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Prendersi cura della terza età

La nuova sfida demografica

L’allungamento della vita media e la riduzione delle cause di mortalità hanno generato un forte aumento della popolazione anziana, cui si è accompagnato un significativo calo della natalità. Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione è divenuto consistente soprattutto nella seconda metà del XX secolo, in particolar modo nei paesi del Mediterraneo.

La terza età è diventata un periodo della vita che oggi risente enormemente di numerosi elementi di variabilità individuale, al punto che la vecchiaia, in letteratura viene suddivisa in almeno due o più spesso tre fasi. Queste classificazioni mirano a differenziare gli anziani attivi, gli anziani a rischio di perdita di autonomia e gli anziani che necessitano di assistenze e cure, oppure definiscono le differenze anagrafiche fra anziani di diverse coorti generazionali.

Ad esempio, si parla di terza età per indicare la fascia dai 65 ai 75 anni, quarta età dai 75 agli 85 e si arriva oltre la quinta età. Altre classificazioni tengono conto dei percorsi individuali definendo diversi tipi di invecchiamento indipendentemente dall’età cronologica.

Birren e Schaie distinguono l’invecchiamento primario, in cui si verificano le modificazioni tipiche, i cambiamenti inevitabili e irreversibili legati all’età, considerato come l’invecchiamento normale, dall’invecchiamento secondario, inteso come “patologico”, ovvero segnato da malattie, croniche o non croniche, che si aggiungono al processo di invecchiamento primario. Infine, l’invecchiamento terziario si riferisce ai processi deteriorativi che si verificano con l’avvicinarsi dell’organismo alla morte.

Modelli di welfare e cura della terza età

Per comprendere la condizione anziana occorre analizzare le caratteristiche del nostro sistema di welfare: i modelli di welfare costituiscono un ulteriore elemento che condiziona, non solo le politiche della cura, ma anche la cultura e le convinzioni ad essa legata.

Pur nelle differenti scelte individuali sappiamo che esistono “standard” impliciti nella cura della terza età che sono influenzati e influenzano i nostri modelli e sistemi di welfare. I sistemi di welfare costituiscono dei meccanismi di protezione e autoregolazione attraverso cui gli stati rispondono ai bisogni delle persone, in particolare quelle in condizioni di maggiore vulnerabilità, sotto forma di assistenza, assicurazione e sicurezza sociale.

In tutti i paesi è ormai prevalente un sistema di welfare mix, cioè un modello misto di sostegno e cura, che vede la partecipazione di diversi attori, pubblici e privati, associazioni del terzo settore ecc. In particolare, è storicamente forte la presenza della Chiesa cattolica nei servizi alla persona, ma il principale soggetto cui è delegata la funzione di cura, assistenza e sostegno degli individui rimane la famiglia.

Il modello di welfare italiano viene anche definito del male breadwinner. In questo modello la società, o Stato, demanda alla famiglia la maggior parte dei compiti e delle responsabilità di cura attribuendole un ruolo di assoluta centralità e di altrettanta totale invisibilità nella gestione dei servizi alla persona. Per assolvere le mansioni di cura di cui il welfare italiano non si fa carico, le famiglie italiane sono implicitamente portate a mantenere una divisione dei ruoli caratterizzata appunto dal modello del male breadwinner, in cui l’uomo è il soggetto portatore di reddito e titolare dei diritti sociali e la donna colei che, in modo non istituzionalmente riconosciuto, si occupa della cura familiare di figli e anziani.

Gli stessi anziani spesso sopperiscono alle carenze nei servizi, soprattutto quelli per la prima infanzia e per la terza età, svolgendo importantissime funzioni di caregiver verso i nipoti o verso familiari anziani o malati.

I servizi per la terza età in Italia sono scarsi, le risorse per i servizi domiciliari sono molto inferiori al bisogno, le strutture residenziali sono parzialmente o totalmente a carico degli assistiti. La cultura diffusa vede nella famiglia il principale e migliore ente erogatore di cure per la terza età. Si verificano quindi fenomeni di assistenza domiciliare autogestita, a cura di parenti con funzione di caregiver o di persone assunte a tempo pieno a occuparsi dell’anziano o dell’anziana a casa.

L’Italia ha tentato di affrontare il problema della scarsità e dell’inadeguatezza dei servizi sociali attraverso la legge quadro 328/2000. Si tratta di una legge che si pone l’obiettivo di superare una visione standardizzata e assistenzialistica dei servizi, valorizzando il coinvolgimento degli enti locali, in un’ottica di progettazione partecipata in cui possono essere coinvolti anche i cittadini. Questa legge promuove le sinergie fra le istituzioni del terzo settore e il volontariato attraverso un attento lavoro di regolamentazione di quest’ultimo, mirando a sviluppare un sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali. Purtroppo, permane una notevole frammentarietà nella realizzazione delle politiche per la terza età nel nostro Paese.

La terza età in un’ottica di genere

Le innovazioni in ambito sanitario e la diffusione delle cure, attraverso la nascita dei sistemi di welfare, hanno aumentato la sopravvivenza della popolazione in generale, ma delle donne in particolar modo. Fra le cause: la scomparsa delle malattie legate al parto e al puerperio, la maggior incidenza di malattie cardiovascolari e tumorali negli uomini e l’aumento delle morti violente e accidentali (di cui sono più colpiti gli uomini).

Dal punto di vista storico è interessante riprendere l’analisi interpretativa di Betty Friedan che individua il cambiamento come elemento che ha avuto un impatto sulla costruzione delle tante identità femminili dell’attuale generazione di anziane. La Friedan sostiene che, per ragioni storiche e sociali, la generazione delle donne anziane di oggi ha sperimentato più dei coetanei uomini il cambiamento e la gestione di molti ruoli diversi, sviluppando alcune caratteristiche che corrisponderebbero, secondo l’autrice, ad altrettanti punti di forza della longevità femminile: relazione, interdipendenza, cambiamento e trasformazione.

Dal punto di vista dei ruoli familiari e dal modello di welfare è importante considerare che l’Italia è stato, e tutt’ora rimane un paese che delega alla famiglia la cura dei soggetti più deboli (bambini e anziani) in virtù della tradizionale divisione dei ruoli in cui l’uomo è portatore di reddito e la donna è caregiver. Questa organizzazione della famiglia sembra avere un impatto in almeno due eventi che differenziano oggi i percorsi della vecchiaia maschile e femminile: il pensionamento e il fenomeno del “nido vuoto”, ossia l’allontanamento dei figli dal nucleo domestico. Entrambi questi momenti richiedono un riadattamento, una ricostruzione del proprio ruolo e della propria immagine di sé che risulta più difficoltosa oggi per gli uomini anziani.

Probabilmente i male breadwinner sono più a rischio di crisi da perdita di ruolo quando vanno in pensione perché non hanno sperimentato tanti ruoli quanto le donne. Non si può generalizzare ma attualmente le donne non solo sono più longeve ma anche le più attive durante la terza età, maggiormente coinvolte nell’associazionismo, nel volontariato e in tutte quelle occasioni di vita collettiva che consentono agli anziani di mantenersi socialmente dinamici e partecipi.

L’invecchiamento come fase dello sviluppo

Il progressivo estendersi della durata della vita media ha determinato un cambiamento di prospettiva negli studi sull’invecchiamento. Questo cambiamento di paradigma, è stato concettualizzato in modo unitario da Balter e Reese nella “life-span perspective” tradotta come “prospettiva dell’arco di vita”. La life-span perspective non rappresenta una teoria ma una sistematizzazione analitica dei costrutti e degli approcci che vedono lo sviluppo umano come un fenomeno che copre l’intero arco di vita di ciascun individuo.

Secondo questa prospettiva nessuna età della vita ha il primato sulle altre, né esistono periodi che incidono maggiormente sul corso dello sviluppo. La centralità dell’adultità è superata da questo modello che concepisce lo sviluppo umano come processo permanente e non lineare, definito dall’alternarsi di eventi e compiti caratterizzanti il susseguirsi delle fasi della vita, tra continuità e discontinuità.

La prospettiva dell’arco di vita mette in luce l’importanza della variabilità interindividuale e della plasticità intraindividuale nel determinare il corso dello sviluppo, in relazione alle influenze sociali, storiche e personali che caratterizzano ogni individuo e che rendono unico ogni percorso di vita. In particolare, si distinguono le influenze dovute all’età (variabili biologiche e ambientali) e quelle dovute agli eventi storici (grandi eventi, guerre) e si riconosce pari importanza a quelle che vengono definite influenze non normative: eventi personali che riguardano singoli individui o che accomunano gruppi di individui (pensionamento, malattia, lutti).

Queste teorie ci permettono di vedere la vecchiaia in comunità con l’intero arco della vita dell’individuo, restituendo a questa età complessa significati e valenze multiple.

Oltre la prospettiva adultocentrica

Gli studi psicologici si sono focalizzati negli ultimi decenni sui cambiamenti cognitivi connessi all’invecchiamento. È importante distinguere, in ambito cognitivo, fra valutazione del deficit e valutazione della normalità e uscire dalla prospettiva adultocentrica. Quando si valutano le funzioni cognitive nell’anziano occorre considerare che non tutte sono ugualmente rilevanti nella sua vita quotidiana e, di conseguenza, a seconda dei soggetti e contesti di vita, alcune funzioni possono essere poco utilizzate o ipo-stimolate, mentre quelle utilizzate in modo continuativo mantengono la loro efficienza, nonostante l’invecchiamento.

Inoltre, non tutti i deficit hanno la stessa ricaduta sulla vita della persona anziana: i deficit visivi e acustici rappresentano fattori di rischio significativi per l’anziano, anche e soprattutto per l’impatto negativo che possono portare sull’autonomia e sulle relazioni sociali. Anche in questo caso, il contesto di vita e le relazioni interpersonali incidono fortemente sull’impatto del deficit stesso.

Baltes cerca di superare tutti i radicalismi delle teorie precedenti e propone una visione dell’invecchiamento come fenomeno eterogeneo, caratterizzato da una grande variabilità interindividuale (con differenze legate a fattori genetici, ambientali e alla storia personale) e dalla plasticità intraindividuale, ovvero la possibilità di ciascun uomo o donna che invecchia di modificare le proprie strategie e i propri obiettivi per adattare meglio le risorse personali residue alle richieste ambientali.

La fragilità nella terza età

La cosiddetta rivoluzione della longevità ha determinato, non solo un significativo aumento della popolazione anziana, in relazione alle altre generazioni, ma anche una notevole diversificazione di questa fase della vita. Così come si è ampliata notevolmente la fascia della popolazione dei giovani anziani, considerati come adulti senior, attivi e partecipi, sono sempre più gli anziani in condizione di riduzione delle proprie risorse e di perdita parziale o totale dell’autosufficienza.

Per questa ragione si è vieppiù diffuso il concetto di fragilità per descrivere la condizione di coloro che si trovano a dover fare fronte con riduzioni importanti delle proprie capacità psico-fisiche e sono costretti a ristrutturare la propria vita per mantenere il più a lungo possibile un margine, anche minimo, di autosufficienza residua.

La società italiana di Geriatria e Gerontologia definisce come anziani fragili: «quei soggetti di età avanzata o molto avanzata, cronicamente affetti da patologie multiple, con stato di salute instabile, frequentemente disabili, in cui gli effetti dell’invecchiamento e delle malattie sono spesso complicati da variabili di tipo socio-economico.»

  • La presenza di patologie plurime (comorbilità)
  • La complessità nella risposta medica e sanitaria che questa richiede
  • La predisposizione allo sviluppo della stessa fragilità

Se è vero che la fragilità è correlata con l’invecchiamento e tende a presentarsi più frequentemente una volta superati i 75 anni di età è altrettanto vero che esiste una fortissima variabilità individuale che determina tanti percorsi della vecchiaia quanti sono le donne e gli uomini che invecchiano.

Chattat elenca cinque fattori, intesi come condizioni riconducibili a variabili fisiche, psicologiche, ambientali, ecc:

  • La riduzione delle riserve funzionali a carico di vari apparati e organi del corpo, a causa della quale l’anziano non è in grado di sostenere sforzi eccessivi
  • I disturbi veri e propri a carico di vari apparati e funzioni corporei
  • Le limitazioni funzionali, che possono comportare una riduzione di autosufficienza nello svolgimento delle attività quotidiane
  • I processi di deterioramento cognitivo, che possono limitare le possibilità dell’anziano nello svolgere una vita autonoma
  • Le condizioni sociali di isolamento, scarsità di risorse economiche, disponibilità di servizi di supporto e assistenza e contesti ambientali non attrezzati

Quando l’anziano entra in condizione di fragilità assume grande importanza la rete di cura e supporto di cui ogni persona riesce a beneficiare. Nella valutazione dell’anziano fragile acquista un ruolo chiave, quindi, la presenza o l’assenza di figure dedicate alla cura. In primo luogo il o i caregiver, letteralmente chi presta cura, ovvero le persone che si fanno carico di persone non autosufficienti. Generalmente il caregiver è un familiare, un amico, un vicino di casa. Il termine caregiver viene anche utilizzato per i collaboratori, i professionisti della cura (infermieri, ausiliari) e in questo caso si parla di caregiver formale.

Nel nostro paese stiamo assistendo all’inserimento di un’ulteriore figura di caregiver che possiamo considerare come informale: si tratta degli assistenti domiciliari definiti nel linguaggio comune come “badanti”, nella maggior parte dei casi donne, più raramente uomini, generalmente stranieri, che vengono impiegati dalle famiglie per occuparsi a tempo pieno dell’assistenza domiciliare dell’anziana o dell’anziano fragile. Generalmente scelgono di rivolgersi a “badanti” anziani fragili che per varie ragioni fanno, insieme alle famiglie, la scelta di mantenere la propria abitazione come contesto di cura.

Purtroppo, la scarsità di servizi domiciliari, di centri diurni o di sistemi di monitoraggio della qualità della vita degli anziani fragili nel nostro paese rende queste situazioni di cura informale a grande rischio di vulnerabilità poiché queste figure sono non formate a professioni di cura e i rapporti professionali sono regolati unicamente dalla relazione con l’assistito e la sua famiglia.

La demenza rappresenta uno dei fattori principali di fragilità dell’anziano: le condizioni che determinano una sindrome demenziale sono molteplici, per questa ragione si parla generalmente di demenze.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tonia_la di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e metodi di progettazione e valutazione dei processi educativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Luppi Elena.
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