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Storia romana

Introduzione

Datazione e cronologia: inizialmente gli anni venivano contati dalla nascita della terra, solo nel VI secolo d.C. Dionigi Esiguo introdusse la dicitura d.C. per contare gli eventi avvenuti dopo la nascita di Cristo, nel XVIII secolo fu introdotto anche il sistema cronologico dell’a.C. A Roma gli anni venivano indicati con i nomi dei consoli in carica in quell’anno, che prendono quindi il nome di magistrati eponimi. All’inizio dell’età imperiale si iniziarono a contare gli eventi dalla nascita della città di Roma utilizzando l’espressione ab urbe condita. Ci furono diverse proposte per la scelta della data della fondazione, Dionigi di Alicarnasso le riporta e dice che viene stabilita tra il 754-753 a.C. (vicina al 751 proposto da Catone) ed è stata ricavata partendo dalla data del 509 a.C. come inizio della Repubblica, attribuendo ad ognuno dei sette re 35 anni di potere.

Il calendario romano repubblicano era rimasto in vigore fino alla riforma di Cesare nel 46 a.C. e contava un anno di 355 giorni, di 12 mesi in cui c’era la particolarità di una serie dai 22 o 23 giorni che venivano inseriti a febbraio ad anni alterni per far coincidere l’anno solare con quello civile. Nella scansione annuale erano importanti le nundinae, i mercati che si verificavano ad intervalli di otto giorni, quindi ogni nono giorno.

Onomastica romana

Nell’età più antica i cittadini avevano un unico nome. In seguito il cittadino di condizione libera finì per avere un nome composto da tre elementi, i tria nomina: il praenomen, che era il nome personale, erano molto ridotti tanto che si poteva abbreviarli con le iniziali senza che si fraintendessero (M. per Marcus, C. per Caius) – il nomen, che era il nome gentilizio, ovvero ereditato dalla famiglia d’appartenenza (Tullius, Sempronius) – e infine il cognomen, che era un soprannome che veniva dato o in base ad una particolare caratteristica fisica (Rufus), o ad un’attività svolta da lui o dalla famiglia (Agricola) o da una particolare provenienza geografica (Gallus).

Le donne che godevano dello status di libere cittadine invece avevano solo un nome che era generalmente il femminile del nomen dei padri (Cornelia, Clodia). I figli adottivi riprendevano i tria nomina dei padri ai quali si aggiungeva un secondo cognome proveniente dalla famiglia di origine (Caio Ottavio che adottato da Caio Giulio Cesare diventa Caio Giulio Cesare Ottaviano) e infine gli schiavi che hanno un unico nome personale, ma quando vengono liberati quel nome personale diventa il cognomen, mentre praenomen e nomen diventano quelli del padrone che li ha liberati.

Il mondo di Roma viene definito uno: perché ha degli elementi come la cittadinanza, l’esercito e il diritto che unificano tutte le regioni, duplice: perché evidenzia la coesistenza sia del latino che del greco, molteplice: perché nonostante l’unificazione lascia sopravvivere e convivere un mosaico di diverse culture e usanze.

Parte prima

I popoli dell’Italia antica e le origini di Roma

Capitolo 1: L’Italia preromana

Dal III al I millennio a.C. in Italia si ebbe un grande sviluppo e si venne a colmare il distacco dell’Europa verso il vicino Oriente e l’Egitto, dove questo sviluppo era già avvenuto tempo avanti. In particolare questo sviluppo è probabilmente avvenuto tra la fine dell’Età del bronzo e l’inizio dell’Età del ferro, quindi in un periodo che va dal 1200 al 900 a.C. circa. Durante l’Età del bronzo in Italia si passa dunque dalla presenza di una miriade di gruppi umani a delle strutture più complesse, protostatali. Assistiamo dunque ad una riduzione degli insediamenti, ma ad un’espansione di questi, il che comporta uno sfruttamento più intensivo delle risorse.

Parliamo di cultura appenninica, per indicare lo sviluppo di comunità principalmente lungo la dorsale montuosa centrale che percorre l’Italia, per indicare la cultura che si sviluppò a sud del Po nella pianura emiliana parliamo di cultura terramaricola. In particolare la cultura terramaricola diede vita ad insediamenti realizzati con capanne sopraelevate su un’impalcatura di legno che permettevano sia di isolare gli animali che di isolarle dal terreno acquitrinoso. Sembra che questi villaggi fossero circondati da un argine e da un fossato e attraversati da due strade perpendicolari tra loro.

Nel corso dell’Età del bronzo non si può ancora parlare di commercio o colonizzazione, ma è già documentata un’intensa circolazione di prodotti e persone. Con l’inizio dell’Età del ferro l’Italia presenta un quadro differenziato di culture locali; il primo criterio di differenziazione è nella sepoltura dei defunti, un gruppo della popolazione pratica la cremazione, l’altro l’inumazione. La cremazione è praticata dalle popolazioni al nord e quelle situate sulla costa tirrenica, l’inumazione dal resto.

Tra le diverse culture tra le più importanti abbiamo quella di Golasecca situata tra i laghi di Piemonte e Lombardia e soprattutto quella Villanoviana. La cultura villanoviana prende il nome da una necropoli rinvenuta nei pressi di Bologna, molti insediamenti sorsero nelle stesse zone dove poi si insedieranno gli Etruschi (dall’Appennino settentrionale fino alla Campania settentrionale), per questo molti storici considerano i Villanoviani antenati degli Etruschi. I Villanoviani erano in grado di fabbricare utensili ed armi in ferro, le loro sepolture consistevano in urne destinate al raccoglimento delle ceneri e tombe a pozzo.

In Italia nel I millennio a.C. c’è un’ampia diversità culturale, dal nord assurdo ci sono i popoli dei Liguri, Veneti, Piceni, Umbri, Sabini, Volsci, Sanniti, Lucani, Iapigi, Messapi, Bruzi, Enotri, Siculi. Questa diversità culturale crea anche una diversità linguistica, abbiamo al nord il retico ed il ligure, non indoeuropei, scendendo invece abbiamo diversi sottogruppi del ceppo indoeuropeo come il celtico nella pianura padana, l’umbro-sabino al centro-nord, l’osco al centro-sud, il messapico in Puglia e una lingua riferibile a Enotri e Siculi. Tra le lingue non indoeuropee la principale è l’etrusco in Toscana e il sardo in Sardegna.

Fondamentale dell’Italia preromana sono le colonie della Magna Grecia fondate nell’Italia meridionale a partire dal VIII sec. a.C. da coloni greci di varia provenienza, sorsero importanti città come Taranto, Crotone, Napoli, Siracusa ed altre. I Sardi sono considerati un’entità a parte in questo quadro di culture, quella sarda viene definita civiltà nuragica dal nuraghe, costruzione tipica, fatta in pietra e che probabilmente

Capitolo 2: Gli Etruschi

Sono la più importante popolazione dell’Italia preromana. Secondo Erodoto, come scrisse ne Le Storie nel V sec. a.C., si trattava dei Lidi, provenienti dall’Asia minore: questo popolo avrebbe sofferto per anni la carestia finché il re non decise di suddividerlo due gruppi e farne partire uno con a capo suo figlio Tirreno, dal quale il popolo prenderebbe poi il nome di Tirreni, che è come i Greci chiamavano gli Etruschi. L’altra ipotesi è quella di Dionigi d’Alicarnasso secondo il quale si tratta invece di una popolazione indigena, che si dava il nome di Rasenna, mentre altri li ritenevano una popolazione nordiche.

In ogni caso gli Etruschi si svilupparono tra i corsi dell’Arno e del Tevere, nell’area corrispondente grosso modo all’attuale Toscana, Umbria e Lazio settentrionale. Nonostante il gran controllo dell’Italia centrale non ebbero mai uno stato unitario, ma avevano città indipendenti governate da sovrani detti lucumoni, sostituiti in seguito da magistrati chiamati zilath. L’unica forma di aggregazione a noi nota è quella della lega delle 12 città principali: Veio, Cere, Tarquinia, Vulci, Roselle, Vetulonia, Volterra, Chiusi, Cortona, Perugia e Arezzo.

Il processo di espansioni degli Etruschi fu fermato in una prima fase dai Focei, poi dai Greci di Siracusa a Cuma e ancora dai Romani che gli sottrassero Veio, i Celti che gli sottrassero i possedimenti in Val padana, finché nel III sec. a.C. l’Etruria fu progressivamente presa del tutto dai Romani. Un aspetto fondamentale della cultura etrusca è quello che riguarda la sfera religiosa. Le divinità etrusche hanno una struttura e una gerarchia simile a quelle del sistema religioso greco, con Tinia al posto di Zeus, che come Zeus è subordinata al Fato, altre hanno proprio nomi di evidente origine ellenica come Heracle, Apulu, Artumes e Charu. Nella religiosità è molto importante la concezione dell’aldilà, per questo è molto importante la tomba. Se in un primo momento le tombe erano a pozzo e dall’VIII sec. a.C. diventano a fossa per permettere l’inumazione, dal VII sec. a.C. abbiamo le tombe a camera, che avevano una struttura architettonica complessa, riproducevano dei veri e propri appartamenti nel quale trovano posto ornamenti, bevande e cibi che riproducono lo status sociale del defunto.

Un altro aspetto importante della religiosità è l’aruspicina, perché agli Etruschi premeva molto la corretta interpretazione dei segni della volontà divina sulla terra; l’aruspicina consisteva nel leggere le risposte alle domande che venivano poste alla divinità nelle viscere negli animali sacrificati per scopi religiosi. Per quanto riguarda la lingua i testi etruschi possono essere letti perché l’alfabeto, di 26 lettere, è un riadattamento di quello greco. Conosciamo circa 8000 parole, tuttavia la maggior parte sono nomi propri che vengono dalle formule funerarie.

I documenti più estesi che abbiano sono: il liber linteus di Zagabria, fatto di bende di lino che ricoprivano una mummia acquistata in Egitto e che contiene un calendario religioso, la tegola di Capua – che riporta un rituale funerario, la tavola Cortonense – di recente scoperta che riproduce un documento legale che regola i confini di due proprietà. Non ci sono testi bilingue molto ampie, ma abbiamo ad esempio le lamine di Pyrgi (porto di Cerveteri, che corrisponde all’odierna Santa Severa, poco a sud di Civitavecchia) che sono un testo bilingue etrusco/fenicio che contengono la dedica di un tempio alla dea Uni da parte di uno zilath. In generale la maggior parte di testimonianze archeologiche lasciate dagli Etruschi sono legate all’edilizia sepolcrale, dalle tombe stesse, ai reperti di statuaria, terrecotte e oreficeria; in particolare per la ceramica utilizzavano spesso la tecnica del vasellame di bucchero, realizzato con una particolare cottura dell’argilla, erano anche molto abili nella lavorazione dell’oro e dei metalli pregiati per ornamenti personali ed erano abili agricoltori.

Capitolo 3: Roma

Per quanto riguarda la ricostruzione delle origini di Roma arcaica, gli stessi storici antichi erano consapevoli dell’inadeguatezza delle fonti sui cui fondavano le loro versioni. Ad esempio Plutarco nella Vita di Numa dice che esisteva una disputa tra gli studiosi dell’epoca perché mentre ad alcuni gli alberi genealogici sembravano esatti, altri – come un certo Clodio – sostenevano che invece i veri registri fossero stati distrutti durante il sacco di Roma da parte dei Galli e per questo quelli che restavano erano falsi, ed erano stati utilizzati per nobilitare le origini di alcune famiglie, per far sì che queste venissero considerate famiglie illustri.

Livio nella sua Storia sulla fondazione di Roma dice che spesso per nobilitare i popoli si fondeva l’umano con il divino e così era stato fatto tra i Romani e il dio Marte e che comunque troppa antichità rendeva i fatti troppo oscuri, e questo dovuto sia ad una lontananza di tipo cronologico che alla rarità e alla scarsezza dei documenti scritti. Gli storici spesso per ricostruire gli eventi della Roma delle origini utilizzavano gli Annali scritti dai pontefici, il grammatico Servio ricorda che questi annali furono raccolti in 80 libri chiamati Annales Maximi. Per quanto riguarda la prima storiografia presente a Roma abbiamo i nomi di Fabio Pittore e Cincio Alimento che scrivono intorno al III sec. a.C. e che tuttavia continuano a scrivere in greco, mentre il primo storico a scrivere in latino fu tra il III e il II sec a.C. Marco Porcio Catone, detto il Censore. La storiografia scritta in latino si sviluppa poi nel I sec. a.C., in età augustea, dove abbiamo Tito Livio con la sua Storia di Roma dalla fondazione e Dionigi di Alicarnasso, il quale scopo principale fu quello di dimostrare che i Romani fossero una popolazione di origine ellenica.

La versione più nota e diffusa della leggenda delle origini di Roma inserisce la fondazione di Albalonga fondata da Ascanio, figlio di Enea che aveva fondato Lavinium circa trent’anni prima. Il territorio d’Albalonga era dominato dalla vetta del monte Cavo, allora mons Albanus, su cui sorgeva il santuario di Iuppiter Latiaris, sede della lega politico-religiosa dei Populi Albenses, una delle più antiche del Latium Vetus. Secondo la leggenda Romolo, il fondatore di Roma, è il figlio di Rea Silvia e addirittura forse di Marte, Silvia era a sua volta la figlia di Numitore, l’ultimo re di Albalonga, al quale inizialmente il fratello Amulio aveva illegittimamente sottratto il potere.

La tradizione fissa in modo preciso anche il periodo monarchico della storia di Roma, dal 754 al 509 a.C., durante questo periodo si succedono 7 Re: Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marcio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Una successiva analisi storiografica permette di capire che sia molto improbabile che la nascita di Roma sia avvenuta da un momento all’altro a causa della scelta individuale di Romolo, si tratta piuttosto di un processo complesso, lento e graduale. Va considerato che Roma sorge in una zona di confine, a ridosso del basso corso del Tevere che separava la zona etrusca dal Latium vetus e quindi rispettivamente gli Etruschi e i Latini. Sembra dunque anche improbabile che Roma abbia preso il nome da Romolo, l’eroe eponimo, l’origine del nome è ancora incerta: si pensa o venga da ruma, che sta per mammella, anche nel senso di collina o da Rumon, il termine latino arcaico designava il Tevere.

Varrone nel I sec. a.C. parla del rito di fondazione della città, parlando del pomerio, la linea sacra che delimitava i confini della città, tuttavia questa linea non sempre coincideva alle mura, perché mentre il pomerio veniva stabilito secondo criteri religiosi, le mura secondo criteri difensivi. Secondo le scoperte archeologiche degli ultimi anni sarebbe esistito realmente il cosiddetto muro di Romolo, ovvero il muro messo a delimitare la città nel rito di fondazione.

Nell’elaborazione storiografica si deve tener conto anche della tradizione orale, che spesso coincide con la tradizione gentilizia: gli storici antichi erano consapevoli del fatto che una tradizione di tipo orale comportasse un alto rischio di deformazione. Il fondatore della moderna storiografia su Roma, lo studioso danese Niebhur, elaborò una teoria secondo la quale la tradizione orale si fosse formata con i carmina convivalia, di cui parlava anche Catone, altrimenti come riportano Polibio e Cicerone un altro contesto di formazione della tradizione orale sono gli elogi funebri, che Livio fa notare fossero spesso mistificati per attribuire maggiore prestigio ai propri defunti e quindi alla propria stirpe.

Alla base dell’organizzazione sociale dei Latini ci fu una struttura in famiglie alla cui testa era il pater, figura depositaria di un potere assoluto su tutti i componenti della famiglia, schiavi e clienti compresi. Tutte le famiglie che riconoscevano d’avere un antenato in comune costituivano la gens. La popolazione dello stato romano era suddivisa in gruppi religiosi e militari detti curie, che comprendevano tutti gli abitanti di un certo territorio ad esclusione degli schiavi, non conosciamo la loro funzione reale in età arcaica, sappiamo che queste organizzazioni sono alla base dei comizi curiati, ai quali in età più tarda restarono funzioni legate al diritto civile, come adozioni, testamenti e il compito di votare la lex de imperio.

Oltre alla famiglia probabilmente la società era raggruppata in tribù e questa suddivisione venne, senza fondamenta, attribuita allo stesso Romolo, le tribù erano tre: Tities, Ramnes e Luceres, questi nomi fecero pensare agli antichi ad un’origine etrusca perché i nomi delle ultime due tribù riproducono appunto l’onomastica etrusca. In un’epoca più tarda, forse durante il predominio etrusco, ogni tribù fu divisa in dieci curie e da ogni tribù furono scelti cento senatori per costituire la prima assemblea degli anziani. Ogni tribù fornì anche cento cavalieri e mille fanti per garantire l’organizzazione militare.

La monarchia romana era elettiva, l’elezione del re era affidata all’assemblea dei rappresentanti delle famiglie più in vista. In fase successiva a Roma rimarranno due figure che testimoniano una fase monarchica: il rex sacrorum, che svolgeva i riti prima eseguiti dal re e l’interrex, magistrato che sostituiva i nobili in assenza di entrambi. Infatti prima era il re a svolgere i riti religiosi, perché era il supremo capo religioso e nella celebrazione del culto veniva affiancato a collegi di sacerdoti come quelli dei pontefici, degli àuguri e delle vestali. Mentre l’interregno era il periodo di transizione tra la morte di un re e il governo del suo successore, che è prova della monarchia elettiva, anche se in alcuni casi questo principio veniva a mancare in favore di un criterio dinastico come successe per Anco Marcio, nipote di Numa Pompilio e Servio Tullio, in questo caso fu in realtà la moglie di Tarquinio Prisco a far sì che Servio Tullio divenisse il successore di suo marito.

Tra le varie incertezze quella più grande riguarda il motivo della divisione tra patrizi e plebei, che secondo alcuni erano i secondi clienti.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

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