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Storia romana

Italia preromana

I numerosi rinvenimenti fossili hanno reso possibile stabilire che l'Italia fosse abitata sin dai tempi più remoti da popolazioni che vivevano di caccia e pesca. Gli sviluppi principali che hanno caratterizzato la "preistoria" dell'Italia si verificano tra il bronzo medio e l'età del ferro (III-I millennio a.C.). Durante il bronzo antico si ha una buona uniformità culturale in tutta la penisola Italica, senza grandi differenze tra nord e sud. Vi erano piccoli insediamenti, soprattutto lungo la dorsale appenninica (da cui la denominazione di cultura appenninica) e veniva praticata l'agricoltura e l'allevamento.

Tra il bronzo medio e il bronzo recente si verificò l'incremento demografico, che porta a un aumento delle dimensioni degli insediamenti e a una riduzione del loro numero. Questo fenomeno implica uno sfruttamento di tipo intensivo delle risorse a disposizione, soprattutto se diamo uno sguardo alla cultura "terramatricola", sviluppatasi nella pianura emiliana tra il XVIII-XII secolo a.C. Cultura che comprende insediamenti di capanne con base di legno (a mò di impalcatura), per difendersi dagli attacchi degli animali selvatici e dal terreno acquitrinoso. Il nome deriva dalla definizione dei tumuli di terra grassa e scura (terramare). I villaggi avevano forma trapezoidale, attraversati da due strade tra loro perpendicolari e circondati da un fossato e da un argine.

È attestata, nell'età del bronzo, la comunicazione con civiltà già evolute, come quella Micenea (per rinvenimenti di manufatti stranieri), contatti che portarono allo sviluppo di comunità differenziate al loro interno e con una prima forma di organizzazione politica. In questo periodo inizia la distinzione tra Nord e Sud, basata principalmente sulle tecniche di sepoltura (cremazione vs inumazione), che aumenta nell'età del ferro (a livello di culture locali). Viene superata la divisione Nord e Sud e ci si basa soprattutto a livello regionale.

Rilevante, tra le diverse culture che si sviluppano, è quella Villanoviana, tra l'Etruria e l'Emilia, che prende il nome da una necropoli rinvenuta nell'omonima località presso Bologna (1853). Erano esperti nella metallurgia (utensili/armi in ferro). Si concentravano in nuclei abitativi che avevano la forma di veri e propri villaggi. Le pratiche funerarie erano la conservazione delle ceneri nelle urne e le tombe a pozzo. Si pensa che gli Etruschi siano i discendenti diretti di questa civiltà, perché l'area ricoperta dalla civiltà Villanoviana corrisponde con quella di diffusione degli Etruschi (Appennino Settentrionale-Campania Settentrionale).

Altre culture sviluppatesi in Italia furono la civiltà d'Este (vicino a Padova), la civiltà Golasecca (tra i laghi della Lombardia e del Piemonte). Altra civiltà importante fu quella sviluppatasi in Sardegna tra l'età del Bronzo e l'età del Ferro, conosciuta come civiltà nuragica, dal nome della costruzione tipo sarda, il nuraghe (costruzioni in pietra, forma tronco-conica, con scopi difensivi), comparso per la prima volta nel II millennio a.C. Probabilmente col tempo i nuraghi dovettero svolgere un ruolo di controllo delle attività commerciali.

Nel I millennio a.C. possiamo notare come le differenze culturali siano supportate anche da differenze di tipo linguistico, diverse lingue derivanti da due grandi famiglie, quella indoeuropea (latino, falisco, celtico e messapico) e quella non indoeuropea (etrusco, ligure, retico, sardo), con la presenza di varianti dialettali: si veda il latino suddiviso in umbro-sabino (Umbria, Sabina, Piceno), osco (Sanniti, Lucani, Bretoni). In particolare il sardo nuragico presenta dei toponimi e degli antroponimi che non sono spiegabili né con influenze latine né con influenze fenicie e puniche. Ciò quindi indica che questa lingua sia molto più antica.

Verso l'VIII/VII secolo l'Italia Meridionale e la Sicilia fu interessata dalla cosiddetta seconda colonizzazione greca, con la fondazione di numerosissime colonie (Taranto, Gela, Agrigento, Reggio, Messina, Turi, Crotone, Catania, Sibari). Presenze greche in Italia Meridionale vi furono ben prima dell'VIII secolo, circa quattro secoli prima, dove i micenei avevano instaurato i loro emporii (come testimonia la presenza della ceramica greca). Dionigi di Alicarnasso ha sostenuto che i primi a insediarsi nell'Italia Meridionale furono gli Arcadi, che giunti sulle coste Adriatiche, furono guidati da un tale Enotro verso le coste Tirreniche. L'archeologia, nonostante la conferma nella zona di Sibari di un momento di crescita demografica, esclude che ciò possa essere determinato dall'arrivo degli Arcadi, ma che dipenda dallo sviluppo di una cultura indigena e italica.

Nell'Italia Centrale tra il IX e il VII secolo a.C. si sviluppa la cosiddetta civiltà Picena, con insediamenti di una certa dimensione e anche una piccola élite: era sulla base di gruppi etnici, e aveva principi e re. I Piceni intrattengono contatti commerciali con l'Oriente, sia grazie alla mediazione etrusca che per via diretta (Adriatico).

Etruschi

L'Etruria iniziava a sud del fiume Arno, comprendeva la parte meridionale della Toscana e arrivava sino al fiume Tevere. A nord confina con i Liguri, ad est con gli Umbri. Il loro nome originariamente era Rasenna. Le loro origini affascinavano già gli antichi, i quali arrivarono a diverse conclusioni: secondo Erodoto sarebbero arrivati da est, dall'Asia Minore. Dionigi di Alicarnasso, invece, riteneva che essi fossero un popolo originario dell'Italia (nel libro c'è una terza ipotesi: popolazioni venute dal nord... questo non è proprio vero, ma è una interpretazione sbagliata di Tito Livio, il quale affermò che al nord si trovava un popolo simile agli Etruschi. Questo non è vero: gli etruschi hanno colonizzato la pianura padana e intorno al V secolo si è verificata l'invasione dei Celti, che ha provocato la fuga degli Etruschi in parte verso l'Etruria e in parte verso le Alpi). Gli studiosi moderni, così come gli antichi, sono divisi sulle stesse posizioni: tra l'età del bronzo e quella del ferro non c'è traccia dell'arrivo di massa di popoli. Quindi l'origine della civiltà etrusca si fa risalire al VIII/VII secolo a.C. senza elementi di rottura con la civiltà villanoviana precedente.

Tuttavia si può cercare una soluzione, proposta da M. Torelli: la formazione della civiltà etrusca può essere il risultato di una lenta formazione, avvenuta in Etruria grazie anche all'arrivo di nuclei umani numericamente ridotti e provenienti dall'esterno. Cioè non c'è una migrazione corposa, ma in piccoli gruppi inseriti in una tradizione già esistente. In pratica questa teoria fonde le teorie di Erodoto e Dionigi.

Caratteristiche: forte omogeneità culturale e superiorità della tecnica militare e furono capaci di imporre una lingua nuova senza turbare il graduale sviluppo della penisola. Non si può parlare di un unico grande stato, ma ogni città era uno stato a se stante, indipendente, una città stato (elemento preso dalla civiltà greca). Esisteva una lega di 12 città (fanum voltumnae), situata presso l'attuale Orvieto, che aveva solo fini religiosi (Chiusi, Arezzo, Fiesole, Vulci, Veio, Cere, Tarquinia, Volterra, Roselle, Vetulonia). La prima forma di governo fu la monarchia (i re venivano chiamati Lucumoni). Dal VI secolo le monarchie furono progressivamente sostituite da repubbliche aristocratiche, i cui magistrati venivano chiamati Zilath e eletti ogni anno (questo è lo stesso sviluppo che avvenne a Roma, con il nome dei magistrati, ovviamente, diverso). Il governo era in mano di un gruppo piccolo formato da proprietari terrieri e commercianti ricchi.

L'espansionismo etrusco si fermò temporaneamente nel 530 a.C., dopo una battaglia navale combattuta coi Focei, da cui si sentivano minacciati per la fondazione della colonia di Alalia in Corsica. Nel 474 a.C. vengono sconfitti dai greci di Siracusa a Cuma. I due elementi che segneranno la loro fine furono la presa romana di Veio nel 396 a.C. e la perdita dei possessi in Val Padana, presi dai Celti. Durante il III secolo Etruria cade definitivamente sotto il dominio romano.

La religione ha molti aspetti in comune con quella greca, sia per caratteri che per nomi di divinità (Hercle, Apulu, Artumes), sia per la posizione del Fato rispetto le altre divinità. Sia rispetto a Zeus che a Tinia (massimo dio etrusco), il Fato è superiore. Veniva data molta importanza all'aldilà, visto come un proseguimento della vita su un'altra dimensione, motivo per cui le tombe dovevano contenere cibo, bevande e oggetti attestanti lo status sociale del defunto. Una pratica tipicamente etrusca, poi passata anche ai romani, era l'aruspicina, ovvero l'interpretazione della volontà divina sulla base dell'esaminazione delle viscere delle vittime sacrificali. L'esame è collegato con la convinzione che negli organi del corpo si riproduca l'ordine e l'unità cosmica.

L'etrusco come lingua è di difficile interpretazione, in quanto lingua non indoeuropea. Abbiamo pochissimi documenti che ci riportano per lo più brevi formule: liber lintes di Zagabria, le tegole di Capua (rituale funerario), la tavola Cortonense (dove si indicano confini di due proprietà).

Rilevanti a livello archeologico sono le necropoli etrusche, sottoforma di abitazioni sotterranee in pietra. Abbiamo diverse tipologie di sepolture, che si presentano nel tempo: tombe a pozzo, tombe a fossa e quelle a camera. L'edilizia sepolcrale etrusca si specializza soprattutto sulla copertura a volta, dell'arco, nonché molti oggetti di oreficeria, terracotte e affreschi, riportanti scene di vita quotidiana (cerimoniali, scene di caccia) e divinità ed eroi (influenza greca). Molto prodotto il vasellame da bucchero (cottura dell'argilla sino al colore nero). Attività economiche più svolte erano l'artigianato artistico, l'agricoltura e la metallurgia. Furono molto abili nell'estrazione dei minerali.

Roma

Problema origini: anche qui abbiamo tante fonti dell'antichità, che ci raccontano le origini. Prima fra tutte, la leggenda di Romolo e Remo: questa viene accettata sino al XIV secolo, dopo di che si è sostituita a questa il problema della veridicità: quale atteggiamento va tenuto nei confronti di queste fonti? (anche tenendo conto del fatto che Livio e Dionigi sono esistiti 700 anni dopo la fondazione presunta). Abbiamo due posizioni degli storici del XI:

  • Posizione ipercritica: gli autori antichi (quali Livio, Dionigi e altri) ne sapevano tanto quanto noi e ciò che dicono non è vero. Negazione delle posizioni antiche.
  • Critica temperata: tra tutte le notizie, una parte è leggendaria un'altra invece è reale. Cioè non si possono scartare, ma vanno esaminate e valutate una per una (De Sanctis).

È lecito usufruire anche delle scoperte archeologiche, che non necessariamente devono avere un riscontro letterario. Per esempio l'archeologia ci informa dei rapporti tra Grecia e Roma a partire dall'VIII secolo a.C. (secolo delle colonizzazioni greche), senza la mediazione degli Etruschi e di cui la tradizione letteraria non fa menzione.

Fonti letterarie: fino al I secolo a.C. non abbiamo vere e proprie fonti, nonostante a Roma la scrittura fosse già praticata dal VII a.C.. Sicuramente un grande peso ebbe la tradizione orale. I primi storici che ci danno informazioni sulla nascita di Roma sono Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso, entrambi attivi in età augustea. Il primo scrisse Ab Urbe Condita, storia di Roma dalla sua fondazione in 142 libri, mentre il secondo scrisse Antichità Romane, dalla fondazione di Roma alla prima guerra Punica in 20 libri. Tuttavia sono due fonti molto tarde rispetto alla fondazione della città. Il fatto che siano tarde, significa che solo nel periodo augusteo si è avvertita la necessità di riprendere e organizzare le informazioni relative alla storia di Roma. Dionigi, in particolare, tendeva a dimostrare come i romani fossero una popolazione di origine ellenica, formatosi per migrazioni successive provenienti dalla Grecia.

La leggenda più diffusa sulla nascita di Roma tira in ballo tanto l'arrivo di Enea nel Lazio quanto il regno di Romolo, periodo in cui si inserisce la fondazione di Alba Longa e la dinastia degli Albani. Virgilio (Eneide) ci spiega che Ascanio/Iulo fu il fondatore di Alba Longa, 30 anni dopo la fondazione di Lavinium che porta il nome della moglie Lavinia. Stando alla leggenda la scrofa bianca partorì 30 porcellini e tale numero indicava la distanza temporale dalla fondazione di una città (Lavinium) all'altra (Alba Longa). Il territorio di Alba Longa era sormontato dal mons Albanus, dove era situato il santuario di Iuppiter Latiaris, sede della lega politico-religiosa dei Populi Albenses. Il sito della città non è identificato con certezza, si presuppone più o meno nel territorio dell'odierno Castel Gandolfo.

Stando alla tradizione, la fase monarchica andò dal 754 a.C. a 509 a.C. e vide la successione di sette re: Romolo fu il fondatore della città, figlio di Marte e di Rea Silvia e nipote dell'ultimo dei re di Alba Longa. A lui seguono Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marcio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Al periodo di Romolo risale (secondo la tradizione) la creazione del senato (composto da 100 membri), a Pompilio i primi istituti religiosi, a Ostilio le conquiste militari e la distruzione di Alba Longa, a Marcio la fondazione della colonia di Ostia. Con Prisco si apre la fase etrusca della monarchia, seguito da Servio Tullio e da Tarquinio il Superbo.

Questi dati emergono dalle fonti in nostro possesso, che devono essere prese con le pinze, perché comunque molto tarde rispetto al momento in cui si è verificata la vicenda:

  • Opere storiche di Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso, tardi. Fabio Romano Pittore (primo che si occupa di storia in greco nel III a.C.); Catone il censore (primo in latino III/II a.C.);
  • Tradizione orale per cui si sarebbero tramandate diverse leggende di Roma. Ogni tradizione orale è rielaborata, forzata, modificata rispetto a quella di partenza, quindi difficile da ricostruire. Il mezzo di trasmissione furono sicuramente canti eroici recitati durante i banchetti;
  • Documenti d'archivio, in particolari gli Annali dei Pontefici (registrazione avvenimenti salienti anno per anno) tenuti dal Pontefice Massimo. Erano però sommarie attestazioni, esposte all'ingresso dell'abitazione del pontefice massimo. Non risalgono, però, all'età Regia. Nemmeno gli Annales Maximi pubblicati attorno al 130 a.C. (annali in 80 libri) dal pontefice Mucio Scevola.
  • Tradizione familiare: ogni famiglia repubblicana, per aumentare il proprio prestigio, ricorreva al richiamo di antenati gloriosi. La tradizione familiare veniva resa nota principalmente nelle orazioni funebri.

La storiografia moderna, sulla base di un'attenta analisi tanto delle fonti letterarie/tradizione, quanto di quelle archeologiche, è arrivata alla conclusione che si siano fuse due leggende diverse, una di matrice greca e una indigena, con la presenza di qualche elemento considerabile "storico", come ad esempio la compresenza, nel territorio, di più popoli quali i Latini e i Sabini agli esordi e poi gli Etruschi alla fine della fase monarchica. Uno dei problemi maggiori è relativo alla fondazione vera e propria della città e alla figura del suo fondatore. È lecito pensare al fenomeno del sinecismo, un fenomeno spontaneo e graduale di accorpamento di più comunità preesistenti nel territorio in sedi separate. Forse il nucleo originario è assimilabile ai villaggi situati sul Palatino, un colle dalla pianta trapezoidale e articolato (inizialmente) in tre alture divise da avallamenti poi appianati (Palatium, Germalo, Velia). La sua posizione favorevole vicino al Tevere nel punto in cui c'è il guado principale, che consente l'attraversamento dal Lazio all'Etruria. I colli permettono la difendibilità della città. Grande presenza dell'acqua e tra l'altro non si era troppo distanti dal mare. E il guado faceva sì che Roma si trovasse proprio al centro delle vie di comunicazione dell'Italia centrale: la via Sabina (conduceva verso latina); la via Latina (verso Albalonga); la via Campania (verso la Campania).

Si pensa che Romolo non abbia dato il nome alla città, ma che Roma derivi o da ruma (mammella = collina), Rumon (latino arcaico per fiume Tevere). Nella fase del bronzo medio e di quello recente, il territorio di Roma era formato da insediamenti non stabili, mentre nel periodo del Bronzo Finale abbiamo due villaggi di capanne, al Palatino e al Quirinale e anche le prime manifestazioni di cultura laziale (vaso per ceneri). Nel periodo del Ferro, si entra in fase proto urbana e Palatino e Quirinale si fondono in un unico villaggio senza un centro del potere direzionale, ma alcuni aspetti della vita (giuridico-religioso) sono gestiti comunemente.

Nel 1988 a seguito degli scavi condotti sulle pendici meridionali del Palatino, sono stati scoperti resti di una palizzata e di un muro che si data attorno al VII a.C. L'italiano Andrea Carandini suppone che la palizzata è da considerare come la linea del solco di confine, detto pomerio, e il muro sarebbe il cosiddetto Muro di Romolo. La sua tesi sostiene quella tradizionale del rito di fondazione della città di Roma, ovvero che un re eponimo (Romolo) nel VII a.C. all'atto di fondazione della città tracciò con l'aratro un solco che delimitava i confini della città, significando un'evoluzione rispetto ai primi villaggi della stessa area. Il pomerio era la linea sacra che delimitava il perimetro della città, in corrispondenza delle mura che la cingevano. Le sue origini si fanno risalire a Romolo e sono legate al cosiddetto rito di fondazione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Antigone1988 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Floris Piergiorgio.
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