzione formativa, in cui i dati stessi sono oggetto di lettura e

interpretazione da parte di ogni partecipante. In questa fase si accompagna il gruppo in un

processo di autoanalisi delle pratiche, di scomposizione delle azioni in indicatori e variabili,

per comprendere a fondo i punti di forza e le criticità delle azioni realizzate.

Si promuove un atteggiamento di riflessività sulla pratica accompagnando il gruppo a un

- processo di esplicitazione di quella “riflessione nell’azione”, che Schon individua come base

del lavoro di ogni professionista, un patrimonio di competenze ed esperienze che spesso

rimane nell’implicito dell’agire lavorativo.

Alla fase di restituzione segue un momento creativo e trasformativo in cui il ricercatore

- assume il ruolo di facilitatore delle dinamiche del gruppo dei professionisti che sono

chiamati a individuare, sulla base della precedente analisi, soluzioni nuove, idee innovative,

ipotesi di cambiamento nelle pratiche e nell’organizzazione. Il risultato di questo processo

creativo è nuovamente sottoposto al disegno di valutazione che riprende con la raccolta dei

dati e innesca nuovamente l’intero processo.

Si instaura in questo modo un circolo virtuoso in cui il percorso valutativo diviene occasione

- di consapevolezza, riflessione, formazione e offre dati oggettivi che conducono alla

progettazione di innovazioni, ogni volta sottoposte al controllo valutativo e auto-valutativo.

Definire la qualità

Parlando di qualità facciamo riferimento alla definizione di uno o più modelli che stabiliscono

parametri verso cui orientare le azioni.

Nella definizione di qualità nella cura dell’anziano il nostro sguardo è orientato dal modello e

dai modelli di cura radicati nella nostra società, dall’idea di assistenza, a livello personale,

familiare, istituzionale e dalla cultura del welfare in cui siamo immersi.

La qualità rappresenta un traguardo, può essere paragonata a un orizzonte, una linea reale verso

cui orientare il nostro agire. Si guarda alla qualità secondo un approccio globale e integrato, che

prevede il coinvolgimento di tutto il personale, nonché la progettazione delle attività, degli

strumenti di progettazione, in un’ottica di continuo miglioramento.

Il percorso realizzato in questo progetto ha previsto una prima fase di definizione

- concertativa e partecipativa della qualità nella cura degli anziani, a partire dall’esplicitazione

delle convinzioni profonde soggiacenti di ciascun attore.

Nella seconda fase tale concetto di qualità è stato declinato in indicatori osservabili e

- misurabili, parametri o standard nei confronti dei quali valutare la situazione esistente.

In questo progetto l’oggetto di valutazione, ovvero la cura, rappresenta un fenomeno complesso

in cui rientrano numerose variabili ad elevato livello di soggettività. Ciò nonostante è

importante individuare indicatori osservabili, misurabili, non ambigui né sovrapponibili, per

costruire strumenti validi e attendibili.

Gli indicatori di qualità definiti, negoziati e condivisi costituiscono il punto di partenza per

valutare il servizio e le azioni dei suo professionisti sono vicini o lontani dagli standard.

Il monitoraggio di tali indicatori diviene strumento fondamentale per valutare, auto-valutare,

analizzare e regolare i processi e le prestazioni, in un’ottica di costante innalzamento della

qualità nella cura.

Il percorso di ricerca valutativa e di formazione

Numerosi strumenti sono stati elaborati e applicati agli ambiti di studio, per arrivare a mettere a

punto un percorso di progressivo innalzamento della qualità nella cura: l’analisi della

documentazione delle strutture, l’osservazione delle pratiche, interviste, focus group,

questionari, ecc.

Questo percorso di ricerca si è posto diversi ordini di finalità e obiettivi:

Definire in modo condiviso il concetto di qualità e arrivare a declinarlo in indicatori di

- qualità del servizio

A partire dagli indicatori definiti e condivisi costruire strumenti validi e attendibili per la

- valutazione

In parallelo si è inteso favorire una costante riflessione partecipata sui dati raccolti per

- avviare processi decisionali collegiali

Le attività realizzate avevano lo scopo di costituire strumenti e momenti, non solo di

valutazione, ma soprattutto di autovalutazione e formazione degli operatori rispetto ai

fabbisogni formativi emersi.

La prima fase del progetto è stata finalizzata a delineare in modo più preciso il concetto di

qualità all’interno del servizio, dal punto di vista degli operatori, degli utenti e delle famiglie.

Per raggiungere questo obiettivo sono stati analizzati:


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in progettazione e gestione dell'intervento educativo nel disagio sociale
SSD:
Docente: Luppi Elena
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tonia_la di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e metodi di progettazione e valutazione dei processi educativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Luppi Elena.

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